sorge, florida di giovinezza, ricca di speranze, cercatrice smaniosa
di successi. La musica italiana, che s'era detto aver pronunziata col
_Guglielmo Tell_ la sua ultima parola, riprende il suo fatale andare,
e parla ancora alle menti, eccita ancora le fantasie, commuove ancora
ed esalta milioni e milioni di cuori. Vincenzo Bellini e Gaetano
Donizetti, i due astri più luminosi della pleiade scintillante,
procedenti per vie diverse ad una medesima mèta, con magnanima
ostinazione resistono alle prime avvisaglie della scuola tedesca,
e dimostrano con l'esempio di voler serbare alla nostra musica la
schietta italianità, che vuol dire il sentimento, la passione, la
melodia, il canto.
Nei loro inizii, nelle inevitabili incertezze di chi, incominciando,
sente di non poter camminare spedito se non si appoggia, come l'edera,
a qualche robusto tronco, anche i due maestri s'ispirano e si scaldano
al gran sole rossiniano: ma dopo quei primi esperimenti di una
ginnastica intellettuale, quando la loro fibra si è ringagliardita
nelle molteplici prove, ed essi hanno acquistata la coscienza
sicura del proprio essere, ogni ombra d'imitazione scompare, ed
essi raggiungono in brevissimo tempo la fama, la popolarità, la
gloria. Sono l'uno e l'altro, e sinceramente lo confessano, una
derivazione rossiniana: ma accade di loro, se mi è lecito di rapire una
similitudine alla scienza astronomica, accade di loro come quando un
bolide scoppiando si riduce in parti, e coteste parti, pur descrivendo
ciascuna per conto proprio una traiettoria nello spazio, serbano
in comune il punto primitivo di partenza: così i due grandissimi,
quantunque di grandezza diversa dal loro autore e non ostante
l'individuale cammino percorso, sembrano emanare da un apice comune, da
Gioacchino Rossini.
Ma della serena spensieratezza di quelli anni e di quella generazione,
che affaticata dalle immani lotte napoleoniche cercava un riposo e
una distrazione nelle prime opere del maestro di Pesaro, e rispondeva
acclamando e ridendo alla squillante risata dell'autore del _Barbiere
di Siviglia_, di cotesta spensieratezza non vedremo più che una traccia
fuggevole. Se qualche cosa d'incipriato sopravvive all'ottantanove e ai
trattati del quindici, se nella vita poco o punto affaccendata delle
classi colte c'è ancora come un resto delle mollezze e delle morbide
blandizie del settecento, e c'è una corruzione elegante che non sa
risolversi a rendere le armi, pure aleggia nella parte sana del popolo
un'aura più vivace, e già un concetto delle civili responsabilità a
poco a poco la penetra.
Interprete dei sentimenti e delle aspirazioni nuove sarà l'arte
della musica, che per la sua stessa indeterminatezza del linguaggio
si piegherà volenterosa ad esprimere sentimenti, affetti, passioni
tumultuanti nelle anime.
Una solenne e austera mestizia par che governi il mondo, e di
quella mestizia è raccontatrice e commentatrice fedele la musica.
Sorriderà ancora, in alcune geniali produzioni del Donizetti, la musa
dell'opera giocosa, ma fra quei sorrisi vedremo pure talvolta balenare
scintillando le lacrime, e per arrivare al lieto fine di prammatica
rasenteremo più d'una volta il dramma. L'arte non è più un semplice
diletto, nè una blanda carezza di suoni armoniosissimi; ella deve
invece tradurre tutto quel complesso di aspirazioni che sono tanta
parte nella vita nuova del popolo, deve in certo modo riprendere e
continuare per conto proprio l'opera iniziata altrove con la poesia,
col romanzo, col dramma. Una invisibil catena avvince le genti fra
loro, le genti oramai consapevoli dei propri diritti e dei propri
doveri: e perchè l'arte è il linguaggio che tutti comprendono, toccherà
a lei farsi divulgatrice d'idee e di propositi, che nel segreto
dapprima, poi alla luce aperta del sole maturano.
