XVIII.

Restai confuso. L'apostrofe brutale di Moab m'immerse in un disordine

d'idee vicino alla stupidità. Una sola cosa non lasciava più alcun

dubbio: che questa Ida era la sorella del Rabbì di Nazareth. Di più!

C'era ben stato un Cajus Crispus comandante la cavalleria della 12.ª

legione che abitava Gerusalemme quando Pilato se ne stava in Antiochia;

ma aveva egli mai sposato questa ragazza che avea fatta comperare, e

fatta rapire? Era egli morto? Aveva divorziato da sua moglie, o lasciato

la sua ganza? Il cavaliere che io aveva veduto da Ida, nella notte

dell'uragano, era egli Pilato, o uno del suo seguito? Che era egli

andato a fare a quell'ora, con quel tempo, in quella casa? Io poteva

rimuginare tutto ciò, andare al fondo di questo intrigo; ed avevo paura

di conoscere la verità! La parola «sposare una tal donna, un simile

angelo» increspava il mio viso d'un sorriso da demente, e mi metteva il

delirio nei cuore.

Ero stato colpito dal sembiante d'Ida, al circo. Ne avevo accarezzata

l'immagine immergendola sempre più nel mio cuore durante un mese, e la

trovavo più bella ancora, più diabolicamente seducente. Il mio amore era

scoppiato come un vaso che rinchiude un liquore fermentato. Doveva io

resistere alla mia follia? Dovevo cedervi, sposarla, salvo, una volta

saziata la passione, a ripudiarla, ad ucciderla, ed uccidermi con lei?

Ma, anzitutto, consentirà ella a codesto matrimonio se io oso

proporglielo? Che agguato mi si tendeva? E c'era poi un agguato? Io era

idiota, ridicolo.

Meditavo tutte queste ed altre mille stravaganze avanzando lentamente

sulla strada di Gerusalemme. Tentai di distrarmi.

Mi recai la sera presso Hannah, e gli resi conto del mio viaggio. Fu

incantato dell'acquisto del Nazzareno. Gesù aveva fatto, e non senza

successo, le sue prime armi in Gerusalemme. Hannah l'aveva scorto, ne

aveva inteso a parlare; ed era ora più ardente di me stesso. Aveva

veduto Claudia, che l'aveva ammaliato.

Claudia gli aveva tenuto un linguaggio più preciso. Si trattava inoltre

di spiegare perchè Pilato, il quale aveva l'aria di dormire e vegliava

con ambi gli occhi, avesse fatto venire una legione di più nella

Samaria, un'altra in Galilea, una terza a Betlemme, ed aumentato di

varie coorti la guarnigione stessa di Gerusalemme. Claudia fu esplicita,

chiara, senza reticenze. Ella disse al sagan:

— Pilato vuol essere proconsole in Ispagna suo paese. A Roma si compra

tutto. Noi non abbiamo denaro. Il vostro Tempio, la tomba di Davide,

sono ricchi. Voi volete sbarazzarvi dei Romani: noi vogliamo sbarazzarci

di voi. Voi avrete l'indipendenza e tutto ciò che vorrete. Ma cosa

guadagneremo noi? Ebbene fate la vostra insurrezione. Noi vi lasceremo

agire, ma avendo la forza di schiacciarvi quando vorremo. Terremo i

nostri soldati nelle tre torri, nel palazzo d'Erode, nella fortezza

Antonia. Voi potete comperare una capitolazione al prezzo dei tesori che

vi ho indicati. Con quel denaro, noi compreremo i soldati che, potendo

vincere, potrebbero avere della ripugnanza a rendersi, gli ufficiali che

potrebbero resistere, il legato della Siria che potrebbe eseguire egli

ciò che non faremmo noi, comperare infine l'impunità della reddizione,

ed il governo della Spagna. Occorrono per tutto ciò milioni e

milioni.... Siete voi disposti a comperare la vostra redenzione?

Claudia aveva risolte tutte le difficoltà sollevate dal sagan, e

dissipati tutti i suoi dubbi. Hannah era sedotto, convinto, premuroso.

Occorreva solamente che la sollevazione del popolo fosse talmente

imponente, che Pilato potesse aver l'aria di dover cedere, senza che gli

si domandasse come a Varo: Che hai tu fatto delle nostre legioni? Ora,

per sollevare così il popolo, per riunire tutti i partiti e tutte le

classi in un solo slancio, era necessario che qualche profeta o messia

pieno di autorità facesse appello alle armi in nome di Dio e della

patria. Ogni altro nome, qualunque si fosse stata la sua posizione

sociale, non sarebbe riescito. Il sagan fu dunque fuor di sè dalla gioia

udendo il ritratto che io gli dipingeva del Rabbì di Nazareth, e noi

convenimmo di affrettare i preparativi, e disporre gli animi, onde

tentare il gran colpo nel prossimo paschah.

