LA MOGLIE INNAMORATA.

La causa era buona e difficile: si trattava di difendere la giovane

contessa Elena Uberti, la quale in un momento di gelosia e di passione

aveva piantato tre palle di rivoltella nel petto del marito conte

Stefano Uberti di San Guiscardo e di Bovolino, che era scampato per

miracolo, dopo tre mesi di malattia.

L'avvocato Pietro Quadrelli aveva accettato di difendere la contessa;

innanzi tutto perchè il processo era “brillante„, poi perchè la contessa

era ricca, bella e giovane. Ma la strada naturale per cui la difesa

doveva mettersi, cioè la dimostrazione della cattiva condotta del conte

Stefano e delle avventure di lui, s'era chiarita subito assai difficile.

In verità, non si avevano prove serie nè della cattiva condotta, nè

delle avventure; e i testimoni nicchiavano, dicevano e non dicevano,

lasciavan l'impressione di riferire cose udite, raccolte nei caffè,

pettegolezzi inconsistenti. Nulla di grave s'era potuto assodare; lo

scatto di gelosia che aveva armato la mano della contessa Elena appariva

quasi ingiustificabile e la situazione della giovane signora era andata

aggravandosi durante l'istruttoria, quantunque, se non si ammetteva la

gelosia, non si potesse incolparla d'alcun movente odioso o volgare.

L'avvocato Quadrelli disperava di poter formare al processo

quell'“ambiente morale„ che sarebbe valso a circondare d'antipatia e di

sospetto la figura del marito, e a gettare una luce benigna sulla

contessa Elena. Egli era andato a trovarla più volte nel carcere

giudiziario e aveva dovuto convenire con sè stesso che la dama,

acutamente sensibile, non aveva potuto macchiarsi d'un delitto se non

per qualche impulso irrefrenabile, di cui essa stessa non sapeva

rendersi conto.

Nulla era perciò più arduo che preparare la lista dei testimoni, i quali

dovevano essere scelti tra i pochi che avrebbero saputo non esagerare,

tenere di fronte alla contessa un linguaggio di stima senza enfasi, e di

fronte alla vittima di lei un contegno di riprovazione sobrio e grave.

Infine, come arma vera e propria, l'avvocato Quadrelli non aveva che

l'eloquenza, dalla quale sperava un effetto durevole sull'animo dei

giurati, sempre inclini a una certa simpatia per le donne giovani,

eleganti e timide. E che Elena fosse elegante e timida, l'avvocato

sapeva; gli occhi cilestri della contessa non avevano sopportato a lungo

lo sguardo di lui. Ella s'era schermita gentilmente ma fermamente

d'accusare troppo il marito, aveva rifiutato di spiegarsi intorno ai

quattro anni di vita passata a fianco del conte Stefano, temendo che

l'avvocato s'arrischiasse o fosse in diritto di rivolgerle domande

troppo intime; le sue mani eran bianche e sottili; le vesti scure, ma

perfette di taglio, e intorno al suo corpo ondeggiava un profumo

delizioso di mughetto. L'avvocato aveva indovinato, aveva sentito, che

la contessa Elena Uberti di San Guiscardo e di Bovolino, nata marchesa

Grotti di Lampreda, era un angelo, incapace di commettere la più piccola

bassezza. E, chiusa l'istruttoria, era andato a trovare quell'angelo nel

carcere giudiziario quante più volte aveva potuto, forse per aver luce

sulla causa, certamente per aver luce dagli occhi cilestri e per

aspirare il delizioso profumo che ondeggiava intorno alla testolina

della giovane.

La sua simpatia per la contessa non aveva riscontro che nell'antipatia

sorda contro il marito; un uomo il quale sciupava energie preziose in

una vita di disordini, e, l'istruttoria lo dimostrava, sapeva

destreggiarsi con tale abilità da non lasciare prove della sua mala

condotta.

