XX.

Io non aveva mai compreso, nella nostra istoria, la violenza della

passione di Amnon per la sua sorella Tamar, e la sua indegna condotta.

La comprendevo adesso.

L'amore è sempre una malattia. In alcuni momenti, l'è una distruzione.

Durante quindici giorni la mia anima aveva dato un terribile

combattimento al mio cuore. Essa gli aveva presentato una ad una tutte

le impossibilità, le inconvenienze, gli oltraggi del mio amore per Ida.

Il cuore aveva sempre risposto: È vero, ma io l'amo. L'anima era restata

colle sue ragioni vittoriose; ma il cuore aveva trionfato. Partii dunque

da Gerico, risoluto di sposar Ida, checchè ne potesse accadere.

L'avvenire era armato da capo a piedi in mio favore, se mai mi

ripentissi. Poteva cacciarla, farla uccidere, ucciderla, se il delirio

della mia passione si fosse calmato. Nonpertanto, quantunque

assolutamente determinato al passo disperato di sposare l'abbandonata

favorita d'un ufficiale romano, volli, per giustificarmi ai miei propri

occhi, domandare un consiglio.

Arrivando a Gerusalemme andai a trovare Hannah.

Il sagan era uomo da darlo, questo consiglio.

Dopo la morte d'Erode, l'indomani stesso, due partiti si erano levati in

armi l'uno contro l'altro in Gerusalemme: il partito dei nobili,

depresso dai Maccabei; il partito dei separatisti, schiacciato da Erode:

i vecchi legittimisti[4], i quali sulla base della legge organica di

Mosè ambivano una grande libertà oligarchica; il partito democratico,

che mirava a monopolizzare e trar profitto del potere, oligarchico pure,

ma dal basso in sù. I due partiti erano ambo contrarii alla dinastia,

alle istituzioni di Erode, ed alla divisione ch'egli aveva fatto dei

suoi Stati. Il partito nobile aveva per iscopo di rovesciare l'etnarca

Archelao figlio di Erode, ed il gran sacerdote Joazar, della casa

Betusiana, e d'impadronirsi del governo civile e religioso. Il partito

popolare aveva per iscopo di rovesciare a qualunque costo Archelao,

figlio d'una regina Samaritana, quindi impuro, e di trattare con Joazar,

meno odiato, a causa delle sue maniere facili e nobili. Il capo del

partito nobile era questo Hannah, figlio di Seth, uomo di grande

nascita, di grandi ricchezze, dotato di coraggio, d'ambizione, di

perseveranza illimitata, quantunque d'intelligenza scarsa, e di costumi

depravati.

[4] I _tories_, come li chiama il signor W. H. Dixon nel suo

eccellente libro intitolato _The holy land_, che con molto frutto

ho consultato sovente.

I due partiti avevano trionfato della famiglia di Erode. Archelao era

stato chiamato a Roma per render conto della sua condotta. Accusato da

tutti i partiti e dai suoi stessi fratelli, Augusto l'aveva esiliato a

Vienna. In seguito l'Etnarchia era stata annessa alla Siria come

provincia romana, mentre le due tetrarchie restavano ai due altri figli

di Erode, che ambivano d'annettere la Giudea e la Samaria ai loro Stati.

L'accusa principale contro Archelao era questa: ch'egli aveva cacciato

sua moglie Mariamne, e sposato Glaphyra, figlia del re di Cappadocia, la

quale era stata prima moglie di suo fratello Alessandro. Quando Archelao

fu esiliato, la bella e giovine regina ne morì di dolore. Cyrenius,

governatore della Siria, fu incaricato di organizzare le nuove provincie

sotto un governatore speciale, chiamato procuratore. Caesarea, sulla

costa, fu destinata a capitale e residenza di questo funzionario.

Cyrenius venne a Gerusalemme. Dopo aver tasteggiato tutti i partiti,

destituì Joazar il gran sacerdote popolare, e mise al suo posto Hannah.

