«L'anguilla elettrica, benchè tardissima nei movimenti, si prende

difficilmente con reti, perchè simile al serpe si affonda nel fango.

Si potevano in tal caso adoperare le radici di alcune piante che

hanno la proprietà, gettate in uno stagno, di inebriare o stordire gli

animali che vi si trovano. Non volevamo però ricorrere a questo metodo,

perchè le anguille ne sarebbero state indebolite. Allora gli indiani

dichiararono che volevano pescar con cavalli. Corsero nelle steppe ove

sono numerosi i cavalli e i muli selvatici, ne presero una trentina e

li spinsero nell'acqua.

L'inaspettato rumore dello scalpitìo dei cavalli spinge i pesci fuori

della melma e li invita all'attacco. Le grandi anguille gialle nere,

simili ed enormi piante acquatiche, nuotano qua e là presso alla

superficie e guizzano sotto il ventre dei cavalli e dei muli. La lotta

fra animali così differenti forma il quadro più pittoresco.

Gli indiani muniti di giavellotti e di lunghe e sottili canne si

appostano in fitta colonna intorno allo stagno. Alcuni salgono sugli

alberi i cui rami si stendono orizzontalmente sull'acqua. Colle

selvagge loro strida e colle lunghe canne fanno indietreggiare i

cavalli che vogliono risalire le rive.

Le anguille, assordate dal rumore, si difendono con ripetute scariche

delle loro batterie. Per qualche tempo pare che debbano riuscire

vittoriose. Parecchi cavalli soccombono ai colpi invisibili che

minacciano gli organi i più essenziali. Storditi dalle incessanti e

violenti scosse cadono al fondo. Altri sbuffanti, irta la criniera,

gli occhi dilatati per lo spavento, fuggono disperatamente cercando

di sottrarsi alla bufera, ma sono respinti dagli indiani. Alcuni però,

ingannando la vigilanza dei pescatori, giungono alla sponda, vacillano

ad ogni passo, e spossati a morte si gettano sulla sabbia colle membra

irrigidite....

Credevamo che tutti gli animali impegnati in quella lotta dovessero

soccombere l'uno dopo l'altro. Ma a poco a poco il furore scema, e le

anguille affaticate si sparpagliano. Hanno ora bisogno di un lungo

riposo e di un abbondante cibo per riacquistare le forze galvaniche

disperse nel combattimento: esse vengono ora paurose presso la spiaggia

e sono prese mediante piccoli giavellotti raccordati a lunghe funi.

Un uomo non si esporrebbe senza pericolo al primo colpo di una grossa

anguilla elettrica irritata. Se si riceve la scossa prima che il

pesce sia ferito o stanco da una lunga persecuzione, il dolore e

lo stordimento sono tali che non si può dar conto della sensazione.

Non mi ricordo (dice l'Humboldt), di aver provato, dalla scarica di

una gran bottiglia di Leida, uno scrollo terribile al pari di quello

che soffersi quando misi incautamente i due piedi sopra un'anguilla

elettrica che era stata poc'anzi tratta fuori dell'acqua. Per tutto

quel giorno ebbi violenti dolori nelle ginocchia e in tutte le

articolazioni.»

E un giovane tisiologo tedesco, morto da poco, il Sachs, racconta che,

avendo lasciato cadere un gimnoto sul suo piede, fu gettato a terra e

provò tale un dolore, che non potè trattenersi dal gridare.

Ma io non posso indugiarmi sui pesci elettrici, perchè di un altro

argomento voglio parlarvi succintamente prima di lasciarvi. Mi limiterò

per questo a riassumere in poche parole lo stato attuale delle nostre

cognizioni in proposito, ricordando che ad esso hanno contribuito

parecchi italiani, fra i quali amo citare in particolar modo,

limitandomi al periodo storico che ora consideriamo, i nomi del Nobili,

del Matteucci, del Pacini.

Alcuni pesci, appartenenti a tre gruppi molto diversi fra loro, le

torpedini, i gimnoti ed i siluri, hanno la proprietà di dare forti

scariche elettriche, subordinate all'attività del loro cervello.