Chi afferma che la musica di cotesti anni altro non è che la
continuazione di quel che fu fatto nel primo trentennio del secolo,
dà prova di non averne penetrata la intima essenza. Certo nè Vincenzo
Bellini, nè Gaetano Donizetti furono gli antesignani di una rivoluzione
civile e politica, alla quale essi mai non pensarono, e della quale
sarebbe sfuggita a loro, perchè distratti in più serene contemplazioni,
la ragione remota o prossima. Ma un qualche cosa che vibrava e
fremeva intorno dovette persuaderli che sarebbe toccata alla musica
una partecipazione essenziale in quel grande rimescolìo degli animi
e delle menti: e guidati da quell'istinto che è qualità divinatrice
del genio, essi furono gli uomini del loro tempo, furono i gloriosi
portabandiera di un piccolo ed elettissimo esercito, che combatte anche
oggi battaglie non ingloriose nel campo dell'arte.
*
* *
Vincenzo Bellini rappresenta, nella pleiade musicale di cotesti anni,
il luminoso astro fuggitivo che brillerà d'intensissima luce per
pochi anni, poi sparirà quasi consunto dal suo medesimo fuoco. Se
egli ottenesse dalla natura il dono prezioso della fecondità, non è
certo; ma si sa che le opere sue più belle, le tre opere magistrali
che non morranno fintantochè almeno non si capovolgano le leggi eterne
del gusto, rampollarono dall'accesa fantasia del giovane maestro con
meravigliosa rapidità, e si sa pure che dopo il sublime suo canto del
cigno, dopo quei _Puritani_ che sollevarono un grido d'entusiasmo per
tutto il mondo, egli, già colpito dalla fatale malattia che doveva
spegnerlo all'età di trentaquattro anni, meditava sopra due nuovi
soggetti. Di lui veramente, meglio che del Rossini, sarebbe curioso
e opportuno indagare quali nuove forme avrebbe assunte, a quali
diversi atteggiamenti si sarebbe piegato il suo ingegno, se la natura,
dispettosamente crudele, non avesse voluto dare apparenza di verità
all'antica sentenza di Menandro: «Muor giovine colui che al cielo è
caro.»
L'acutezza tutta meridionale della sua mente, in quei brevi mesi
di soggiorno a Parigi, gli servì per penetrare addentro nei nuovi
progressi della musica strumentale, che fu per lui come il dischiudersi
di nuovi orizzonti; e forse non esagerano quei biografi i quali
affermano, che prima di recarsi in Francia il Bellini non conoscesse
che superficialmente la musica di quel maestro che il Rossini non
dubitava di chiamare fra tutti il più grande, e che fu Ludovico
Beethoven. Della profonda mestizia, qualità predominante nell'autore
delle Nove Sinfonie, è facile riscontrare più d'una traccia nell'ultima
opera del maestro catanese, come nè è più ricco, più nutrito, più
vario lo strumentale. Egli che, nell'idilliaca _Sonnambula_, emulò
la greca semplicità e la perfezione di Teocrito, e nella _Norma_
si sollevò a grandezza epica, tocca, io credo, il massimo vertice
del sublime con la dipintura delle cruente lotte fra i _Puritani ed
i Cavalieri_. Dalla favola montanara, tutta impregnata di agresti
profumi, dalle foreste druidiche, di cui indovina, senza neanche darsi
pensiero di approfondirle, le sanguinose tregende, egli trapassa alla
contemplazione e alla riproduzione di un grande quadro storico: ma
nella cozzante varietà dei soggetti che tratta, egli serba pur sempre
lo spiccato carattere della individualità propria, della propria
originalità.
Ascoltando la musica di altri maestri, rimarremo incerti talvolta
nell'attribuire la paternità a questo od a quello: ma Vincenzo Bellini
non è possibile confonderlo mai con altri. Le sue cantilene soavissime,
le sue melodie, quasi tutte di prima intenzione, e una tal quale
morbidezza raffaellesca di contorni, ce lo annunziano e ce lo rivelano
presente sempre.
Egli non somiglia che a sè medesimo. Sentendolo, vien fatto di pensare
che la sua musica, più che dalla fantasia, gli germogli dall'anima, e
che quell'anima riassuma e traduca le troppo fugaci gioie e gli eterni
dolori dell'umanità: vien fatto di dire che i suoi canti, più che col
linguaggio delle note sono composti di lacrime, e sono le lacrime che
raccontano le nostre miserie, le nostre intime ambascie.
