XIX.

Il Rabbì di Nazareth lasciò la Galilea la notte stessa che avemmo il

colloquio in casa di Maria.

In meno di dodici ore, egli aveva traversato la crisi fatale della sua

vita. L'attitudine del popolo nella sinagoga, l'aveva scosso la mattina;

la prospettiva dell'immenso orizzonte che io aveva spiegato innanzi ai

suoi occhi la sera, lo aveva deciso. La sua anima era tocca. In mezzo ad

un amaro disinganno, una folgoreggiante visione l'aveva consolato ed

esaltato. Ma egli aveva paura della tempesta che aveva scatenata, forse

con più precipitazione e più prematura ch'egli stesso non l'avesse

desiderato.

Ormai, egli non poteva restare più sotto il bel cielo del suo paese, ove

aveva tessuto tanti idillii nella prima fase della sua missione. Dopo

aver gettato la sua terribile parola, che lo tratteggiava a figlio di

Dio, egli non poteva più abbandonarsi ai dolci amori dell'infanzia, dei

fiori, della donna, dei profumi, alla sua morale gaia, alla sua sottile

ironia contro le bizzarre pratiche dei Farisei. Gli era mestieri ora

regnare nelle regioni della folgore. Ma nessuno lo comprendeva più. I

suoi discepoli stessi lo trovavano strano, lo credevano tal fiata

demente, si raffreddavano, o si allontanavano. Egli sentiva che doveva

arrischiare un colpo decisivo; ed io gli offriva una gran parte, in un

grande teatro. Nulla ostante, non credendo alle mie parole, volle

assicurarsi dello stato degli spiriti, e per sua propria prova.

Il Rabbì era un cattivo Ebreo. Egli accettava le nostre leggi, le nostre

tradizioni, i nostri patriarchi, i nostri profeti e le nostre dottrine,

ma tutto sotto benefizio di stretto inventario; e ben poco ne lasciava

in piedi dopo il suo esame.

Un abisso separava l'anima sua dall'anima nazionale.

L'Ebreo è materiale, formalista, rozzo, puntiglioso, orgoglioso,

crudele, superstizioso, di passioni affatto vive e palpabili. Il Rabbì

era dolce, semplice, tollerante, popolare; elevava lo spirito e l'ideale

su tutto, e lasciava alla materia una grande libertà di sviluppo. Egli

aveva sfiorato le dottrine di Sakya-Mouni, di Gesù figlio di Sirach, di

Gamaliel, d'Hillel, d'Antigone da Soco, pigliando da loro i principii di

eguaglianza sociale, di carità, di semplicità nel culto e nell'idea di

Dio, di fratellanza umana. Ma egli faceva buon mercato del resto dei

principii, presi sia nei libri di Mosè e dei profeti, sia nelle masores

o tradizioni che formavano il corpo della legge orale. Respingeva,

motteggiandola, la massa delle dottrine dei Farisei, come altresì quella

dei Sadducei e degli Esseniani. Si alzava solo contro tutti: era egli

perciò più alto di tutti? Al regno del popolo ebreo, opponeva quello di

Dio. All'aspettazione di un messia più grande di Erode e di Giuda di

Gamala, egli offriva un messia paradossale, addobbato ad iperboli

incomprensibili, traboccante di promesse che se non erano delle

assurdità, lambivano la mentecattaggine. Salomone, Giona, non

arrivavano, diceva egli, all'altezza del suo malleolo[1]. Nonostante, la

sua opera si riassumeva in un tessuto di frasi oscure, ed alcune

guarigioni di ammalati, quali i ciarlatani della piazza pubblica

compievano essi pure, e che i maghi egiziani sorpassavano. Non lo si

comprendeva, egli diceva, irritandosi sempre maggiormente. Gli era forse

vero, ma sta sempre, che avendo urtato profondamente le credenze degli

abitanti dei villaggi del lago, sgomentati i Farisei, gettato la

diffidenza nella Casa Dorata, egli non poteva più restare nella Galilea.

Lo avrebbero perseguitato, e preso in qualche agguato.

[1] S. MATTEO, Cap. XII. S. LUCA, Cap. XI.

