Minni tornò a casa verso le cinque d'una pesante giornata sciroccale.
Aveva fatto gli acquisti pel pranzo e recava un paio d'involtini con la
carta rosea, tenendoli nella piegatura delle braccia. Senza curarsi
della folla che si stendeva da piazza Colonna a piazza Barberini, aveva
percorso tutta la strada col passo svelto e leggiero, temendo d'essere
soprappresa dalla penombra del crepuscolo.
E giunta a casa, in quella strana via Campania, che, a un passo da Villa
Umberto e da via Veneto, sembra ancora la strada d'un villaggio, non
selciata, deserta, popolata la sera dai gatti, Minni salì una scala ed
entrò nella sua camera al primo piano.
Ella abitava da lunghi mesi col marito quella vasta camera mobigliata in
via Campania. Nel mezzo era il letto di ferro, assai largo; a destra,
Minni aveva improvvisato un gabinetto da toeletta con un bel lavabo e
mille piccole cose per l'abbigliamento; a sinistra, un'agrippina, sulla
quale Minni aveva drappeggiato una stoffa di seta a colori vivaci; e
v'era la tavola da pranzo, che si trasformava poi in tavola da lavoro, e
disposte ai capi, due poltroncine. Così in quell'angolo, la sala da
pranzo succedeva al salottino, secondo le ore; e una grande lampada a
petrolio illuminava e riscaldava il luogo, poichè non v'era stufa.
Minni, bionda e graziosa, una di quelle donne il cui corpo stupisce per
l'esatta perfezione delle linee e la cui anima chiude insospettati
tesori d'energia, stese la tovaglia, mise sulla tavola due piatti, due
posate, due bicchieri; e sopra un piatto più grande espose tutto il
pranzo: salame, formaggio, ulive, una scatola di sardine. Poi v'erano
una bottiglia d'acqua, un fiaschetto di vino, il pane.
Minni guardò un istante quei poveri preparativi, e per renderli meno
tristi, piantò in mezzo alla tavola un vasetto di vetro con un mazzolino
di fiori. Accese la grande lampada a petrolio, che doveva riscaldar la
camera, e aspettando l'ora che il marito facesse ritorno, sedette
sull'agrippina a leggere.
Leggeva un romanzo nel quale i milioni danzavano una ridda vertiginosa
con le avventure più gaie. Da tempo, Minni leggeva soltanto per non
pensare, per non sentire la miseria immeritata, e appena la distraevano
dalla lettura le grida e gli schiamazzi dei monelli, i quali verso
l'imbrunire s'impadronivano delle strade circostanti e facevano chiasso
sino a sera.
Alle sette, ella udì aprir l'uscio nel corridoio, e indi a poco s'aperse
la porta della camera, ed entrò Giorgio.
— Buona sera, _Blì_! — egli disse.
Dacchè l'aveva sposata, Giorgio s'era fatta l'abitudine di chiamar
Minni, con i vezzeggiativi più curiosi. Il nome di lei, Emma, era
diventato Minni, e le era rimasto; ma ogni poco, Giorgio glielo mutava
con voci monosillabiche, nelle quali egli metteva un senso d'amore e di
protezione come per un bambino.
— Quante belle cose avete comperato! — disse Giorgio, gettando
un'occhiata alla tavola, mentre si levava il cappello e il soprabito.
Minni sorrise debolmente.
— Hai fame? — ella chiese.
— No, niente, sono stanco! — rispose Giorgio, avvicinandosi e baciandola
sulla bocca. — Una noia spaventevole, tutto il giorno. E tu?
— Io ho fame. Ora preparo il caffè, e poi mangiamo.
Ella andò ad accendere la macchinetta pel caffè, e Giorgio sedendo
sull'agrippina diede un'occhiata al libro che Minni aveva deposto sulla
tavola.
— “Sì principe, — lesse Giorgio ad alta voce — il mio banchiere è pronto
a rilasciarvi subito uno _chèque_ di trecentomila franchi. Non avete che
da dare un ordine„.
— Ma quanto è stupido, _Mì_, questo vostro libro! — disse Giorgio
chiudendolo.
— Son tutti lo stesso, — osservò Minni.
— Io credo che gli _chèques_ non esistano! Sono esistiti mai, al mondo,
i banchieri e i principi?... Ne ho perduta l'abitudine....
— Anch'io! — disse Minni. — Non credo più al danaro.
— Il male si è che ci credono gli altri! — mormorò Giorgio.
Minni sedette a tavola, e l'uomo guardò la sua piccola moglie nella
quale egli aveva riposto tanta tenerezza, alla quale egli si sentiva
invincibilmente legato da un'affezione e da una gratitudine senza
limiti.
La giovane apparteneva a famiglia già ricca e aveva conosciuto con
Giorgio e gustato gli agi della vita; poi una serie di rovesci, alcune
speculazioni infelici, una causa civile promossa da alcuni parenti,
avevano piombato l'una e l'altro nelle più crudeli strettezze, quasi
nella miseria.
E Minni era rimasta ferma, aspettando con coraggio il ritorno alla
ricchezza, obbedendo alle necessità di quel periodo di sventure,
lavorando d'ago con le piccole mani che in altri tempi eran cariche di
gioielli, dimenticando tutte le cure, tutte le mollezze, tutte le
superfluità in mezzo alle quali e per le quali sembrava vivere un
giorno.
Ella mangiava ora con Giorgio il misero pranzo, ed era tranquilla.
Giorgio si levò a darle un bacio.
— Sei molto carina! — egli disse. — Ti voglio molto bene, lo sai?
Ella alzò le sopracciglia con un significato di dubbio.
— Non far la scettica, suvvia! — esclamò Giorgio, il quale non perdeva
la calma se non quando si dubitava della sua parola. — Sai che ti voglio
bene; molto, troppo!...
Giorgio era di giusta statura, un po' pallido, con occhi chiari, dallo
sguardo mobile e vivace. I capelli e i baffi aveva neri, la fronte alta,
il mento breve. Vestiva un abito scuro, lucido nei gomiti, opera di un
modesto sarto, che aveva la botteguccia in via Sardegna; ma Giorgio
indossava fieramente il suo abito invecchiato, come un giorno aveva
indossato la marsina con la gardenia all'occhiello in casa della
duchessa di Monfalcone.
— E voi siete mia, tutta mia? — egli riprese, — siete tutta mia?
— Che meraviglia, — disse Minni pacatamente. — Non sai come io ti amo?
— Sta bene, sono soddisfatto, — dichiarò Giorgio, con un'affermativa
della testa e uno schioccar della lingua, che fecero ridere Minni.
Ella era veramente tutta sua, quantunque sdegnasse o non osasse
dirglielo sempre. Innanzi a quell'uomo che toccava la trentina, e dopo
sei anni di matrimonio, ella sentiva ancora una specie di soggezione
delicata; orgogliosa e timida, sapeva amare pertinacemente e conservar
tuttavia qualche cosa di quella verecondia, che acuisce la compiacenza
dell'uomo e non gli permette di giungere rapidamente alla sazietà.
Minni era innamorata di Giorgio e non glielo aveva mai detto, non aveva
forse mai trovato il coraggio di dirglielo; quand'egli la interrogava,
ella gli rispondeva con una frase indiretta. Egli sentiva l'amore nei
suoi baci, nel suo gesto, fors'anco nei capricci non infrequenti, coi
quali ella si divertiva a irritarlo, per giungere poi a una
riconciliazione tumultuosa e piena di voluttà.
E dentro all'anima, vigile e inquieta, Minni serrava anche una gelosia
sfrenata per Giorgio, del quale non era sicura, conoscendone le
abitudini giovanili, lo scetticismo allegro, il gusto per l'avventura
difficile e intricata.
Non aveva a lodarsi niente, niente, di lui. Egli pareva un sentimentale,
e ingannando involontariamente sè stesso e gli altri con quella maschera
di sensibilità gentile e delicata, riusciva a piacere; piaceva in modo
speciale “a quelle oche di ragazze„, come diceva Minni nelle sue ore di
gelosia; le quali oche lo sapevano pure ammogliato, ma gli sfarfallavano
intorno, per curiosità o per civetteria, non imaginando a qual brutto
giuoco giuocassero.
