in tasca il manoscritto di Temistocle Solera, corse a casa: e aperto
così a caso il quaderno, lesse i versi, rimasti celebri, dello stupendo
coro: «Va', pensiero, sull'ali dorate,» che nella musica melodrammatica
del nostro secolo è forse la invocazione più appassionata e più sublime
alla patria lontana, e che fratello maggiore del coro dei _Lombardi_,
meriterebbe con più ragione si ripetesse di lui:
Che tanti petti ha scossi e inebriati.
Col _Nabucco_ s'iniziano veramente i trionfali successi del Verdi:
continuano con l'opera venuta dopo, _I Lombardi alla prima Crociata_,
raggiungono il massimo dell'entusiasmo con l'_Ernani_: dal '42 al '44,
il «giovane Verdi,» come allora lo chiamavano, avea acquistato in meno
di tre anni un posto d'onore; e raro esempio nella storia dell'ingegno
umano, non solo non ne discese più mai, ma di scalino in scalino, di
tappa in tappa, se così mi è lecito esprimermi, salì alla fama, alla
rinomanza, alla gloria. Egli rimaneva oramai quasi solo (l'astro del
Donizetti si avvicinava rapidamente all'angoscioso tramonto), quasi
solo egli rimaneva a rappresentare la grande, la nobile, la ispirata
arte italiana.
Egli ebbe intenso dalla natura, e lo ha squisitamente affinato nel
corso degli anni, l'istinto prezioso e incomunicabile dell'effetto
teatrale; anche obbedì, in tutte le opere di quella sua prima maniera,
alla foga potente della ispirazione, e fu di un'abbondanza melodica
che somigliò quasi alla prodigalità. Peccò qualche volta per dato e
fatto della sua stessa virtù, peccò di trascuratezza. Simile forse in
questo (me lo perdonino le ascoltatrici gentili) simile a una donna
bella che osi, appunto perchè bella, presentarsi ai suoi ammiratori un
po' scapigliata e in abito disadorno. Ma egli è che allora si scriveva
musica per scriver musica, e con le sette note di Guido Monaco non
s'intendeva di risolvere nè un problema d'algebra, nè un teorema di
meccanica celeste: si voleva soltanto destare la commozione, il grande
e il solo sentimento che possa chiamare le folle in teatro.
E di una commozione, trasportata fino alle regioni del parossismo,
fu causa l'ultima delle opere che ho citata, l'_Ernani_. Il dramma
audace dell'Hugo, simbolo di riscossa per tutta una scuola letteraria,
diventa il vangelo altrettanto audace di tutti gli spiriti liberi.
Venezia, dove la nuova opera fu per la prima volta rappresentata, e in
breve giro di mesi tutta l'Italia acclamano il cantore di _Doña Sol_,
come il rappresentante della musica dei tempi vaticinati. Pare quasi
interrotta la tradizione; si direbbe che il maestro, spezzate le catene
del convenzionalismo, si slanci a scoprire i nuovi orizzonti dell'arte,
illuminata da lui col sole del proprio genio.
_Ernani_ è la protesta magnanima contro le tirannie, è l'odio
della violenza alimentato dalla violenza, è il grido del popolo
che si ribella alla signoria dei grandi e dei sovrani. Come suonano
rimbombanti e armoniosissimi i versi del poeta francese, così l'alata
schiera delle melodie del maestro italiano si libra a volo sul dramma,
e tutto lo penetra e lo investe. C'è in quella musica qualche cosa di
trepido, di convulso, di rapido, d'irrompente. L'ardentissima anima del
Verdi non aveva avuto ancora, e forse non le ebbe mai più, vibrazioni
musicali così gagliarde, non s'era mai slanciata a colorire con tanta
esagerata potenza un immenso quadro drammatico. Io credo sieno pochi
gli esempi di opera che, come l'_Ernani_, mantengano sempre viva,
musicalmente, l'attenzione dalla prima all'ultima scena; e qui il
dramma e la musica mirabilmente si fondono a raccontare in altissimo
metro una pagina della storia eterna del cuore umano.
E così Giuseppe Verdi, con la stupenda produzione che va dal '42 al
'46, schiude veramente le porte dell'avvenire, creando uno stile
suo, manifestando una maniera tutta sua propria di concepire e di
svolgere un violento contrasto di passioni sulla scena melodrammatica.