Spronato dunque dalla paura, consigliato dalla prudenza di verificare le

mie parole, egli partì la notte stessa, seguito da soli due discepoli,

l'ambizioso e turbolento Simone, e l'indolente Giovanni, altrettanto

ambizioso, ma più poltrone del vecchio marinajo. Questi altresì si

aspettavano dal maestro, nel suo regno, dei posti di generali,

d'intendenti, di grandi sacerdoti, un'alta posizione in fine, con un

ricco seguito di donne, di schiavi, di provincie da governare, di

palazzi, di giardini, la porpora, le stanze dorate, e spingevano quindi

il Rabbì ai colpi decisivi[2].

[2] La madre di Giovanni ed i fratelli di Gesù erano i più ingordi

al bottino, secondo i Vangeli.

Traversarono la regione delle colline della Galilea, e penetrarono nella

pianura di Tiro. Percorsero a piedi il paese, dal piano di Sidon fino

alle montagne di Gilead, fermandosi poco, fiutando l'opinione pubblica,

non predicando nè insegnando; perchè credevano esser seguiti dalle spie

dei Farisei.

La cosa che pungeva di più i Farisei, gli era il voltafaccia di Gesù a

proposito dei pagani. Egli, che fino allora aveva rispettata la legge

della separazione dallo straniero, come impuro, conversava ora con una

Samaritana al pozzo di Giacobbe; dormiva sotto il tetto dell'uomo di

Sychar; entrava nelle città greche, romane, o fenicie; si mischiava ai

credenti di Baal e di Astaroth. Il popolo ebreo non era più per lui il

popolo eletto, per il diletto del quale Dio aveva creato questa terra

rivestita di fiori e di frutti, questo cielo inondato di astri. Egli

credeva all'uomo, questo messia del popolo di Dio.

Il viaggio si faceva in fretta; poichè dal primo suo passo sopra questo

suolo, ove l'attività umana si sviluppava con energia, Gesù comprese la

situazione degli animi. Questi popoli che correvano il mondo, che

trafficavano il mare, che esportavano ed importavano le ricchezze dei

differenti climi, che godevano di queste ricchezze nelle orgie che si

prolungavano fra due soli, che s'inebbriavano di donne, di vino, di

arti, di ornamenti, che abitavano dei palazzi soppannati di seta e

risplendenti di marmo e d'oro, questi popoli che divoravano le voluttà

della vita, e la vita stessa senza risparmio, non potevano odiare i

Romani che loro lasciavano una completa libertà di sviluppo, che

l'incoraggiavano e li favorivano. Essi non potevano in nessuna maniera

preferire una dominazione giudea, meschina, dura, barbara, limitata

nello spirito e nell'attività individuale, che scorgeva in ogni uomo non

circonciso un impuro da evitare o da lapidare.

Gesù in questo paese sentiva mancare il suo senso dell'ideale. L'aria

voluttuosa che respirava nelle città gli dava la vertigine. Si trovava

piccolo, disorientato. Egli che veniva a predicare la supremazia di Dio

sull'uomo, l'eclissi dell'uomo dinanzi lo spirito, trovava che qui

l'uomo era Dio, e creava come lui. I suoi due discepoli, che non

comprendevano nulla alla rivelazione ed alla rivoluzione che si compieva

nello spirito del Rabbì, che non avevano come esso una forte energia

morale per sostenerli, soccombevano sotto la fatica della corsa

vertiginosa che trascinava Gesù.

Il Rabbì vedeva il mondo chiudersi sopra di lui per soffocarlo. La

Galilea gl'involava il mondo ideale: qui, il mondo materiale l'assorbiva

nella sua esuberanza.

Non potendo fissarsi in questa pianura di Tiro e di Sidon, in queste due

città scintillanti di palazzi, ove il popolo lavorava per godere, non

potendo, egli credeva, ritornare senza pericolo nella Galilea, Gesù ed i

due discepoli vennero a cercar un ricovero nella Decapolis, gruppo di

città greche alleate che accampa alla punta meridionale del lago di

Gennesareth e sulle due rive del basso Giordano. In mezzo ai Greci ed

agli stranieri d'ogni paese che popolavano Hippo, Gadara, Pella,

Scitopoli, il Rabbì di Nazareth si credette sicuro.

Ma là pure, la sua anima non aveva eco, nè trovava quell'odio contro la

dominazione straniera, di cui io gli aveva parlato, e quel desiderio

della dominazione ebrea, che io attribuiva a quei paesi.