L'avvocato Pietro Quadrelli fu, per tutte queste ragioni, spiacevolmente

sorpreso d'udirsi annunziare un mattino il conte Stefano Uberti.

Mancavano quindici giorni al processo, e l'intervento di quell'uomo non

poteva non essere pericoloso per l'accusata. L'avvocato diede ordine di

farlo passare immediatamente, e non appena se lo vide innanzi, strinse

in pugno un tagliacarte, per frenare un moto di dispetto.

Il conte era sulla quarantina; dritto come se i bagordi lo avessero

temprato: con lo sguardo “discendente„, che veniva dall'alto, sarcastico

e superbo; un poco acceso in volto, di quel colorito che gli uomini

prendono stando molto all'aria aperta, sotto il sole, sotto la pioggia,

al vento, alla polvere; alla prima occhiata, si sarebbe creduto ch'egli

fosse un ufficiale in abito borghese....

— A che cosa devo?... — chiese l'avvocato, accennando una sedia al

conte.

— A che cosa deve il piacere della mia visita? — ripetè Stefano,

sedendo. — Ecco qua: sono venuto, per quanto mi è possibile, ad aiutarla

nella sua opera.

L'avvocato strinse ancora una volta il tagliacarte; quell'uomo si

prendeva beffe di tutti, evidentemente; ma nell'interesse della giovane

accusata, Pietro Quadrelli si fece forza e stette ad ascoltare.

— Mi sembra, — disse Stefano, — che la posizione di Elena, di mia

moglie, sia molto penosa, e che al momento in cui parliamo, l'accusa

possa facilmente aver ragione.

— Lei s'inganna.... — interruppe l'avvocato.

Il conte Stefano Uberti sorrise con un sorriso che significava la

compassione e l'ironia e che fece salire al volto di Pietro Quadrelli

una vampa.

— Non m'inganno, — ribattè il conte. — Credo di essere bene informato. A

Lei, vede, mancano i testimoni. Io ho molta fiducia nell'eloquenza; ma

neanche Demostene, con quei testimoni, che Ella ha potuto trovare fino

ad oggi, riuscirebbe a dimostrare che Elena aveva qualche ragione di

fare ciò che ha fatto....

— Lei intende costituirsi parte civile? — domandò l'avvocato.

Stefano sorrise e si alzò.

— Non ci comprendiamo! — disse poi. — Ma se sono qui per aiutarla?

Fece alcuni passi nello studio, andò alla finestra che guardava in un

giardino, e stette un istante come assorto a veder le foglie tremolare a

un lieve fiato di vento. L'avvocato, immobile innanzi alla scrivania, lo

osservava con curiosità.

— Ecco qua, — riprese Stefano, tornando a sedersi. — Bisogna citare il

marchese Cutinelli. È un simpatico giovanotto. Due anni or sono, mentre

viaggiavo tra Napoli e Roma, e precisamente si stava facendo colazione

nel wagon-restaurant, egli si è incontrato con me. Io ero con una

signora giovanissima, dai capelli neri e dagli occhi castagni; quella

signora non era mia moglie.

S'interruppe, e guardando dritto in faccia l'avvocato, proseguì:

— Lei conosce bene mia moglie. Sa che ha gli occhi cilestri e la

carnagione bianca, dirò coi poeti “simile a un petalo di rosa„. Ora la

signora che viaggiava con me, aveva i capelli neri, gli occhi castagni e

la carnagione scura. Interroghi il marchese Cutinelli; ne saprà quanto

basta. Abita a Napoli.

L'avvocato scrisse il nome e l'indirizzo sopra un taccuino, e si chiese:

— È matto? A che giuoco vuol giuocare?

