Il Rabbì di Nazareth lasciò la Galilea la notte stessa che avemmo il
colloquio in casa di Maria.
In meno di dodici ore, egli aveva traversato la crisi fatale della sua
vita. L'attitudine del popolo nella sinagoga, l'aveva scosso la mattina;
la prospettiva dell'immenso orizzonte che io aveva spiegato innanzi ai
suoi occhi la sera, lo aveva deciso. La sua anima era tocca. In mezzo ad
un amaro disinganno, una folgoreggiante visione l'aveva consolato ed
esaltato. Ma egli aveva paura della tempesta che aveva scatenata, forse
con più precipitazione e più prematura ch'egli stesso non l'avesse
desiderato.
Ormai, egli non poteva restare più sotto il bel cielo del suo paese, ove
aveva tessuto tanti idillii nella prima fase della sua missione. Dopo
aver gettato la sua terribile parola, che lo tratteggiava a figlio di
Dio, egli non poteva più abbandonarsi ai dolci amori dell'infanzia, dei
fiori, della donna, dei profumi, alla sua morale gaia, alla sua sottile
ironia contro le bizzarre pratiche dei Farisei. Gli era mestieri ora
regnare nelle regioni della folgore. Ma nessuno lo comprendeva più. I
suoi discepoli stessi lo trovavano strano, lo credevano tal fiata
demente, si raffreddavano, o si allontanavano. Egli sentiva che doveva
arrischiare un colpo decisivo; ed io gli offriva una gran parte, in un
grande teatro. Nulla ostante, non credendo alle mie parole, volle
assicurarsi dello stato degli spiriti, e per sua propria prova.
Il Rabbì era un cattivo Ebreo. Egli accettava le nostre leggi, le nostre
tradizioni, i nostri patriarchi, i nostri profeti e le nostre dottrine,
ma tutto sotto benefizio di stretto inventario; e ben poco ne lasciava
in piedi dopo il suo esame.
Un abisso separava l'anima sua dall'anima nazionale.
L'Ebreo è materiale, formalista, rozzo, puntiglioso, orgoglioso,
crudele, superstizioso, di passioni affatto vive e palpabili. Il Rabbì
era dolce, semplice, tollerante, popolare; elevava lo spirito e l'ideale
su tutto, e lasciava alla materia una grande libertà di sviluppo. Egli
aveva sfiorato le dottrine di Sakya-Mouni, di Gesù figlio di Sirach, di
Gamaliel, d'Hillel, d'Antigone da Soco, pigliando da loro i principii di
eguaglianza sociale, di carità, di semplicità nel culto e nell'idea di
Dio, di fratellanza umana. Ma egli faceva buon mercato del resto dei
principii, presi sia nei libri di Mosè e dei profeti, sia nelle masores
o tradizioni che formavano il corpo della legge orale. Respingeva,
motteggiandola, la massa delle dottrine dei Farisei, come altresì quella
dei Sadducei e degli Esseniani. Si alzava solo contro tutti: era egli
perciò più alto di tutti? Al regno del popolo ebreo, opponeva quello di
Dio. All'aspettazione di un messia più grande di Erode e di Giuda di
Gamala, egli offriva un messia paradossale, addobbato ad iperboli
incomprensibili, traboccante di promesse che se non erano delle
assurdità, lambivano la mentecattaggine. Salomone, Giona, non
arrivavano, diceva egli, all'altezza del suo malleolo[1]. Nonostante, la
sua opera si riassumeva in un tessuto di frasi oscure, ed alcune
guarigioni di ammalati, quali i ciarlatani della piazza pubblica
compievano essi pure, e che i maghi egiziani sorpassavano. Non lo si
comprendeva, egli diceva, irritandosi sempre maggiormente. Gli era forse
vero, ma sta sempre, che avendo urtato profondamente le credenze degli
abitanti dei villaggi del lago, sgomentati i Farisei, gettato la
diffidenza nella Casa Dorata, egli non poteva più restare nella Galilea.
Lo avrebbero perseguitato, e preso in qualche agguato.
[1] S. MATTEO, Cap. XII. S. LUCA, Cap. XI.
Spronato dunque dalla paura, consigliato dalla prudenza di verificare le
mie parole, egli partì la notte stessa, seguito da soli due discepoli,
l'ambizioso e turbolento Simone, e l'indolente Giovanni, altrettanto
ambizioso, ma più poltrone del vecchio marinajo. Questi altresì si
aspettavano dal maestro, nel suo regno, dei posti di generali,
d'intendenti, di grandi sacerdoti, un'alta posizione in fine, con un
ricco seguito di donne, di schiavi, di provincie da governare, di
palazzi, di giardini, la porpora, le stanze dorate, e spingevano quindi
il Rabbì ai colpi decisivi[2].
[2] La madre di Giovanni ed i fratelli di Gesù erano i più ingordi
al bottino, secondo i Vangeli.
Traversarono la regione delle colline della Galilea, e penetrarono nella
pianura di Tiro. Percorsero a piedi il paese, dal piano di Sidon fino
alle montagne di Gilead, fermandosi poco, fiutando l'opinione pubblica,
non predicando nè insegnando; perchè credevano esser seguiti dalle spie
dei Farisei.
La cosa che pungeva di più i Farisei, gli era il voltafaccia di Gesù a
proposito dei pagani. Egli, che fino allora aveva rispettata la legge
della separazione dallo straniero, come impuro, conversava ora con una
Samaritana al pozzo di Giacobbe; dormiva sotto il tetto dell'uomo di
Sychar; entrava nelle città greche, romane, o fenicie; si mischiava ai
credenti di Baal e di Astaroth. Il popolo ebreo non era più per lui il
popolo eletto, per il diletto del quale Dio aveva creato questa terra
rivestita di fiori e di frutti, questo cielo inondato di astri. Egli
credeva all'uomo, questo messia del popolo di Dio.
Il viaggio si faceva in fretta; poichè dal primo suo passo sopra questo
suolo, ove l'attività umana si sviluppava con energia, Gesù comprese la
situazione degli animi. Questi popoli che correvano il mondo, che
trafficavano il mare, che esportavano ed importavano le ricchezze dei
differenti climi, che godevano di queste ricchezze nelle orgie che si
prolungavano fra due soli, che s'inebbriavano di donne, di vino, di
arti, di ornamenti, che abitavano dei palazzi soppannati di seta e
risplendenti di marmo e d'oro, questi popoli che divoravano le voluttà
della vita, e la vita stessa senza risparmio, non potevano odiare i
Romani che loro lasciavano una completa libertà di sviluppo, che
l'incoraggiavano e li favorivano. Essi non potevano in nessuna maniera
preferire una dominazione giudea, meschina, dura, barbara, limitata
nello spirito e nell'attività individuale, che scorgeva in ogni uomo non
circonciso un impuro da evitare o da lapidare.
Gesù in questo paese sentiva mancare il suo senso dell'ideale. L'aria
voluttuosa che respirava nelle città gli dava la vertigine. Si trovava
piccolo, disorientato. Egli che veniva a predicare la supremazia di Dio
sull'uomo, l'eclissi dell'uomo dinanzi lo spirito, trovava che qui
l'uomo era Dio, e creava come lui. I suoi due discepoli, che non
comprendevano nulla alla rivelazione ed alla rivoluzione che si compieva
nello spirito del Rabbì, che non avevano come esso una forte energia
morale per sostenerli, soccombevano sotto la fatica della corsa
vertiginosa che trascinava Gesù.
Il Rabbì vedeva il mondo chiudersi sopra di lui per soffocarlo. La
Galilea gl'involava il mondo ideale: qui, il mondo materiale l'assorbiva
nella sua esuberanza.
Non potendo fissarsi in questa pianura di Tiro e di Sidon, in queste due
città scintillanti di palazzi, ove il popolo lavorava per godere, non
potendo, egli credeva, ritornare senza pericolo nella Galilea, Gesù ed i
due discepoli vennero a cercar un ricovero nella Decapolis, gruppo di
città greche alleate che accampa alla punta meridionale del lago di
Gennesareth e sulle due rive del basso Giordano. In mezzo ai Greci ed
agli stranieri d'ogni paese che popolavano Hippo, Gadara, Pella,
Scitopoli, il Rabbì di Nazareth si credette sicuro.
Ma là pure, la sua anima non aveva eco, nè trovava quell'odio contro la
dominazione straniera, di cui io gli aveva parlato, e quel desiderio
della dominazione ebrea, che io attribuiva a quei paesi.
Qui, egualmente, il lusso, l'arte, il movimento per abbellire la vita di
piaceri e di agiatezze, la scienza, la poesia, l'esistenza facile, le
relazioni festevoli, si sviluppavano vivamente. Gli Dei erano umani ed
alla buona, e non dei tiranni brontoloni ed arcigni come il Dio degli
Ebrei. Omero, Platone, Tucidide, Erodoto, Anacreonte, non facevano punto
desiderare il Pentateuco, i libri di Salomone e dei Profeti, di Giobbe e
di Daniele. Qui, quell'ideale del popolo ebreo sembrava un cupo e mal
costrutto fantasma che era antipatico, ed offendeva lo sguardo. L'ideale
stesso di Gesù, così semplice, etereo, si annientava in quell'aria
febbrile, pregna di emanazioni umane, dell'eretismo dei sensi. Il Padre
ch'egli predicava nel paese giudeo, era qui una creazione fantastica cui
Platone aveva già abbozzata nella regione dei sogni. I miracoli
trovavansi classificati negli aforismi d'Ippocrate. Quegli allegri
bellimbusti dell'Olimpo ne avevano fatto di più belle.
Gesù non potè mantenersi neppure in quell'angolo d'un suolo, d'onde
scopriva nondimeno le cime del Carmelo ai cui piedi sorgeva Nazareth sua
patria, le roccie bruciate sulle vette delle quali poggiava Cafarnaum
ove dimorava sua madre, le spiaggie fiorite ove Magdala lavava i suoi
piedi, e cui Maria percorreva gli occhi assetati di rivedere il suo
Rabbì.
Gli è in quel sito che lo incontrò il messaggiero che io gli inviai da
Gerico dopo la lettera di Claudia, onde affrettare il suo viaggio a
Gerusalemme.
Se Gesù aveva per un momento azzannato all'avvenire splendido che io gli
aveva fatto intrasognare, e' si guariva ogni dì più delle sue speranze.
Sulle rive del Giordano, come nei piani e sulle spiaggie di Tiro e di
Sidon, egli comprendeva le terribili difficoltà della missione che io
gli proponeva, la ripugnanza che destava un messia politico. Magdala,
d'altronde, lo attraeva. Egli era come il Tantalo di quella casetta
linda e graziosa ove Maria lo circondava di cure, di carezze, di fede.
La tentazione lo vinse, prese il battello, e vi andò.
La voce del suo arrivo si sparse immediatamente. La gioja frenetica e
comunicativa di Maria lo tradiva. Poco alla volta, in quarant'ott'ore, i
cinque villaggi della costa orientale di Gennesarth furono commossi.
Coloro che credevano nel Rabbì ne aspettavano infine una manifestazione
che loro desse confidenza, e li ponesse in grado di respingere il
ridicolo di cui i loro nemici li coprivano. Questi nemici poi si misero
in posizione di tendergli nuovi agguati, per farlo esagerare nella sua
predicazione, e perderlo. Perocchè dessi non l'avevano nè dimenticato,
nè perduto mai di vista, nelle sue peregrinazioni.
La lotta principiava a divenire implacabile e il terreno si
circonscriveva sotto i piedi del Rabbì. Egli avrebbe voluto restare
nascosto per alcun tempo in quel ritiro, onde meditare, onde meglio
determinare la sua situazione, e poi decidersi sotto la pressione degli
avvenimenti. Non lo potè. E' non andò alla sinagoga; il popolo venne da
lui. La sua posizione era critica: eclissarsi e mostrarsi, egualmente
pericoloso. Del resto non gliene fu lasciata la scelta.
Gesù era sceso sulla spiaggia verso l'ora ottava per recarsi a
Cafarnaum, dalla moglie di Zebedeo che era ammalata. Alcuni Farisei ed
alcuni Erodiani che si trovarono là, lo circondarono, e il cerchio in
breve cominciò a farsi fitto. Gli agenti provocatori non mostrarono
nessuna disposizione ostile. Festeggiarono dapprima il ritorno del
Rabbì, perchè era corsa voce che avesse abbandonato il paese; poi
cominciarono ad interrogarlo, come gente che ha voglia d'illuminarsi.
Gesù comprese.
— Tu ci hai detto che sei il Messia, gli dissero, e noi siamo fortunati
di crederti. Ma mostraci almeno con un segno, che tu sei quell'inviato
di Dio che noi attendiamo.