Tutto il periodo d'agiatezza trascorso con Giorgio era stato per Minni
una strada seminata di triboli e d'inquietudini. Aveva sorpreso e
interrotto parecchi idillii, che Giorgio aveva annodato qua e là, con
una scaltrezza acuta e irritante; non era arrivata ad assodar nulla di
grave, ma era uscita da quella sorda lotta con tanto timore, che i primi
rovesci finanziarii, in grazia dei quali Giorgio aveva dovuto rinunziare
alla sua futile e piacevole vita, erano stati accolti da Minni con una
rassegnazione, che somigliava a un compiacimento.
Nella tristezza, nel disagio, nel dubbio dell'avvenire, Giorgio era
almeno interamente e veramente suo; viveva al suo fianco, la confortava,
sentiva il dovere di non darle altri crucci, il bisogno di proteggerla;
e in questa certezza, Minni trovava molta consolazione.
Mentre prendevano il caffè, Giorgio disse:
— Domani, gran pranzo al _restaurant_! Mi sono fatto anticipare metà
dello stipendio: cento lire. —
Minni non parve molto sollecita di accettare.
— Abbiamo bisogno di tante cose, caro, — ella osservò. — Tu devi farti
accomodare il soprabito, che ha la fodera strappata.
— È bellissimo, di fuori! — esclamò Giorgio, alzando le spalle, e
gettando un'occhiata al soprabito, che pendeva dall'attaccapanni.
— E io devo farmi qualche cosa per l'inverno, una giacca e un cappello,
— seguitò Minni, sicura di vincerlo.
— Allora, niente pranzo? — disse Giorgio rattristato. — Ancora
formaggio, salame e ulive? E pensare che io non ho alcuna vocazione per
imitar gli anacoreti della Tebaide!... Andremo a pranzo al _restaurant_:
una rondine non fa primavera. Tanto più poi, ora che....
Si morse le labbra e tacque, accese una sigaretta, e incominciò la sua
passeggiata, tra il letto e il cassettone, dalla finestra alla porta.
— Ora che cosa? — incalzò Minni, guardandolo.
— Nulla: sciocchezze.
— Hai qualche notizia che non vuoi dirmi. Perchè non vuoi dirmi?... È
una bella notizia? indovino?
E Minni gli andò incontro, lo fermò, lo fissò negli occhi.
— Siete una bambina. _Scì!_ — egli disse chinandosi a baciarla sulle
labbra. — Volete sapere tutto, tutto, anche quello che non esiste....
Minni tornò tristemente alla tavola, sparecchiò, chiamò la servetta
della casa perchè lavasse i piatti e le posate. Per piegar la tovaglia,
Minni si faceva aiutare da Giorgio, e l'uno a un capo, l'altra
all'altro, tiravano, stendevano, se la strappavano di mano: qualche
volta, Giorgio la buttava addosso a Minni, e afferrata la donna, se la
portava tra le braccia ridendo, così avvolta nel manto bianco.
Ma quella sera, ella non chiamò Giorgio: fece da sola, e poi riprese il
libro, si stese sull'agrippina, e cominciò a leggere la storia del
principe e dei suoi milioni.
Giorgio seguitava a passeggiare e a fumare, sogguardando d'ora in ora il
viso rannuvolato di Minni; prevedeva una gragnuola di rimproveri.
— Dimmi, — egli si decise finalmente, sedendo ai piedi dell'agrippina
sopra un piccolo sgabello e carezzando le ginocchia della donna — dimmi,
vuoi sapere?...
— Oh no, non me l'hai confidato subito, e ora non m'importa più! — ella
rispose, fingendo di continuar la lettura.
— Ascoltami dunque, — seguitò Giorgio, mentre le toglieva il libro dalle
mani. — Ma devi promettermi di non credere una parola.
— Come?
— Sì, non voglio che tu t'illuda con delle speranze. Non v'è ancor nulla
di certo, e tutto può sfumar da un giorno all'altro. Sarebbe troppo
bello, troppo bello, se le cose avvenissero come io spero. Dunque, non
crederai, non galopperai con la fantasia, non ti tormenterai coi
progetti.... È inteso?
— È inteso, — ripetè Minni, che vibrava già di speranze, e sentiva già
la fantasia accendersi e partire.