Qui, egualmente, il lusso, l'arte, il movimento per abbellire la vita di

piaceri e di agiatezze, la scienza, la poesia, l'esistenza facile, le

relazioni festevoli, si sviluppavano vivamente. Gli Dei erano umani ed

alla buona, e non dei tiranni brontoloni ed arcigni come il Dio degli

Ebrei. Omero, Platone, Tucidide, Erodoto, Anacreonte, non facevano punto

desiderare il Pentateuco, i libri di Salomone e dei Profeti, di Giobbe e

di Daniele. Qui, quell'ideale del popolo ebreo sembrava un cupo e mal

costrutto fantasma che era antipatico, ed offendeva lo sguardo. L'ideale

stesso di Gesù, così semplice, etereo, si annientava in quell'aria

febbrile, pregna di emanazioni umane, dell'eretismo dei sensi. Il Padre

ch'egli predicava nel paese giudeo, era qui una creazione fantastica cui

Platone aveva già abbozzata nella regione dei sogni. I miracoli

trovavansi classificati negli aforismi d'Ippocrate. Quegli allegri

bellimbusti dell'Olimpo ne avevano fatto di più belle.

Gesù non potè mantenersi neppure in quell'angolo d'un suolo, d'onde

scopriva nondimeno le cime del Carmelo ai cui piedi sorgeva Nazareth sua

patria, le roccie bruciate sulle vette delle quali poggiava Cafarnaum

ove dimorava sua madre, le spiaggie fiorite ove Magdala lavava i suoi

piedi, e cui Maria percorreva gli occhi assetati di rivedere il suo

Rabbì.

Gli è in quel sito che lo incontrò il messaggiero che io gli inviai da

Gerico dopo la lettera di Claudia, onde affrettare il suo viaggio a

Gerusalemme.

Se Gesù aveva per un momento azzannato all'avvenire splendido che io gli

aveva fatto intrasognare, e' si guariva ogni dì più delle sue speranze.

Sulle rive del Giordano, come nei piani e sulle spiaggie di Tiro e di

Sidon, egli comprendeva le terribili difficoltà della missione che io

gli proponeva, la ripugnanza che destava un messia politico. Magdala,

d'altronde, lo attraeva. Egli era come il Tantalo di quella casetta

linda e graziosa ove Maria lo circondava di cure, di carezze, di fede.

La tentazione lo vinse, prese il battello, e vi andò.

La voce del suo arrivo si sparse immediatamente. La gioja frenetica e

comunicativa di Maria lo tradiva. Poco alla volta, in quarant'ott'ore, i

cinque villaggi della costa orientale di Gennesarth furono commossi.

Coloro che credevano nel Rabbì ne aspettavano infine una manifestazione

che loro desse confidenza, e li ponesse in grado di respingere il

ridicolo di cui i loro nemici li coprivano. Questi nemici poi si misero

in posizione di tendergli nuovi agguati, per farlo esagerare nella sua

predicazione, e perderlo. Perocchè dessi non l'avevano nè dimenticato,

nè perduto mai di vista, nelle sue peregrinazioni.

La lotta principiava a divenire implacabile e il terreno si

circonscriveva sotto i piedi del Rabbì. Egli avrebbe voluto restare

nascosto per alcun tempo in quel ritiro, onde meditare, onde meglio

determinare la sua situazione, e poi decidersi sotto la pressione degli

avvenimenti. Non lo potè. E' non andò alla sinagoga; il popolo venne da

lui. La sua posizione era critica: eclissarsi e mostrarsi, egualmente

pericoloso. Del resto non gliene fu lasciata la scelta.

Gesù era sceso sulla spiaggia verso l'ora ottava per recarsi a

Cafarnaum, dalla moglie di Zebedeo che era ammalata. Alcuni Farisei ed

alcuni Erodiani che si trovarono là, lo circondarono, e il cerchio in

breve cominciò a farsi fitto. Gli agenti provocatori non mostrarono

nessuna disposizione ostile. Festeggiarono dapprima il ritorno del

Rabbì, perchè era corsa voce che avesse abbandonato il paese; poi

cominciarono ad interrogarlo, come gente che ha voglia d'illuminarsi.

Gesù comprese.

— Tu ci hai detto che sei il Messia, gli dissero, e noi siamo fortunati

di crederti. Ma mostraci almeno con un segno, che tu sei quell'inviato

di Dio che noi attendiamo.