Questa funzione elettrica è esercitata per mezzo di un apparecchio

speciale, composto di un gran numero di elementi. In ciascuno di questi

ultimi penetra una terminazione nervosa, presso a poco nello stesso

modo col quale un nervo motore si dirama in un muscolo volontario.

È indiscutibile che la forza emanata dall'organo in questione è una

forma di elettricità. Lasciando da parte l'influenza che la energia

sviluppata dai siluri, dai gimnoti, dalle torpedini esercita sopra gli

organismi viventi, ricorderemo come questi pesci abbiano dato scintille

a guisa di una bottiglia di Leida. Inoltre, con quella forma di energia

si ottennero effetti calorifici e di decomposizione chimica, si fece

deviare l'ago magnetico, si provocarono fatti di induzione in un

rocchetto e si accese una lampadina elettrica. Si tratta dunque di vera

elettricità ed in questo caso sembrerebbe proprio che l'organismo ci

desse un esempio, qual meglio non si potrebbe sperare, di una funzione

ridotta ad un semplice fenomeno fisico.

Eppure neanche in questo caso la fisica può da sola servirci, per

ora almeno, a comprendere completamente la scossa di cui è questione,

perchè l'elettricità emessa dai pesci elettrici si trova in condizioni

speciali quali non si ottennero peranco con gli apparecchi raccolti

nelle ricchissime collezioni dei fisici. Infatti essa presenta le

proprietà insieme dell'elettricità statica, della dinamica e della

indotta.

Che dire poi della enorme differenza che esiste fra i nostri mezzi

di sviluppare l'elettricità e quelli adoperati da un pesce elettrico?

Perchè certo nessuno vorrà dare maggior valore di quello che si conceda

ad una figura rettorica al confronto fatto fra gli elementi di una pila

voltaica a colonna e le lamine dei prismi che costituiscono l'organo

elettrico di una torpedine. E come spiegare l'immunità che quei pesci

dimostrano per l'agente potentissimo che essi stessi sviluppano?

Voi vedete dunque come, benchè si tratti in questo caso di un fenomeno

puramente fisico quale è quello di una scarica elettrica, pure la

fisica non può aiutarci completamente a comprendere i mezzi impiegati

dall'organismo per elaborare e sviluppare quella singolare forma di

energia.

Badate inoltre che la scarica di un pesce elettrico implica quasi

sempre un atto volontario che ci conduca a studiare il problema della

coscienza, di quella proprietà per la quale un essere vivo avverte

se stesso e l'ambiente che lo circonda. La fisiologia ha affrontato

questa questione che tocca la intimità stessa della nostra personalità

senziente e pensante, e certo tutte le ricerche anatomiche fisiologiche

e quelle particolari di psicologia hanno gettato un po' di luce sugli

elementi strutturali dai quali quei fatti emanano e sui processi

fisici, chimici e funzionali che li accompagnano e con ogni probabilità

li determinano. Ma io, che pure con speciale amore mi occupo di quegli

studi sono fra quelli, e siamo legione nel campo della fisiologia

sperimentale, che accordano tutto il possibile al meccanicismo,

e si servono di esso per simboleggiare quanto si manifesta da un

essere vivo, ma non sanno comprendere e non saprebbero concepire

una rappresentazione materialistica della coscienza. Confessiamolo

francamente: il problema della coscienza è sempre insoluto e molto

probabilmente insolubile.

Ma, Signore e Signori, le indagini sui pesci elettrici, per quanto

interessanti e benchè ci conducano a discutere di cose fondamentali

per la funzione dei corpi organizzati, sembrano piuttosto oggetto di

studio per un erudito, per un curioso delle stranezze della natura. Vi

è invece nelle ricerche sulla elettricità animale un argomento che ci

dà occasione di penetrare nella intimità funzionale dei nostri organi,

dei nostri tessuti, dei nostri apparecchi, e che ci dà l'immagine di

quel continuo avvicendarsi di fatti distruttivi e di riparazione fra

i quali oscillano in ritmo incessante le parti costituenti il nostro

organismo.

Sarò brevissimo e comincerò per questo col non tener conto dei

precursori di Galvani. Vi sono sempre dei precursori in ogni scoperta,

ma è certo che si deve al biologo bolognese la prima constatazione

di carattere scientifico dell'elettricità sviluppata dal tessuto

muscolare. Non già colla ben nota osservazione della rana appesa ad un

uncino di rame che eventualmente toccò il celebre parapetto di ferro,

bensì colla esperienza eseguita senza l'intervento di alcun metallo.