La fecondità di quelli anni, non dissimile dalla geniale rapidità
donizettiana, nocque forse al maestro di Busseto per la materiale
impossibilità di adoperare la lima: ma giovò alla espressione di una
più grande sincerità in quei subitanei quasi selvaggi scoppi del genio,
preludio ad avvenimenti che maturatisi nel silenzio, dovevano di lì
a poco suscitare i fremiti delle balde giovanili speranze nel cuore
improvvisamente svegliatosi della patria.
In quel medesimo anno, che è l'ultimo del periodo del quale le nostre
Letture si occupano, e sempre nella città di Venezia, un'altra opera
del Verdi scoppiò come fulmine e fu l'_Attila_: musica tempestosa
che entrava difilato per le orecchie nelle anime, e di popolarità
così clamorosa e così diffusa, che sopravvisse di qualche anno alla
morte delle speranze italiane: come uno di quei canti che l'esule con
accorata tenerezza ripete, perchè gli richiama alla mente le dolci
valli della patria lontana.
È naturale quindi che in coteste opere della prima maniera del Verdi
si volesse rintracciare un concetto politico: così nei _Lombardi_ che
sospirano al tetto natio e ricordano con sublime lamento i ruscelli
ed i prati della loro terra, parve di scorgere una anticipazione del
quarantotto, quasi un simulacro di movimento nazionale: e nella celebre
offerta dell'universo che fa Ezio ad Attila, purchè a lui, generale
romano, rimanga l'Italia, c'era più che un pretesto per sollevare a
rumore le platee, per far vibrare la corda dello spirito patriottico.
Si potranno questi chiamare gl'innocenti anacronismi della leggenda,
ma non sono perciò inutili: tanto è vero che di lì a pochi mesi le più
fortunate e popolari opere del Verdi si trasformarono in segnacoli
di riscossa, i suoi canti ispirati furono gl'inni della nazione, e
Gerusalemme diventò Milano con le sue cinque giornate. La musica è così
fatta, che mirabilmente si piega ad esprimere il concetto dominante
negli spiriti; e se un caldo soffio di poesia la ravvivi, ella diventa
preghiera ed imprecazione, espressione d'infinito rammarico e di
giubilante letizia, augurio, speranza, vaticinio. I poeti d'Italia
cantavano in strofe roventi la rivoluzione prossima a trionfare; ma non
bastava il ritmo poetico, ci voleva una risonanza più armoniosa e più
vasta; e il popolo fremente e commosso ripeteva sulle pubbliche piazze
il «Va' pensiero, sull'ali dorate» del _Nabucco_, e l'«Oh, Signore, dal
tetto natìo» dei _Lombardi_. Con un anticipato augurio di cinque lustri
Alessandro Manzoni aveva inneggiato nella lirica patriottica del 1821
alle «giornate del nostro riscatto.»
_Signore e Signori_,
Attorno a quel gruppo di stelle, onde si compone la pleiade musicale
che brillò nei puri vesperi dell'Italia dal '31 al '46, altri
minori pianeti, come obbedienti satelliti, girarono e modestamente
splendettero; ma la loro luce ebbe bagliori fugaci che ben presto
si dissiparono. Nell'azzurro sconfinato del cielo gli astri di prima
grandezza soltanto rimasero, ad attestare che il primato della musica è
ancora nostro, e uno ancora vi rifulge solitario e lucente, come remota
stella polare, speranza e guida dei naviganti che si affacciano ai mari
inesplorati del secolo nascituro.
LA ELETTRICITÀ ANIMALE
CONFERENZA DEL Prof. GIULIO FANO
_Signore e Signori_,
Il periodo di vita italiana dal 1831 al 1846, preso in esame dalle
conferenze di quest'anno, è caratterizzato soprattutto dalle idee
di rivendicazione politica e sociale che fermentavano allora nelle
menti di molti fra i migliori, distogliendoli, in parte almeno, dalle
ricerche sui fenomeni naturali. Si capisce che le lotte intestine,
le congiure, i moti e le vicende tormentose della patria possano
conciliarsi coll'inspirazione artistica, anzi spesso eccitarne lo
sviluppo in alte e nobilissime forme che valgano ad esaltare i meno
animosi ed a raccogliere i più sotto la stessa bandiera. Ma per le
scienze esatte, per le ricerche pazienti di laboratorio, per l'esame
accurato della natura si richiedono tempi sereni e tranquilli.
