COLMÀR.

Il treno si fermò sotto la tettoia della stazione, e il viaggiatore

sporse la testa, guardandosi intorno. La stazione era ampia e bene

illuminata, con le scalèe di marmo bianco, che menavano ai

sottopassaggi. Un conduttore, che aveva sul petto assicurata da cinghie

la lanterna accesa, passò lungo la vettura, e il viaggiatore gli

domandò:

— _Wo sind wir?_

— Colmàr! — rispose l'altro, senza alzare il capo. — Colmàr!

Il viaggiatore, Francesco Rusconi, osservò l'uomo: con quella lanterna

accesa sul petto sembrava un grosso animale illuminato da un fuoco

interno. E Francesco pensò che se si fossero obbligati i ferrovieri

italiani a legarsi al collo quella lanterna, sarebbe avvenuta una

rivoluzione. Ma ogni popolo ha i suoi gusti e le sue abitudini.

Francesco chiamò un facchino, gli consegnò le valigie, lo scialle, e

discese. Eran le nove di sera e piovigginava; preceduto dal facchino, il

viaggiatore uscì sul piazzale, vide l'omnibus elegante dell'albergo che

sorge nella Rufacherstrasse, e vi fece deporre le sue robe.

Chi gli avesse detto il giorno innanzi che egli si sarebbe fermato a

Colmàr, avrebbe fatto ridere Francesco Rusconi. Era partito per recarsi

a Metz. A Metz si sarebbe incontrato con una giovane e graziosa signora,

con la quale aveva una semplice amicizia; egli s'era offerto di

accompagnarla in Italia, e, bizzarra, indipendente, audace, ella aveva

accettato. Da quella amicizia, mutata nella dimestichezza che nasce tra

due viaggiatori, e, meglio, avvivata dalle impressioni che la signora

avrebbe ricevuto vedendo la prima volta l'Italia, da quell'amicizia,

pensava Francesco Rusconi, sarebbe scaturito l'amore. E non per altro se

non per aver l'amore della graziosa donna che gli piaceva, egli s'era

messo in viaggio.

Ma era stato colto in treno da una malattia crudele e impreveduta: la

malattia dei ricordi. Tutta la linea, da Milano a Como, da Como a

Lugano, da Lugano a Lucerna, n'era seminata; qua un capriccio, là

un'avventura, più su una passione; qui aveva sorriso, là aveva mentito,

più su aveva amato e sofferto. E rivedendo quei luoghi, Francesco s'era

accorto con spavento che non sentiva più nulla. Inutilmente un paese gli

metteva innanzi il pallido viso di Giuliana; invano da quella città gli

veniva ancora l'eco della voce vellutata con cui Emma lo salutava;

invano un albergo, di cui sfolgorava sotto il sole la dicitura in

lettere d'oro, gli rammentava le carezze di Claudia. Invano, invano

tutto; pericoli e timori, lagrime e speranze, emozioni e vittorie, gioie

segrete e audacie mortali, gli si facevano incontro come rottami di un

grande naufragio, senz'altro significato che di cose spente, e il suo

cuore era freddo, non dava un palpito più del consueto.

A Basilea, cambiato il treno, salì in una vettura tedesca illuminata da

lampadari che diffondevano un mare di luce. Si guardò nello specchio, si

vide coi capelli folti ma bianchi e il volto istoriato da rughe

sottilissime. D'improvviso, si sentì vecchio, non tanto per quel suo

aspetto fisico, in cui vibrava ancora un'energia pronta e tenace, quanto

per l'insensibilità del cuore. Gli occhi dallo sguardo limpido dicevano

che i capelli bianchi e le rughe non attestavano se non forse la

precocità d'una vita ardente, forse una raffica di dolori; ma il cuore

diceva d'essere stanco, d'aver palpitato abbastanza, di voler riposare.

— Non ci vado! — esclamò ad alta voce.

Nella vettura di prima classe era solo; sedette al suo posto, formato

come una poltrona dal velluto rosso fiammante, e si raccolse a meditare.

Che stupida idea era mai stata quella d'andare da Roma a Metz, di

traversare mezza Europa, di ritraversarla in senso opposto, solo per

avere una donna, per guastare una buona e fiduciosa amicizia e per

arrivare poi alla sazietà, all'abbandono, all'oblio? Lavorare tanto per

gettare sulle acque un altro rottame del naufragio a aggiungere Metz

alla lunga litania dei nomi, che avrebbero dovuto dirgli e non gli

dicevano più niente?

— Non ci vado! — ripetè ad alta voce.

A Mülhausen ebbe la prima tentazione di scendere, ma resistette; cercava

ancora una ragione per non cedere e non mancare al convegno. Tra

Mülhausen e Colmàr la noia gli diventò insopportabile. Al pensiero gli

si affacciò la certezza ch'egli non sapeva più, non poteva più amare,

perchè il cuore era spento.

— Vecchio imbecille! — borbottò quasi con rabbia. — Che cosa vai a dire

e a fare, se amore non t'interessa ormai più d'una nuvola? Non senti che

l'esitazione è la prova della tua incapacità d'amare? Tu discuti con te

stesso; sei morto! Quando si ama o si vuole amare, non si ragiona.

Ed era disceso a Colmàr, aveva scelto all'albergo una bella camera in

faccia alla piazza Rapp, e aveva dormito saporitamente come si fosse

trovato a casa sua, nel suo letto.

L'indomani mattina spedì un telegramma alla signora di Metz:

un lutto improvviso lo obbligava a tornare in patria. Non pensò

all'inverosimiglianza della scusa, perchè la notizia del lutto non

poteva averlo raggiunto in treno; pensò ch'era incapace d'amare, che

l'amore era morto per lui.

— Faccio una buona azione, — egli si disse, — e risparmio un disinganno

a questa povera amica.

Ed entrò in un elegante negozio della Rufacherstrasse a comperare le

sigarette.

Era dietro il banco una giovane, abbigliata di nero, col grembialetto

candido; aveva diciotto o vent'anni al più, e non si poteva dir bella;

esile di forme e bianca in volto, coi capelli castagni, la bocca

piuttosto grande, gli occhi color d'avana e mobilissimi di sguardo,

faceva pensare che la sua vita fosse un diuturno sforzo, una fatica

quotidiana per dominare i nervi, e ch'ella dovesse avere una sensibilità

esagerata e quasi dolorosa.

Francesco Rusconi le chiese, senza nemmen guardarla, delle sigarette; ed

ella gliene espose sul banco un intero emporio; Francesco le domandò

quali fossero le migliori e le più ricercate, e indugiò un poco a

discutere; ma dall'accento di lui e forse da qualche frase, ch'era

piuttosto della grammatica che della lingua parlata, la fanciulla intuì,

esitò un poco, e poi interrogò con titubanza:

— _M'sieu n'est pas allemand?_

— _Oh, nein, danke!_ — esclamò Francesco ridendo. — _Je suis italien,

mademoiselle._

— _Moi je suis française! Alors, m'sieu, si vous préferéz les Kiryazy

frères?..._

Aveva detto: _Moi je suis française_, con un'espressione d'orgoglio così

aperto, che Francesco levò il capo a guardarla; e l'altra, sotto quello

sguardo curioso, arrossì un poco. L'uomo prese la scatola di sigarette

Kiryazy, salutò ed uscì.

Che bella cittadina, Colmàr! Pacifica, pulita, ridente. Le signore, le

impiegate, le serve, andavano all'ufficio o al mercato in bicicletta;

alcune tenevano presso il manubrio un paniere, da cui pendevan ciuffi

d'insalata e barbe di carote, e pedalavano lestamente per tornare a casa

a preparare la colazione.

Capitato là come fosse caduto dal cielo, non avendo nulla da fare,

Francesco girò per la città a osservare ogni cosa, ed era così

evidentemente ozioso, che una guardia dall'elmo col chiodo appuntito e

dall'ampia barba bionda lo squadrò più volte. Si fermò a guardare la

fontana di Schwendi, Schwendibrunnen, che ha un arco a ciascuna bocca

dell'acqua, e la Pfister Haus, una casa di puro stile tedesco, con un

loggiato scuro, un verone appiccicato e come sospeso sull'angolo, una

torricella poligona al fianco. Gli piaceva tutto; la pace della

cittadina linda rispondeva alla pace del suo cuore; pensava che quando

l'amore è morto, il cuore è tranquillo.

Fece colazione alla Kopfhaus, la casa delle teste, così detta perchè la

decorazione dei varî piani era formata da teste di guerrieri e di

draghi; una bella balconata lasciava traboccare geranii rosei e garofani

rossi. Il frontone a forma di triangolo con certi pinnacoli sui lati e

un pupazzo buffo sul vertice, faceva pensare a una costruzione cinese.

Francesco bevve un eccellente vino bianco del Reno e mangiò con grande

appetito.