Vincenzo Bellini ebbe principalissime, fra tutte le doti musicali, la
schiettezza e la limpidezza, congiunte alla più squisita semplicità
delle forme. C'è stato perfino un tempo, nel quale non si dubitò di
dirlo anche troppo semplice. Venti o venticinque anni fa il direttore
di un teatro parigino, voglioso di rimettere in scena la _Norma_,
propose a Giorgio Bizet, non ancora celebre, di rifare, secondo
le nuove tendenze e il nuovo stile, la strumentazione dell'opera
belliniana, e offrì al giovine maestro, bisognoso di lavorare, qualche
migliaio di lire. Tutto lieto il Bizet portò a casa la partitura della
_Norma_, stimando agevole impresa rimettere a nuovo la vecchia opera,
vecchia allora di più che quarant'anni. Ma di lì a qualche giorno, con
la partitura intatta sotto il braccio, egli andò a trovare il direttore
di quel teatro, e restituendogli lo spartito gli disse che le opere
del genio sono intangibili, che a mettervi le mani e ad alterarle
si commette opera profanatrice e sacrilega. L'autore futuro della
_Carmen_, grande artista veramente, respingeva da sè con ribrezzo la
mostruosa complicità in un reato, rimasto fortunatamente uno sterile
tentativo.
Ogni tempo ha l'arte che si merita e che gli si confà: e l'arte non ha
efficacia immediata, se non in quanto rispecchia i gusti, le tendenze,
le aspirazioni dell'epoca in cui ella sorge e fiorisce. La musica della
prima metà del nostro secolo, discesa in linea retta da quella del
secolo precedente, mantenne intatta la tradizione, ma si arricchì di
forme più belle, ma ebbe intenti più serii e più drammatici, ma penetrò
anche più addentro nei segreti dell'anima umana.
Senza confondere l'arte con la scienza, ma senza ripudiare
quest'ultima, rifiutò tutto quello che non germogliasse direttamente
dalla fantasia. E appunto per questo fu grande e semplice; ed ebbe
nome, per il momento, Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti, Oh non per
loro certamente, non per le loro orchestre destinate ad accompagnare
docilmente o ad abbellire di fregi modesti il canto della scena, non
per le loro orchestre, come doveva accadere più tardi per il mistico
Wagner, tutte le potenze della natura congiurarono favorevoli, nè la
terra regalò quasi tutto il metallo delle sue miniere e il legname
delle sue foreste per fornire le armi sonore destinate agli assalti
irresistibili! La musica di quei nostri grandi, veramente nostri,
scaturita come fonte viva di limpida acqua dalle viscere della
montagna, non ebbe bisogno delle violente arginature artificiali che
ne affrettassero il corso, ma si diffuse allargandosi come in azzurro
tranquillissimo mare tutto bagnato di sole. Era il sole d'Italia, o
signori, e non aveva nulla da invidiare alle nebbie germaniche.
*
* *
Diverso affatto dal Bellini fu Gaetano Donizetti, compagno suo ed
emulo felice in quella gara che durò fino al 1835, fino all'anno in
cui l'autore dei _Puritani_ si spense. Di Vincenzo Bellini, tenuto
conto anche dei primi tentativi melodrammatici, si contano nove opere
soltanto: Gaetano Donizetti invece, fantasia più feconda, ingegno più
vario se non altrettanto peregrino, e agitato dalla febbre continua
del produrre, fornisce durante ventiquattro anni, dal '22 al '46, un
così lungo cammino, e semina quel suo cammino, con una prodigalità che
rasenta la spensieratezza, di così fulgidi capolavori, che basterebbe
lui solo, io credo, a segnare di un'orma indistruttibile la storia
dell'arte.
Egli fu veramente, per la grazia della espressione, per la originalità,
la spontaneità, la vaghezza melodica, per una soavità e una delicatezza
di cantilene non scevre di malinconia, egli fu il Mozart dell'Italia:
non scevre di malinconia, ho detto, come fu divinamente malinconico il
Bellini, sì che l'uno e l'altro pare che rispecchino, nella indole dei
loro ingegni e dei loro animi, il virgiliano _sunt lacrimae rerum_,
che il Manzoni, forse inconsapevolmente, ha tradotto con la mestissima
frase che «del dolore ce n'è, sto per dire, un po' per tutto». Se non
che il Donizetti, fecondo e versatile come pochi, e superiore in questo
al Bellini, ci lascia incerti anche oggi se riuscisse più felicemente
efficace, appunto come Wolfango Mozart, nel melodramma serio o
piuttosto nell'opera giocosa.