Allora Giorgio raccontò che Riccardo Pizzi, il proprietario della
cartiera presso la quale egli era impiegato, l'aveva proposto a un
gruppo di azionisti come direttore d'una grande casa editrice, che si
voleva fondare a Milano e che avrebbe assunto proporzioni colossali. Le
trattative erano avviate bene; duravano da più che quindici giorni e si
sarebbero concluse fra breve; ma v'erano parecchi altri candidati a quel
posto, alcuni fortemente protetti da raccomandazioni cospicue, altri da
parentele e da simpatie.
— Insomma, — concluse Giorgio, — non c'è da sperare nulla, capisci?
— E ti darebbero un grosso, grosso stipendio? — interrogò Minni, che
sperava già tutto.
— Così! — disse Giorgio, aprendo le braccia quant'erano lunghe. — Uno
stipendio principesco. Non so ancora, ma un grosso stipendio c'è, e la
partecipazione agli utili, e mille vantaggi.... Partiremmo subito....
— E che bravo, quel tuo Pizzi! — esclamò Minni.
Giorgio rise.
— Povero Riccardo, tanto buono! — disse poi. — Non lo lascio mai
tranquillo, non passa giorno senza una baruffa, ma mi vuol bene, e
vorrebbe vedermi più su, più in alto, felice, allegro.... E tu, non
soffrirai a lasciar Roma per Milano?
— Mi comprerai una bella pelliccia! Non avrò freddo. E in casa, un bel
fuoco; e andremo a teatro, e io potrò mangiare i _marrons glacés_.
Giorgio si alzò d'un tratto, e riprese a passeggiare, accendendo
un'altra sigaretta. Scosse bruscamente la testa, per cacciar la
tentazione di sognare, di lasciarsi travolgere dalle illusioni, che lo
avevano già tante volte ingannato.
— Ora non parliamone più, — disse, tornando alla donna. — Vedi che
domani potremo uscire a pranzo.
— Sì, e dirai a Pizzi che io sono molto, molto contenta, e che gli
voglio proprio bene!
— Oh là, là! — esclamò Giorgio ridendo. — Non faccio, io, queste
ambasciate!
Ma ormai l'abbrivo era preso, e mentre Giorgio ascoltava il miagolìo dei
gatti di via Campania, Minni snocciolò tutti i suoi progetti, e come
avrebbe addobbata la casa, e dove avrebbe passate le vacanze estive, e
in qual maniera avrebbe rifatto la sua guardaroba....
— Ma tu, — s'interruppe — tu avrai molto da lavorare, di'?
Più tardi, in letto, presso la cara donna bionda che s'era addormentata
cingendogli il collo con le braccia, Giorgio pensò che quella vita
umile, quella povertà fieramente sopportata, avevano un senso di poesia
forse indimenticabile.
E sentendo il cuore di Minni battere tranquillo, sciolse adagio le
braccia della donna, dispose meglio sotto la testa di lei il
guancialetto di seta azzurra, e la baciò piano piano sulle labbra e
sugli occhi.
*
Ma per più d'un mese, non si ebbero altre notizie. Le trattative con
Riccardo Pizzi e con Giorgio Spinarosa furono interrotte, perchè
sembrava che a Milano non fossero tutti d'accordo sulle proporzioni,
sullo scopo, sui particolari della impresa che volevasi tentare.
L'inverno calò a Roma abbastanza rigido: vi fu perfino una nevicata di
ventiquattr'ore, e Minni stette molto in casa, a leggere, ad agucchiare.
Non appena v'era un po' di sole, ella andava a Villa Umberto col suo
libro, sedeva su una gradinata in Piazza di Siena, e vi rimaneva fino al
tramonto, allorchè il parco meraviglioso cominciava a diventare umido.
E allora Minni correva in qualche negozio a far le provviste, o passava
da una rosticceria di via del Tritone a comperare un pollo allo spiedo e
certi involtini di carne e di riso, che si chiamavano “supplì„, e che
facevano ridere Giorgio a vederli.
— _Supplì, supplì_, supplizio davvero! — esclamava. — Te l'avevo detto,
_Mì_, di non sperare! Non ne azzecchiamo una, piccoletta mia! I milanesi
ci hanno abbandonato anche loro, e bisognerà pensare ad altro: scommetto
che il direttore è stato scelto, la Casa fondata, e intanto non ci levan
di pena, e ci menano garbatamente pel naso. —
Minni piangeva. Era stanca di quella lotta contro la miseria, che non
aveva nemmeno il diritto d'andar per le strade con gli abiti a
brandelli, e che doveva ostentare un sorriso, nel timore d'incontrare
occhi indiscreti. Minni vestiva ancora con eleganza, grazie a un
risparmio rigoroso, e benchè schivasse gli incontri, era tuttavia così
accurata nell'abbigliamento, in ogni minuzia della sua eterna toilette
grigia, da potere sfidare la curiosità crudele delle amiche e degli
indifferenti.