Qualche manifestazione geniale si presenta, è vero, nella storia della
scienza anche nei momenti più torbidi, ma sono forme accidentali di
un carattere che si potrebbe dire vulcanico, e non già il risultato
di quelle forze costanti che agiscono lentamente sulla coscienza
collettiva degli studiosi.
Ciò nonostante, anche in quei tristi, incerti, ma pure gloriosi periodi
della nostra vita nazionale, possiamo con orgoglio ricordare parecchi
notevoli contributi allo sviluppo delle scienze fisiche e naturali.
Fra gli argomenti di carattere biologico allora trattati, uno fra i
preferiti da molti scienziati italiani è l'elettricità animale, e ne
fanno fede i nomi del Nobili, del Marianini, del Santi-Linari, del
Grimelli, del Matteucci, del Savi, del Pacini, alcuni dei quali, e
fra i più illustri, furono onore dell'Ateneo fiorentino. Si direbbe
che i germi lasciati dal Galvani e per lunga serie di anni rimasti
assopiti in una specie di stato latente, portati in questa terra
toscana che ebbe sempre e giustamente il vanto di proteggere i buoni
studi, riprendessero nuova vita dando ricchi e rigogliosi germogli.
Sicchè l'elettricità animale, che nacque come argomento di ricerca
in Italia, e qui ebbe le maggiori e più importanti cure, che ne
assicurarono lo sviluppo, può dirsi a ragione cosa nostra, senza che
per questo si diminuisca il carattere cosmopolita che fa della scienza
l'unico vincolo che ancora raccolga la sminuzzata umanità di questa
tristissima fine di secolo. Quanto vi ho detto, spero sia sufficiente
per giustificare la mia scelta. Debbo però avvertirvi che non posso
restringere il mio dire a ciò solo che in proposito si è osservato nei
tre lustri fissati dal programma, e neppure mi è lecito limitarmi ai
soli risultati dovuti a ricercatori italiani. Voi non mi perdonereste
certamente di sacrificare ad un sentimento nazionale, che in tal
caso sarebbe malinteso, un argomento scientifico che, nato in Italia,
divenne poi per sua natura universale.
Il capitolo della elettricità animale comprende quelle manifestazioni
elettriche date da un animale o da una parte di esso durante la
vita, e che si sviluppano dagli organi come una naturale e necessaria
conseguenza delle loro attività funzionali. Sicchè i fatti elettrici
che si possono ottenere in certi casi, per esempio passando con
forza la mano sul dorso di un gatto vivo come su quello di un morto
o semplicemente su una pelliccia di gatto, appartengono tanto poco
alla elettricità animale quanto ciò che si manifesta collo strofinare
un bastone di resina o di zolfo. Nello stesso modo nessun rapporto
hanno col nostro soggetto le scintille che alcune persone ottengono
passandosi le mani nei capelli o stropicciandosi altre parti del corpo.
Si tratta in questi casi semplicemente di elettricità per strofinamento
e si capisce come condizioni particolari della pelle, dei peli e
dell'ambiente possano dare a questo fenomeno proporzioni veramente
stupefacenti.
A queste osservazioni però, tanto semplici per sè stesse, si
aggiunsero, come troppo spesso accade, i prodotti più o meno sinceri
dell'immaginazione, sicchè si venne ad affermare che alcune persone
erano dotate di vere proprietà elettriche a somiglianza di alcuni
pesci dei quali avremo fra poco occasione di parlare. Numerose sono
le osservazioni citate in proposito. Mi limiterò a ricordare quella
della Signora elettrica di Oxford negli Stati Uniti, perchè è forse
il caso documentato meno peggio. Essa si accorse il 25 gennaio 1837,
mentre in numerosa compagnia osservava un'aurora boreale, che le dita
delle sue mani emettevano scintille elettriche ogniqualvolta essa
accarezzava il volto di un suo fratello. Tutta la società, benchè in
sul principio fosse molto dubbiosa, dovette poi convincersi della
realtà di quello strano fenomeno, ed il dottor Williard Osford,
una specie di san Tommaso, fu condotto alla fede da una scintilla
lunga circa venti millimetri, che quella interessante persona gli
scaricò sulla punta del naso, dai polpastrelli delle dita, facendolo
indietreggiare spaventato. Il marito di quella signora era lontano, in
viaggio, al momento dello sviluppo di quella strana proprietà. Allorchè
in aprile ritornò, la moglie gli andò incontro alla porta di casa, e
presentandogli scherzosamente le mani alla faccia lo sbalordì con una
scarica elettrica. Come vedete, quando un marito torna a casa dopo una
lunga assenza deve essere preparato a qualunque sorpresa!