Lasciando il sagan andai da Claudia. M'accolse a braccia aperte come un

vecchio amico. Io diedi a lei ragguagli più completi, e valutai con più

calma le probabilità dell'impresa. Le mie domande la imbarazzarono più

forse di quelle del sagan. Ma in realtà, io prestava poca attenzione

alle sue risposte. Una cosa per altro mi colpì, perchè ella stessa n'era

impressionata. Claudia, dopo avermi raccontata la scena che seguì fra

lei e suo marito dopo la mia partenza, mi disse, che da quella sera

Pilato era divenuto invisibile e sembrava orribilmente triste. Arrivava

al pretorio all'ora della giustizia, poi si chiudeva nella sua torre

solitaria, e non se ne moveva più. Claudia non lo aveva intravisto, da

circa un mese, che due volte, per darle delle lettere di Tiberio. Ella

principiava a sospettare che suo marito l'amasse.

Ebbi paura di mettere questa lupa sulle traccie d'Ida, e di approfondire

questa coincidenza di malinconia. Tuttavolta le dissi:

— Claudia, conosci tu Cajus Crispus?

— L'ho veduto a Joppa quando arrivai nella Siria.

— È egli morto ora?

— Otto giorni fa egli viveva, credo, poichè ne ho udito parlare. Non so

se sia morto di poi.

— Conosci sua moglie?

— Mi fu mostrata a Roma spesse volte. È una delle Lesbiane alla moda, la

più conosciuta nelle terme, aveva per amante il gladiatore Lydius, e per

fellatore l'affrancato Cerinthus.

— A Roma! sua moglie non è dunque in Asia?

— Che io sappia almeno, no.

— Ma avrebbe egli ripudiato la sua moglie di Roma per prenderne una in

Siria?

— Ne dubito. Terentilla è ricca. È figlia di un senatore, e Cajus

Crispus è un ciompo, un legionario che ebbe fortuna. In quanto ad una

moglie ch'egli potrebbe avere presa in Siria, non ci vedo nulla di

straordinario. Tutti i nostri legionari si maritano nelle provincie ove

stanno di guarnigione; poi quando partono, scrivono alle loro vedove

desolate: «Cara amica, sono morto il venticinque del mese scorso» non

dimenticarmi troppo, consolati come puoi, e non divenir troppo brutta

nella tua vedovanza, addio.» I nostri legionarii, soldati ed ufficiali,

ripetono questi matrimonii per una stagione o due, ovunque essi vanno,

in Germania, in Ispagna, nelle Gallie, in Giudea, sotto ogni clima.

Ne sapevo abbastanza. Il destino di quella povera ragazza Galilea m'era

ora spiegato. Vi pensai sopra tutta la notte: la mia convinzione fu

completa. Ida era una vittima ed amava il suo carnefice, non dubitando

punto del suo destino.

L'indomani all'alba, montai a cavallo, e mi recai di galoppo a Berachah.

Moab vegliava in cima della sua piccola torre. La porta era chiusa.

— Ah! Giuda, mi gridò da quel posto senza muoversi, sei tu? Hai dunque

riflettuto al mio consiglio?

— Si tratta di ben altro che del tuo consiglio, Moab. Vengo a svelare

alla tua padrona il più infame tranello che si possa tendere ad una

donna, e che le è stato già teso.

— Davvero! sclamò stupito Moab: parla dunque.

— Non è mica a te che devo raccontarlo, non sei tu che io possa prendere

per confidente in affare così delicato.

— Sta bene. Va allora a raccontarla, la tua storia, al Monumento del

gran sacerdote.

— Moab, finiamo questo scherzo che principia ad offendermi.

— Tanto peggio. Ma se tu principii soltanto ad offenderti di ciò che

chiami il mio scherzo, io lo sono completamente di ciò che io chiamo la

tua impudenza. Con qual diritto vieni tu ad insinuarti qui per attentare

all'onore di una nobile dama che cerca la pace e la solitudine?

— Ma io vengo al contrario, per avvertirla.

— Di che?

— Ma bestia che sei, suo marito Cajus Crispus non è morto.

— E che importa a noi che il tuo Crispus sia morto o vivo?

— La tua padrona non è vedova.

— Ella vuol esserlo.

— Ella piange come un amore spento ciò che non è stato che un infame

mercato.

— Tutti i mercati sono infami; compreso quello che tu fai in questo

momento.