— Io sto a Colmàr un anno! — egli promise a sè stesso, mentre tornava

lentamente verso la Rufacherstrasse.

Quando fu per salire all'albergo, s'accorse di non aver fiammiferi, e

procedette fin dal tabaccaio. La fanciulla era ancora dietro il banco, e

leggeva.

— _Alors, mademoiselle est française?_ — disse Francesco sorridendo.

E perchè non aveva nulla da fare, cominciò a discorrere. La fanciulla

discorreva garbatamente, senza timore e senza spavalderia. La sua

famiglia era francese di cuore e di pensiero, nonostante il “_Cigarren

und Cigaretten Importen_„ che si leggeva sull'insegna. Ella, la giovane,

si chiamava Laetitia, in memoria della gran madre dell'Imperatore; e

quantunque non lo dicesse, si sentiva nella sua parola un rancore sordo

contro i tedeschi, contro la dominazione pesante e cortese, rigorosa e

gentile di quei signori. Letizia sognava Parigi; non v'era mai stata; il

papà e la mamma le avevan promesso mille volte di condurla, ma non

avevan mai potuto.

Allora Francesco si fece a descriverle Parigi; e per descriverla meglio,

prese una sedia e vi si accomodò. La fanciulla ascoltava avidamente il

signore dai capelli tutti bianchi e dagli occhi vivi; e, contenta

d'udire che Parigi era una città potente, ricca, una grande città, una

delle più grandi città del mondo, andava interrogando quasi per aver la

conferma di quella ricchezza, di quella potenza.

Sopravvennero alcuni clienti, comperarono, se ne andarono; e la

conversazione riprese. Letizia era felice di non parlare tedesco e di

conoscere una persona che amava la sua Parigi, e Francesco vedeva la

fanciulla così animata, quegli occhi color d'avana così accesi di

piacere, quella bocca grande scoprir denti così belli, che gli pareva di

dir cose straordinarie, d'essere un vecchio amico di Letizia e d'averla

ritrovata a Colmàr dopo una breve lontananza.

Infine, mentre Francesco stava per andarsene, sopraggiunse la madre di

Letizia, una buona signora piuttosto rotonda di forme; allegra e

premurosa, madame Brigitte Gericault riaccese la conversazione, parlando

con tale rapidità che Francesco ne rimase stordito sulle prime, e tornò

a sedersi. In breve, l'amicizia era nata; avendo appreso che il signore

era solo a Colmàr, madame Brigitte si fece ardita, e gli disse che se

qualche volta avesse voluto gustare la cucina francese....

Letizia capì che la mamma si spingeva troppo avanti, e le lanciò

un'occhiata dritta e dura, per fermarla; ma Francesco aveva già

accettato; e allora Brigitte aggiunse che abitavano presso la Casa dei

Cavalieri di San Giovanni, una piccola meraviglia d'arte.

— Io sto a Colmàr un anno! — pensò di nuovo Francesco, uscendo

finalmente sulla strada e avviandosi all'albergo dopo due ore di

conversazione.

Letizia era nel negozio, al banco, la mattina; sua madre la sostituiva

nel pomeriggio, e il babbo stava al banco la sera. Tutte le mattine

Francesco entrava, faceva la sua provvista di sigarette, e sedeva a

chiacchierare. La fanciulla si svelava diversa, a poco a poco, da quella

che Francesco aveva imaginato; era gaia e arguta; lo accoglieva con un

sorriso di piacere e gli raccontava una quantità di piccole cose, di

fanciullaggini, gli rivolgeva domande sull'Italia, di cui aveva idea

come d'un immenso giardino greve di profumi; e Francesco le lasciava

credere, anche per non turbar le sue cognizioni geografiche,

considerando che a scuola le avevano insegnato che “_l'Italie est le

jardin d'Europe_„. Ma da quel chiacchierìo risultava chiaro che la

fanciulla era ingenua, non aveva affezioni all'infuori della mamma e del

babbo e non sapeva nè civetterie nè malizie.

La domenica indossava il costume alsaziano per rispetto alla tradizione.

Il magnifico nastro nero che si apre con le grandi ale sul capo e scende

riccamente lungo il dorso, dando idea d'una immensa farfalla superba che

si fosse fermata sulla testolina della fanciulla, le stava così bene,

che Francesco si lasciò sfuggire un grido d'ammirazione.

— _Vous êtes adorable, mademoiselle!_ — egli esclamò.

Letizia diventò di porpora in volto, balbettò qualche parola, e

Francesco le chiese scusa dell'impeto ammirativo che le era spiaciuto;

poi offerse d'andare a passeggio con la mamma e con lei; e andarono,

camminando adagio, verso quella parte della città che, posta sulle rive

della Lauch, ha l'aspetto d'un pacifico villaggio con la linea delle

case qua e là interrotta da ciuffi di verzura.

Nel tornare, poichè sentiva che Letizia gli teneva ancora il broncio per

il suo elogio un po' brutale, Francesco acquistò da un ragazzetto un

grosso mazzo di viole mammole, umide e odorose, e l'offerse alla

fanciulla. Letizia lo afferrò avidamente, lo partì in due, e ne diede

metà alla mamma.

— Buono, un altro granchio! — pensò Francesco. — Quando si comincia!...

Dovevo offrirle a Brigitte.

Ma l'indomani vide che Letizia aveva appuntato al petto un mazzolino di

quelle viole, e le altre erano in un angolo del banco dentro un vaso di

cristallo, e vi restarono tutta la settimana, fin che caddero a una a

una, appassite.

La cucina di madame Brigitte Gericault era eccellente, e il babbo di

Letizia un brav'uomo semplice, il quale, fatto il suo dovere nel 1870,

rimasto ferito a Gravelotte, non parlava mai nè dell'anno terribile, nè

dei tedeschi. Francesco pranzò due volte in casa dei Gericault, e invitò

due volte la famiglia a pranzar con lui alla trattoria.

Una sera, tornando appunto da uno di quei piccoli pranzi, Francesco

camminava a fianco di Letizia, e dietro, a distanza, venivano i

genitori.

Quantunque non fossero che le nove, la città era presso ad

addormentarsi; i passanti si potevan contare, e la luna splendeva del

suo mite chiarore perlaceo.

Francesco s'arrestò a guardare. Due vie deserte e lunghe gli si aprivano

innanzi, separate da un gruppo di case, che la luna blandiva del suo

raggio. Il silenzio era profondo, e in capo a una strada, unico segno di

vita, brillava un lume rosso. Lo stile di quelle case dal tetto

digradante, su cui a guisa di monelli s'arrampicavano in diverse file

gli abbaini, spirava un'intima armonia con la pace dell'ora.

Mentre Francesco stava per esprimere la sua ammirazione, dalle finestre

del Circolo italiano venne un'ondata di musica, soave e malinconica, la

quale sembrò parlare dei paesi lontani che Letizia sognava, dei giardini

d'Italia, della Francia amata; e si diffuse, e ondulò nell'aria come un

lungo pianto per le cose che non eran più, per le cose che non sarebbero

state mai.

Francesco e Letizia istintivamente si fecero vicini l'uno all'altra, e

ripresero a camminare a capo basso, senza dirsi parola.

Ma quell'ora di strano turbamento non si ripetè. Francesco passava quasi

l'intero giorno nel negozio, e Letizia aveva finito a poco a poco per

trattenervisi ella pure. Lavorava, ascoltando le chiacchiere dell'amico,

e di tanto in tanto alzava il capo a sorridergli, lo guardava negli

occhi, riabbassava la testa a lavorare. Stava ricamando una lunga

striscia di tela da mettere sul cassettone a guisa d'ornamento, e

Francesco fingeva di non capire che le due lettere F. R. a cui la

fanciulla attendeva, non potevano significare Laetitia Gericault. Egli

portava i fiori tutte le mattine, ella se li appuntava al petto, e poi

cominciavano a chiacchierare allegramente. Francesco rideva, perchè in

quella città tedesca non aveva visto che lapidi e monumenti a generali

francesi del primo Impero, cominciando dalla statua a Rapp sull'immensa

piazza che ha il suo nome. Ma certi angoli della città eran deliziosi,

con qualche piccolo canale su cui oscillavano le imbarcazioni lunghe e

strette, simili a piroghe; e la vecchia casa di San Martino, dal cui

verone i fiori porpurei scendevan giù ad animare l'antico legno

scolpito, gli era parsa più bella che la casa dei cavalieri di San

Giovanni, dal doppio loggiato a cinque finestre. Ambedue, Letizia e

Francesco, avevan dimenticato ch'egli era a Colmàr per caso, che un

giorno sarebbe dovuto ripartire; sembrava all'una e all'altro di non

esser mai vissuti, di non dover mai vivere diversamente che nella pace

della piccola città, in cui tutti dormivano alle nove di sera e i

crocicchi di notte rammentavan gli scenarî d'un melodramma. E Letizia,

che aveva sempre odiato Colmàr come la più meschina delle città di

provincia, sentiva d'esserle a un tratto affezionata. Molte cose

originali erano sfuggite allo sguardo della fanciulla, e quando usciva

con la mamma e con Francesco, e questi gliele faceva osservare, Colmàr

prendeva agli occhi di Letizia un nuovo aspetto, un nuovo significato,

quasicchè la parola dell'amico avesse dato un'anima alla cittadina

graziosa. E tutto era allegro intorno, la stagione, il sole, il vento

tepido; la fanciulla non aveva mai sentita così intensa la gioia di

vivere. Più che all'aria di primavera, ella si scaldava a un fuoco

misterioso che aveva nel cuore.

Una mattina Francesco stava discorrendo con la fanciulla d'una gita che

si doveva fare l'indomani a Strasburgo. Egli avrebbe visto, — diceva

Letizia con un sorriso un po' inquieto, — molte belle ragazze in costume

alsaziano, col nastro magnifico sui capelli, e le avrebbe trovate tutte

adorabili come lei. Sarebbero andati a salutare il Reno e i monumenti di

Desaix e Kleber, e la Cattedrale in cui erano le statue della Vergine

folle.... Letizia s'interruppe, vedendo entrare il ragazzo dell'albergo.

Francesco prese dalle mani di lui la sua posta, e il ragazzo se ne andò;

alcune lettere, e tra le lettere un telegramma. Francesco lo aperse, lo

lesse un paio di volte, fece un gesto poi mormorò:

— _Je vais partir. C'est ma femme qui me réclame. Elle est souffrante._

La fanciulla mandò un grido.

— _Votre femme?_ — disse con voce spenta. — _Vous êtes marié?_

Aveva gettato il ricamo sul banco e stava in piedi, tremando tutta, più

bianca della parete a cui s'era addossata per non cadere.

Francesco rispose quasi sottovoce:

— _On le dit!_

— _Vous partez alors?_ — insistette Letizia con le labbra smorte,

squassata tuttavia dal tremito invincibile.

Francesco non rispose, la fanciulla non domandò altro. Nessuno dei due

aveva mai pensato a ciò che sentiva in cuore, e l'uno e l'altra avevano

la rivelazione della crudele verità nell'ora stessa in cui dovevano

separarsi per sempre.

— _Partez, partez vite, aujourd'hui même!_ — mormorò Letizia con voce

rauca. — _Que cette torture incroyable finisse!_

Francesco uscì senz'aggiungere parola. Andò all'albergo, fece preparar

le sue robe, poi si gettò sul letto, e vi rimase a occhi chiusi, non

volendo pensare, non volendo capire, non volendo confessare a sè

medesimo.

Verso sera si recò dai Gericault a prender congedo. I due buoni vecchi

furon desolati per la partenza improvvisa del loro amico, ed espressero

la speranza, che Francesco accolse con un sorriso amaro, di rivederlo

presto. Letizia non c'era; aveva un po' di emicrania e si scusava.

Francesco pensava già di dover partire senza salutarla e gli pareva che

fosse meglio, quando la porta si schiuse, e la fanciulla comparve.

I suoi occhi scintillavano di disperazione e d'audacia: il volto era

smagrito d'un tratto, come divorato dalle lagrime ardenti e dalla

febbre. Ella andò incontro a Francesco, e tendendogli un piccolo involto

che racchiudeva il suo ricamo:

— _Tenez!_ — disse con voce chiara. — _Emportez-la comme un souvenir de

_votre_ Laetitia!_

Poi, non sentendosi la forza di guardare in faccia l'amico, si volse, e

uscì col passo rigido d'una sonnambula.

I signori Gericault volevano accompagnar Francesco alla stazione, ma

egli se ne schermì quasi con paura. Tornò all'albergo, per caricar le

valigie, andò alla stazione, salì in una vettura di prima classe, in cui

si trovò solo come la sera del suo arrivo. Si guardò intorno smarrito

mentre il treno si muoveva.

Addio, piccola Colmàr tranquilla! Addio, Letizia candida e innamorata,

che non doveva rivedere più mai, più mai, fino alla morte!

E l'uomo che aveva creduto al cuore spento e aveva cantato la gioia di

non amare, nascose il volto tra le mani, e pianse a lungo....

Donne e fanciulle · 第 32 / 35 题