A me fu raccontato da un medico di Firenze di un caso simile da lui
osservato in queste ultime settimane. Una signora straniera, che abita
la nostra città, si presenta, soprattutto quando domina la tramontana,
come circondata da una nube luminosa, tante sono le scintille che
crepitando scoccano dalla superficie del suo corpo. E le parti più
intime del suo abbigliamento, e le lenzuola del suo letto sono così
cariche di elettricità, che il solo sfregamento di esse dà luogo ad
imponenti manifestazioni elettriche. Anche qui si tratta, è evidente,
di semplici fatti dovuti ad elettricità sviluppata per sfregamento.
Ad ogni nostro movimento noi produciamo calore, fra le molte altre
ragioni, per l'attrito dei piedi contro il suolo o degli indumenti
sulla persona, e nello stesso tempo diamo luogo, per le stesse
cause ad una elettrizzazione della superficie del nostro corpo e
degli oggetti che con essa vengono in contatto. Si capisce come
condizioni particolari di poca conducibilità degli appoggi e delle
parti superficiali dell'organismo debbano provocare i fenomeni
sopra descritti, i quali, benchè possano sembrare meravigliosi, sono
molto più semplici di un battito del nostro cuore o di un movimento
delle nostre labbra. Certamente le condizioni nutritive e nervose di
quegl'individui contribuiscono a dare alla loro cute quelle proprietà
particolari che determinano una elettrizzazione tanto notevole, ma non
per questo possiamo dire che quei fatti appartengono alla elettricità
animale propriamente detta.
Fa parte integrale di essa invece la causa che determina le scosse
risentite toccando un così detto pesce elettrico. È questo anzi il
primo fatto di elettricità animale che sia stato conosciuto, e se ne
parla sin dai tempi più remoti, senza darne però, e si comprende, una
retta interpretazione. I più anticamente noti fra i pesci elettrici,
per quanto ne possiamo sapere noi, sono le torpedini, perchè abitanti
il Mediterraneo. Esse fissarono l'attenzione del volgo prima e dei
naturalisti poi. Come rappresentarci lo stupore e lo spavento di quegli
ingenui pescatori che tirando a terra la rete colma di pesci vengono
colpiti da una scossa che li irrigidì e li paralizzò ad un tempo? Vi
è solo da meravigliarsi che essi, così immaginosi e ricchi di forme
simboliche, non abbiano messo fra le mani poderose di Nettuno una
torpedine invece del tridente o del delfino. Debbo però notare a questo
proposito come in un vaso proto-etrusco del museo archeologico di
Firenze si osservi la figura in rilievo di una torpedine associata ad
una sfinge maschio, e contrapposta ad un felino con criniera irradiata.
Quel pesce, secondo il Milani, rappresenterebbe probabilmente la forza
occulta del mare notturno contrapposta alle forze palesi della natura.
Ai tempi di Aristotile la torpedine si chiamava Narkè, che vuol dire
torpore, ed a questo proposito Platone fa dire a Menone in uno dei suoi
dialoghi: «O Socrate, già prima di conoscerti avevo sentito dire che tu
nelle discussioni non fai altro se non porre te stesso nell'imbarazzo
e metterci gli altri, e anche ora mi pare che tu con ogni sorta di
incantesimi mi abbia ridotto a non trovar via d'uscita; anzi, se è
lecito scherzare, mi sembri affatto simile nell'aspetto e nel resto
alla Narkè marina piatta. Essa infatti fa intorpidire chi le si accosta
e la tocca; ed anche tu hai fatto lo stesso a me. Perchè, in verità, mi
si è paralizzata l'anima e la bocca e non so che risponderti.»
