Restai confuso. L'apostrofe brutale di Moab m'immerse in un disordine
d'idee vicino alla stupidità. Una sola cosa non lasciava più alcun
dubbio: che questa Ida era la sorella del Rabbì di Nazareth. Di più!
C'era ben stato un Cajus Crispus comandante la cavalleria della 12.ª
legione che abitava Gerusalemme quando Pilato se ne stava in Antiochia;
ma aveva egli mai sposato questa ragazza che avea fatta comperare, e
fatta rapire? Era egli morto? Aveva divorziato da sua moglie, o lasciato
la sua ganza? Il cavaliere che io aveva veduto da Ida, nella notte
dell'uragano, era egli Pilato, o uno del suo seguito? Che era egli
andato a fare a quell'ora, con quel tempo, in quella casa? Io poteva
rimuginare tutto ciò, andare al fondo di questo intrigo; ed avevo paura
di conoscere la verità! La parola «sposare una tal donna, un simile
angelo» increspava il mio viso d'un sorriso da demente, e mi metteva il
delirio nei cuore.
Ero stato colpito dal sembiante d'Ida, al circo. Ne avevo accarezzata
l'immagine immergendola sempre più nel mio cuore durante un mese, e la
trovavo più bella ancora, più diabolicamente seducente. Il mio amore era
scoppiato come un vaso che rinchiude un liquore fermentato. Doveva io
resistere alla mia follia? Dovevo cedervi, sposarla, salvo, una volta
saziata la passione, a ripudiarla, ad ucciderla, ed uccidermi con lei?
Ma, anzitutto, consentirà ella a codesto matrimonio se io oso
proporglielo? Che agguato mi si tendeva? E c'era poi un agguato? Io era
idiota, ridicolo.
Meditavo tutte queste ed altre mille stravaganze avanzando lentamente
sulla strada di Gerusalemme. Tentai di distrarmi.
Mi recai la sera presso Hannah, e gli resi conto del mio viaggio. Fu
incantato dell'acquisto del Nazzareno. Gesù aveva fatto, e non senza
successo, le sue prime armi in Gerusalemme. Hannah l'aveva scorto, ne
aveva inteso a parlare; ed era ora più ardente di me stesso. Aveva
veduto Claudia, che l'aveva ammaliato.
Claudia gli aveva tenuto un linguaggio più preciso. Si trattava inoltre
di spiegare perchè Pilato, il quale aveva l'aria di dormire e vegliava
con ambi gli occhi, avesse fatto venire una legione di più nella
Samaria, un'altra in Galilea, una terza a Betlemme, ed aumentato di
varie coorti la guarnigione stessa di Gerusalemme. Claudia fu esplicita,
chiara, senza reticenze. Ella disse al sagan:
— Pilato vuol essere proconsole in Ispagna suo paese. A Roma si compra
tutto. Noi non abbiamo denaro. Il vostro Tempio, la tomba di Davide,
sono ricchi. Voi volete sbarazzarvi dei Romani: noi vogliamo sbarazzarci
di voi. Voi avrete l'indipendenza e tutto ciò che vorrete. Ma cosa
guadagneremo noi? Ebbene fate la vostra insurrezione. Noi vi lasceremo
agire, ma avendo la forza di schiacciarvi quando vorremo. Terremo i
nostri soldati nelle tre torri, nel palazzo d'Erode, nella fortezza
Antonia. Voi potete comperare una capitolazione al prezzo dei tesori che
vi ho indicati. Con quel denaro, noi compreremo i soldati che, potendo
vincere, potrebbero avere della ripugnanza a rendersi, gli ufficiali che
potrebbero resistere, il legato della Siria che potrebbe eseguire egli
ciò che non faremmo noi, comperare infine l'impunità della reddizione,
ed il governo della Spagna. Occorrono per tutto ciò milioni e
milioni.... Siete voi disposti a comperare la vostra redenzione?
Claudia aveva risolte tutte le difficoltà sollevate dal sagan, e
dissipati tutti i suoi dubbi. Hannah era sedotto, convinto, premuroso.
Occorreva solamente che la sollevazione del popolo fosse talmente
imponente, che Pilato potesse aver l'aria di dover cedere, senza che gli
si domandasse come a Varo: Che hai tu fatto delle nostre legioni? Ora,
per sollevare così il popolo, per riunire tutti i partiti e tutte le
classi in un solo slancio, era necessario che qualche profeta o messia
pieno di autorità facesse appello alle armi in nome di Dio e della
patria. Ogni altro nome, qualunque si fosse stata la sua posizione
sociale, non sarebbe riescito. Il sagan fu dunque fuor di sè dalla gioia
udendo il ritratto che io gli dipingeva del Rabbì di Nazareth, e noi
convenimmo di affrettare i preparativi, e disporre gli animi, onde
tentare il gran colpo nel prossimo paschah.
Lasciando il sagan andai da Claudia. M'accolse a braccia aperte come un
vecchio amico. Io diedi a lei ragguagli più completi, e valutai con più
calma le probabilità dell'impresa. Le mie domande la imbarazzarono più
forse di quelle del sagan. Ma in realtà, io prestava poca attenzione
alle sue risposte. Una cosa per altro mi colpì, perchè ella stessa n'era
impressionata. Claudia, dopo avermi raccontata la scena che seguì fra
lei e suo marito dopo la mia partenza, mi disse, che da quella sera
Pilato era divenuto invisibile e sembrava orribilmente triste. Arrivava
al pretorio all'ora della giustizia, poi si chiudeva nella sua torre
solitaria, e non se ne moveva più. Claudia non lo aveva intravisto, da
circa un mese, che due volte, per darle delle lettere di Tiberio. Ella
principiava a sospettare che suo marito l'amasse.
Ebbi paura di mettere questa lupa sulle traccie d'Ida, e di approfondire
questa coincidenza di malinconia. Tuttavolta le dissi:
— Claudia, conosci tu Cajus Crispus?
— L'ho veduto a Joppa quando arrivai nella Siria.
— È egli morto ora?
— Otto giorni fa egli viveva, credo, poichè ne ho udito parlare. Non so
se sia morto di poi.
— Conosci sua moglie?
— Mi fu mostrata a Roma spesse volte. È una delle Lesbiane alla moda, la
più conosciuta nelle terme, aveva per amante il gladiatore Lydius, e per
fellatore l'affrancato Cerinthus.
— A Roma! sua moglie non è dunque in Asia?
— Che io sappia almeno, no.
— Ma avrebbe egli ripudiato la sua moglie di Roma per prenderne una in
Siria?
— Ne dubito. Terentilla è ricca. È figlia di un senatore, e Cajus
Crispus è un ciompo, un legionario che ebbe fortuna. In quanto ad una
moglie ch'egli potrebbe avere presa in Siria, non ci vedo nulla di
straordinario. Tutti i nostri legionari si maritano nelle provincie ove
stanno di guarnigione; poi quando partono, scrivono alle loro vedove
desolate: «Cara amica, sono morto il venticinque del mese scorso» non
dimenticarmi troppo, consolati come puoi, e non divenir troppo brutta
nella tua vedovanza, addio.» I nostri legionarii, soldati ed ufficiali,
ripetono questi matrimonii per una stagione o due, ovunque essi vanno,
in Germania, in Ispagna, nelle Gallie, in Giudea, sotto ogni clima.
Ne sapevo abbastanza. Il destino di quella povera ragazza Galilea m'era
ora spiegato. Vi pensai sopra tutta la notte: la mia convinzione fu
completa. Ida era una vittima ed amava il suo carnefice, non dubitando
punto del suo destino.
L'indomani all'alba, montai a cavallo, e mi recai di galoppo a Berachah.
Moab vegliava in cima della sua piccola torre. La porta era chiusa.
— Ah! Giuda, mi gridò da quel posto senza muoversi, sei tu? Hai dunque
riflettuto al mio consiglio?
— Si tratta di ben altro che del tuo consiglio, Moab. Vengo a svelare
alla tua padrona il più infame tranello che si possa tendere ad una
donna, e che le è stato già teso.
— Davvero! sclamò stupito Moab: parla dunque.
— Non è mica a te che devo raccontarlo, non sei tu che io possa prendere
per confidente in affare così delicato.
— Sta bene. Va allora a raccontarla, la tua storia, al Monumento del
gran sacerdote.
— Moab, finiamo questo scherzo che principia ad offendermi.
— Tanto peggio. Ma se tu principii soltanto ad offenderti di ciò che
chiami il mio scherzo, io lo sono completamente di ciò che io chiamo la
tua impudenza. Con qual diritto vieni tu ad insinuarti qui per attentare
all'onore di una nobile dama che cerca la pace e la solitudine?
— Ma io vengo al contrario, per avvertirla.
— Di che?
— Ma bestia che sei, suo marito Cajus Crispus non è morto.
— E che importa a noi che il tuo Crispus sia morto o vivo?
— La tua padrona non è vedova.
— Ella vuol esserlo.
— Ella piange come un amore spento ciò che non è stato che un infame
mercato.
— Tutti i mercati sono infami; compreso quello che tu fai in questo
momento.