— Moab! Moab! la mia pazienza è stanca.

— E poi?

— Ma te ne supplico. Moab, lasciami vedere la tua padrona. Vengo a

portarle la gioja. È così dunque che l'ami tu?

— Non inquietarti del come io l'ami. Non inquietarti di ciò che non ti

risguarda. Non inquietarti del passato della mia padrona e di penetrarne

le angoscie. La mia conclusione è questa: io conosco il pudore, la

purezza, il profumo di questa viola mammola che custodisco da quasi due

anni, e quali che sieno le apparenze e le ombre che abbiano velato,

forse offuscato, il suo candore, non c'è una figlia di Sion che possa

esserle paragonata. Io la vedo disgraziata e sola. Sola, poichè io sono

tutto per lei, io straniero; io sono per lei padre, fratello,

protettore, custode. L'ho adottata, io, a cui la mia fede proibisce

d'amare la donna che avevo scelta, ed il figlio che la mi aveva dato. Io

non comprendo la mia fede; non la discuto. La trovo crudele, insensata,

immorale; ma non avendola inventata io, avendola accettata, la rispetto

straziando il mio cuore la notte, e soffocando le mie lagrime il giorno.

Ebbene, questa povera creatura sulla quale io veglio, colpita da un

seguito di sventure, di cui Dio solo può comprendere e giustificare la

durezza, questa povera vittima ha bisogno d'un protettore che la

difenda, d'un cuore che l'ami nobilmente e puramente. La tua fiamma,

Giuda, mi pare una di quelle luci che si scorgono la notte nei cimiteri:

una scintilla della putrefazione.

— T'inganni, Moab.

— Lascia che m'inganni; non c'è alcun male. Di tutti gli uomini che ho

conosciuti, Giuda, tu sei quegli che io mi ami di più dopo il Battista;

che io stimi meglio, malgrado la tua empietà ed i tuoi vizii. Sei l'uomo

al quale confiderei con minor timore il destino e l'avvenire di Ida;

perchè sono convinto che un giorno ella ti amerebbe, e che la tua

concupiscenza d'oggi, si cangerebbe domani in un nobile amore. Se tu

continui a vederla, la tua fiamma divamperà sempre più e non so che cosa

potrà accadere. Io non vorrei ucciderti pertanto! T'impedisco di

vederla. Tu la vedrai, quando l'avrai domandata in isposa.

— Ma, amico mio, come vuoi tu che io sposi una donna che non mi ama, e

che conosco imperfettamente?....

— Ecco perchè t'impegno a continuare la tua strada ed a lasciarci

tranquilli.

— Ma consentirebbe ella a questo matrimonio, anche quando io consentissi

a tentarlo?

— Ora no. Ma dal momento che tu sembrerai risoluto, io so il mezzo di

determinarla a tutto.

— Mi amerà essa?

— L'amore non si coglie come una rosa bella e sbocciata in primavera. Si

prepara, si coltiva, si accudisce, si chiama; e sta sicuro che un

giorno, quando ella t'avrà conosciuto, l'amore verrà.

— Ma lasciami tentare ancora una visita, lascia che io le parli ancora

una volta, non fosse altro per decidermi completamente.

— Cosa vuoi dirle?

— Lo so io forse? Moab, tu non hai mai amato, tu?

— Non so. Mi pare però che quando penso a quella disgraziata che

volevano lapidare come adultera, e che il Rabbì di Nazareth ha

salvata...

Moab s'arrestò. Sembrava soffocato da un singhiozzo.

— Moab, te ne supplico per la memoria di tua moglie e di tuo figlio, cui

ti prometto non lasciar mancare d'oggi innanzi più di nulla; Moab, te ne

scongiuro, fammi veder Ida ancora una volta io muojo d'amore per lei.

— Sia, disse Moab. Ma sarà l'ultima. Mi sono già spiegato abbastanza.

Io andava a tentare il mio colpo supremo, e non avevo un'idea nel mio

spirito, una parola nella bocca. Non sapevo neppure perchè mi trovassi

là. Il mio cuore mi soffocava.

Ida si era appena alzata. Era in una piccola stanza vicino al suo

_tablinum_ (il salotto d'oggidì), una specie di gabinetto ove ella

tenevasi pensosa, stesa sopra dei cuscini di seta. Era avviluppata in

una stola di lana bianca a grandi pieghe, che la copriva dal capo in

giù, non lasciando vedere che dei piccoli piedi calzati di stivaletti

rossi, piedi così piccini che parevano inverosimili. Noah aveva finito

di vestirla e le porgeva una coppa di latte caldo per quel primo pasto

che i Romani chiamano _jentaculum_. Ella si mostrò molto sorpresa, e

sgradevolmente, vedendomi. Moab mi precedeva.