La sua figurina aggraziata dava risalto a ciò che indossava, e la vanità
femminile era salva, quantunque sempre sospettosa.
Ma la monotonia di quella vita senza mai un piacere, senza mai un'ora di
distrazione, pesava sul cuore della donna giovane e ne irritava i nervi.
La sua compagnia in casa eran le grida, gli schiamazzi, la musica
selvaggia dei monelli di via Campania; e fuori di casa, un libro
qualunque preso a prestito in una biblioteca circolante.
A poco a poco, ella aveva conosciuto tutti i passeggiatori abituali di
Villa Umberto: coppie d'amanti, vecchi e signore col cagnolino, damine
accompagnate da una serqua di marmocchi e di bambinaie, pensionati
meditabondi, ricche annoiate che passavan pei viali in carrozza,
sognando probabilmente i sogni più vacui.
Qualche volta entrava al giardino del lago, e stava a guardare le anitre
e le oche, invidiando la loro vita incosciente. Pel giardino del lago i
passanti erano radi, e in quelle giornate d'inverno si diffondeva una
malinconia tenue, fatta quasi sacra dal silenzio prolungato; il libro
posava sulle ginocchia di Minni, ed ella si perdeva a fantasticare,
mentre le anitre diguazzavano nel laghetto e si rizzavano a batter
l'ali.
Se le veniva il pensiero di Giorgio, ella si confortava un poco; perchè
Giorgio non mutava d'umore, non perdeva speranza, non dubitava mai. Egli
aspettava qualche cosa, e sarebbe stato impacciato a dire che cosa
fosse, ma aspettava con una fiducia tanto strana, tanto ostinata, da
snebbiar le paurose apprensioni della donna.
— Siamo troppo giovani per andare a fondo! — egli diceva.
No, non voleva andare a fondo, Giorgio Spinarosa. La sua anima ricca
d'orgoglio, il suo corpo robusto, si ribellavano all'idea che la vita
dovesse oscuramente naufragare in quella miseria. Egli voleva, egli
doveva fare. Fare; fare qualche cosa di bello, di grande, qualche cosa
difficile, da lasciare Minni intontita per la meraviglia.
Per questo, la presenza di Giorgio era tanto cara a Minni; e quand'egli
tornava a casa per la colazione e pel desinare, la fronte della moglie
si spianava; egli chiacchierava, rideva, raccontava aneddoti, e non
parlava quasi mai dell'avvenire, così esso gli sembrava certo e vicino.
— Coraggio, _Mì_! Ancora un poco. I milanesi ci aiuteranno.
— Ma dicevi, l'altro giorno, che ci hanno abbandonati!...
— No; malinconie del quarto d'ora. Io li conosco: prima di gettarsi a
una impresa, ci riflettono; e poi vi si mettono con l'unghie e con i
denti, e giungono dove vogliono.
— E Pizzi come la pensa? — domandava Minni.
— Pizzi lavora per me; tutte le sue conoscenze di Milano sono ai miei
ordini. Anche ieri, il conte Virgili, che sarebbe il più forte
azionista, gli ha scritto di pazientare; la cosa si farà, e io non sarò
dimenticato. Voglio regalarti una pelliccia così grande, da formarti uno
strascico, e tutti chiederanno per le strade: “Chi è quella pelliccia
che cammina?„ Del resto, amica mia, se questo progetto dovesse fallire,
verrà dell'altro....
— Che cosa?...
— Dell'altro, dell'altro! Non so.... —
E Giorgio faceva in aria un gesto largo, che riassumeva tutte le
possibilità, tutte le aspettazioni, tutto l'avvenire.
Ma la donna era rimasta silenziosa, meditando.
Il conte Virgili! Ella lo aveva conosciuto a Roma, o a Firenze, non
ricordava più; ricordava però ch'egli era vedovo, con una figliuola di
ventidue anni, Virgilia Virgili, che poteva piacere; era alta e diritta.