I commentatori, per far comprendere il senso nascosto delle parole
messe in bocca a Menone, rammentano come Socrate avesse il viso piatto
che poteva essere paragonato alla forma schiacciata della torpedine.
Per conto mio trovo che è uno scherzo di assai cattivo genere e tale da
far venire i brividi a qualunque conferenziere che abbia il profilo un
poco camuso.
Molti altri scrittori dell'antichità hanno parlato dei notevoli
fenomeni prodotti dai pesci elettrici, particolarmente Oppiano,
poeta greco dei tempi di Settimio Severo. Galeno poi credette di
poter spiegare la sensazione provata al contatto di quegli animali
attribuendola ad un principio frigorifero, e per motivare la sua
opinione portò i buoni effetti prodotti dalla applicazione delle
torpedini alla medicina, soprattutto contro il mal di capo e la gotta.
Come vedete, non vi è nulla di nuovo sotto il sole, e i Romani facevano
anch'essi della Elettroterapia; ma soltanto la facevano senza saperlo.
Saltando a piè pari molti secoli arriviamo a Francesco Redi, il geniale
accademico del Cimento, primo medico della casa granducale di Toscana,
l'inspirato poeta del vino, il fine, attento, perspicace osservatore
di fatti naturali. Ecco come egli ci intrattiene sulle torpedini, in
quel suo musicale e purissimo stile: «È cosa notissima che quel pesce
marino chiamato tremola, torpedine, ovvero torpiglia, se sia toccato
renda intormentita e stupida la mano ed il braccio di colui che lo
tocca; ed io ne ho fatta la prova più di una volta, per certificarmi di
tal verità e per poterne favellare con certezza di scienza. E voglio
raccontarvi che alcuni pescatori, essendo a mia requisizione andati
alla pesca di questo pesce ne pigliarono uno e portatomelo vivo poco
dopo che l'ebbero preso, appena che lo toccai e lo strinsi colla mano,
che mi cominciò a informicolare e la mano e il braccio e tutta la
spalla con un tremore così fastidioso e con un dolore così afflittivo
ed acuto nella punta del gomito, che fui necessitato a ritirar subito
la mano: e lo stesso mi avveniva ogniqualvolta io voleva ostinatamente
continuar lungo tempo a toccarlo. Egli è ben vero che quanto più la
torpedine si avvicinava alla morte, tanto meno io sentiva il dolore e
il tremore, anzi molte volte io non lo sentiva; e quando ella fu quasi
finita di morire, che pur campò ancora tre ore, io poteva maneggiarla
con ogni sicurezza e senza fastidio veruno: che perciò non è maraviglia
se alcuni stiano in dubbio della verità di questo effetto, e lo tengano
per una favola, avendone essi per avventura fatta l'esperienza non con
le torpedini vive, ma con le morte o vicine a morire.»
Il Redi ed il suo discepolo Lorenzini, che, all'epoca del Rinascimento
delle scienze naturali, furono i primi a studiare la torpedine,
supponevano che questo pesce inviasse da lontano una quantità di
piccoli corpuscoli che s'insinuerebbero nelle parti delle quali
essi determinano l'intorpidimento, e che sarebbero proiettati dalla
contrazione di due organi riputati muscolari, e chiamati, in ragione
della loro forma, muscoli falcati.
Il Borelli, un altro insigne accademico del Cimento, riguarda quella
emissione di corpuscoli stupefacenti come immaginaria, e pensa che
la torpedine, colpita essa stessa da tremiti violentissimi, comunichi
queste vibrazioni all'essere che la tocca e determini così in esso un
intorpidimento.
Non sorridiamo a questi tentativi di rappresentazione di un processo
funzionale, perchè a ben altre forme dottrinarie ci hanno abituati
certuni ai giorni nostri, i quali, essendo tanto più dogmatici
quanto meno vogliono parerlo, pretendono di dar ragione dei fenomeni
presentati non solo da un individuo ma da una intera società umana,
adoperando alcune formule semplicissime, che non sono neppure di loro
invenzione, per mezzo delle quali tutto può essere classificato e
spiegato; tanto meno scusabili inquantochè ogni giorno più si mette in
chiaro l'immensa complessità dei fatti biologici, di quelli anche che
potrebbero a prima vista sembrare di una semplicità primordiale.