Gesù sospirò profondamente. Capì la perfidia di questa domanda. Che cosa
doveva egli rispondere? che era il Messia, provandolo con delle cose
sorprendenti, e chiamando il popolo all'insurrezione? A pochi passi di
distanza, i soldati di Antipas lo spiavano. Rifiuterebbe di dare il
segno che gli si chiedeva? l'avrebbero beffato, bandito come un
impostore, posto alla berlina: ben felice se si fossero limitati ad
annegarlo nel lago. Gesù, le cui principali qualità erano la presenza di
spirito ed il sangue freddo, rispose:
— Quando la sera voi scorgete il cielo tutto rosso, voi pensate: domani
farà bello. Quando lo vedete rosso il mattino, voi sclamate: oggi farà
cattivo tempo. Ebbene, ipocriti, se voi potete indovinare i segni della
faccia del cielo, perchè non indovinate voi altresì i segni dei tempi?
Una generazione miserabile ed adultera domanda segni del cielo? Io non
ne ho alcuno a darle, eccetto quello del profeta Giona.
— Insultare non è rispondere, o Rabbì, gli gridarono da tutte le parti.
Se noi ti domandiamo il marchio del tuo apostolato di Messia, gli è
perchè tu ti presenti come tale, e la trinci da figlio di Dio. Se tu non
ti mostri così, sei un empio, e noi ti tratteremo come si trattano i
bestemmiatori.
I discepoli del Rabbì, che si trovarono presenti, intervennero. Gesù,
protetto da essi, indietreggiò di due passi e si gettò nella barca di
Simone che si dondolava sulla spiaggia. I suoi discepoli lo seguirono, e
fecero forza di remi. Era tempo: cominciavano già a lapidarli.
Questa scena imprevista sconcertò il piano dell'escursione di Gesù.
Invece di vogare verso Cafarnaum, a pochi minuti di distanza ove senza
dubbio si sarebbe rinnovata l'istessa scena, Gesù fece mettere la proda
verso la costa greca ove poteva trovare ricovero.
Sembrava scoraggiato, profondamente abbattuto. Egli vedeva che bisognava
rinunziare per sempre a questa contrada che gli parlava della sua
gioventù, della prima epoca della sua missione, profumata dalla memoria
della grande fede che vi aveva trovato, di tante belle opere fatte, di
tante belle parole dette. Un destino lo spingeva, e lo metteva
nell'impossibilità di resistere, di ricalcitrare.
Quando egli disse a Simone di dirigersi verso Bethsaida-Julia, questi
gli fece osservare che l'ora era avanzata, che la notte s'appressava e
che avendo lasciato precipitosamente Magdala, non avevano preso con loro
il pane.
— Che importa il pane? replicò Gesù.
— Bravo, osservò Giovanni indispettito, saremo obbligati d'impastare e
di mangiare il pane senza lievito.
Gesù l'intese e gli rispose seccamente:
— Come! ne siete ancora alla preoccupazione dei Farisei e dei Sadducei,
il lievito nel pane?
— Sta quieto, rispose Simone piano, toccando del gomito Giovanni; non
vedi che è in collera perchè non abbiamo preso il pane?
— Uomini di poca fede! interruppe il Rabbì, seduto alla poppa. Che
andate brontolando fra voi per non aver comperato il pane? Quante volte
ne avete mancato? Quando io vi parlava del lievito del pane dei Farisei,
è delle loro dottrine che io intendeva parlarvi.
Il Rabbì non si fermò a lungo a Bethsaida-Julia, alla sorgente del
Giordano. Quivi ancora, egli era troppo vicino; gli echi di Cafarnaum ve
lo inseguivano. Egli si sentiva eccitato da una forza invincibile che lo
spingeva avanti, a passare, come Cesare, il suo Rubicone. Si arrampicò
sulla collina e venne a Paneas, divenuta da poco Caesarea-Philippi.
Dominato dalla sua preoccupazione, credendosi assalito pure in questo
ritiro negli stati del Tetrarca della Golonotide — Filippo, un'altro
figlio di Erode — egli pensava nascondervisi per qualche tempo. Avrebbe
voluto sottrarsi alla fatalità che lo impelleva verso Gerusalemme ove io
lo attiravo. Chiese dunque ai suoi discepoli:
— Gli uomini di qui, dicono essi pure che io sono il figlio dell'uomo?
— Gli uni dicono, rispose Giovanni, che tu sei Johanan il Battista; gli
altri che sei Geremia; alcuni che sei Elija o un altro dei profeti.
— E voi, chi credete voi che io mi sia?
— Che tu sei il Cristo, figlio del Dio vivente, rispose Simone
bruscamente.
Gesù che si compiaceva molto di questo titolo il quale rispondeva
meglio, pel suo vago, alle sue aspirazioni ancora indecise e assai
complesse, lodò Simone della sua adulazione, e l'incoraggiò con
promesse. Credendosi pertanto traccheggiato anche a Caesarea-Philippi
dai suoi nemici, congedò una parte dei suoi discepoli, e con due o tre
di essi soltanto, s'avanzò nelle vallate del monte Hermon onde
raccogliersi per alcuni giorni. Raccogliersi solo; poichè ormai aveva
presa una risoluzione.
Il Rabbì di Nazareth rinunziava definitivamente alla parte di messia
politico, che aveva per qualche tempo accarezzata, dopo il quadro che io
gli aveva tracciato della situazione degli spiriti nell'antico regno
d'Erode. Io non avevo nulla esagerato nondimeno, come gli avvenimenti
più tardi lo provarono. Ma Gesù, avendo nelle sue peregrinazioni toccato
soltanto i paesi fenici, greci e romani, aveva creduto che il popolo
ebreo dividesse con loro il sentimento di tolleranza del giogo romano.
Avendo abdicato il titolo di figlio di David, cui alcuni mesi prima
aveva vagheggiato, egli si era deciso per la parte di figlio di Dio che
viene ad annunziare il regno di suo padre. Questo bisticcio, che non
significava nulla, poteva prendere tutte le forme che le circostanze
avrebbero indicate.
Il tipo di Rettore universale concepito da Gesù era quello di un gran
sacerdote-re, il quale nel nome di Dio governasse e conducesse in via
assoluta corpi ed anime — la monarchia teocratica la quale non conosce
altro padrone che Dio con cui s'identifica, nè altro limite che le
proprie aspirazioni — (il papato come è inteso oggidì al Vaticano).
Questo tipo non era realizzabile nei paesi misti, sotto la dominazione
degli eredi d'Erode. La mescolanza di razze, di popoli, di credenze che
s'incrociavano nelle provincie sotto la dominazione indiretta dei
Romani, si opponeva a questa feroce autocrazia, quand'anche quei
suscettibili figli di Erode fossero stati così dabbene da lasciarle
gettare le sue basi nella loro casa. Occorreva dunque emigrare, e tosto;
perchè i pericoli crescevano, si accumulavano dinanzi il Rabbì. Dove
andare?
Io gli aprivo le porte di Gerusalemme, preparandogli una calda
accoglienza. Io aveva bene specificato a quali condizioni. Gesù voleva
sottrarvisi, e trar partito del favore che io gli preparava.
I primi colpi della contraddizione l'avevano cangiato. Era divenuto
irascibile, assoluto, collerico, esigente più che mai, non tollerante
alcun ritardo, alcun consiglio, alcuna controversia, alcuna resistenza:
non discussioni, non dubbii. Era divenuto spaventevolmente assorbente.
Egli comprendeva tutto ciò che la sua posizione aveva di terribile. Non
vedeva nessuna maniera di sfuggirvi senza scadere, rientrare nell'ombra,
annichilirsi, e morire di crepacuore nel ridicolo. Comprendeva che in
situazioni simili l'ardire solo può esser salvezza. Cesare s'era salvato
così. Pompeo ed Antonio avevano soccombuto per aver mancato di codesta
prontezza necessaria a parare i colpi del destino. Egli non aveva più
nulla a sperare dal tempo che facendogli violenza. L'occasione che io
gli offriva non si presenta due volte nella vita dell'uomo che provoca
la sorte. Occorreva agire, ora, e nient'altro che agire, sorprendere,
forzare quelle decisioni dietro le quali si rizza o l'altare o il
patibolo. I suoi nemici l'avevano compreso. Essi l'avevano segnato,
avevano posto gli artigli sopra di lui, e parevano decisi a non più
lasciarlo, che soccombendo essi stessi, o annientandolo.
Gli antichi partiti non potevano più vivere insieme con lui. Egli li
aveva provocati; essi avrebbero creduto abdicare se non avessero
accettata la sfida, e schiacciato l'audace che li aveva sberteggiati.
Gesù veniva a disfare cinquemila anni di giudaismo. Si poteva
incrociarsi le braccia e lasciarlo fare? Il tuono da lui assunto non
poteva del resto durare più oltre. La dottrina, tale quale egli
l'esponeva, si oscurava e diminuiva spiegandola maggiormente: al che lo
si spingeva ogni giorno. Il figlio di Dio stava in equilibrio sopra un
filo, fra il sublime ed il ridicolo, fra il messia ed il ciarlatano. Un
soffio, e l'idolo ascendeva ai cieli, o si affondava nel fango. Già i
suoi discepoli lo credevano un pazzo, ed i suoi nemici un demoniaco[3].
Ed egli si vedeva obbligato ad accelerare la progressione
nell'entusiasmo, onde non precipitare dalle cime ove erasi innalzato.
[3] S. MARCO, cap. III. S. GIOVANNI, cap. VII, VIII, X.
Gesù aveva detto la sua prima parola: amore! Ora gridava freneticamente:
Io sono la spada, il disordine, il fuoco! Rinnegava la patria, la
famiglia, l'amicizia, la personalità: il sangue, il suo stesso sangue
l'inebbriava. Dichiarava guerra alla società, alla natura. Un uomo gli
disse: Io ti seguo, o Signore, ma lascia che prima io seppellisca mio
padre. «Lascia» gli rispose il Rabbì «lascia i morti seppellire i morti:
cammina». Ancora un passo, e questa fede, questa sicurezza, questa
confidenza in sè stesso, questo idealismo, questa visione, questa
fissità generavano la follia. Egli stesso me lo disse più tardi,
tratteggiandomi lo stato del suo spirito nella capanna della valle del
monte Hermon. Egli fe' violenza a queste riflessioni, tagliò corto
all'aspettare, ai nuovi progetti, sviluppo consecutivo della sua
dottrina e dei suoi piani, ed annunziò ai suoi discepoli che partiva per
Gerusalemme ove andrebbe ad attenderli pel paschah.
— Aspetta ancora, o Signore, gli suggerì Simone, non andare ad esporti
così presto.
— Indietro, Satana! gridò Gesù incollerito. Tu mi disgusti; perocchè tu
non assapori le cose di Dio, e ti inebbrii di quelle degli uomini.
Gesù partì effettivamente dalla Galilea un mese prima della carovana.
Andò a vedere sua madre a Cafarnaum — aveva rotto coi suoi fratelli che
lo spingevano a perdersi con dei colpi messianici avventurosi. Andò a
vedere Maria a Magdala, e le ordinò di unirsi alla carovana, e di
recarsi a Gerusalemme per la valle del Giordano. Egli prese in seguito,
solo ed a piedi, la via di Samaria, traversando Shichem, Shiloh e
Bethel, le tre città sacre che precedono Sion.
La sera del 13 Adar, giorno del digiuno di Esther, vigilia della festa
grottesca del Purim, le _saturnalia_ degli Ebrei (carnevale odierno), il
Rabbì di Nazareth, entrò a Gerusalemme pel sobborgo e la porta di
Beniamino, vedendo alla sua sinistra Bezetha colle sue case, le sue
sinagoghe, ed il nuovo palazzo di Antipas, alla diritta il Gareb coi
suoi giardini, le sue ville, la sua piazza per i supplizj, le sue grotte
e le sue tombe. Traversando la grande strada nella valle dei formaggiaj,
e voltando a sinistra a mezza via nella strada che conduce alla porta
delle Greggie, egli passò il letto disseccato del Cedron. Poi costeggiò
la china occidentale del monte degli olivi, ed a traverso una
piantagione di fichi e d'olivi arrivò a Bethany, villaggio a due miglia
di Gerusalemme, nella casa del suo amico Lazzaro.
Questa casa era bassa e nuda; aveva un tetto aperto, un solaio a calce e
sabbia, una piccola corte, e dominava la valle del Cedron, il mare
d'Asfalto, le montagne di Moab, e quel sentiero di pietre liscie e
sdrucciolanti sulle quali nè cavallo nè cammello possono tener piede, e
che da Gerusalemme conduce a Gerico. Fu lì, seduto fra le due sorelle di
Lazzaro, Marta e Maria, che rinvenni finalmente il Rabbì di Nazareth,
dopo esservi andato dieci volte per trovarlo.
Era tempo, imperciocchè ecco che cosa era accaduto.