In realtà, io aveva l'aria d'un importuno. Ciò raddoppiò il mio

imbarazzo. Quando si ama si diviene stupido. Io amava per la prima volta

nella mia vita. L'affrontai dunque con una sconveniente storditezza.

— Ieri, le dissi, ho dimenticato, nobile dama, l'oggetto principale che

mi aveva condotto dinanzi a te. Avevo a rimetterti questa collana cui

Erodiade, la moglie del tetrarca di Galilea, mi diede, dicendomi: La

presenterai alla donna che ami di più. Ida, degna di accettarla.

— Ti sbagli d'indirizzo, o giovane. Non è per me quel gioiello: riponilo

nel suo scrigno.

E non lo guardò neppure.

— Ti chiedo scusa, Ida, ripresi dopo un istante d'esitazione. Io non so

a chi offrirlo, secondo la destinazione che Erodiade gli ha dato. Non ho

moglie, non ho amica, non ho amante, mia madre è vecchia, le mie sorelle

sono ricche e maritate. Io sono solo.

— Conservalo allora per quando non potrai più ripetere ciò che dici in

questo momento. Non c'è motivo perchè io accetti il tuo regalo.

— Ciò mi avrebbe fatto pertanto un così gran piacere! Intorno a

qualunque altro collo, questa collana perderà il valore.

— Cessa, e se non hai altro a dirmi, addio!

Gettai il mio giojello a Noah, dicendole:

— Comprane la tua libertà, quando non avrai più una simile padrona.

Noah arrossì, tremò, e fuggì col suo tesoro.

— Ebbene, Ida, poichè mi condanni a non vederti più, concedimi di

parlare, avanti che io ti lasci.

Ida si sollevò sul suo gomito, con aria severa ed offesa, e non rispose.

— Non aggrottare il ciglio, Ida: non ti parlerò di me. Io non ho cercato

conoscerti. Taluni briccioli della tua storia sono giunti fino a me,

soli, inattesi. Ne so forse più di te stessa, poichè tu non t'immagini

certo neppure d'essere stata venduta per 15,000 sesterzii. Io conosco

tuo fratello, e chi t'ha venduta. Sospetto chi fu l'uomo che ti comprò.

— Tu deliri, esci da qui, gridò Ida.

— Io non deliro punto, ma continuo. Tuo marito non è morto. Ha un'altra

moglie a Roma.

Credevo di colpirla mortalmente: Ida si coricò lentamente sui suoi

cuscini. Ella dunque sapeva tuttociò. Continuai.

— Sei stata la vittima d'una infame mistificazione: io ti porto la

vendetta.

— Grazie, rispose Ida freddamente, riportala teco.

Mi ero fuorviato nuovamente. Toccai un'altra corda.

— Ida, sei sola, e ricca, continuai.

— T'inganni, interruppe Ida con un ghigno di disprezzo, sono povera.

Puoi andartene ora, mi pare, dopo una simile spiegazione.

— Tanto meglio, risposi. V'è una ricchezza che macchia. Ma dov'è tuo

padre? Ov'è tua madre? Ov'è tuo marito? Sono tutti morti per te, o io

m'inganno sul loro carattere. A chi dunque indirizzarmi per dire ciò che

tu rifiuti d'udire?

— Ma infine, gridò Ida incollerita, chi sei tu? Cosa vuoi?

— Chi io mi sia, Moab te lo dirà, tutta Gerusalemme potrà ripetertelo.

Ciò che io voglio, non oso dirtelo.

— E fai bene perchè io non voglio nulla sapere, e nulla intendere.

— Sei tu libera, Ida?

— Che t'importa ciò?

— Io debbo dunque soffocare nel mio cuore il grido che mi dice: questa

giovinetta sì rudemente provata dalla sventura, è il tuo destino!

Ida alzò le spalle sdegnosamente, e si ricoricò. Io continuai.

— Io t'ho veduta, Ida, per la prima volta al circo.

— Cinquanta mila persone mi hanno veduta come te.

— Nessuna coi miei occhi. Poichè da quel momento tu riempi la mia anima,

come l'anima riempie la vita.

— Via dunque! disse Ida con disgusto. Codeste passioni repentine e

chiacchierone si comprano bell'e fatte dai poeti e dagli istrioni.

Quanto ti ha dessa costato, giovanotto?

— Hai tu giammai amato, Ida?

— Che t'importa ciò?

— Oh, se hai mai amato, grazia per me.