Si capisce, del resto, che ai tempi del Redi, del Lorenzini e del
Bellini non si potesse avere un'idea esatta intorno alla natura della
scossa ricevuta dalla torpedine, perchè non si conosceva ancora la
bottiglia di Leida, che sembra datare dal 1745. Dopo ciò si comprese
che l'agente sviluppato da quel pesce è di natura elettrica, e le
osservazioni in proposito, alle quali contribuirono il Volta e il
Galvani, eccitarono entrambi questi illustri nella loro lotta per
la verità. Infatti il Galvani considera la sua preparazione, fatta
di muscoli e di nervi, come un organo elettrico ridotto, e il Volta
si inspira a quell'apparecchio nella costruzione della sua pila, che
egli chiama «organo elettrico artificiale» «per essere (come scrive al
Brugnatelli) fondato sopra i medesimi principi e simile anche nella
forma, secondo la sua prima costruzione, all'organo naturale della
torpedine.»
La scoperta della pila mise nell'ombra le mirabili osservazioni del
Galvani, e le sue affermazioni intorno alla elettricità animale, e
ciò benchè fosse ormai indiscutibile che la torpedine si comporta
come una macchina elettrica, e come una pila insieme, e che lo
sviluppo dell'elettricità è in quegli animali dipendente dalle loro
condizioni vitali. La morte infatti porta con se, come del resto aveva
già osservato il Redi, la cessazione di ogni fenomeno elettrico, e
tutte le osservazioni dimostrano anche che la potenza intorpidente
dei pesci elettrici si indebolisce a misura che diminuiscono le
attività funzionali dell'animale, che essa si esaurisce per ogni
emissione eccessiva, e che, nello stato normale dell'organismo, essa
può ristabilirsi col riposo. Questi esseri singolari sono capaci,
è vero, di dare parecchie scariche successive, ma queste vanno
gradatamente indebolendosi, sino a che quei pesci possono essere
impunemente toccati. Poi, col tempo, soprattutto se bene alimentati,
essi riprendono le loro capacità elettriche, così come si osserva nelle
manifestazioni dell'energia muscolare e nel decorso della fatica. Vi
è insomma, sotto molti aspetti, una completa identità fra la scossa
elettrica della torpedine ed un movimento volontario. Le torpedini e
gli altri pesci elettrici, come il gimnoto ed il siluro, danno una
scossa elettrica come un cavallo darebbe un calcio, un cinghiale
un colpo di zanna, una tigre un morso, un'aquila un colpo d'ala o
d'artiglio. Il meccanismo nervoso volontario pel quale si esplica
l'atto della difesa e dell'offesa è lo stesso in questi casi, non
solo, ma anche gli effetti esteriori che ne risultano hanno molte
analogie fra loro. Ogni giorno di più, infatti, si mettono in chiaro
le somiglianze strutturali fra muscoli ed organi elettrici, non solo,
ma pure quelle funzionali fra scossa elettrica e contrazione muscolare.
Questi due atti si lumeggiano vicendevolmente, inquantochè obbediscono
alle stesse leggi generali; sicchè possiamo dire, per adoperare
un linguaggio tecnico, almeno una volta, che entrambi dipendono
probabilmente, per quanto riguarda l'effetto esterno, da cangiamenti di
tensione superficiale.
L'affinità fra un movimento volontario ed una scossa elettrica mi
richiama alla mente una descrizione dell'Humboldt, che amo ripetervi
in parte, benchè la ritenga universalmente conosciuta. Si tratta
della pesca dei gimnoti, o anguille elettriche, che vivono nelle acque
dell'America meridionale, e che danno, quando siano irritate, scosse
potentissime, molto più energiche di quelle della torpedine. Non
bisogna però credere che il racconto dell'Humboldt si riferisca ad un
modo usuale di pesca; esso piuttosto va considerato come la narrazione
di una accidentale avventura di viaggio. Ecco le parole del celebre
viaggiatore e scienziato tedesco: