C'è dunque un nuovo indirizzo, stavo per dire una nuova scuola che

sorge, florida di giovinezza, ricca di speranze, cercatrice smaniosa

di successi. La musica italiana, che s'era detto aver pronunziata col

_Guglielmo Tell_ la sua ultima parola, riprende il suo fatale andare,

e parla ancora alle menti, eccita ancora le fantasie, commuove ancora

ed esalta milioni e milioni di cuori. Vincenzo Bellini e Gaetano

Donizetti, i due astri più luminosi della pleiade scintillante,

procedenti per vie diverse ad una medesima mèta, con magnanima

ostinazione resistono alle prime avvisaglie della scuola tedesca,

e dimostrano con l'esempio di voler serbare alla nostra musica la

schietta italianità, che vuol dire il sentimento, la passione, la

melodia, il canto.

Nei loro inizii, nelle inevitabili incertezze di chi, incominciando,

sente di non poter camminare spedito se non si appoggia, come l'edera,

a qualche robusto tronco, anche i due maestri s'ispirano e si scaldano

al gran sole rossiniano: ma dopo quei primi esperimenti di una

ginnastica intellettuale, quando la loro fibra si è ringagliardita

nelle molteplici prove, ed essi hanno acquistata la coscienza

sicura del proprio essere, ogni ombra d'imitazione scompare, ed

essi raggiungono in brevissimo tempo la fama, la popolarità, la

gloria. Sono l'uno e l'altro, e sinceramente lo confessano, una

derivazione rossiniana: ma accade di loro, se mi è lecito di rapire una

similitudine alla scienza astronomica, accade di loro come quando un

bolide scoppiando si riduce in parti, e coteste parti, pur descrivendo

ciascuna per conto proprio una traiettoria nello spazio, serbano

in comune il punto primitivo di partenza: così i due grandissimi,

quantunque di grandezza diversa dal loro autore e non ostante

l'individuale cammino percorso, sembrano emanare da un apice comune, da

Gioacchino Rossini.

Ma della serena spensieratezza di quelli anni e di quella generazione,

che affaticata dalle immani lotte napoleoniche cercava un riposo e

una distrazione nelle prime opere del maestro di Pesaro, e rispondeva

acclamando e ridendo alla squillante risata dell'autore del _Barbiere

di Siviglia_, di cotesta spensieratezza non vedremo più che una traccia

fuggevole. Se qualche cosa d'incipriato sopravvive all'ottantanove e ai

trattati del quindici, se nella vita poco o punto affaccendata delle

classi colte c'è ancora come un resto delle mollezze e delle morbide

blandizie del settecento, e c'è una corruzione elegante che non sa

risolversi a rendere le armi, pure aleggia nella parte sana del popolo

un'aura più vivace, e già un concetto delle civili responsabilità a

poco a poco la penetra.

Interprete dei sentimenti e delle aspirazioni nuove sarà l'arte

della musica, che per la sua stessa indeterminatezza del linguaggio

si piegherà volenterosa ad esprimere sentimenti, affetti, passioni

tumultuanti nelle anime.

Una solenne e austera mestizia par che governi il mondo, e di

quella mestizia è raccontatrice e commentatrice fedele la musica.

Sorriderà ancora, in alcune geniali produzioni del Donizetti, la musa

dell'opera giocosa, ma fra quei sorrisi vedremo pure talvolta balenare

scintillando le lacrime, e per arrivare al lieto fine di prammatica

rasenteremo più d'una volta il dramma. L'arte non è più un semplice

diletto, nè una blanda carezza di suoni armoniosissimi; ella deve

invece tradurre tutto quel complesso di aspirazioni che sono tanta

parte nella vita nuova del popolo, deve in certo modo riprendere e

continuare per conto proprio l'opera iniziata altrove con la poesia,

col romanzo, col dramma. Una invisibil catena avvince le genti fra

loro, le genti oramai consapevoli dei propri diritti e dei propri

doveri: e perchè l'arte è il linguaggio che tutti comprendono, toccherà

a lei farsi divulgatrice d'idee e di propositi, che nel segreto

dapprima, poi alla luce aperta del sole maturano.