La popolarità e la fama rapidamente raggiunte lo avevano già reso
celebre in pochi anni: il nome suo non pure famoso in Italia, ma
nelle principali e più colte città dell'Europa, andava fino dal '37
congiunto ad opere che s'intitolano _Anna Bolena_ e _Elixir d'amore_,
_Lucrezia Borgia_ e _Lucia di Lamermoor_, _Marin Faliero_ e _Parisina_,
per tacer delle altre: e sono opere che rimarranno lungamente vive,
insieme con quelle degli ultimi suoi dieci anni: rimarranno vive anche
nei pervertimenti frenetici del gusto, anche nei periodi delle così
dette rivoluzioni musicali. Perchè il genio ha anche questo di buono,
di salutare, di benefico: che sopranuota a tutti gli errori, a tutte
le aberrazioni, alle storture d'ogni maniera: egli resiste sereno ed
impavido ai mutabili capricci della moda, alle piccole e alle grandi
ostilità, alle guerricciòle degli emuli, alle invidie degli impotenti.
E notate questo, o signori: gli anni in cui il Donizetti imperò
quasi solo nel campo della musica, furono gli anni delle aspettative
pazienti: e perchè, nel silenzio di ogni voce un po' libera, e
nell'abbattimento di ogni aspirazione generosa, gli astuti governanti
d'Italia erano larghissimi nel favorire, nel secondare, nel provocar
quasi i popolari entusiasmi per i grandi spettacoli teatrali, accadde
che le fantasie, private per allora di ogni più vigoroso alimento,
trovassero pascolo sufficiente e distrazione bastante per una nuova
opera, per un giovane maestro che accennasse ad uscire dalla schiera
dei volgari, anche per un artista, uomo o donna, che le imprese e le
direzioni dei varii teatri d'Italia si disputassero.
C'era di mezzo l'arte; ma c'era anche, bisogna pur convenirne, il
superficiale diletto dei sensi: e nel doloroso silenzio di cotesti
anni fu possibile vedere, in quella città che doveva poi scrivere
col proprio sangue una pagina immortale nella storia del risorgimento
italiano, fu possibile vedere preso d'assalto, con manifestazioni quasi
di delirio, il teatro della Scala da una folla tumultuante, perchè
i due astri della danza, la Cerrito e la Essler, comparivano, per il
momento non più rivali, in un medesimo, ballo e nella medesima sera;
e fu anche possibile vedere giovani patrizi e banchieri stagionati
disputarsi non soltanto i favori ed i sorrisi delle danzatrici più
celebri, ma anche i più minuti gingilli abbandonati dalle _dive_
al servitorame degli alberghi; persino le maioliche intime di una
Essler, ridotte in cocci, dividersi come reliquie fra qualche dozzina
di adoratori, perchè potessero fregiarsene i candidi sparati delle
camicie.
Ma non incrudeliamo soverchiamente sopra le debolezze di un tempo,
la cui responsabilità non ricade che in piccolissima parte sulla
cittadinanza italiana. Alle brevi aberrazioni succedevano ben presto
i più durabili e fervorosi entusiasmi per le grandi rivelazioni
dell'arte, e il Donizetti, morto Vincenzo Bellini, fu per allora
l'unico sovrano intellettuale delle folle, l'unico inappellabile
arbitro del gusto.
Nello spazio di ventidue anni, dal '22 al '44, egli scrive
sessantacinque opere: due in ciascun anno, spesso tre, talora anche
quattro. Gli accade più d'una volta di trovarsi a quindici e venti
giorni di distanza dall'epoca fissata per la consegna di un'opera, e
non soltanto non averne scritta neppure una nota, ma neanche sapere
quale libretto gl'invierebbe il poeta: eppure nel giorno fissato egli
mantiene scrupolosamente l'impegno.