Gesù sospirò profondamente. Capì la perfidia di questa domanda. Che cosa

doveva egli rispondere? che era il Messia, provandolo con delle cose

sorprendenti, e chiamando il popolo all'insurrezione? A pochi passi di

distanza, i soldati di Antipas lo spiavano. Rifiuterebbe di dare il

segno che gli si chiedeva? l'avrebbero beffato, bandito come un

impostore, posto alla berlina: ben felice se si fossero limitati ad

annegarlo nel lago. Gesù, le cui principali qualità erano la presenza di

spirito ed il sangue freddo, rispose:

— Quando la sera voi scorgete il cielo tutto rosso, voi pensate: domani

farà bello. Quando lo vedete rosso il mattino, voi sclamate: oggi farà

cattivo tempo. Ebbene, ipocriti, se voi potete indovinare i segni della

faccia del cielo, perchè non indovinate voi altresì i segni dei tempi?

Una generazione miserabile ed adultera domanda segni del cielo? Io non

ne ho alcuno a darle, eccetto quello del profeta Giona.

— Insultare non è rispondere, o Rabbì, gli gridarono da tutte le parti.

Se noi ti domandiamo il marchio del tuo apostolato di Messia, gli è

perchè tu ti presenti come tale, e la trinci da figlio di Dio. Se tu non

ti mostri così, sei un empio, e noi ti tratteremo come si trattano i

bestemmiatori.

I discepoli del Rabbì, che si trovarono presenti, intervennero. Gesù,

protetto da essi, indietreggiò di due passi e si gettò nella barca di

Simone che si dondolava sulla spiaggia. I suoi discepoli lo seguirono, e

fecero forza di remi. Era tempo: cominciavano già a lapidarli.

Questa scena imprevista sconcertò il piano dell'escursione di Gesù.

Invece di vogare verso Cafarnaum, a pochi minuti di distanza ove senza

dubbio si sarebbe rinnovata l'istessa scena, Gesù fece mettere la proda

verso la costa greca ove poteva trovare ricovero.

Sembrava scoraggiato, profondamente abbattuto. Egli vedeva che bisognava

rinunziare per sempre a questa contrada che gli parlava della sua

gioventù, della prima epoca della sua missione, profumata dalla memoria

della grande fede che vi aveva trovato, di tante belle opere fatte, di

tante belle parole dette. Un destino lo spingeva, e lo metteva

nell'impossibilità di resistere, di ricalcitrare.

Quando egli disse a Simone di dirigersi verso Bethsaida-Julia, questi

gli fece osservare che l'ora era avanzata, che la notte s'appressava e

che avendo lasciato precipitosamente Magdala, non avevano preso con loro

il pane.

— Che importa il pane? replicò Gesù.

— Bravo, osservò Giovanni indispettito, saremo obbligati d'impastare e

di mangiare il pane senza lievito.

Gesù l'intese e gli rispose seccamente:

— Come! ne siete ancora alla preoccupazione dei Farisei e dei Sadducei,

il lievito nel pane?

— Sta quieto, rispose Simone piano, toccando del gomito Giovanni; non

vedi che è in collera perchè non abbiamo preso il pane?

— Uomini di poca fede! interruppe il Rabbì, seduto alla poppa. Che

andate brontolando fra voi per non aver comperato il pane? Quante volte

ne avete mancato? Quando io vi parlava del lievito del pane dei Farisei,

è delle loro dottrine che io intendeva parlarvi.

Il Rabbì non si fermò a lungo a Bethsaida-Julia, alla sorgente del

Giordano. Quivi ancora, egli era troppo vicino; gli echi di Cafarnaum ve

lo inseguivano. Egli si sentiva eccitato da una forza invincibile che lo

spingeva avanti, a passare, come Cesare, il suo Rubicone. Si arrampicò

sulla collina e venne a Paneas, divenuta da poco Caesarea-Philippi.

Dominato dalla sua preoccupazione, credendosi assalito pure in questo

ritiro negli stati del Tetrarca della Golonotide — Filippo, un'altro

figlio di Erode — egli pensava nascondervisi per qualche tempo. Avrebbe

voluto sottrarsi alla fatalità che lo impelleva verso Gerusalemme ove io

lo attiravo. Chiese dunque ai suoi discepoli:

— Gli uomini di qui, dicono essi pure che io sono il figlio dell'uomo?

— Gli uni dicono, rispose Giovanni, che tu sei Johanan il Battista; gli

altri che sei Geremia; alcuni che sei Elija o un altro dei profeti.