Chi afferma che la musica di cotesti anni altro non è che la

continuazione di quel che fu fatto nel primo trentennio del secolo,

dà prova di non averne penetrata la intima essenza. Certo nè Vincenzo

Bellini, nè Gaetano Donizetti furono gli antesignani di una rivoluzione

civile e politica, alla quale essi mai non pensarono, e della quale

sarebbe sfuggita a loro, perchè distratti in più serene contemplazioni,

la ragione remota o prossima. Ma un qualche cosa che vibrava e

fremeva intorno dovette persuaderli che sarebbe toccata alla musica

una partecipazione essenziale in quel grande rimescolìo degli animi

e delle menti: e guidati da quell'istinto che è qualità divinatrice

del genio, essi furono gli uomini del loro tempo, furono i gloriosi

portabandiera di un piccolo ed elettissimo esercito, che combatte anche

oggi battaglie non ingloriose nel campo dell'arte.

*

* *

Vincenzo Bellini rappresenta, nella pleiade musicale di cotesti anni,

il luminoso astro fuggitivo che brillerà d'intensissima luce per

pochi anni, poi sparirà quasi consunto dal suo medesimo fuoco. Se

egli ottenesse dalla natura il dono prezioso della fecondità, non è

certo; ma si sa che le opere sue più belle, le tre opere magistrali

che non morranno fintantochè almeno non si capovolgano le leggi eterne

del gusto, rampollarono dall'accesa fantasia del giovane maestro con

meravigliosa rapidità, e si sa pure che dopo il sublime suo canto del

cigno, dopo quei _Puritani_ che sollevarono un grido d'entusiasmo per

tutto il mondo, egli, già colpito dalla fatale malattia che doveva

spegnerlo all'età di trentaquattro anni, meditava sopra due nuovi

soggetti. Di lui veramente, meglio che del Rossini, sarebbe curioso

e opportuno indagare quali nuove forme avrebbe assunte, a quali

diversi atteggiamenti si sarebbe piegato il suo ingegno, se la natura,

dispettosamente crudele, non avesse voluto dare apparenza di verità

all'antica sentenza di Menandro: «Muor giovine colui che al cielo è

caro.»

L'acutezza tutta meridionale della sua mente, in quei brevi mesi

di soggiorno a Parigi, gli servì per penetrare addentro nei nuovi

progressi della musica strumentale, che fu per lui come il dischiudersi

di nuovi orizzonti; e forse non esagerano quei biografi i quali

affermano, che prima di recarsi in Francia il Bellini non conoscesse

che superficialmente la musica di quel maestro che il Rossini non

dubitava di chiamare fra tutti il più grande, e che fu Ludovico

Beethoven. Della profonda mestizia, qualità predominante nell'autore

delle Nove Sinfonie, è facile riscontrare più d'una traccia nell'ultima

opera del maestro catanese, come nè è più ricco, più nutrito, più

vario lo strumentale. Egli che, nell'idilliaca _Sonnambula_, emulò

la greca semplicità e la perfezione di Teocrito, e nella _Norma_

si sollevò a grandezza epica, tocca, io credo, il massimo vertice

del sublime con la dipintura delle cruente lotte fra i _Puritani ed

i Cavalieri_. Dalla favola montanara, tutta impregnata di agresti

profumi, dalle foreste druidiche, di cui indovina, senza neanche darsi

pensiero di approfondirle, le sanguinose tregende, egli trapassa alla

contemplazione e alla riproduzione di un grande quadro storico: ma

nella cozzante varietà dei soggetti che tratta, egli serba pur sempre

lo spiccato carattere della individualità propria, della propria

originalità.

Ascoltando la musica di altri maestri, rimarremo incerti talvolta

nell'attribuire la paternità a questo od a quello: ma Vincenzo Bellini

non è possibile confonderlo mai con altri. Le sue cantilene soavissime,

le sue melodie, quasi tutte di prima intenzione, e una tal quale

morbidezza raffaellesca di contorni, ce lo annunziano e ce lo rivelano

presente sempre.

Egli non somiglia che a sè medesimo. Sentendolo, vien fatto di pensare

che la sua musica, più che dalla fantasia, gli germogli dall'anima, e

che quell'anima riassuma e traduca le troppo fugaci gioie e gli eterni

dolori dell'umanità: vien fatto di dire che i suoi canti, più che col

linguaggio delle note sono composti di lacrime, e sono le lacrime che

raccontano le nostre miserie, le nostre intime ambascie.

