PICCOLO “SKATING„.

Tutto il giorno, dalla mattina alla sera profonda, era quel rumore come

d'un vento che sibilasse, e quando intenso e quando fievole, lontano,

rotto e soverchiato a sua volta dallo stridìo dei pattini, che

strisciavan di fianco per arrestar la corsa.

Nel rettangolo chiuso da sbarre, sul pavimento di marmo grigio, uomini e

donne e fanciulle correvano, dritto il busto, piegando lievemente i

ginocchi per arrotondare gli angoli alle svolte, la testa bassa, gli

occhi rivolti a terra. Scivolavan via così lunghe ore, sui pattini a

ruote, dalla mattina alla sera profonda; e una folla intorno alle sbarre

li guardava, intontita e quasi addormentata da quel variare isocrono di

figure che si rincorrevano e tornavano; dimentichi e la folla e i

pattinatori del tempo e del luogo.

Di là dalla vetrata si scorgeva la distesa verdognola del mare mosso, e

di qui la striscia gialla del viale pulito e spazzato dalla pioggia

fitta di più giorni.

Verso le cinque del pomeriggio cominciava il concerto, un piano, un

flauto, un violino e un contrabbasso, che suonavano ballabili lenti, sui

quali pareva cader la gragnuola minuta di quel rumore come d'un vento,

che si faceva più forte. A quell'ora tra il pubblico apparivan le

eleganti, e nel rettangolo del pattinaggio i maestri, quelli che

delineavano le piroette, e correvano all'indietro, con le braccia

conserte.

La musica dava un pensiero a tutta quella gente ch'era pigra a pensare,

ma accompagnati e presi nella dolce spirale d'un valzer, non correvan

dietro che a pensieri in forma di scene e a sentimenti in forma di

pensieri. I più si dolevano, — donne e fanciulle, — che tra il pubblico

non si vedesse la persona che avrebbe meglio ammirata la loro grazia.

E di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e di là e di

qui, e un passo stretto dietro un passo stretto, e la spinta misurata e

la svolta lunga per inerzia, e di qui e di là, oscillando come per una

composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui or di là....

Nella corsa liscia e voluttuosa ve n'eran di instancabili,

deliziosamente rinfrescati dal ritmo della musica; e seguitavano a

correre, a svoltar gli angoli, a tagliar per la diagonale, a ondulare di

qui e di là, abbozzando in testa un romanzo, che rimutavano,

allungavano, abbellivano, e che non ricordavano più quando s'eran levati

i pattini. Per riprendere il romanzo, bisognava rimettere le viti,

riallacciare i lacci ai piedi, volare tra quel sibilo di vento e udir la

musica, il doppio ritmo delle note e delle ruote.

Allora veniva bene il dialogo segreto, mille volte rifatto, che poteva

esser questo:

— Mi ami?

— Non so chi sei.

— Non senti che t'amo, non senti che muoio, non bruciano le mie mani,

non sono un tormento e una gioia che mi avvicinano a te?

— Mi parli, e non comprendo.

— Vieni; ti passo il braccio intorno al busto. Sei mia. Vola con me,

piègati sul mio fianco, abbandònati alla mia stretta.

— Tutti ci guardano.

— Nessuno ci vede; la vertigine è troppo forte. Altri son passati prima

di noi così avvinti, altri passano dopo di noi. Tutti ci guardano,

nessuno ci vede....

— Non m'ingannare.

— Ti amo. Non ti piace così?

— Mi piace così. Fin quando?

— Per sempre, per sempre....

E di qui e di là, sul ginocchio destro e sul sinistro, tra quel sibilo

di vento, tra le spirali del valzer.

La linea del mare verdastro di là dalla vetrata s'illuminava d'una luce

di fuoco sotto gli strati delle nuvole scintillanti d'oro, e si faceva

d'oro il rettangolo sul quale svolazzavano tante sottane e correvano

tanti piccoli piedi ruotati.

Fu così, in un tramonto igneo, che apparve un giorno tra il pubblico

tranquillo degli spettatori una giovane signora, o una signorina, e vi

gettò uno sgomento indimenticabile. Chi era? Che cosa aveva di più o di

meno, di meglio o di peggio che le altre?

Era sottile come quella giovinetta che sapeva far gli svolazzi coi

pattini a guisa d'un calligrafo con la penna; non più bruna di capelli

nè bianca di carnato che quelle due fanciulle, le quali correvano e

ondulavan sui fianchi sempre l'una avvinta all'altra; non più elegante

della piccola bionda, ch'era elegantissima. Bella, fresca, audace,

sdegnosa, come quasi tutte le pattinatrici che le mamme, sedute torno

torno al rettangolo, si vedevan correre sotto il naso da un paio di

settimane.

E tuttavia la sua apparizione sollevò uno scompiglio indimenticabile tra

quel pubblico pacifico, al quale si frammischiavano volontieri i giovani

e gli uomini maturi in cerca di sensazioni estetiche e di visioni

rapide.

Ella aveva un abito bianco tutto liscio, corto, serrato in basso da tre

lacci, secondo le ultime leggi; una cintura rossa alla vita e un paio di

stivaletti rossi compivano, coi guanti bianchi e un enorme cappello, il

suo abbigliamento.... Ma gli stivaletti rossi dispiacquero subito alle

osservatrici. Se ne vedevan di rado, da quelle parti, e avevano un

significato di provocazione, che non si spiegava, si sentiva per aria, e

che scatenò un rumoroso bisbiglio.

La nuova venuta girò gli occhi intorno, con quell'espressione, la quale

vi dice insolentemente: Vi guardo, ma non vi vedo. E anche questo

dispiacque alle osservatrici, che la fissavano con l'occhialino e non ne

perdevano un gesto, nè un movimento, addosso, a un passo, quasi

studiassero al microscopio una vita misteriosa e inquietante.

Era accompagnata.... Ma era veramente accompagnata?... Nessuno l'aveva

vista entrare.... Però donna Eufrasia Ricciardi assicurò che doveva

essere accompagnata dal signore che le era alle spalle; uno di quei

temibili uomini, i quali sono stati ripetutamente a Parigi, possiedono

un'automobile con cui scarrozzano le più belle ragazze del mondo,

tengono tra le labbra la sigaretta spenta e nelle mani l'onore di più

donne; e un giorno si scopre che sono ammogliati e non se ne ricordano

più.

Non si sapeva veramente se quel terribile signore, con un certo cappello

bigio molle piantato di sbieco e tirato sugli occhi, accompagnasse la

ragazza. Di chiaro non si vedeva se non sulla faccia d'ambedue, l'uomo e

la ragazza, l'espressione della stanchezza; e si vedevano anche sotto

gli occhi dell'uomo certe sottili lineette che si sarebbero chiamate

rughe.

Le notò per prima Virginia Giordani, che lo guardava avidamente, di

sfuggita; ella aveva diciott'anni e andava pazza per gli uomini

sciupati, stanchi, col viso “ricamato„ dai giorni e dalle notti e da

molte cose di cui non aveva alcuna idea.

L'altra intanto s'era allontanata tra il bisbigliare continuo delle

buone dame sedute, e s'era fatto mettere i pattini dall'inserviente.

Entrava nel rettangolo, sul marmo grigio. Fu un momento d'aspettazione

silenziosa, un solo momento, perchè quella si lanciò subito sul

ginocchio destro e sul sinistro, si curvò un poco, prese l'aire, fece

una svolta stupenda, passò tra le coppie, raggiunse una velocità alla

quale nessuno si arrischiava pur tra i più audaci.

E rise da sola, pensando che le spettatrici l'avevano forse creduta

tanto sciocca da arrischiarsi al giuoco senza conoscerlo bene e da

cadere goffamente pel loro spasso.

Andava, volava, batteva l'aria in faccia agli uomini che la scrutavano

immobili di là dalla sbarra, e sfiorava del gomito le fanciulle, che

sentivano ch'ella era diversa, e ne avevano timore ed invidia,

maraviglia e soggezione.

Veniva non si sapeva donde, non aveva detto parola, non aveva sguardo

per alcuno, e scivolava mirabilmente, pensando a non si sapeva che

cosa.... Era il personaggio del romanzo, di tutti i romanzi pullulati

nell'ozio di quel passatempo, una fantasia incarnata in una bella

persona, venuta su improvvisamente dall'ignoto.

— Bisogna richiamarle, queste ragazze, e condurle a casa! — osservò

donna Eufrasia ad alta voce. — Chiamate Lidia; fate segno a Paolina....

Ma le ragazze filavan via, e di qui e di là, e sul ginocchio destro e

sul sinistro, mentre l'insidia del valzer torpido le avvolgeva.

Parevano capitanate da quella svelta figurina; le si eran messe tutte

dietro, una schiera lunga di paperi, e si facevano sfiorar del gomito a

bella posta per sentire che la donna del loro romanzo, la parvenza della

loro fantasia viveva, e tentavan d'imitarla quando si curvava un poco

per goder meglio della corsa. Nella schiera ve n'eran di men giovani che

lei, ed ella sembrava una sorella candida tornata fra le sorelle al

giuoco; e senza parere, aveva allentato un poco il suo impeto per non

compier troppo presto il giro e non passar dalla testa alla coda. Tutte

le altre regolavan la spinta e il ritmo sul ritmo della sorella

sconosciuta.

— Chiamate dunque Lidia! — ripetè ad alta voce donna Eufrasia. — E lei

lascia sua figlia in quella compagnia?

Non vi fu bisogno di chiamar Lidia. Fatto un ultimo giro, la sconosciuta

si fece togliere i pattini e rimase qualche tempo fuor del rettangolo a

guardare le compagne d'un'ora che correvan tuttavia: ciascuna passando

le gettava un'occhiata interrogativa e timorosa, ed ella le seguiva con

un'occhiata lunga e meditabonda. Non si capivano ancora, ma si

parlavano.

Poi la giovane sentì l'alito ardente degli uomini intorno, l'urgere d'un

desiderio sfrontato, e dovette allontanarsi.

Parecchie signore s'alzarono con un pretesto a seguirla e a veder dove

andava; gli uomini senza alcun pretesto le si precipitarono innanzi per

farle ala e squadrarla ancora da capo a piedi.

Ma a fianco di lei si mise il signore dal cappello bigio e molle tirato

sugli occhi, il terribile signore che doveva essere stato più volte a

Parigi, e teneva tra le labbra la sigaretta spenta.

Virginia Giordani osò spingersi tra gli uomini, senza levarsi i pattini,

abbrancandosi al primo venuto, per veder passare il signore che le

piaceva tanto quanto le pareva sciupato.

C'era l'automobile fuori ad attenderli, rombante. Non mancava nulla al

loro prestigio d'un attimo.

Vi salirono la giovane e l'amico, senza dir parola; non avevano ancora

scambiato una parola dacchè eran comparsi. Un domestico moro chiuse lo

sportello. Lo _chauffeur_ lanciò la macchina con un balzo pel viale

pulito e spazzato dalla pioggia fitta di più giorni.

E con la rapidità del lampo, cantando su tre toni dolci e petulanti,

l'automobile scomparve in capo al viale, verso la pineta.

— Gente felice! — disse qualcuno.

— Non farti sentire da queste dame! — interruppe un altro. — Muoiono

d'invidia e di morale.

— È finita; non si potrà venir più qui a passare un'ora. Io le ho fatto

comprendere il mio risentimento; ho parlato forte, mi pare? — osservò

donna Eufrasia.

— Come pattinava bene! — esclamò Lidia la bionda. — Era una delizia

seguirla! Dove avrà imparato a pattinare così?

— Oh, ha imparato tante altre cose! — rimbeccò un giovanotto beffardo.

— Ma dove? — insistette Lidia.

— Quali cose? — incalzò Paolina.

— A Parigi, a Parigi! — concluse l'altro, rientrando e rimettendosi i

pattini. — A Parigi s'impara tutto; ma non ci vada con la zia, o non

imparerà nulla....

E rise.

— Ecco, incomincia lo scandalo! I giovani perdono la testa e fanno

discorsi che non dovrebbero! — constatò donna Eufrasia.

— Quali discorsi? Ma se parlano di Parigi! — osservò una signora

pacifica, la quale, perchè da trent'anni udiva parlar di Parigi e non

riusciva mai ad andarvi, si sentiva commossa dalle voci d'un sogno

lontano.

— Io, intanto, domani non vengo! — dichiarò solennemente donna Eufrasia.

— Ho in custodia mia nipote, e queste son cose gravi.

Ma l'indomani fu un gran giorno. Il piccolo “skating„ rigurgitava di

gente, e nel rettangolo e fuori, e tra i pattinatori e tra il pubblico

era un'attesa inquieta. Le fanciulle l'avevan detto alle amiche, gli

uomini agli uomini, le signore alle signore, e tutti aspettavano il

ritorno.

Con quale abito sarebbe comparsa? Queste donne non indossano mai due

volte lo stesso abito in una settimana, tanto più quando hanno un amico

e un'automobile col moro. Era fin di stagione, principio d'autunno,

temperatura variabile, quel periodo in cui si può vestire un abito

leggerissimo o tapparsi in una pelliccia, a piacere, secondo il pretesto

del momento.

Piero Sanna, il beffardo, aveva sparso la voce che la giovane avrebbe

indossato un abito Direttorio, tagliato sul fianco in modo che si

vedesse e non si vedesse una gamba.

— Ma si vede o non si vede? — chiese, strabuzzando gli occhi, il dottor

Giulio Lastrelli, che aveva sessant'anni.

— La mamma ha un bel dire, ma io la trovo molto carina, — confessava

Lidia a Paolina, correndo con lei sul pattinatoio e serrandola con un

braccio intorno al busto. — Ha una cert'aria come a dire: “non ho

bisogno di voi„, che mi piace.

— Sì, — rispose Paolina, ondulando sui fianchi per darsi una nuova

spinta. — Ci ho pensato stanotte, e l'ho invidiata, che vuoi? Abiti,

automobili, divertimenti, e quel bel signore. Non fa male a nessuno, e

può essere così amata, così felice!

— Così amata! — ripetè Lidia pensierosa.

Tutti correvano e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro,

e di là e di qui, oscillando come per una composta ebbrezza, come

piegandosi ad ascoltare or di qui or di là.... Ma gli occhi si volgevan

di tanto in tanto all'entrata e si sforzavan di veder fuori, sul viale.

Virginia s'arrestò di repente e s'abbrancò alla sbarra.

— Che fai? — le domandarono Lidia e Paolina, le quali scivolavan dietro

lei, e per quella brusca fermata avevan corso rischio di cadere.

— Mi è parso d'udir la tromba d'un'automobile.

Si fermarono anche le altre e ascoltarono ansiosamente, la bocca

socchiusa, gli occhi rivolti all'ingresso.

— È qui! — disse giocondamente Lidia.

— Ora vediamo la gamba! — susurrò Paolo Sanna al dottor Lastrelli.

— Una soltanto? — domandò Giulio strabuzzando gli occhi.

Non apparve nessuno. Le fanciulle ripresero l'aire, Paolo Sanna, Giulio

Lastrelll, tutti gli altri che s'erano ammucchiati in un angolo,

sfilarono a corsa e ricominciò lo stridìo, il rumore come d'un vento che

sibilasse.

La piccola orchestra attaccò una marcia, _Il Ruwenzori_; e fu tra le

note della marcia, al ritmo fiero e guerresco della vittoria ch'entrò

soffiando donna Eufrasia Ricciardi. Era d'amaranto in viso, gesticolava,

aveva qualche grande cosa da dire. Le ragazze che passavano a corsa

videro le mamme avvicinarsi e circondar donna Eufrasia, e ripetere i

gesti, gli uomini guardarsi in volto e inarcar le sopracciglia.

— Che c'è? Diventano matti? — domandò Paolo Sanna.