— Ma veramente, giovane, tu deliri. Con qual diritto t'introduci tu

nella mia casa, sotto un ridicolo pretesto, per offrirmi un amore di cui

non ho d'uopo, che non ho in nessuna maniera nè autorizzato, nè

incoraggiato, cui io non voglio, cui respingo con isdegno? Da chi credi

tu trovarti? Quale ignobile impertinenza ti ha consigliato questo passo

che mi offende! Ah! proruppe poi sciogliendosi in lagrime. Ah! se non

fossi stata sola!

— Addio, Ida, le dissi. Tu hai mal giudicato le mie parole, ma hai

ragione. Io mi sono condotto male. Che vuoi? non si è sempre padrone dei

proprii istinti. Io venivo soltanto per avvertirti d'un pericolo, per

illuminarti. Accogliesti male le mie proferte; io mi ritiro. Ma

ricordati questo. Ida: io t'amo. Se un giorno, il dolore che ti

padroneggia in questo momento si calma, se la nebbia che ti ricopre si

dissipa, e se hai bisogno d'un amico che ti consoli, di' a Moab di

chiamarmi: io sarò sempre pronto, senza rancore, senza tiepidezza.

Bisognava bene che io provassi alla fine quel dolore spaventevole che si

chiama il primo amore.

Ida non intese forse una parola di ciò che io le dissi, poichè, la testa

immersa nei suoi origlieri, singhiozzava. Io mi sentiva morire. Il

sangue m'invadeva il cervello. Avevo voglia di gettarmi ai suoi piedi,

di ucciderla, di coprirla di lagrime e di baci. Osai prenderle la mano —

bella ed agghiacciata come quella d'una statua di Venere. A quel

contatto, Ida balzò e si rizzò a me dinanzi. I suoi occhi si tersero in

un istante.

— Che vuoi tu? la gridò. Noah! Noah!

La giovine schiava entrò.

— Indica la sua strada a codesto straniero, riprese Ida divenuta calma

di nuovo, e volgendomi le spalle.

— Ida, gridai alla mia volta, sei dunque stata ben provata dalla sorte

per divenire così crudele? Sono stato indiscreto forse, ma non ho

meritato d'essere trattato come un galuppo.

Ida sembrò commossa.

— Giovane, disse ella, tu non sai dunque che non si deve mai domandar

l'elemosina al ricco, il quale non comprende cosa sia la miseria? Tu mi

domandi, credo, dell'amore: lo domandi ad una donna che soffoca sotto

questo peso. Ebbene, io non ho nulla a darti. La mia ricchezza è forse

minacciata in questo istante. Che importa! gli è sempre vero, che non ho

nulla per te, nè per alcuno. Quando la rovina sarà certa, oh, allora,

ciò che si farà dei resti del mio cuore mi sarà indifferente. Se la

morte li respinge, li prenda chi vuole. Io non sarò più della partita.

Una carcassa senza anima, appartiene alla prima jena che vi si getta

sopra.

— Ida, mi prometti di ricordarti allora di me!

— Si ricordano i morti, o giovane, ma i morti, essi, non ricordano più.

Ida lasciò la stanza. Passando per la corte, dissi a Moab:

— Avresti fatto meglio di uccidermi sulla soglia.

— Io ti aveva prevenuto, mi rispose con voce accasciata.

I quindici giorni che seguirono questa scena non contano nella mia

esistenza.

Fuggii a Gerico. Mia sorella che m'amava tanto, che m'aveva fatto

giuocare sulle sue ginocchia quando ero bimbo, che mi era stata quasi

una madre, la mia povera sorella fu spaventata dal mio stato. Ella mi

credette talvolta pazzo, talvolta stupido. Poi, ebbi la febbre ed il

delirio. Chi non ha avuto una simile crisi nella sua vita? Tanto peggio

per queglino che non l'ebbero mai. Finalmente mia sorella entrò nella

mia stanza, un mattino, spaventata, e con voce concitata mi disse:

— Giuda, un corriere da Gerusalemme.

— Che mi vuol egli?

— Porta una lettera.

— La dia....

— È venuto a cavallo, e viene dal palazzo d'Erode.

— Dal palazzo d'Erode, o dall'inferno, per me è tutt'uno. Dove è la

lettera?

— Eccola.

L'aprii macchinalmente. Era di Claudia, e diceva:

«Giuda, ho il cuore morso da un sospetto. Conducimi subito il tuo

messia, dovessi tu farlo trascinare dai soldati. Ho d'uopo di

consultarlo, ad ogni costo. Presto, presto, presto.

«CLAUDIA.»

Memorie di Giuda, vol. II · 第 7 / 51 题