Vincenzo Bellini ebbe principalissime, fra tutte le doti musicali, la

schiettezza e la limpidezza, congiunte alla più squisita semplicità

delle forme. C'è stato perfino un tempo, nel quale non si dubitò di

dirlo anche troppo semplice. Venti o venticinque anni fa il direttore

di un teatro parigino, voglioso di rimettere in scena la _Norma_,

propose a Giorgio Bizet, non ancora celebre, di rifare, secondo

le nuove tendenze e il nuovo stile, la strumentazione dell'opera

belliniana, e offrì al giovine maestro, bisognoso di lavorare, qualche

migliaio di lire. Tutto lieto il Bizet portò a casa la partitura della

_Norma_, stimando agevole impresa rimettere a nuovo la vecchia opera,

vecchia allora di più che quarant'anni. Ma di lì a qualche giorno, con

la partitura intatta sotto il braccio, egli andò a trovare il direttore

di quel teatro, e restituendogli lo spartito gli disse che le opere

del genio sono intangibili, che a mettervi le mani e ad alterarle

si commette opera profanatrice e sacrilega. L'autore futuro della

_Carmen_, grande artista veramente, respingeva da sè con ribrezzo la

mostruosa complicità in un reato, rimasto fortunatamente uno sterile

tentativo.

Ogni tempo ha l'arte che si merita e che gli si confà: e l'arte non ha

efficacia immediata, se non in quanto rispecchia i gusti, le tendenze,

le aspirazioni dell'epoca in cui ella sorge e fiorisce. La musica della

prima metà del nostro secolo, discesa in linea retta da quella del

secolo precedente, mantenne intatta la tradizione, ma si arricchì di

forme più belle, ma ebbe intenti più serii e più drammatici, ma penetrò

anche più addentro nei segreti dell'anima umana.

Senza confondere l'arte con la scienza, ma senza ripudiare

quest'ultima, rifiutò tutto quello che non germogliasse direttamente

dalla fantasia. E appunto per questo fu grande e semplice; ed ebbe

nome, per il momento, Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti, Oh non per

loro certamente, non per le loro orchestre destinate ad accompagnare

docilmente o ad abbellire di fregi modesti il canto della scena, non

per le loro orchestre, come doveva accadere più tardi per il mistico

Wagner, tutte le potenze della natura congiurarono favorevoli, nè la

terra regalò quasi tutto il metallo delle sue miniere e il legname

delle sue foreste per fornire le armi sonore destinate agli assalti

irresistibili! La musica di quei nostri grandi, veramente nostri,

scaturita come fonte viva di limpida acqua dalle viscere della

montagna, non ebbe bisogno delle violente arginature artificiali che

ne affrettassero il corso, ma si diffuse allargandosi come in azzurro

tranquillissimo mare tutto bagnato di sole. Era il sole d'Italia, o

signori, e non aveva nulla da invidiare alle nebbie germaniche.

*

* *

Diverso affatto dal Bellini fu Gaetano Donizetti, compagno suo ed

emulo felice in quella gara che durò fino al 1835, fino all'anno in

cui l'autore dei _Puritani_ si spense. Di Vincenzo Bellini, tenuto

conto anche dei primi tentativi melodrammatici, si contano nove opere

soltanto: Gaetano Donizetti invece, fantasia più feconda, ingegno più

vario se non altrettanto peregrino, e agitato dalla febbre continua

del produrre, fornisce durante ventiquattro anni, dal '22 al '46, un

così lungo cammino, e semina quel suo cammino, con una prodigalità che

rasenta la spensieratezza, di così fulgidi capolavori, che basterebbe

lui solo, io credo, a segnare di un'orma indistruttibile la storia

dell'arte.

Egli fu veramente, per la grazia della espressione, per la originalità,

la spontaneità, la vaghezza melodica, per una soavità e una delicatezza

di cantilene non scevre di malinconia, egli fu il Mozart dell'Italia:

non scevre di malinconia, ho detto, come fu divinamente malinconico il

Bellini, sì che l'uno e l'altro pare che rispecchino, nella indole dei

loro ingegni e dei loro animi, il virgiliano _sunt lacrimae rerum_,

che il Manzoni, forse inconsapevolmente, ha tradotto con la mestissima

frase che «del dolore ce n'è, sto per dire, un po' per tutto». Se non

che il Donizetti, fecondo e versatile come pochi, e superiore in questo

al Bellini, ci lascia incerti anche oggi se riuscisse più felicemente

efficace, appunto come Wolfango Mozart, nel melodramma serio o

piuttosto nell'opera giocosa.

La popolarità e la fama rapidamente raggiunte lo avevano già reso

celebre in pochi anni: il nome suo non pure famoso in Italia, ma

nelle principali e più colte città dell'Europa, andava fino dal '37

congiunto ad opere che s'intitolano _Anna Bolena_ e _Elixir d'amore_,

_Lucrezia Borgia_ e _Lucia di Lamermoor_, _Marin Faliero_ e _Parisina_,

per tacer delle altre: e sono opere che rimarranno lungamente vive,

insieme con quelle degli ultimi suoi dieci anni: rimarranno vive anche

nei pervertimenti frenetici del gusto, anche nei periodi delle così

dette rivoluzioni musicali. Perchè il genio ha anche questo di buono,

di salutare, di benefico: che sopranuota a tutti gli errori, a tutte

le aberrazioni, alle storture d'ogni maniera: egli resiste sereno ed

impavido ai mutabili capricci della moda, alle piccole e alle grandi

ostilità, alle guerricciòle degli emuli, alle invidie degli impotenti.

E notate questo, o signori: gli anni in cui il Donizetti imperò

quasi solo nel campo della musica, furono gli anni delle aspettative

pazienti: e perchè, nel silenzio di ogni voce un po' libera, e

nell'abbattimento di ogni aspirazione generosa, gli astuti governanti

d'Italia erano larghissimi nel favorire, nel secondare, nel provocar

quasi i popolari entusiasmi per i grandi spettacoli teatrali, accadde

che le fantasie, private per allora di ogni più vigoroso alimento,

trovassero pascolo sufficiente e distrazione bastante per una nuova

opera, per un giovane maestro che accennasse ad uscire dalla schiera

dei volgari, anche per un artista, uomo o donna, che le imprese e le

direzioni dei varii teatri d'Italia si disputassero.

C'era di mezzo l'arte; ma c'era anche, bisogna pur convenirne, il

superficiale diletto dei sensi: e nel doloroso silenzio di cotesti

anni fu possibile vedere, in quella città che doveva poi scrivere

col proprio sangue una pagina immortale nella storia del risorgimento

italiano, fu possibile vedere preso d'assalto, con manifestazioni quasi

di delirio, il teatro della Scala da una folla tumultuante, perchè

i due astri della danza, la Cerrito e la Essler, comparivano, per il

momento non più rivali, in un medesimo, ballo e nella medesima sera;

e fu anche possibile vedere giovani patrizi e banchieri stagionati

disputarsi non soltanto i favori ed i sorrisi delle danzatrici più

celebri, ma anche i più minuti gingilli abbandonati dalle _dive_

al servitorame degli alberghi; persino le maioliche intime di una

Essler, ridotte in cocci, dividersi come reliquie fra qualche dozzina

di adoratori, perchè potessero fregiarsene i candidi sparati delle

camicie.

Ma non incrudeliamo soverchiamente sopra le debolezze di un tempo,

la cui responsabilità non ricade che in piccolissima parte sulla

cittadinanza italiana. Alle brevi aberrazioni succedevano ben presto

i più durabili e fervorosi entusiasmi per le grandi rivelazioni

dell'arte, e il Donizetti, morto Vincenzo Bellini, fu per allora

l'unico sovrano intellettuale delle folle, l'unico inappellabile

arbitro del gusto.

Nello spazio di ventidue anni, dal '22 al '44, egli scrive

sessantacinque opere: due in ciascun anno, spesso tre, talora anche

quattro. Gli accade più d'una volta di trovarsi a quindici e venti

giorni di distanza dall'epoca fissata per la consegna di un'opera, e

non soltanto non averne scritta neppure una nota, ma neanche sapere

quale libretto gl'invierebbe il poeta: eppure nel giorno fissato egli

mantiene scrupolosamente l'impegno.

Una sua opera fresca e limpida anche oggi come un mattino di primavera,

l'_Elixir d'amore_, egli la scrivo in quindici giorni; scrive in sei

settimane la _Lucia di Lamermoor_, uno dei più squisiti capolavori

musicali del secolo: compone in undici giorni il _Don Pasquale_,

modello insuperato di commedia musicale: improvvisa in otto giorni

la _Maria di Rohan_. Al cognato Vasselli di Roma, col quale mantenne

sempre una fraterna e gioconda corrispondenza epistolare, così scriveva

argutamente da Parigi nel 4 gennaio 1843:

«Il giorno 31 del passato dicembre passò non da questa all'altra vita,

ma da una parte all'altra della Senna, il signor Donizetti, per essere

nominato socio corrispondente dell'Istituto di Francia. E ieri sera, 3

del nuovo 1843, si diede al teatro Italiano la prima recita della sua

nuova opera _Don Pasquale_. Non vi fu pezzo senza applausi: l'autore

chiamato dopo il secondo atto e dopo il terzo. L'opera gli è costata

una pena immensa: undici giorni. Ora a Vienna darà il _Duello sotto

Richelieu_ (che è la _Maria di Rohan_): otto giorni di travaglio:

giorni contati. E siete pregato di non raccontare i miei segreti,

perchè già il pubblico o non li crede, od immagina che sia musica

buttata giù.»

Nove anni prima, nel 1834 a Milano, una grave infermità d'occhi

impedisce al Mercadante di scrivere l'opera che si è impegnato di

consegnare al teatro della Scala. Mancano quaranta giorni allo scadere

dei termini, e il Mercadante chiamato a sè il Donizetti caldissimamente

lo prega di supplirlo, per evitare a se il pagamento di una grossa

penale. Il Donizetti acconsente, in meno di trenta giorni consegna

finita l'opera, e quell'opera ha nome _Lucrezia Borgia_.

Egli è fatto così: la sua produzione è fulminea. Basta che un

soggetto potentemente lo attragga perchè egli se ne innamori, e

subito gli trasfonda la vita immortale della sua arte. Indole arguta

e di giocondissimo umore, lieto di trovarsi nell'amabile compagnia

di parenti e di amici, egli non sfugge le allegre distrazioni della

vita svagolata del palcoscenico, si trattiene perfino un po' troppo

nei camerini delle prime donne; ma il pensiero fisso della sua mente

è sempre rivolto a quell'opera, o meglio ancora a quelle opere che

imprese, direzioni di teatri e pubblici con febbrile impazienza

aspettano. E nei solenni momenti della geniale ispirazione egli si

rinchiude, se così posso esprimermi, in quella parte del mondo ideale

ove sorge il palazzo marmoreo dell'arte. Costì egli evoca intorno a

sè i fantasmi dei tempi e dei personaggi che furono, e scrive opere

di argomento storico: cerca nei romanzieri, nei drammaturghi, nei

commediografi l'abbozzo, la linea rudimentale di personaggi e di

fatti immaginarii, ed egli li veste, li colorisce, dà loro la vita, il

movimento, il colore della sua arte.

A queste due categorie di personaggi egli chiede misteriosamente il

segreto della loro esistenza, dei loro amori, delle loro gelosie,

dei loro odii, delle loro colpe, ed essi, come avrebbe detto Niccolò

Machiavelli, per loro umanità gli rispondono. Nella storia e nella

leggenda, nelle romanzesche avventure che i poeti immaginarono si

svolgessero nelle antiche Corti, nei castelli medioevali, fra le

montagne azzurre o fra le nevose della Savoia, nei poveri paeselli

della campagna, nelle foreste della Scozia, nei grandi parchi

dell'Inghilterra, il Donizetti si foggia per conto suo altrettanti

mondi, e quei mondi, quasi rispondessero alla irresistibile chiamata

di un dio, si risollevano dalle tombe come le suore peccatrici evocate

dalla magìa di Roberto, scuotono la polvere dei secoli, palpitano e si

muovono, perchè il genio di un uomo vi ha soffiato per entro il potente

anelito della vita.

*

* *

Ma «la via lunga ne sospinge» e l'ora si affretta verso il suo termine.

Guardiamo ancora. Ecco che sul nostro cammino.... diciamo meglio,

ecco apparire nel nostro cielo un nuovo astro, non per ora d'intensa

e continua luce come i due che lo precedono, fosco anzi e un po'

tenebroso in principio, ma che scintillerà presto di splendori tutti

suoi. E un giovine di ventotto anni, alto, magro, accigliato, con

i lunghi capelli che gli scendono in ciocche abbondanti sul collo.

La sventura lo ha colpito pochi mesi innanzi con la morte della

giovanissima diletta compagna e di due figlioletti, e l'insuccesso

clamoroso di una sua opera, la seconda scritta da lui, pare lo abbia

allontanato per un pezzo dalla ingannatrice sirena melodrammatica. Dice

a tutti di esser tornato dal nativo paese a Milano, non per cercarvi

una gloria che pare il destino voglia negargli, ma per dar lezioni di

canto e di pianoforte, giacchè egli ha bisogno di vivere.

Non ostante ciò, non può rinunziare a far vita comune con gli artisti,

a discorrere della musica degli altri non avendo niente di bello

da raccontar della propria, e passa le giornate e le sere in quel

mondo così vario, così turbolento, così incontentabile, che svolge

le sue spire attorno alla piazza ove sorge il teatro della Scala:

singolarissimo mondo che è come una Camera di Commercio del canto

e della danza, mondo suddiviso in piccoli quartieri, in minuscole

stanze a pian terreno ed al mezzanino, dove convengono ad ogni ora

artisti, impresari, speculatori, faccendieri, buongustai, abbonati,

pubblicisti, librettisti, maestri di musica, mezzani. Mancava allora

la troppo celebrata galleria Vittorio Emanuele, sotto la cui cupola

bighelloneggiano gl'irrequieti cercatori di scritture teatrali; ma

c'era il portico del teatro della Scala, c'erano gli sgabuzzini degli

agenti, i negozii di musica di Francesco Lucca e di Giovanni Ricordi,

i caffè, le fiaschetterie, i camerini delle imprese, le quinte dei

palcoscenici: e dappertutto era un rimescolìo di offerte e di domande,

una animata, continua, febbrile conversazione, un protestare, un

indignarsi, anche uno scambio di male parole fra chi vantava i propri

meriti, e chi s'ingegnava a disprezzarli per pagar meno: e tutto questo

accompagnato da squassamenti delle lunghe zazzere dei tenori spioventi

sui baveri, da movimenti drammatici dei pizzi prolissi dei baritoni,

da voci cavernose dei bassi profondi, dallo scodinzolare leggiadro dei

soprani, dei mezzi soprani, e dei contralti.

In quel mondo, al quale mancò finora — ed è veramente un peccato

— l'arguto e verace istoriografo, si aggira inquieto e nervoso

quel giovane di ventotto anni, che ascolta tutti e discute animato

ed a scatti, che, nel facile contradire delle conversazioni al

caffè, batte con violenza sul tavolino la mano larga e tozza, e con

l'audacia di certi suoi propositi scandalizza i refrattari parrucconi

del Conservatorio milanese: quei parrucconi che con una farisaica

interpretazione dei regolamenti avevano respinta la sua domanda di

parecchi anni prima per essere ammesso fra gli alunni di quell'Istituto

musicale.

A cotesto giovanotto oramai maturo e già autore di due opere, che dice

a tutti di non volere più scrivere per il teatro, e invece non pensa,

non discorre, non palpita che per cotesto fantasma dei suoi trepidi

sogni, a quel giovanotto occorre si presenti una occasione fortuita,

occorre il mancato adempimento ad un patto contrattuale di qualche

maestro, che so io? la necessità in cui si trovi un impresario di fare

onore in qualsiasi modo agli impegni assunti col pubblico: occorre

questo, perchè gli occhi del giovine si ravvivino di speranze, perchè

il tumulto della fantasia si ridesti, perchè il dio della ispirazione

mandi il tonante grido della riscossa.

E il grido ci fu: la fantasia ebbe un sussulto: l'opera apparve

luminosa nel cielo dell'arte. Quel giovinotto aveva nome Giuseppe

Verdi, quell'opera s'intitolava _Nabucco_.

La storia anedottica del _Nabucco_ l'ha raccontata lo stesso Verdi.

L'opera doveva musicarla il maestro Nicolaj, e in una sera di decembre

del 1841 l'impresario del teatro della Scala, incontratosi col Verdi,

gli raccontò che il libretto della nuova opera non piaceva al maestro,

che per la ristrettezza del tempo non era possibile averne altri,

ma che lui impresario manderebbe al diavolo il Nicolaj se il Verdi

accettasse di scrivere la musica del _Nabucco_.

La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 3 Seconda serie - Lettere, scienze e arti · 第 2 / 6 段