A questo proposito debbo ricordare come alcuni abbiano voluto sostenere

che la scoperta attribuita al Galvani si debba invece alla sua

dilettissima moglie, la signora Lucia nata Galeazzi, che per la prima

avrebbe avuto occasione di osservare le ormai storiche contrazioni dei

muscoli in certe zampe di rana e di richiamare su queste l'attenzione

del marito. Altri sostengono che le prime osservazioni furono fatte

veramente dal Galvani, ma sopra rane preparate, non vorrei dire

prosaicamente, per fare un brodo che servisse di ristoro a sua moglie

che era allora ammalata. Queste affermazioni furono contestate, ma

non si può del tutto escludere l'influenza, almeno accidentale, della

moglie sulla scoperta del marito. A sostegno di questa tesi sostenuta

da molti in quei tempi, amo citare un sonetto non bellissimo, dedicato

al Galvani dopo la morte prematura della sua Lucia:

Quella donna gentil, cui d'aureo strale

Piagata il seno teco amor congiunse,

Poi morte con quel suo colpo fatale,

Per farne bello il ciel da te disgiunse:

Quella, non tu, che novo ardor vitale

In rana ignuda a disvelar pur giunse,

Quand'una ed altra man con vanto eguale

Il conduttor metallo e i nervi punse.

Nè a te, Signor, questa fedel consorte

Tacque l'ignoto arcan per cui tuo nome

Oltre l'italo suolo altero vassi.

Oh se vedessi di sì bella sorte

Com'ella esulta dolcemente, e come

Di te ragiona e dei tuoi chiari passi!

Se anche le cose stanno come afferma l'autore del sonetto, che

voglio credere migliore storico che poeta, benchè parli con tanta

sicurezza di ciò che avviene lassù nelle sfere celesti, non è alla

buona signora Lucia che noi dobbiamo attribuire quella scoperta,

nel vero senso della parola. Certo molti dei più importanti fatti

scientifici furono rivelati all'umanità dal caso, ma quando vennero ad

incontrarsi con una mente adatta a comprenderne il significato. Non per

questo voglio deprimere il merito della signora Galvani. Io vorrei,

anzi, che si scrivesse una storia delle compagne di quegli eroi che

lottarono nel campo delle idee, e credo sarebbe il racconto di intimi

e mirabili drammi combattuti nei cuori femminili per l'uomo amato,

che idealizzato dalle moltitudini si mostra, nel tollerante e sereno

ambiente della casa, spoglio dell'aureola di gloria che lo illumina e

lo nasconde, e vi rivela tutte le debolezze comuni agli altri uomini

e qualcheduna forse in più. Quanta abnegazione, quanto disinteresse,

quale instancabile affetto seppero possedere quelle modeste eroine,

e quale contributo portarono alla gloria del marito, consigliandolo,

sostenendolo, incoraggiandolo, sapendo sottrarsi a tempo agli applausi

meritati, per lasciarli all'idolo che li ambisce.

Per amore di verità, però, non debbo dimenticare che la storia registra

anche molte Santippe.

Dopo la morte del Galvani tutto quanto avesse riguardo coll'elettricità

animale venne circondato di dubbi, di indifferenza e finalmente

dimenticato, ed a ciò contribuì principalmente la scoperta della pila

di Volta ed i rapidi e meravigliosi progressi che ne conseguirono

nel campo della elettrodinamica. Si capisce, infatti, come la povera

elettricità animale, questa specie di cenerentola della elettrologia,

così modestamente raccolta nei tessuti viventi, dovesse cedere il passo

alla sua consorella, la elettricità voltaica, assai più appariscente e

più ricca di applicazioni che essa non fosse.

Fu il Matteucci che la rimise alla luce del mondo. È bensì vero che

il Nobili aveva scoperto la cosiddetta corrente propria della rana

che va dai piedi al capo, ma egli l'aveva attribuita a fenomeni

termoelettrici, sicchè fu soltanto cogli studi del Matteucci che si

riprese nettamente il concetto del Galvani, e si considerarono i fatti

elettrici manifestati da un essere vivente come un'espressione dei

processi che si svolgono nell'intimità degli apparecchi funzionanti.

Il Matteucci era uomo di tale ingegno, da lasciare la sua impronta

su qualunque argomento imprendesse a trattare. Non sta a me di

considerarlo ora nelle sue opere di cittadino; ricorderò soltanto che

fu ambasciadore e ministro della pubblica istruzione e professore

nel nostro Ateneo. Del resto, da questi punti di vista fu già

magistralmente tratteggiato da Nicomede Bianchi, in un libro che ha

appunto per titolo: _Carlo Matteucci e l'Italia del suo tempo_. Per

trattare dell'importanza non solo tecnica ma filosofica del Matteucci,

ci vorrebbero parecchie conferenze. Perchè egli non fu solo uno

scopritore di fatti, ed il restauratore della elettrofisiologia, ma

anche un rinnovatore nel campo delle idee direttrici in biologia. Con

un acume ammirabile sostenne l'importanza dei fatti fisici e chimici

negli esseri viventi, e fu così uno fra i più efficaci fondatori

della fisiologia moderna. Ma non ebbe i fanatismi tanto comuni agli

innovatori, e seppe mantenersi sempre nei limiti del vero, possedendo

una netta percezione dei confini fissati alla applicabilità dei

fatti scientifici ed al loro significato fisiologico. Egli, l'autore

dell'opera sui fenomeni fisico-chimici dei corpi viventi, ed uno fra

i più vivaci oppositori di quella scuola di un vitalismo primordiale,

rappresentata in Italia dal Rasori e dal Tommasini prima, e poi,

benchè in forma più progredita, dal Bufalini, mantenne sempre quella

serenità di giudizio e di linguaggio, che dimostrano in lui un vero

temperamento di scienziato. Egli ben sapeva che la scienza positiva

non ha e non può avere alcun rapporto colle questioni trascendentali,

e deve lasciare al sentimento ed all'intuito individuali di definire,

quando se ne senta il bisogno, che cosa possa essere quello che

si vuol chiamare la verità assoluta. Lo studio dei fenomeni della

natura, provoca, ordinariamente, bisogna riconoscerlo, una speciale

polarizzazione nelle capacità intuitive ed interpretative, ma ciò non

fa parte della scienza propriamente detta. Se l'indagine plasma la

mente dello sperimentatore ad uno speciale ed indulgente scetticismo,

si è perchè il contatto diretto coi fenomeni della natura, e la

sottile ricerca di essi, e l'analisi minuta delle loro particolarità

mentre lo rendono più forte nel discernimento del supposto vero,

gli dimostrano anche l'inanità degli sforzi suoi e degli altri,

nel determinare l'essenza delle cose. Ma l'uomo di scienza è anche

spesso un entusiasta, perchè nessuno meglio di lui è in grado di

apprezzare la meravigliosa armonia dei fatti naturali, l'intimo

legame che li riunisce, gli adattamenti perfettissimi che danno

ai fenomeni una stupefacente parvenza di finalità. Egli è pure un

disilluso, perchè ogni giorno più deve convincersi che ben poco è

quello che sa in confronto di quello che gli resta a sapere, e perchè

si avvede che ogni fatto nuovo che viene alla luce, mentre aumenta

il suo potere sulla natura, allarga pure smisuratamente i confini

della sua ignoranza consapevole. Ma egli possiede anche un concetto

esatto intorno alla relatività dei nostri veri, e se non sempre ha il

coraggio di comunicare i dubbi che lo tormentano, e lo sconforto di

sentirsi legato, per certe questioni generali, al limbo eterno della

ignoranza, sa però che deve essere temperato nelle idee e non scende

nella lizza per opporre ad affermazioni azzardate altrettanta vacuità

di linguaggio; e a rappresentazioni troppo indefinite e vaghe, simboli

troppo schematici e materiali; e a certe nebulosità idealistiche,

costruzioni materialistiche di un meccanismo infantile.

Questa è la rappresentazione psicologica di uno scienziato, quale

sorge spontanea nella mente leggendo le opere del Matteucci, le

quali improntate ad un severo positivismo fanno di lui, che fu il

ricercatore dei fenomeni fisici e chimici dei corpi viventi, uno dei

fondatori di quella scuola biologica che limita i confini della nostra

conoscenza e che alcuni vorrebbero, non capisco il perchè, distinguere

coll'appellativo di neovitalismo.

Dovrei ora parlare in modo speciale intorno alle ricerche del Matteucci

sull'elettricità animale, ma ciò mi obbligherebbe ad entrare in

questioni troppo tecniche, e ad adoperare un linguaggio che è soltanto

espressivo per gli iniziati ai suoi misteri. Credo invece opportuno

di dirvi in poche parole quali siano le nostre cognizioni attuali a

proposito della elettricità dei tessuti, perchè possiate apprezzare

quanto la fisiologia deve a quegli illustri italiani che hanno iniziato

questi studi. È infatti soltanto esaminando il frutto che si può

comprendere l'importanza di un germe, e soltanto l'organismo sviluppato

ci dice quali capacità di evoluzione stavano nascoste in quella cellula

così ricca di potenzialità che noi chiamiamo l'uovo.

Un organismo vivente, considerato in forma schematica, può essere

tenuto in conto di una macchina complicatissima, nella quale materiali

chimici molto complessi, dissociandosi ed ossidandosi, mettono in

libertà una certa somma di energie, in quella guisa che il carbone

combinandosi coll'ossigeno, come si suol dire, bruciando, sviluppa

calore. Ma lo stesso pezzo di carbone, quando si ossida, può darci

semplicemente del calore, se ci limitiamo a bruciarlo nel caminetto,

mentre da esso possiamo trarre del lavoro meccanico, se ne provochiamo

la combustione nel fornello di una locomotiva, o della energia

elettrica e quindi della luce o delle azioni chimiche o altre forme

di lavoro, se la forza messa in libertà dalla fiamma fa poi agire una

dinamo e questa una lampada elettrica, o un bagno galvanoplastico,

o altro. Sicchè lo stesso combustibile bruciando può dare forme

differenti di energia e di lavoro a seconda dei meccanismi ai quali è

applicato.

Nello stesso modo i processi di combustione che si svolgono nelle

singole parti del nostro corpo si manifestano diversamente in

ragione della varia struttura di queste parti. Il muscolo dà il

lavoro meccanico, la glandola, la elaborazione chimica, il nervo, la

trasmissione di un'onda particolare, la cellula nervosa, l'impulso al

movimento o il sottostrato della sensazione, e così via, e tutti questi

atti derivano in modo più o meno diretto da cangiamenti chimici, che

mettono in movimento i diversi ingranaggi del nostro organismo.

Le differenti manifestazioni funzionali del nostro corpo, delle quali

abbiamo fatto parola, sono accompagnate però da fatti collaterali, come

avviene in ogni altra macchina. Abbiamo cioè, oltre il lavoro specifico

dei diversi apparecchi, uno sviluppo di calore che contribuisce,

negli animali che stanno in alto della scala zoologica, a mantenere

la temperatura del loro corpo ad un grado superiore a quello ordinario

dell'ambiente.

Ma oltre il calore si possono discernere altre forme di energia, fra le

quali la luce e le manifestazioni elettriche.

Non avete mai veduto il mare fosforescente? È soprattutto nelle

regioni equatoriali che questo spettacolo si manifesta nel suo massimo

splendore, dando al navigante l'impressione di solcare delle onde

infocate. Non dimenticherò mai le sere passate sull'Oceano indiano,

appunto per la magnifica fosforescenza che vi ho potuto ammirare. Tutta

la superficie del mare, leggermente increspata, era illuminata da una

luce vaga, nebulosa, bluastra, che pareva scaturire dalle maggiori

profondità, mentre il solco aperto dal piroscafo splendeva sin presso

all'orizzonte come una striscia di fuoco, sulla quale risaltavano i

guizzi di fiamme provocati dall'elica che percoteva l'Oceano e dalla

prua che ne squarciava gli attriti. Questo fenomeno è dovuto alla

presenza di innumerevoli esseri assai bassi nella scala dei viventi,

alcuni minutissimi, altri, come le meduse, abbastanza voluminosi, i

quali, quando siano stimolati dagli urti delle onde o dell'elica, per

esempio, rivelano quello stato di eccitamento con manifestazioni di

energia che, in grazia della loro trasparenza, acquistano i caratteri

di vere e proprie funzioni luminose. In questo caso si potrebbe proprio

dire con un illustre fisiologo che noi siamo colpiti direttamente

dalle irradiazioni della fiaccola della vita. Fatti simili, benchè più

complessi e parzialmente sottoposti all'impero dei centri nervosi,

ci vengono presentati fra gli altri da alcuni insetti, dei quali

rammenterò le lucciole, ornamento delle nostre sere di primavera e di

estate, e che furono soggetto di interessantissime ricerche del nostro

Matteucci, e gli elaterii dell'America tropicale, che possono servire

come lanterne per illuminare il cammino, e che sul capo delle signore

splendono di una vivissima luce propria, molto più apprezzabile, mi

pare, di quella riflessa da un diamante.

Come vedete, alcuni fatti che d'ordinario sono semplici accessori, che

si presentano come collaterali di una funzione principale, possono,

in certi casi, raggiungere così grande sviluppo, da acquistare per se

stessi la dignità di una vera e propria funzione. Questo accade per la

luce emessa dagli organi fosforescenti degli insetti, come pure per le

manifestazioni elettriche della torpedine, del gimnoto, del siluro che,

grazie alla evoluzione di organi particolari, si sono resi capaci di

emanazioni elettriche potentissime, mentre, d'ordinario, l'elettricità

che si svolge dagli organi funzionanti, può essere appena avvertita da

apparecchi delicatissimi.

Non per questo essa ha meno importanza pel ricercatore di fatti

biologici, che anzi la corrente tenuissima che si può raccogliere da

un muscolo che si contrae, la così detta corrente d'azione vale a farci

comprendere la potentissima scossa emessa da un pesce elettrico.

Si disse come le manifestazioni funzionali dell'organismo siano

dovute a processi di combustione che si svolgono in seno agli elementi

costitutivi dei nostri organi. Ma il lavoro determina necessariamente

il consumo del combustibile, ed anche, benchè meno rapidamente, della

macchina. Sicchè un organismo non potrebbe presentare una funzione

continuata se ai fatti distruttivi, che sono il fondamento o la

conseguenza delle sue varie forme di lavoro, non facessero equilibrio

fatti antagonistici di reintegrazione, capaci di ricostituire le

forze impiegate nell'attività e le strutture consumate dall'uso, che

in altre parole servono a rimettere nuovo carbone nel fornello, ed a

raccomodare quegl'ingranaggi che vanno di mano in mano sciupandosi. Per

questo un organismo si può considerare come continuamente oscillante

fra due atti chimici opposti: quelli distruttivi, che si manifestano

in forma di movimento, di calore, di luce, di elettricità o d'altro:

e quelli ricostitutivi, che accumulano nuovi materiali combustibili e

reintegrano i tessuti sciupati dalla funzione.

Può accadere che questi due fatti antagonistici corrispondano

perfettamente gli uni agli altri, come può avvenire che l'uno di

essi predomini sull'altro, e voi facilmente comprenderete quanto sia

importante pel biologo di assistere agli avvicendamenti chimici che si

svolgono nell'intima trama degli organi viventi. Questo ci è in parte

concesso quando si raccolga e si registri graficamente, per mezzo

di apparecchi delicatissimi, le variazioni elettriche dei tessuti

che vivono, vale a dire che si nutrono e che funzionano. Infatti, i

processi distruttivi determinano nelle parti che ne sono la sede una

certa condizione elettrica che si chiama negativa; e i fenomeni opposti

di reintegrazione danno luogo a manifestazioni elettriche di segno

contrario, provocando cioè uno stato che si dice positivo.

Si capisce, perciò, come non si ottenga alcuna manifestazione elettrica

da un organo nel quale i processi chimici opposti, distruttivi e

reintegrativi si fanno equilibrio, perchè in esso agiscono due forze

eguali e contrarie che si neutralizzano, mentre vediamo diventare

negativa quella parte nella quale si esagerano i processi demolitori,

o positiva quella nella quale predominano i fatti di riparazione

organica.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 3 Seconda serie - Lettere, scienze e arti · 第 4 / 6 段