Una sua opera fresca e limpida anche oggi come un mattino di primavera,
l'_Elixir d'amore_, egli la scrivo in quindici giorni; scrive in sei
settimane la _Lucia di Lamermoor_, uno dei più squisiti capolavori
musicali del secolo: compone in undici giorni il _Don Pasquale_,
modello insuperato di commedia musicale: improvvisa in otto giorni
la _Maria di Rohan_. Al cognato Vasselli di Roma, col quale mantenne
sempre una fraterna e gioconda corrispondenza epistolare, così scriveva
argutamente da Parigi nel 4 gennaio 1843:
«Il giorno 31 del passato dicembre passò non da questa all'altra vita,
ma da una parte all'altra della Senna, il signor Donizetti, per essere
nominato socio corrispondente dell'Istituto di Francia. E ieri sera, 3
del nuovo 1843, si diede al teatro Italiano la prima recita della sua
nuova opera _Don Pasquale_. Non vi fu pezzo senza applausi: l'autore
chiamato dopo il secondo atto e dopo il terzo. L'opera gli è costata
una pena immensa: undici giorni. Ora a Vienna darà il _Duello sotto
Richelieu_ (che è la _Maria di Rohan_): otto giorni di travaglio:
giorni contati. E siete pregato di non raccontare i miei segreti,
perchè già il pubblico o non li crede, od immagina che sia musica
buttata giù.»
Nove anni prima, nel 1834 a Milano, una grave infermità d'occhi
impedisce al Mercadante di scrivere l'opera che si è impegnato di
consegnare al teatro della Scala. Mancano quaranta giorni allo scadere
dei termini, e il Mercadante chiamato a sè il Donizetti caldissimamente
lo prega di supplirlo, per evitare a se il pagamento di una grossa
penale. Il Donizetti acconsente, in meno di trenta giorni consegna
finita l'opera, e quell'opera ha nome _Lucrezia Borgia_.
Egli è fatto così: la sua produzione è fulminea. Basta che un
soggetto potentemente lo attragga perchè egli se ne innamori, e
subito gli trasfonda la vita immortale della sua arte. Indole arguta
e di giocondissimo umore, lieto di trovarsi nell'amabile compagnia
di parenti e di amici, egli non sfugge le allegre distrazioni della
vita svagolata del palcoscenico, si trattiene perfino un po' troppo
nei camerini delle prime donne; ma il pensiero fisso della sua mente
è sempre rivolto a quell'opera, o meglio ancora a quelle opere che
imprese, direzioni di teatri e pubblici con febbrile impazienza
aspettano. E nei solenni momenti della geniale ispirazione egli si
rinchiude, se così posso esprimermi, in quella parte del mondo ideale
ove sorge il palazzo marmoreo dell'arte. Costì egli evoca intorno a
sè i fantasmi dei tempi e dei personaggi che furono, e scrive opere
di argomento storico: cerca nei romanzieri, nei drammaturghi, nei
commediografi l'abbozzo, la linea rudimentale di personaggi e di
fatti immaginarii, ed egli li veste, li colorisce, dà loro la vita, il
movimento, il colore della sua arte.
A queste due categorie di personaggi egli chiede misteriosamente il
segreto della loro esistenza, dei loro amori, delle loro gelosie,
dei loro odii, delle loro colpe, ed essi, come avrebbe detto Niccolò
Machiavelli, per loro umanità gli rispondono. Nella storia e nella
leggenda, nelle romanzesche avventure che i poeti immaginarono si
svolgessero nelle antiche Corti, nei castelli medioevali, fra le
montagne azzurre o fra le nevose della Savoia, nei poveri paeselli
della campagna, nelle foreste della Scozia, nei grandi parchi
dell'Inghilterra, il Donizetti si foggia per conto suo altrettanti
mondi, e quei mondi, quasi rispondessero alla irresistibile chiamata
di un dio, si risollevano dalle tombe come le suore peccatrici evocate
dalla magìa di Roberto, scuotono la polvere dei secoli, palpitano e si
muovono, perchè il genio di un uomo vi ha soffiato per entro il potente
anelito della vita.
*
* *
Ma «la via lunga ne sospinge» e l'ora si affretta verso il suo termine.
Guardiamo ancora. Ecco che sul nostro cammino.... diciamo meglio,
ecco apparire nel nostro cielo un nuovo astro, non per ora d'intensa
e continua luce come i due che lo precedono, fosco anzi e un po'
tenebroso in principio, ma che scintillerà presto di splendori tutti
suoi. E un giovine di ventotto anni, alto, magro, accigliato, con
i lunghi capelli che gli scendono in ciocche abbondanti sul collo.