— Moab! Moab! la mia pazienza è stanca.
— E poi?
— Ma te ne supplico. Moab, lasciami vedere la tua padrona. Vengo a
portarle la gioja. È così dunque che l'ami tu?
— Non inquietarti del come io l'ami. Non inquietarti di ciò che non ti
risguarda. Non inquietarti del passato della mia padrona e di penetrarne
le angoscie. La mia conclusione è questa: io conosco il pudore, la
purezza, il profumo di questa viola mammola che custodisco da quasi due
anni, e quali che sieno le apparenze e le ombre che abbiano velato,
forse offuscato, il suo candore, non c'è una figlia di Sion che possa
esserle paragonata. Io la vedo disgraziata e sola. Sola, poichè io sono
tutto per lei, io straniero; io sono per lei padre, fratello,
protettore, custode. L'ho adottata, io, a cui la mia fede proibisce
d'amare la donna che avevo scelta, ed il figlio che la mi aveva dato. Io
non comprendo la mia fede; non la discuto. La trovo crudele, insensata,
immorale; ma non avendola inventata io, avendola accettata, la rispetto
straziando il mio cuore la notte, e soffocando le mie lagrime il giorno.
Ebbene, questa povera creatura sulla quale io veglio, colpita da un
seguito di sventure, di cui Dio solo può comprendere e giustificare la
durezza, questa povera vittima ha bisogno d'un protettore che la
difenda, d'un cuore che l'ami nobilmente e puramente. La tua fiamma,
Giuda, mi pare una di quelle luci che si scorgono la notte nei cimiteri:
una scintilla della putrefazione.
— T'inganni, Moab.
— Lascia che m'inganni; non c'è alcun male. Di tutti gli uomini che ho
conosciuti, Giuda, tu sei quegli che io mi ami di più dopo il Battista;
che io stimi meglio, malgrado la tua empietà ed i tuoi vizii. Sei l'uomo
al quale confiderei con minor timore il destino e l'avvenire di Ida;
perchè sono convinto che un giorno ella ti amerebbe, e che la tua
concupiscenza d'oggi, si cangerebbe domani in un nobile amore. Se tu
continui a vederla, la tua fiamma divamperà sempre più e non so che cosa
potrà accadere. Io non vorrei ucciderti pertanto! T'impedisco di
vederla. Tu la vedrai, quando l'avrai domandata in isposa.
— Ma, amico mio, come vuoi tu che io sposi una donna che non mi ama, e
che conosco imperfettamente?....
— Ecco perchè t'impegno a continuare la tua strada ed a lasciarci
tranquilli.
— Ma consentirebbe ella a questo matrimonio, anche quando io consentissi
a tentarlo?
— Ora no. Ma dal momento che tu sembrerai risoluto, io so il mezzo di
determinarla a tutto.
— Mi amerà essa?
— L'amore non si coglie come una rosa bella e sbocciata in primavera. Si
prepara, si coltiva, si accudisce, si chiama; e sta sicuro che un
giorno, quando ella t'avrà conosciuto, l'amore verrà.
— Ma lasciami tentare ancora una visita, lascia che io le parli ancora
una volta, non fosse altro per decidermi completamente.
— Cosa vuoi dirle?
— Lo so io forse? Moab, tu non hai mai amato, tu?
— Non so. Mi pare però che quando penso a quella disgraziata che
volevano lapidare come adultera, e che il Rabbì di Nazareth ha
salvata...
Moab s'arrestò. Sembrava soffocato da un singhiozzo.
— Moab, te ne supplico per la memoria di tua moglie e di tuo figlio, cui
ti prometto non lasciar mancare d'oggi innanzi più di nulla; Moab, te ne
scongiuro, fammi veder Ida ancora una volta io muojo d'amore per lei.
— Sia, disse Moab. Ma sarà l'ultima. Mi sono già spiegato abbastanza.
Io andava a tentare il mio colpo supremo, e non avevo un'idea nel mio
spirito, una parola nella bocca. Non sapevo neppure perchè mi trovassi
là. Il mio cuore mi soffocava.
Ida si era appena alzata. Era in una piccola stanza vicino al suo
_tablinum_ (il salotto d'oggidì), una specie di gabinetto ove ella
tenevasi pensosa, stesa sopra dei cuscini di seta. Era avviluppata in
una stola di lana bianca a grandi pieghe, che la copriva dal capo in
giù, non lasciando vedere che dei piccoli piedi calzati di stivaletti
rossi, piedi così piccini che parevano inverosimili. Noah aveva finito
di vestirla e le porgeva una coppa di latte caldo per quel primo pasto
che i Romani chiamano _jentaculum_. Ella si mostrò molto sorpresa, e
sgradevolmente, vedendomi. Moab mi precedeva.
In realtà, io aveva l'aria d'un importuno. Ciò raddoppiò il mio
imbarazzo. Quando si ama si diviene stupido. Io amava per la prima volta
nella mia vita. L'affrontai dunque con una sconveniente storditezza.
— Ieri, le dissi, ho dimenticato, nobile dama, l'oggetto principale che
mi aveva condotto dinanzi a te. Avevo a rimetterti questa collana cui
Erodiade, la moglie del tetrarca di Galilea, mi diede, dicendomi: La
presenterai alla donna che ami di più. Ida, degna di accettarla.
— Ti sbagli d'indirizzo, o giovane. Non è per me quel gioiello: riponilo
nel suo scrigno.
E non lo guardò neppure.
— Ti chiedo scusa, Ida, ripresi dopo un istante d'esitazione. Io non so
a chi offrirlo, secondo la destinazione che Erodiade gli ha dato. Non ho
moglie, non ho amica, non ho amante, mia madre è vecchia, le mie sorelle
sono ricche e maritate. Io sono solo.
— Conservalo allora per quando non potrai più ripetere ciò che dici in
questo momento. Non c'è motivo perchè io accetti il tuo regalo.
— Ciò mi avrebbe fatto pertanto un così gran piacere! Intorno a
qualunque altro collo, questa collana perderà il valore.
— Cessa, e se non hai altro a dirmi, addio!
Gettai il mio giojello a Noah, dicendole:
— Comprane la tua libertà, quando non avrai più una simile padrona.
Noah arrossì, tremò, e fuggì col suo tesoro.
— Ebbene, Ida, poichè mi condanni a non vederti più, concedimi di
parlare, avanti che io ti lasci.
Ida si sollevò sul suo gomito, con aria severa ed offesa, e non rispose.
— Non aggrottare il ciglio, Ida: non ti parlerò di me. Io non ho cercato
conoscerti. Taluni briccioli della tua storia sono giunti fino a me,
soli, inattesi. Ne so forse più di te stessa, poichè tu non t'immagini
certo neppure d'essere stata venduta per 15,000 sesterzii. Io conosco
tuo fratello, e chi t'ha venduta. Sospetto chi fu l'uomo che ti comprò.
— Tu deliri, esci da qui, gridò Ida.
— Io non deliro punto, ma continuo. Tuo marito non è morto. Ha un'altra
moglie a Roma.
Credevo di colpirla mortalmente: Ida si coricò lentamente sui suoi
cuscini. Ella dunque sapeva tuttociò. Continuai.
— Sei stata la vittima d'una infame mistificazione: io ti porto la
vendetta.
— Grazie, rispose Ida freddamente, riportala teco.
Mi ero fuorviato nuovamente. Toccai un'altra corda.
— Ida, sei sola, e ricca, continuai.
— T'inganni, interruppe Ida con un ghigno di disprezzo, sono povera.
Puoi andartene ora, mi pare, dopo una simile spiegazione.
— Tanto meglio, risposi. V'è una ricchezza che macchia. Ma dov'è tuo
padre? Ov'è tua madre? Ov'è tuo marito? Sono tutti morti per te, o io
m'inganno sul loro carattere. A chi dunque indirizzarmi per dire ciò che
tu rifiuti d'udire?
— Ma infine, gridò Ida incollerita, chi sei tu? Cosa vuoi?
— Chi io mi sia, Moab te lo dirà, tutta Gerusalemme potrà ripetertelo.
Ciò che io voglio, non oso dirtelo.
— E fai bene perchè io non voglio nulla sapere, e nulla intendere.
— Sei tu libera, Ida?
— Che t'importa ciò?
— Io debbo dunque soffocare nel mio cuore il grido che mi dice: questa
giovinetta sì rudemente provata dalla sventura, è il tuo destino!
Ida alzò le spalle sdegnosamente, e si ricoricò. Io continuai.
— Io t'ho veduta, Ida, per la prima volta al circo.
— Cinquanta mila persone mi hanno veduta come te.
— Nessuna coi miei occhi. Poichè da quel momento tu riempi la mia anima,
come l'anima riempie la vita.
— Via dunque! disse Ida con disgusto. Codeste passioni repentine e
chiacchierone si comprano bell'e fatte dai poeti e dagli istrioni.
Quanto ti ha dessa costato, giovanotto?
— Hai tu giammai amato, Ida?
— Che t'importa ciò?
— Oh, se hai mai amato, grazia per me.
— Ma veramente, giovane, tu deliri. Con qual diritto t'introduci tu
nella mia casa, sotto un ridicolo pretesto, per offrirmi un amore di cui
non ho d'uopo, che non ho in nessuna maniera nè autorizzato, nè
incoraggiato, cui io non voglio, cui respingo con isdegno? Da chi credi
tu trovarti? Quale ignobile impertinenza ti ha consigliato questo passo
che mi offende! Ah! proruppe poi sciogliendosi in lagrime. Ah! se non
fossi stata sola!
— Addio, Ida, le dissi. Tu hai mal giudicato le mie parole, ma hai
ragione. Io mi sono condotto male. Che vuoi? non si è sempre padrone dei
proprii istinti. Io venivo soltanto per avvertirti d'un pericolo, per
illuminarti. Accogliesti male le mie proferte; io mi ritiro. Ma
ricordati questo. Ida: io t'amo. Se un giorno, il dolore che ti
padroneggia in questo momento si calma, se la nebbia che ti ricopre si
dissipa, e se hai bisogno d'un amico che ti consoli, di' a Moab di
chiamarmi: io sarò sempre pronto, senza rancore, senza tiepidezza.
Bisognava bene che io provassi alla fine quel dolore spaventevole che si
chiama il primo amore.
Ida non intese forse una parola di ciò che io le dissi, poichè, la testa
immersa nei suoi origlieri, singhiozzava. Io mi sentiva morire. Il
sangue m'invadeva il cervello. Avevo voglia di gettarmi ai suoi piedi,
di ucciderla, di coprirla di lagrime e di baci. Osai prenderle la mano —
bella ed agghiacciata come quella d'una statua di Venere. A quel
contatto, Ida balzò e si rizzò a me dinanzi. I suoi occhi si tersero in
un istante.
— Che vuoi tu? la gridò. Noah! Noah!
La giovine schiava entrò.
— Indica la sua strada a codesto straniero, riprese Ida divenuta calma
di nuovo, e volgendomi le spalle.
— Ida, gridai alla mia volta, sei dunque stata ben provata dalla sorte
per divenire così crudele? Sono stato indiscreto forse, ma non ho
meritato d'essere trattato come un galuppo.
Ida sembrò commossa.
— Giovane, disse ella, tu non sai dunque che non si deve mai domandar
l'elemosina al ricco, il quale non comprende cosa sia la miseria? Tu mi
domandi, credo, dell'amore: lo domandi ad una donna che soffoca sotto
questo peso. Ebbene, io non ho nulla a darti. La mia ricchezza è forse
minacciata in questo istante. Che importa! gli è sempre vero, che non ho
nulla per te, nè per alcuno. Quando la rovina sarà certa, oh, allora,
ciò che si farà dei resti del mio cuore mi sarà indifferente. Se la
morte li respinge, li prenda chi vuole. Io non sarò più della partita.
Una carcassa senza anima, appartiene alla prima jena che vi si getta
sopra.
— Ida, mi prometti di ricordarti allora di me!
— Si ricordano i morti, o giovane, ma i morti, essi, non ricordano più.
Ida lasciò la stanza. Passando per la corte, dissi a Moab:
— Avresti fatto meglio di uccidermi sulla soglia.
— Io ti aveva prevenuto, mi rispose con voce accasciata.
I quindici giorni che seguirono questa scena non contano nella mia
esistenza.
Fuggii a Gerico. Mia sorella che m'amava tanto, che m'aveva fatto
giuocare sulle sue ginocchia quando ero bimbo, che mi era stata quasi
una madre, la mia povera sorella fu spaventata dal mio stato. Ella mi
credette talvolta pazzo, talvolta stupido. Poi, ebbi la febbre ed il
delirio. Chi non ha avuto una simile crisi nella sua vita? Tanto peggio
per queglino che non l'ebbero mai. Finalmente mia sorella entrò nella
mia stanza, un mattino, spaventata, e con voce concitata mi disse:
— Giuda, un corriere da Gerusalemme.
— Che mi vuol egli?
— Porta una lettera.
— La dia....
— È venuto a cavallo, e viene dal palazzo d'Erode.
— Dal palazzo d'Erode, o dall'inferno, per me è tutt'uno. Dove è la
lettera?
— Eccola.
L'aprii macchinalmente. Era di Claudia, e diceva:
«Giuda, ho il cuore morso da un sospetto. Conducimi subito il tuo
messia, dovessi tu farlo trascinare dai soldati. Ho d'uopo di
consultarlo, ad ogni costo. Presto, presto, presto.
«CLAUDIA.»