— Un altro testimonio prezioso per Lei, — seguitò tranquillamente

Stefano, — sarà Emilio Balanda. Povero Emilio! È un seccatore

involontario: mi càpita sempre tra i piedi quando vorrei viaggiare in

incognito; ma è discretissimo, e per farlo parlare, lei dovrà insistere

molto. Alla fine parlerà, non dubiti. Gli dica che si tratta di salvare

Elena; non so se abbia una grande simpatia per Elena; è possibile; ma

quello che è certo, si è che la sua anima borghese e piccola dev'essere

molto scandalizzata per la mia condotta. Alla cicala bisogna grattare il

ventre per farla cantare, dicono; e lei gratti!...

Fece una pausa, si cercò in tasca, estrasse un astuccio:

— Permette? — chiese. — Io non posso stare un'ora senza fumare.

— Anzi, anzi! — disse Pietro Quadrelli, accendendo un fiammifero e

offrendolo. — Allora, Emilio Balanda?...

— Emilio, — riprese il conte, dopo aver tratto dalla sigaretta una

boccata di fumo, — Emilio ha avuto la fortuna di trovarmi a Milano,

l'anno scorso, al Grand Hôtel. Ero al Grand Hôtel con una signora, la

quale assomiglia un poco a Elena.... Non si spaventi per questa

difficoltà.... La signora non parlava che il russo e il francese....

Ecco quanto basta per rilevare che non si trattava di mia moglie.... E

fumava come una locomotiva, mentre Elena non può tollerare nemmeno il

fumo di una sigaretta.... Ma il più bello è questo; otto giorni dopo,

quel caro Emilio m'incontrava ancora a Parigi, al restaurant....

S'interruppe di nuovo, e come avesse dato un ordine al conduttore d'un

taxi, soggiunse: — _Restaurant Maurice, rue Drouot, au coin de la rue de

Provence...._ Anche là non ero solo. Accompagnavo una signora; e non era

la signora del Grand Hôtel.... La signora del restaurant Maurice era

alta, sottile, tutta vestita di nero, con una “cappottina„ da cui

sfuggivano alcuni riccioli, e che le incorniciava il volto pallido....

Dunque, a distanza di otto giorni, avevo cambiato due amanti.... L'amico

Emilio abita a Milano, via Alessandro Manzoni, N. 10. Ha scritto?

L'avvocato scrisse, rialzò il capo, e stette ad ascoltare.

— Per ultimo, — disse Stefano, deponendo sul portacenere il resto della

sigaretta, — le indicherò il mio amico Cesare di San Sebastiano. Egli mi

ha incontrato a Torino, una sera sotto i portici; v'era folla, io

accompagnavo una signora, ed egli salutò. Questo disgraziato Cesare di

San Sebastiano è molto miope, e perchè abitavamo allo stesso albergo,

l'indomani mi chiese di potere salutare mia moglie. Ho dovuto dirgli, —

veda a che cosa conduce la miopia.... degli altri! — che la signora con

cui vivevo all'albergo non era mia moglie, ed egli ne fu molto confuso,

più confuso di me, certamente. Ora, è bene sapere, che quella signora

non aveva nulla di comune nè con la signora di Napoli, nè con quella del

Grand Hôtel di Milano, nè con l'altra del _Restaurant Maurice_. Lo dica

pure con tutta franchezza; nessuno potrà smentirla.... Cesare di San

Sebastiano abita a Torino, via Lagrange, 12. Vede che ora lei ha un

materiale prezioso, e l'assoluzione di Elena è assicurata.... Perchè, se

tante sono le avventure che ebbero testimoni certi e insospettabili,

quante saranno, mio Dio, quelle che passarono inosservate?

Sì alzò sorridendo, e andò ancora a dare un'occhiata alle foglie che

tremolavan nel giardino.

L'avvocato Pietro Quadrelli era stupefatto e girava e rigirava tra le

mani il lapis con cui avevo scritto gli indirizzi.

— Devo rendere omaggio alla sua lealtà, — disse infine. — Lei ha voluto

illuminare la giustizia con suo personale sacrificio....