La sventura lo ha colpito pochi mesi innanzi con la morte della
giovanissima diletta compagna e di due figlioletti, e l'insuccesso
clamoroso di una sua opera, la seconda scritta da lui, pare lo abbia
allontanato per un pezzo dalla ingannatrice sirena melodrammatica. Dice
a tutti di esser tornato dal nativo paese a Milano, non per cercarvi
una gloria che pare il destino voglia negargli, ma per dar lezioni di
canto e di pianoforte, giacchè egli ha bisogno di vivere.
Non ostante ciò, non può rinunziare a far vita comune con gli artisti,
a discorrere della musica degli altri non avendo niente di bello
da raccontar della propria, e passa le giornate e le sere in quel
mondo così vario, così turbolento, così incontentabile, che svolge
le sue spire attorno alla piazza ove sorge il teatro della Scala:
singolarissimo mondo che è come una Camera di Commercio del canto
e della danza, mondo suddiviso in piccoli quartieri, in minuscole
stanze a pian terreno ed al mezzanino, dove convengono ad ogni ora
artisti, impresari, speculatori, faccendieri, buongustai, abbonati,
pubblicisti, librettisti, maestri di musica, mezzani. Mancava allora
la troppo celebrata galleria Vittorio Emanuele, sotto la cui cupola
bighelloneggiano gl'irrequieti cercatori di scritture teatrali; ma
c'era il portico del teatro della Scala, c'erano gli sgabuzzini degli
agenti, i negozii di musica di Francesco Lucca e di Giovanni Ricordi,
i caffè, le fiaschetterie, i camerini delle imprese, le quinte dei
palcoscenici: e dappertutto era un rimescolìo di offerte e di domande,
una animata, continua, febbrile conversazione, un protestare, un
indignarsi, anche uno scambio di male parole fra chi vantava i propri
meriti, e chi s'ingegnava a disprezzarli per pagar meno: e tutto questo
accompagnato da squassamenti delle lunghe zazzere dei tenori spioventi
sui baveri, da movimenti drammatici dei pizzi prolissi dei baritoni,
da voci cavernose dei bassi profondi, dallo scodinzolare leggiadro dei
soprani, dei mezzi soprani, e dei contralti.
In quel mondo, al quale mancò finora — ed è veramente un peccato
— l'arguto e verace istoriografo, si aggira inquieto e nervoso
quel giovane di ventotto anni, che ascolta tutti e discute animato
ed a scatti, che, nel facile contradire delle conversazioni al
caffè, batte con violenza sul tavolino la mano larga e tozza, e con
l'audacia di certi suoi propositi scandalizza i refrattari parrucconi
del Conservatorio milanese: quei parrucconi che con una farisaica
interpretazione dei regolamenti avevano respinta la sua domanda di
parecchi anni prima per essere ammesso fra gli alunni di quell'Istituto
musicale.
A cotesto giovanotto oramai maturo e già autore di due opere, che dice
a tutti di non volere più scrivere per il teatro, e invece non pensa,
non discorre, non palpita che per cotesto fantasma dei suoi trepidi
sogni, a quel giovanotto occorre si presenti una occasione fortuita,
occorre il mancato adempimento ad un patto contrattuale di qualche
maestro, che so io? la necessità in cui si trovi un impresario di fare
onore in qualsiasi modo agli impegni assunti col pubblico: occorre
questo, perchè gli occhi del giovine si ravvivino di speranze, perchè
il tumulto della fantasia si ridesti, perchè il dio della ispirazione
mandi il tonante grido della riscossa.
E il grido ci fu: la fantasia ebbe un sussulto: l'opera apparve
luminosa nel cielo dell'arte. Quel giovinotto aveva nome Giuseppe
Verdi, quell'opera s'intitolava _Nabucco_.
La storia anedottica del _Nabucco_ l'ha raccontata lo stesso Verdi.
L'opera doveva musicarla il maestro Nicolaj, e in una sera di decembre
del 1841 l'impresario del teatro della Scala, incontratosi col Verdi,
gli raccontò che il libretto della nuova opera non piaceva al maestro,
che per la ristrettezza del tempo non era possibile averne altri,
ma che lui impresario manderebbe al diavolo il Nicolaj se il Verdi
accettasse di scrivere la musica del _Nabucco_.