Mentre il primo procuratore, Coponius, risiedeva a Cesarea, Hannah

regnava in Gerusalemme. Durante quindici anni, quantunque i Giudei

fossero oppressi d'imposte, addolorati dalla perdita della loro

nazionalità e del loro governo nazionale, nulla turbò l'impero di Hannah

e del partito nobile che governava Gerusalemme in nome di Roma. Ma

Valerius Gratus, il governatore della Siria inviato da Tiberio, si

avvisò di dare un altro assetto al dominio romano, forse perchè egli

vide la marea dello scontento ingrossare, e perchè sperava scongiurare

il pericolo appoggiandosi al partito popolare. Fatto sta che Hannah fu

destituito, e Ismael elevato a grande sacerdote.

Gratus comprese presto l'importanza del fallo che aveva commesso, dallo

scontento più grave ancora che seguì la destituizione d'Hannah,

scontento fomentato dal partito nobile. Non volendo indietreggiare, e

pur volendo calmare gli spiriti, destituì alla sua volta Ismael, e

nominò gran sacerdote Eleazar figlio di Hannah, lasciando a

quest'ultimo, col titolo di sagan (deputato), le funzioni spirituali, ed

il regolamento dei riti inerenti alla carica di gran sacerdote.

Gratus non poteva però consolarsi di essere stato costretto a tutto ciò

da Hannah e dai nobili. Per cui appena il potè impunemente, depose anche

Eleazar, ed elesse in suo luogo Simone. Nuovo fallo; perchè in meno di

un anno fu obbligato di deporre anche Simone e di nominare Caifas,

genero del sagan. Da allora il trionfo del partito nobile fu definitivo,

almeno per un certo tempo.

Pilato se ne fece un appoggio. Ma non riuscì nè a neutralizzare nè a

vincere con questo partito quello popolare. Questo abbracciò i principii

d'una fazione — la galilea di Giuda, di Gamala — cioè l'odio contro i

Romani, e l'attesa d'un messia, il quale doveva vendicare i Giudei,

spezzandone il giogo. Hannah vide questo partito ascendere, crescere,

divenire ardito. Sentendosi in mezzo a due pericoli, piaggiò Pilato, e

cospirò meco.

Tale era il sagan — un bell'uomo d'una cinquantina d'anni, rotto a tutti

i vizii ed a tutte le astuzie, — che io stava per prendere a giudice

della mia condotta.

Gli raccontai tutto: i miei passi presso l'Ida, l'accoglimento che ne

aveva avuto, la mia lotta interiore, la risoluzione da me presa. Hannah

m'ascoltò seriamente, tranquillamente, poi mi chiese:

— Hai tu la forza di strappare codesta passione dal tuo cuore?

— No. Ho provato, e non ci sono riescito.

— Lo vedo. Il tuo viso porta le traccie della sua lotta. Allora che

vieni a domandarmi? Ogni transazione per mascherare la vergogna del tuo

matrimonio, sarebbe un'altra vergogna. La passione non ha logica, non

può quindi avere un codice. Agisci francamente, apertamente, altamente.

Sposa quella donna, e aspetta dal tempo il rimedio.

— Ella non ha alcun parente a cui dirigermi. Non oso presentarmi a lei

di nuovo, per paura di romper tutto. Vuoi tu andare a domandarle per me

la sua mano?

— Son pronto.

— Non ne arrossisci? Non indietreggi dinanzi il rimprovero di esser

entrato in una casa impura?

— Per nulla. Soltanto combineremo una storia, che allontani più ch'è

possibile di tali rimproveri.

— Ti lascio piena libertà d'azione.

— Quando devo andare a vederla?

— Aspetta. Bisogna che io parli prima con Moab onde prepararla alla tua

visita. Temo di non riescire.

— Allora m'avviserai quando potrò presentarmi.

— In che maniera pensi tu di diminuire dinanzi il mondo la mia follia, e

di mostrare mia moglie ai miei amici?

— Molto semplicemente. Noi non possiamo presentarla come la vedova di

Cajus Crispus, che tutta Gerusalemme conosce, e sa essere vivo a Sebaste

in questo momento, e che può capitar qui domani forse, alla testa della

sua cavalleria. Gli è mestieri dunque far passare Ida per la moglie di

quell'ufficiale, ripudiata da lui perchè la trovò invincibilmente

attaccata alla fede dei suoi padri. Così, tutto è salvo. La bellezza

d'Ida giustifica la passione del Romano che l'ha sposata, sperando

convertirla in seguito. Questa perseveranza nel culto delle leggi di

Mosè allontana da lei il rimprovero di avere sposato un pagano, e noi

possiamo, senza contaminarci, entrare nella sua casa. Qualunque

onest'uomo può sposare una donna divorziata per simile ragione. Ma gli è

d'uopo d'una cosa: che Ida abbia uno scritto di suo marito che confermi

codesto divorzio. Ella non l'ha, probabilmente. Occorre ad ogni costo

che ne abbia uno, dovesse ella falsificarlo. Io m'incarico, se c'è di

bisogno, di far domandare da Pilato questo attestato, se Cajus Crispus

lo rifiuta. Nella condizione eccezionale di quella giovane, possiamo

alterare il rito ordinario del matrimonio, accorciare le dilazioni,

semplificare le formalità. In una parola, noi siamo padroni di agire un

poco a nostro comodo, e preparare così dei motivi di nullità di

matrimonio nel caso che tu te ne penta, o che abbandoni la tua follia.

— Grazie, Hannah, tu mi salvi. Corro a Berachah.

Vi corsi infatti immediatamente e vidi Moab. Gli dichiarai che volevo

sposare la sua padrona, e gli spiegai il tutto.

Egli comprese. Promise di fare tutto ciò ch'era necessario, d'ottenere

l'atto di divorzio, e di venire da me fra due giorni, per annunziarmi il

risultato dei suoi passi. Ritornai più calmo, e, devo confessarlo?

scusando me stesso della mia viltà.

Moab non disse una parola ad Ida di tutti questi accordi. A sua insaputa

andò a vedere Pilato, nel giorno stesso, alla sua torre di Mariamne.

Ho saputo da Noah e da Moab, più tardi, i fatti che sto per raccontare,

e li racconto qui onde far meglio comprendere le scene dolorose che

stanno per svolgersi.

L'uomo che io aveva veduto uscire dalla casa di Ida, la notte in cui vi

cercai un ricovero, era propriamente Pilato. Cajus Crispus non aveva mai

veduto Ida. Colui che l'aveva comperata e fatta rapire era lo stesso

Pilato. Il suo amante era Pilato. Nessuno conosceva questo amore. Egli

andava a vederla la notte, e quasi tutte le notti. L'amore d'Ida era la

brezza di quella vita bruciata da tante cupidigie e da tante passioni.

Dopo la terribile scena però, ch'egli aveva avuto con sua moglie, Pilato

aveva tremato forse; aveva avuto rimorso; in ogni caso e' voleva

prepararsi il diritto d'essere d'ora in avanti severo con Claudia.

Ida l'aspettava come sempre. Quando ella udì il rumore dei cavalli, il

rumore dei passi nell'atrium, corse, il sorriso sul volto, i baci sulle

labbra, le braccia aperte. Ventidue ore della sua giornata erano un

desiderio ed un preparamento a quelle due ore di beatitudine che passava

col triste e cupo Romano. Ella cominciava a perder la speranza di

vederlo in quella notte; la tempesta sfrenata metteva a soqquadro il

cielo; l'ora ordinaria era scorsa. L'arrivo di Pilato le parve dunque

una doppia festa. Ma appena fu egli penetrato nei raggi di quella camera

da letto rischiarata vivamente, ella indietreggia colpita dall'aspetto

di lui. Era orribilmente pallido, aveva gli occhi stravolti, gli abiti

coperti di sangue, il braccio ferito, Ida gettò un grido. Pilato quella

volta non le rese le sue carezze; non la calmò. Sedette, o meglio si

lasciò cadere affranto sopra dei cuscini, e piegò la fronte fra le mani,

sulle ginocchia. Ida corse a lui.

— Dio mio, Dio mio, cos'hai? gridò essa.

Pilato si alzò d'uno sbalzo, e baciandola in fronte le disse:

— Tranquillizzati. Questa notte hai d'uopo di tutta la tua calma. Vengo

ad annunziarti una disgrazia.

— Che! non m'ami più? sclamò Ida tremante.

— Peggio ancora, Ida.

— Impossibile. Ma parla dunque, parla, Dio buono.

— Ida, non ho che alcuni istanti a darti, e darei la mia vita, per

diminuirti l'amarezza. Ma non posso più nasconderti il vero senza

disonore.

Ida gettò le braccia al collo del suo amante, e con voce soffocata,

balbettò:

— Parla.

— Ida, io ti lascio.

— Come? tu mi lasci?

— Ida, amo mia moglie.

Le braccia d'Ida si sciolsero a poco a poco, un gemito sordo si

sprigionò dal suo petto, e cadde al suolo fulminata. Pilato la prese fra

le sue braccia, la posò dolcemente sul letto, e s'inginocchiò al suo

capezzale, spiando, con gli occhi annegati di lagrime, il suo ritorno

alla vita. Scorse lungo tempo. Finalmente, poco a poco, le pallide

guancie, le labbra scolorite d'Ida si animarono, un soffio ardente

traversò la sua bocca, le sue diafane narici palpitarono, le palpebre si

aprirono dolcemente, smisuratamente, l'occhio ceruleo brillò come la

stella mattutina, le lunghe ciglia tremarono; poi alzandosi di un colpo

sul letto, gettando le braccia al collo dell'amante, e scoppiando in un

riso convulso, ella gridò:

— Oh! amico mio, che sogno infame ho io fatto.

Pilato diede in un lungo sospiro, e tacque.

— Indovina! continuò Ida, ho sognato che tu mi lasciavi, dicendomi con

voce breve e mortale: Amo mia moglie.

— Ida, non hai sognato.

— Non ho sognato, dici? gli è dunque vero! è vero che m'abbandoni e che

ami quella donna, bella.... oh! bella, che ho veduta nel circo?

— È vero.

— E l'amavi tu, quando m'hai presa? L'amavi tu durante quelle notti

lunghe e felici nelle quali mi hai mille volte ripetuto, che io era la

luce della tua vita? L'amavi, quando mi prendevi sulle tue ginocchia, e

la testa piegata sulle mie spalle, m'abbruciavi del tuo soffio, mi

compenetravi di un fuoco che ci faceva tremare insieme, come due foglie

sotto i buffi della tempesta? L'amavi tu, quando, qui, in questo posto,

dove tu sei, dove sono io, m'inondavi dei tuoi sguardi come d'un bagno

di fiamme, e che la tua anima si esalava in una cascata di baci? Dimmi,

dimmi, era a lei che tu pensavi quando eri così vinto di tristezza,

quando eri così fosco, quando sospiravi di così profondo, da sì lontano,

che quel sospiro pareva uscisse dalla tomba della tua anima?

— Ida, mia moglie non sa ancora che io l'amo, che l'amo da sei anni!

Ella non ha ancora ricevuto un solo bacio da me.

Ida balzò dal suo letto, e prendendo la testa di Pilato sul suo seno la

coperse di baci.

— È vero quello che mi dici? è proprio vero, amor mio?

— È vero, Ida. L'è la mia terribile storia. Ma non è meno vero,

figliuola mia, che io devo lasciarti per sempre, e che amai quella donna

fatale dal primo giorno che la vidi.

— Tu non m'hai dunque mai amata!

— Ho fatto meglio che amarti, Ida, io ti ho considerata come il riposo

della mia anima. I giorni felici della mia vita si contano con quelli

che ho passato vicino a te.

— Ah! me ne ricordo ora: tu non mi hai mai detto d'amarmi. Sì, almeno

non mi hai mentito. Ah! se tu sapessi, Ponzio, come io t'amo? Ma trovami

dunque un paragone perchè io possa esprimerti come io t'amo, perocchè

io, povera figlia del popolo, sono ignorante. Sì, ti sfido a trovare un

paragone che non sia pallido e mentitore. Ma perchè non m'ami tu? Sono

brutta forse? Sono cattiva? Mi vesto male, e non so dirti mille tenere

cose? Me ne passano tante nell'anima, pure; te ne dico tante, quando non

sei più là! Poi, non so come avvenga, dacchè tu arrivi, non so far altro

che guardarti, abbracciarti, e poi.... ecco tutto! Ebbene inventa

qualche cosa che valga un bacio tutto pregno di ciò che l'esistenza ha

di più ardente. Dimmi i miei difetti, Ponzio, me ne correggerò. La mia

testa, il mio corpo sono tuoi, fanne ciò che vuoi, col ferro e col

fuoco.

— Ida, tu sei la creatura la più bella, la più soave, che io m'abbia

vista in mia vita. Ma io amo mia moglie, che mi odia.

— Ma, io t'amo, io, Ponzio. Non sono così folgorantemente bella come tua

moglie; ma io t'amo, non amo che te, non ho mai amato che te. Questa

sera sono una stolida, vedi! Ho ricevuto un colpo troppo forte dalle tue

parole. Ma vedrai domani sera come ti dirò delle cose gentili, come mi

farò bella. M'adornerò dei bei giojelli che mi hai regalati. Il vecchio

Thorix mi coglierà dei fiori che metterò nei miei capelli. Vedrai come

Noah mi pettinerà bene. La povera ragazza ruberebbe la bellezza d'una

regina per adornarmene, e farti piacere. Ceneremo insieme domani sera.

Ti canterò quella bella canzone del tuo paese che m'hai insegnata.....

Vedi, Ponzio, ti parlerò in Iberiano.

— Ida, fanciulla mia, non c'è più «domani sera» per noi! Ti dico addio

per sempre.

— Oh! impossibile, impossibile, ti dico. Non si viene da una povera

ragazza che ti ama, che non ti ha mai fatto del male, e non le si dice

con quell'accento feroce che hai questa sera nella voce: Addio! addio,

sia pure: ma nel cielo. Uccidimi, ucciditi, ed andiamo a ritrovarci in

seno al Dio d'Abraham. Chi è dunque che ti ha consigliato di venirmi a

torturare così, stanotte, con codesto orribile scherzo? È tua moglie

forse. Ma di che sarebbe ella gelosa poichè la è così bella, più bella

di me?

Pilato si alzò. Questa specie di divagazione della giovinetta, lo

straziava.

— Ida, diss'egli, da alcune ore una nuova vita è principiata per noi.

Mia moglie ha un amante che io non ho il diritto di uccidere, ma ella ti

ucciderebbe se sapesse che tu sei mia. Eppure, Dio sa quanti rimorsi

m'hanno costato queste goccie di consolazione di cui tu hai sparso la

mia vita lugubre e disonorata. Io mi getto in un avvenire di tenebre,

cui non oso guardar di fronte, e nemmeno intravedere. Non so cosa

avverrà di me. So che non posso ormai continuare a vederti senza

insultarti, senza insultare me stesso, senza insultare la donna che

porta il mio nome. Tu ti consolerai, col tempo. Sei pura, sei restata

pura anche sotto i tristi baci strappati al mio dolore. Sei giovane,

l'avvenire è un abbagliante promettitore: confida in lui. Se sei stata

punta da un'ortica cogliendo delle mammole, i fiori che si schiudevano

nelle tue braccia non saranno men belli, quando il bruciore sarà

calmato. Ah! potessi dire altrettanto di me! Gli Dei mi hanno messo nel

cuore un amore per farne il mio carnefice....

— Cessa, o Ponzio, disse Ida, vedo che tu sei infelice, e che sei

determinato. Oh! come vorrei vedere tua moglie, e dirle quanto tu sei

buono, e supplicarla a ginocchio di amarti.

— Ida, Ida, sclamò Pilato abbracciandola in un accesso di delirio,

perchè non posso io dirti: t'amo! tu sei la più nobile di tutte le

creature!

Poi sciogliendosi ad un tratto da quella stretta, si precipitò fuori

della stanza gridando:

— Addio, mia gioja perduta, addio consolazione celeste, sii felice per

sempre!

— Pilato! Pilato! gridò Ida come risvegliandosi di un balzo, ancora una

parola, un ultimo bacio. Pilato! ascoltami, Pilato.....

Pilato era già nella corte ed usciva dalla cinta. Ida corse fino

all'atrio, e cadde svenuta nelle braccia del vecchio Thorix, il suo

giardiniere gallo.

Dopo quella notte, Pilato non uscì più dalla sua torre, consumato da una

implacabile malinconia.

Ida si strusse in lagrime, dopo due giorni di delirio, ed otto di

febbre. Noah, Febea, la vecchia moglie del giardiniere, vegliarono

giorno e notte su lei. Infine ella si alzò come dal fondo d'una tomba

ove aveva lasciato la sua gioja, la sua speranza, la sua gioventù. Il

giorno stesso in cui potè dare degli ordini, rese la libertà a tutti gli

schiavi di cui Pilato l'aveva circondata, come una piccola regina.

Thorix che da trent'anni abitava quella casa, passando di padrone in

padrone, attaccato a quella gleba di cui aveva fatto un piccolo

paradiso, a quelle piante, a quei fiori, a tutta la creazione che aveva

imposta a quelle nude roccie, non volle la libertà, onde non lasciare

quel mondo che era nato sotto le sue mani. Febea non abbandonò suo

marito. Noah rifiutò di separarsi dalla sua padrona.

Intanto, Ida — continuo a chiamarla così — avendo perduto l'amante, non

volle conservarne le reliquie. In questa casa, tutto le ricordava una

felicità svanita, un amore che aveva naufragato al primo volo. Ma dove

andare? Che divenire? Allora il pensiero di sua madre, della casa di suo

padre, brillò come un arcobaleno dinanzi ai suoi occhi. Bisognava far

loro conoscere la sua posizione. Chi inviare? Ella non aveva nessuno cui

confidarsi. Moab era ancora molto ammalato, malgrado le cure ed i

rimedii secreti di Febea che lo vegliava. Thorix non comprendeva quel

mondo di cose, che una donna sa, od indovina, e che Ida voleva far

conoscere a sua madre, per commuoverla. Prese una risoluzione, ed un

mattino fece montare Noah sopra un cammello, Thorix sopra un asino onde

accompagnarla, e li inviò a Nazareth.

Gesù conosceva da lungo tempo la dolorosa storia di sua sorella, dalla

sua vendita al suo destino finale. Non ne aveva detto nulla nè a sua

madre, nè ai suoi fratelli, nè a sua sorella. Noah trovò la famiglia

partita per Cafarnaum. Ida sapeva già la morte del padre. Gesù era

assente.

È impossibile descrivere il lutto che si abbattè sul cuore della povera

madre del Rabbì, al racconto misto di lagrime che le fece Noah. Ne parlò

ai suoi figli. Un grido di riprovazione sorse da tutta la famiglia.

I fratelli, l'altra sorella del Rabbì, erano gente di intelligenza

limitata, rozzi, senza cuore, pieni d'avidità, d'ambizione, d'invidia, e

di gelosia. La madre avrebbe voluto attendere a rispondere fino

all'arrivo di Gesù, che era allora il capo della famiglia, essendo il

primogenito. Ma gli altri figliuoli della moglie del carpentiere si

pronunziarono in forma chiara ed energica «Mirjam è una straniera per

noi, se la mette il piede in questa casa, noi la lasciamo tutti, ti

lasciamo tutti, madre, o l'anneghiamo nel lago.» Questa è la risposta

che la povera Noah udì tremante, e la sola che potè recare alla sua

padrona.

Ida aveva ricevuto questa comunicazione da due giorni, allorchè io

picchiai alla sua porta.

In questa situazione, si comprende la proposizione che mi venne fatta da

Moab. Occorreva a quella povera giovane un angolo per ricoverarsi,

poichè era decisa ad abbandonare la casa di marmo ed il delizioso

rifugio donato da Pilato.

Ida, nonpertanto, sperava ancora nel ritorno del suo amante. Non poteva

rendersi conto di ciò che era accaduto, e come in alcuni minuti avesse

potuto rompersi un legame tessuto d'oro e di raggi per due anni. Per

determinarla era mestieri un colpo decisivo.....

Moab stava per portarlo.

Egli si recò da Pilato.

Lo trovò in un piccolo appartamento nella torre Mariamna, molto poco ed

assai semplicemente ammobigliato. Dappertutto c'erano soldati romani,

cosicchè l'avresti detto alloggiato in un accampamento in tempo di

guerra. Moab fu introdotto appena fece dire qual era il suo nome, e che

veniva da Berachah.

Una certa emozione si dipinse sul viso di Pilato. L'aspetto di

quell'uomo gli faceva ricordare tante cose, tanti giorni felici,

irrevocabilmente tramontati! Imperciocchè Pilato era davvero cupamente

triste, pallido più del solito, e come consunto da una febbre che non

gli dava tregua. Lo si sarebbe detto convalescente. Aveva ancora il

braccio avvolto in un pezzo di stoffa.

— È accaduta qualche disgrazia? gli chiese Pilato ansiosamente.

— La disgrazia sta di casa da noi, rispose Moab, non può dunque più

arrivare.

— Parla, allora. È Ida che t'invia?

— No. Ella non conosce il passo che io faccio. Agisco di mia propria

ispirazione.

Pilato prese un'aria più fredda, e soggiunse:

— Cosa vuoi dunque?

— Ecco, in due parole: m'occorre una tua lettera ad Ida, nella quale tu,

nella maniera più definitiva e più formale, le dichiari che la non debba

più pensare a te, perchè tu sei felice con tua moglie.

— Proprio! sclamò Pilato.

— Che la debba maritarsi, se trova uno sposo, e dimenticare il passato.

— È tutto?

— Non ancora. Mi farai poi uno scritto, in nome di Cajus Crispus, che

dica ch'egli l'ha ripudiata, e che Ida è libera di convolare a nuove

nozze.

— Quante nozze nelle tue parole! Stanno esse soltanto nel tuo discorso?

— No.

— Come no! Ida si mariterebbe dunque di già?

— Non è lei che si marita, sono io che la marito.

— Tu? ma, fulmini di Giove! parla dunque chiaro e presto.

— Io procedo per ordine. Non posso principiare dalla fine.

— Allora?

— Ebbene! Tu sai che Ida non vuole nulla da te, che ti ha rinviato i

tuoi schiavi, e che si apparecchia a lasciare la casa che le hai data.

Ella inviò Noah presso sua madre a Cafarnaum. N'ebbe in risposta: che

non la conoscono più, e che se si arrischia a por piede in quella casa,

i suoi fratelli la annegheranno nel lago di Gennezareth.

— Bestie brutali.'

— Cosa vuoi? ci sono dei bruti simili, i quali considerano che l'onore è

ancora qualche cosa in questo mondo. Non sei dell'istessa opinione tu,

marito di Claudia Paolilla?

Pilato fulminò di uno sguardo il suo insultatore, e non rispose. Moab

continuò:

— Tu sai inoltre che Ida è povera, che è giovine e bella, e che,

malgrado il tuo contatto, la è una delle più pure figlie d'Israello. Che

diverrà ella quando sia uscita da quella casa, ove tutto le ricorda una

gioja estinta, un amore oltraggiato, l'onore perduto? La sua vita è

nelle lagrime; se non lascia quella casa, ella morrà.

— Che posso io fare?

— Quello che ti ho chiesto.

— Con quale scopo?

— Tel dico subito. Ti ricordi di quel giovane Giuda bar Simone da

Kariot, che nel circo salvò la vita di tua moglie, che tu facesti

arrestare, e ch'ella fece porre in libertà?

— Me ne ricordo.

— Ebbene questo giovane vide Ida nel circo, e ne fu colpito nel cuore.

Egli la cercò, mi cercò, ma non potè allora trovarci. Per uno strano

caso, una notte di tempesta, quella stessa in cui egli uscì dal palazzo

d'Erode ed andava a Betlemme onde veder sua madre, egli si ricoverò a

Berachah.

— Lo incontrai per via.

— Quindici giorni dopo, egli venne a ringraziar Ida; la rivide, la

riconobbe, e la sua pazzia scoppiò. Lo misi alla porta, dichiarandogli

che la vedova di Cajus Crispus non riceverebbe ormai che quegli che

venisse a domandare la sua mano.

— Ed è ritornato?

— Mi ha domandato, quindici giorni dopo, di sposare Ida. Non l'ha

riveduta. Non le ha nulla domandato. Vuole ora inviare il sagan a

portare il suo messaggio.

— E Ida non ne sa nulla?

— Assolutamente nulla.

— Tu dunque non vieni in suo nome?

— Te l'ho già detto.

— Ebbene, io respingo la tua dimanda.

— E perchè la respingi tu?

— Dapprima, perchè così mi piace; poi, perchè sei tu che me la fai;

finalmente, perchè non credo alla tua storia, e che essa deve coprire

qualche vergognoso mercato.

— Pilato, non abbiamo l'abitudine, noi, di comperare le nipoti a degli

zii infami, e di farle rapire. Io ti ho detto il vero. Tu puoi

assicurartene come meglio vorrai.

— Non ho d'uopo di verificare nulla; i vostri nomi me lo dicono

abbastanza.

— Non so quale obbjezione hai contro i nostri nomi, e non vengo a

spiegarmi a questo proposito. Si tratta d'altro.

— Di che dunque?

— Di che? disse Moab principiando a torcersi le mani e a respirare più

violentemente, di che? Tu hai disonorato una povera fanciulla che non

aveva nulla fatto per provocare una simile sventura. Questa fanciulla ti

ha amato, è ancora onesta abbastanza per rifiutare il prezzo dell'amore

ch'ella ti ha dato, e non venduto. Ora questa povera creatura, che ti

ama ancora, ha qualcuno che s'interessa a lei, e che l'ama, l'ama al

punto di dimenticare che la è stata gualcita....

— Sarebbe dunque ben felice, quel giovane, ottenendo Ida?

— Il passo ch'egli fa, lo dice ad esuberanza.

— Non la sposerebbe senza questi scritti che mi domandi?

— L'uno serve a decidere Ida; l'altro a redimerla, e rendere la sua

disgrazia dignitosa.

— Ed egli si riputerebbe ben infelice, codesto Giuda, se dovesse

rinunziare a lei?

— Lo credo. Io m'intendo poco d'amore, ma e' mi pare colpito da demenza.

— Ebbene, io rifiuto reciso di cooperare a codeste nozze.

— Ma rifletti, Pilato, che qui non si tratta di Giuda, ma d'Ida,

continuò Moab con grande calma nella voce mentre che i colori si

alternavano sul suo sembiante. Dimentica Giuda, e le ragioni che puoi

avere contro di lui, se tuttavia ne hai alcuna. Ma potrai tu riposar

tranquillo le tue notti, quando avrai gettato questa povera figlia sul

lastrico, forse in mezzo a quelle disgraziate che portano la testa

coperta ed il corpo nudo, agli angoli delle strade? Se io avessi un

ricovero, io non sarei qui, non ti parlerei supplicante come fo. Ma il

mio covo, il mio, gli è quello da cui scaccio nel deserto la tigre ed il

leopardo. Posso io condurre quella povera creatura in quell'inferno? Non

ho un pezzo di pane, vivo di radici, di locuste, di qualche lappata di

mele che disputo alle vespe. Posso nutrire quell'essere delicato di

queste immondizie? Non so lavorare. Il mio mestiere è di pregare, di far

del bene, di fulminare il vizio, d'amare il mio paese, di detestare e

combattere lo straniero. Varrebbe meglio forse coltivare la terra. Nol

so. Ma è troppo tardi per tornare a ciò. E poi non è di questo che ora

si tratta. Pensaci! cosa diverrà Ida una volta partita da Berachah?

Pilato non ascoltava più Moab, forse non lo vedeva più. Passeggiava a

passi concitati, e parlava a se stesso.

— Ecco gli amori eterni! L'eternità d'una donna, della più innamorata,

non è dunque che quindici giorni? Come! il suo viso è ancora rosso

dell'alito mio! i miei baci aleggiano ancora sulle sue labbra, le sue

pupille riflettono ancora il mio viso, e già, già! ella apre le sue

braccia ad un altro uomo! Puh! Ebbene, no; io non coopererò a questa

infamia. La prostituzione di questa ragazza principierebbe nel giorno

delle sue nozze.

— Pilato, non dir ciò. Gli è male ciò che tu pensi, e ciò che vuoi fare.

Tu non hai mai amato Ida; donde ti viene codesta gelosia?

— Non è gelosia, è nausea. Io vendico la morale.

— Marito di Claudia, ti proibisco di pronunziare codesta parola,

parlando d'Ida.

— Che! tu....

— Sei stato un infame, non esser vile.

— Va fuori.... fuori da qui, miserabile furfante

— Sì, uscirò, rispose Moab, ma quando l'avrò vendicata codesta morale,

l'onore, il mio paese, ed Ida....

E così dicendo Moab cavò un pugnale e si scagliò su Pilato.

Pilato gettò un grido: cinque o sei soldati si precipitarono nella

stanza.

Memorie di Giuda, vol. II · 第 9 / 51 题