Ma il susurro cresceva, soverchiava lo stridìo dei pattini, il ritmo

della vittoria, e una voce dominò e si diffuse:

— È morta!

— Chi, morta?

Lidia e Paolina si lanciaron fuori a farsi togliere i pattini, per

ascoltare: il dottor Lastrelli, che faceva in quel punto un geroglifico,

perdette l'equilibrio e ruzzolò per terra, interrogando:

— Chi, morta?... Ma chi?...

Intorno a donna Eufrasia faceva ressa tutto il pubblico, una platea

d'ascoltatori, mentre sul pattinatoio non correva più nessuno.

— Cinque pastiglie di sublimato! — narrava la dama soffiando. —

Stanotte, all'Hôtel de Russie.... Povera figliola!... E ieri, a

quest'ora, pattinava così bene, con quegli stivaletti rossi, che saranno

di moda, ma a me, già, non piacciono.... Avvelenata! Che coraggio!...

Chi l'avrebbe detto?

— È morta! — ripeterono le ragazze desolate, sottovoce.

— E tu la dicevi felice! — mormorò Lidia a Paolina.

— Ma sicuro, ammogliato! — spiegava intanto donna Eufrasia. — Bastava

guardarlo per capire. Non poteva più tenerla con sè, naturalmente.

Queste cose durano fin che durano. E lei gli voleva bene, si vede, e si

è avvelenata.... Cinque pastiglie.... Se ne sono accorti troppo tardi, e

stamane all'alba è morta....

— È morta stamane all'alba, — ripetè con un sospiro Lidia la bionda.

— Si vedeva che c'era qualche cosa, — osservò Virginia gravemente. — Non

si son mai detta una parola.

— È vero, — confermò Paolina. — Non pareva nemmeno che lui

l'accompagnasse.

— Ma che cosa fanno qui tutte queste ragazze? — osservò una mamma,

vedendo il gruppo delle fanciulle che ascoltavano a bocca aperta. —

Andate a pattinare, su, andate via! Non si può neanche discorrere?

— Addio gambe! — mormorò Paolo Sanna, battendo con la mano su una spalla

di Giulio.

E per dare il buon esempio, s'avviò a rimettersi i pattini. Le fanciulle

lo seguirono; Lidia strinse ancora intorno al busto Paolina, e si lanciò

con lei; Virginia volle pattinar da sola per pensare a quell'uomo

ammogliato che faceva morir le amanti; Giulio sopraggiunse e riprese i

suoi geroglifici; e gli altri tutti, uomini e donne e fanciulle, dietro,

la testa bassa, gli occhi rivolti a terra.

Ma parecchi giovanotti uscirono per andare all'Hôtel de Russie a vedere

non sapevano essi medesimi che cosa.

— Certo, uno scandalo! — disse donna Eufrasia, mettendosi infine a

sedere per vigilar la nipote che pattinava. — Qualche cosa me lo faceva

presentire quando li ho visti ieri.... Oh per lui, se lo merita! Lei,

poverina, non ha colpa, se lo amava.... È sempre così; non si amano che

codesti birboni!

Poi soggiunse romanticamente:

— Amore e morte!

La corsa aveva riacquistato tutto il suo impeto e dopo la marcia era

venuto un valzer. Dalla vetrata traboccava come il giorno innanzi l'onda

rossastra del tramonto, e il rettangolo su cui correvano tanti piccoli

piedi ruotati, svolazzavano tante sottane, si faceva d'oro.

— Ma è bello! — susurrò a un tratto Lidia, uscendo da una lunga

meditazione. — La gioia, i divertimenti, l'automobile, un grande amore,

e poi una notte morire; addormentarsi, e non svegliarsi più, mai più!

— Taci! — disse Paolina con un brivido. — Pensavo io pure così!

E le due fanciulle si strinsero più forte, correndo; e di qui e di là, e

sul ginocchio destro e sul sinistro, e un passo stretto dietro un passo

stretto, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad

ascoltare or di qui, or di là....

Donne e fanciulle · 第 30 / 35 题