Il conte si rivolse di botto e diede in una risata:

— La giustizia?... Ma lei crede alla giustizia, lei che è avvocato? —

interruppe.

— In ogni modo ha dato prova della grande affezione che la lega alla

contessa.

— No. Io non l'amo! — affermò Stefano seccamente. — Non l'amo punto.

— E allora?... Perchè da questo processo risulterà certo la scusante

della contessa, ma lei sarà perduto....

— Le pare? — interrogò Stefano con quel sorriso ironico che metteva

tanto freddo nell'espressione del suo volto maschio. — Le pare che un

uomo il quale è infedele a sua moglie e cambia l'amante ogni otto

giorni, sia perduto nell'opinione pubblica? Ma non si tratta di questo.

Lei si domanda perchè io sia venuto a salvare una donna che non amo, e a

svelare alcuni fatti delicati della mia vita intima? Lei dimentica che

intorno al nome della famiglia Uberti di San Guiscardo s'è fatto

abbastanza chiasso, e io voglio, io devo impedire che questo nome si

trasformi in un numero d'un reclusorio femminile. Do prova di devozione

alla mia famiglia, non alla contessa. E la prego di dirlo a Elena; che

non s'illuda; non ho per lei nè amore, nè pietà; uscita dal carcere, non

la vedrò più. Glielo dica, la prego. Non la vedrò più. Siamo intesi?

L'avvocato rispose con un'espressione quasi solenne:

— Non la vedrà più. Siamo intesi!

Vi fu un silenzio, breve, ma che parve eterno ai due uomini; in capo al

quale, il conte si mosse, andò vicino all'avvocato Quadrelli e lo toccò

leggermente sopra una spalla.

— Lei ha molte illusioni intorno a Elena, — disse con freddezza.

— Io? — ribattè l'avvocato, quasi fosse stato tocco da una scarica

elettrica. — La prego, conte!...

— Lei ha molte illusioni intorno a Elena, — ripetè Stefano, come non

avesse udito. — Lei crede che Elena sia una vittima; e ignora che io

sarei stato il migliore dei mariti, se...; e che, mentre ho citato

alcuni testimoni terribili contro di me, avrei potuto citarne un numero

infinito di terribilissimi contro Elena. Per esempio, il direttore della

Biblioteca Nazionale di Roma, il direttore del Museo di Cluny, il

direttore della Collezione Grandidier al Louvre, e altri, i quali sanno

che mi son dovuto mettere a lavorare da qualche tempo, non per mantenere

le mie amanti, le quali appartengono alla categoria delle donne che non

si mantengono; ma per.... per altre ragioni.... Elena sarebbe stata

perduta; dieci anni di reclusione, a occhio e croce.

Accese ancora una sigaretta, e concluse:

— Lei ha molte illusioni intorno a Elena!

— Interrogherò subito quei testimoni, — disse l'avvocato Quadrelli. — E

andrò a recare la buona notizia alla contessa.

— Vada, vada! — mormorò il conte Stefano, sorridendo.

Strinse la mano all'avvocato, s'inchinò leggermente, e uscì.

Non appena egli si fu allontanato, Pietro Quadrelli uscì a sua volta,

prese una vettura, e si fece condurre di corsa al carcere giudiziario.

Era felice; teneva in pugno non soltanto la libertà materiale di Elena

dagli occhi cilestri, ma quanto bastava per darle un'aureola più

duratura del delizioso profumo che ondeggiava intorno alla testolina di

lei. Aveva un bel dire il conte; l'opinione pubblica lo avrebbe

stritolato, decretando il trionfo alla giovane e timida contessa. Non si

violano impunemente le convenienze come aveva fatto Stefano; il pubblico

si rivolta e condanna.

Nella sua cella a pagamento, la contessa Elena, agile e sottile, stava

seduta leggendo, presso la tavola su cui erano ancora i piatti e le

posate della colazione; udendo schiudere l'uscio, la giovane si alzò, e

sorrise a Pietro Quadrelli, che entrava.

— Mi pare molto contento, avvocato! — ella disse con la sua bella voce

morbida.

— Contento? Sono felice, e per buoni motivi, — rispose l'avvocato.

E sedendo vicino a lei, presso la tavola, le raccontò con molti

particolari la visita del conte Stefano e le notizie che ne aveva

raccolto. Egli s'aspettava di vedere il bel viso dal carnato “simile a

un petalo di rosa„ illuminarsi di gioia, e fu stupito, quasi sgomento,

vedendo che a mano a mano ch'egli procedeva nel racconto, il visetto si

faceva buio, la fronte s'aggrondava, l'espressione diventava cupa e

chiusa.

— Ebbene? — disse Pietro Quadrelli. — Non ho ragione d'essere felice? È

il trionfo, la vittoria sicura, la sua assoluzione....

Elena lo guardò in faccia, poi disse freddamente:

— Non ha capito?

— Io? Che cosa dovevo capire?

La giovane ebbe un sorriso breve, una specie di ghigno disdegnoso: poi

dichiarò:

— Sono testimoni falsi!

L'avvocato Quadrelli trasalì, fissandola a sua volta sbalordito:

— Come dice? — interrogò.

— Dico che sono testimoni falsi, — ripetè Elena. — _Falsi!_ Li conosco

tutti; amici intimi di Stefano, pel quale andrebbero nel fuoco. Non una

parola di ciò che racconteranno è vera; egli li ha pregati di aiutarlo a

salvarmi per l'onore del nome, ed essi mi salveranno, giurando il falso

e raccontando il falso.... Ne vuole una prova? Al Grand Hôtel, a Milano,

ero io con lui!

— Ma, allora, contessa, non capisco?... — interruppe l'avvocato.

— Non capisce? È semplicissimo. Mio marito si vendica; ciascuno si

vendica a modo proprio. Stefano si vendica, schiacciandomi con la

generosità.... Non posso certo smentire i suoi testimoni. E con quali

prove del resto? E qual è l'imputato che smentisce i testi venuti per

liberarlo? Io tacerò, le menzogne passeranno, e il giuoco sarà fatto.

Ella sembrava in preda a una viva agitazione e le sue piccole mani si

serravano nervosamente. Rimase un istante in silenzio, poi riprese:

— Mio marito deve averle detto ancora qualche cosa. Che cosa le ha

detto?

Pietro Quadrelli esitò. Come riferirle le parole dure e crudeli, che

Stefano aveva pronunziato contro di lei? La vide esile, timida,

delicata, e temette che quelle parole dovessero rovesciarla a terra.

— Dunque? — insistette Elena.

— Dunque, — riprese l'avvocato, — il conte mi ha incaricato di dirle....

Si fermò ancora; bisognava compiere l'incarico; del resto Elena ne

avrebbe forse avuto piacere.

— E così? — domandò Elena con una voce in cui fremevano già l'impero e

l'impazienza.

— Mi ha incaricato di dirle, — seguitò Pietro Quadrelli, — che egli non

ha per lei nè amore, nè pietà; che quando ella avrà riacquistato la sua

libertà, tutto sarà finito, e lei non lo vedrà più....

Elena fece un balzo, un balzo agile di tigre contro l'avvocato.

— Ha detto così? — esclamò con voce sibilante, stendendo le piccole mani

che tremavano. — Lei non s'inganna?

— Come potrei ingannarmi?

Elena gli volse le spalle e passeggiò febbrilmente per la cella. Agli

occhi dell'avvocato, era irriconoscibile; i suoi occhi cilestri

scintillavano e i piccoli denti mordicchiavano le labbra sanguigne; un

furore chiuso e gagliardo sembrava scuotere l'anima e il corpo sottile

della giovane.

— Mi odia! — ella esclamò, quasi parlando con sè stessa. — Mi odia e mi

disprezza; mi getta l'àncora, e poi mi scaccia. Non può essere così.

Si fermò, guardò l'avvocato, e come avesse avuto bisogno di lasciar

traboccare la piena della sua passione, gli disse:

— Io sono stata infedele a mio marito. Non lo amavo. Era troppo buono.

Spendevo pazzamente, per la mia vanità, ed egli era costretto a

lavorare. È verissimo ch'egli ha lavorato; ha fatto uno studio sulle

maioliche, che in Francia e in Inghilterra fu tradotto e pagato

carissimo. Egli lavorava e mi adorava, e io non gli volevo bene. Un

giorno gli sono stata infedele.... Egli mi sorprese mentre scrivevo;

volle la lettera, mi colpì al viso, io ho perduta la testa, e ho sparato

contro di lui.... Questa è la verità....

Aveva pronunziato quelle parole confusamente, in furia, con gli occhi

accesi da un fuoco interno che illuminava tutto il volto. Proseguì

rapidamente:

— Bisogna che lei mi faccia assolvere! Sono pentita: voglio essere

buona. Egli non mi ama più.... Lo amo io, lo voglio io, mi ha vinta. Lo

riprenderò; non saprà sfuggirmi....

Pietro Quadrelli lanciò involontariamente uno sguardo a quel corpo

sottile di tigretta e indovinò le promesse di voluttà feroce ch'eran

chiuse nella minaccia: “non saprà sfuggirmi!„

— Io lo amo, lo amo, lo amo! — proruppe Elena, coprendosi il volto con

le mani e scoppiando in singhiozzi violenti. — So che mi disprezza, ma

sarò tanto buona, striscerò ai suoi piedi, sarò la sua schiava. No, non

saprà sfuggirmi, non mi lascerà morire!... Bisogna che lei, avvocato, mi

faccia assolvere! Voglio mio marito ancora, perchè lo amo, e lo renderò

felice....

L'avvocato Pietro Quadrelli si alzò e si avvicinò alla giovane:

— Non dubiti — disse. — La sua assoluzione è certa....

— Sì, non è vero? — esclamò Elena, scoprendo il viso inondato di lagrime

e afferrando le mani dell'avvocato.

Questi si morse le labbra; a sentirsela così vicina, divorata da una

fiamma di passione, egli ebbe la tentazione di serrarla tra le braccia,

e chiuse un istante gli occhi per resistere. Ella parve comprendere,

sciolse le mani, e disse con voce secca:

— La ringrazio; conto su di lei....

— Ora stia tranquilla, contessa. Cerchi di riposare! — consigliò Pietro

Quadrelli. — Ha bisogno di riposare; stia tranquilla, contessa....

E, accorgendosi che diceva delle sciocchezze, prese il suo cappello, il

portafoglio di cuoio, e s'inchinò. Elena gli stese la mano, sorridendo

con gli occhi ancora umidi di lagrime.

Quando fu in carrozza, avviato al suo studio, Pietro Quadrelli cercò di

raccogliere le idee e di definire le sue impressioni; d'un tratto si

mise a ridere, da solo.

— E andate dunque ad amare le donne! — egli pensò. — Ecco un marito che

adorava la moglie, e lavorava per lei, e aveva fatto di lei il suo

mondo. La moglie lo tradiva. Ecco il marito che le dichiara ben

chiaramente il suo disprezzo, che la scaccia, che non vuol più vederla.

E la moglie lo adora.... Che cosa preferiscono le donne? Le carezze o le

frustate?

S'inchinò innanzi a guardare il cavallo grigio, che procedeva assai

pigramente, e concluse ad alta voce:

— Frustate!

Il cocchiere frustò; il cavallo prese un buon trotto allegro e sicuro.

— Non c'è altro! — borbottò l'avvocato Pietro Quadrelli, stendendosi

beatamente nella vettura.

Donne e fanciulle · 第 31 / 35 题