— E voi, chi credete voi che io mi sia?

— Che tu sei il Cristo, figlio del Dio vivente, rispose Simone

bruscamente.

Gesù che si compiaceva molto di questo titolo il quale rispondeva

meglio, pel suo vago, alle sue aspirazioni ancora indecise e assai

complesse, lodò Simone della sua adulazione, e l'incoraggiò con

promesse. Credendosi pertanto traccheggiato anche a Caesarea-Philippi

dai suoi nemici, congedò una parte dei suoi discepoli, e con due o tre

di essi soltanto, s'avanzò nelle vallate del monte Hermon onde

raccogliersi per alcuni giorni. Raccogliersi solo; poichè ormai aveva

presa una risoluzione.

Il Rabbì di Nazareth rinunziava definitivamente alla parte di messia

politico, che aveva per qualche tempo accarezzata, dopo il quadro che io

gli aveva tracciato della situazione degli spiriti nell'antico regno

d'Erode. Io non avevo nulla esagerato nondimeno, come gli avvenimenti

più tardi lo provarono. Ma Gesù, avendo nelle sue peregrinazioni toccato

soltanto i paesi fenici, greci e romani, aveva creduto che il popolo

ebreo dividesse con loro il sentimento di tolleranza del giogo romano.

Avendo abdicato il titolo di figlio di David, cui alcuni mesi prima

aveva vagheggiato, egli si era deciso per la parte di figlio di Dio che

viene ad annunziare il regno di suo padre. Questo bisticcio, che non

significava nulla, poteva prendere tutte le forme che le circostanze

avrebbero indicate.

Il tipo di Rettore universale concepito da Gesù era quello di un gran

sacerdote-re, il quale nel nome di Dio governasse e conducesse in via

assoluta corpi ed anime — la monarchia teocratica la quale non conosce

altro padrone che Dio con cui s'identifica, nè altro limite che le

proprie aspirazioni — (il papato come è inteso oggidì al Vaticano).

Questo tipo non era realizzabile nei paesi misti, sotto la dominazione

degli eredi d'Erode. La mescolanza di razze, di popoli, di credenze che

s'incrociavano nelle provincie sotto la dominazione indiretta dei

Romani, si opponeva a questa feroce autocrazia, quand'anche quei

suscettibili figli di Erode fossero stati così dabbene da lasciarle

gettare le sue basi nella loro casa. Occorreva dunque emigrare, e tosto;

perchè i pericoli crescevano, si accumulavano dinanzi il Rabbì. Dove

andare?

Io gli aprivo le porte di Gerusalemme, preparandogli una calda

accoglienza. Io aveva bene specificato a quali condizioni. Gesù voleva

sottrarvisi, e trar partito del favore che io gli preparava.

I primi colpi della contraddizione l'avevano cangiato. Era divenuto

irascibile, assoluto, collerico, esigente più che mai, non tollerante

alcun ritardo, alcun consiglio, alcuna controversia, alcuna resistenza:

non discussioni, non dubbii. Era divenuto spaventevolmente assorbente.

Egli comprendeva tutto ciò che la sua posizione aveva di terribile. Non

vedeva nessuna maniera di sfuggirvi senza scadere, rientrare nell'ombra,

annichilirsi, e morire di crepacuore nel ridicolo. Comprendeva che in

situazioni simili l'ardire solo può esser salvezza. Cesare s'era salvato

così. Pompeo ed Antonio avevano soccombuto per aver mancato di codesta

prontezza necessaria a parare i colpi del destino. Egli non aveva più

nulla a sperare dal tempo che facendogli violenza. L'occasione che io

gli offriva non si presenta due volte nella vita dell'uomo che provoca

la sorte. Occorreva agire, ora, e nient'altro che agire, sorprendere,

forzare quelle decisioni dietro le quali si rizza o l'altare o il

patibolo. I suoi nemici l'avevano compreso. Essi l'avevano segnato,

avevano posto gli artigli sopra di lui, e parevano decisi a non più

lasciarlo, che soccombendo essi stessi, o annientandolo.

Gli antichi partiti non potevano più vivere insieme con lui. Egli li

aveva provocati; essi avrebbero creduto abdicare se non avessero

accettata la sfida, e schiacciato l'audace che li aveva sberteggiati.

Gesù veniva a disfare cinquemila anni di giudaismo. Si poteva

incrociarsi le braccia e lasciarlo fare? Il tuono da lui assunto non

poteva del resto durare più oltre. La dottrina, tale quale egli

l'esponeva, si oscurava e diminuiva spiegandola maggiormente: al che lo

si spingeva ogni giorno. Il figlio di Dio stava in equilibrio sopra un

filo, fra il sublime ed il ridicolo, fra il messia ed il ciarlatano. Un

soffio, e l'idolo ascendeva ai cieli, o si affondava nel fango. Già i

suoi discepoli lo credevano un pazzo, ed i suoi nemici un demoniaco[3].

Ed egli si vedeva obbligato ad accelerare la progressione

nell'entusiasmo, onde non precipitare dalle cime ove erasi innalzato.

[3] S. MARCO, cap. III. S. GIOVANNI, cap. VII, VIII, X.

Gesù aveva detto la sua prima parola: amore! Ora gridava freneticamente:

Io sono la spada, il disordine, il fuoco! Rinnegava la patria, la

famiglia, l'amicizia, la personalità: il sangue, il suo stesso sangue

l'inebbriava. Dichiarava guerra alla società, alla natura. Un uomo gli

disse: Io ti seguo, o Signore, ma lascia che prima io seppellisca mio

padre. «Lascia» gli rispose il Rabbì «lascia i morti seppellire i morti:

cammina». Ancora un passo, e questa fede, questa sicurezza, questa

confidenza in sè stesso, questo idealismo, questa visione, questa

fissità generavano la follia. Egli stesso me lo disse più tardi,

tratteggiandomi lo stato del suo spirito nella capanna della valle del

monte Hermon. Egli fe' violenza a queste riflessioni, tagliò corto

all'aspettare, ai nuovi progetti, sviluppo consecutivo della sua

dottrina e dei suoi piani, ed annunziò ai suoi discepoli che partiva per

Gerusalemme ove andrebbe ad attenderli pel paschah.

— Aspetta ancora, o Signore, gli suggerì Simone, non andare ad esporti

così presto.

— Indietro, Satana! gridò Gesù incollerito. Tu mi disgusti; perocchè tu

non assapori le cose di Dio, e ti inebbrii di quelle degli uomini.

Gesù partì effettivamente dalla Galilea un mese prima della carovana.

Andò a vedere sua madre a Cafarnaum — aveva rotto coi suoi fratelli che

lo spingevano a perdersi con dei colpi messianici avventurosi. Andò a

vedere Maria a Magdala, e le ordinò di unirsi alla carovana, e di

recarsi a Gerusalemme per la valle del Giordano. Egli prese in seguito,

solo ed a piedi, la via di Samaria, traversando Shichem, Shiloh e

Bethel, le tre città sacre che precedono Sion.

La sera del 13 Adar, giorno del digiuno di Esther, vigilia della festa

grottesca del Purim, le _saturnalia_ degli Ebrei (carnevale odierno), il

Rabbì di Nazareth, entrò a Gerusalemme pel sobborgo e la porta di

Beniamino, vedendo alla sua sinistra Bezetha colle sue case, le sue

sinagoghe, ed il nuovo palazzo di Antipas, alla diritta il Gareb coi

suoi giardini, le sue ville, la sua piazza per i supplizj, le sue grotte

e le sue tombe. Traversando la grande strada nella valle dei formaggiaj,

e voltando a sinistra a mezza via nella strada che conduce alla porta

delle Greggie, egli passò il letto disseccato del Cedron. Poi costeggiò

la china occidentale del monte degli olivi, ed a traverso una

piantagione di fichi e d'olivi arrivò a Bethany, villaggio a due miglia

di Gerusalemme, nella casa del suo amico Lazzaro.

Questa casa era bassa e nuda; aveva un tetto aperto, un solaio a calce e

sabbia, una piccola corte, e dominava la valle del Cedron, il mare

d'Asfalto, le montagne di Moab, e quel sentiero di pietre liscie e

sdrucciolanti sulle quali nè cavallo nè cammello possono tener piede, e

che da Gerusalemme conduce a Gerico. Fu lì, seduto fra le due sorelle di

Lazzaro, Marta e Maria, che rinvenni finalmente il Rabbì di Nazareth,

dopo esservi andato dieci volte per trovarlo.

Era tempo, imperciocchè ecco che cosa era accaduto.

Memorie di Giuda, vol. II · 第 8 / 51 题