“È un bel pioppo!„ aveva detto una volta Giorgio, parlando di lei. E
aveva una selva di capelli bruni, che le piovevan sugli occhi glauchi.
Male avvezzata dal padre, ricca, capricciosa, educata all'americana,
audace e scaltra, s'era messa a scherzare con Giorgio, e scherzava
troppo, orribilmente, non come una fanciulla vereconda, ma come una
donna procace.
Poi era venuta la povertà, e Giorgio aveva sfuggito la giovane, per
superbia.
Ora eccola ricomparir nella loro vita; quel demonio era ben capace di
persuadere suo padre a favore di Giorgio e di far cadere su di lui la
scelta, per richiamarlo a Milano e tornare alle schermaglie d'una volta.
Minni ricordava con terrore segreto la bocca della fanciulla, una bocca
grande con labbra tumide color di corallo, una bocca fatta apposta per
mordere e per divorare.
*
Ma i giorni passavano; qualche volta, la lampada a petrolio non era
sufficiente a riscaldar la camera, e Minni stava sull'agrippina, avvolta
in uno scialle, freddolosa e triste; oppure si coricava presto, subito
dopo cena, e dormiva, faceva la cura del sonno, a pugni stretti.
Dormire era tutta la felicità concessa dalla sorte; dormire significava
riposar dai pensieri, arrestar la fantasia, non precorrere il tempo e
non ricordare il passato; ma quando il giorno grigio entrava dalla
finestra, pareva recare sul guancialetto di Minni una tediosa baraonda
di cure e di spaventi.
E si alzava piano, piano, per non destare Giorgio; occupava un'ora ad
assettarsi, e raccolti i capelli con un nastro azzurro, preparava il
caffè, poi svegliava Giorgio, il quale aveva l'abitudine d'aspettare ad
occhi chiusi ch'ella lo chiamasse, perchè lei era il suo orologio.
Egli non era mai stato così buono come in quel tempo; le altre donne non
esistevano per lui. Gli si era piantata nel cervello l'idea fissa di
strappare Minni a quelle sofferenze, e l'idea gli bastava, gli riempiva
la vita, lo faceva austero. Nascondeva le ansie più crudeli e cominciava
a dubitare a sua volta del trionfo imaginato. Ogni giorno, appena
arrivato alla cartiera, andava da Riccardo.
Riccardo Pizzi, un giovane di ventisei anni, dalle forme erculee e dal
placido volto, aveva da solo aiutato Giorgio, dandogli un impiego
nell'amministrazione della cartiera; ma i caratteri dei due uomini
parevano fatti apposta per non andar d'accordo.
Riccardo nervoso e pigro; Giorgio, nervoso e veemente; Riccardo ideava
gli affari che Giorgio criticava spesso e tentava qualche volta
d'impedire, parendogli che l'amico s'ispirasse a un ottimismo
pericoloso.
In due anni di vita comune, Giorgio aveva dato tante prove di
sollecitudine e di perizia a Riccardo, che questi se n'era fatto il
consigliere, pure arrabattandosi per difendere i propri disegni, e
strillando contro Giorgio, che voleva persuaderlo d'aver torto. La loro
amicizia era una continua guerra, ma si volevano molto bene, e Riccardo
si rammaricava di non poter offrire a Giorgio un lauto stipendio e di
vederlo ridotto a un impiego di tanto inferiore alla sua capacità e al
suo ardire.
— Ebbene, niente? — chiedeva Giorgio, ogni mattina, appena giunto alla
cartiera fuor di Porta Salaria.
Riccardo si stringeva nelle spalle, dolente di non poter dare la più
piccola notizia.
E il silenzio ostinato di quegli azionisti, il tempo che passava, la
melanconia di Minni, cominciavano a scuotere anche la fede di Giorgio.
Ma egli aveva in cuore una forza quasi mostruosa: non credeva alla
sventura, nè al pericolo, nè alla morte. Dopo un istante di dubbio,
l'animo gli si spalancava non alla speranza, ma alla certezza; e
Riccardo l'aveva udito più volte canterellar le romanze delle opere in
voga, stonando insolentemente.
Era allegro e diffondeva intorno l'allegria, cosicchè Riccardo Pizzi
stava ad ascoltarlo stupito, credendo che Giorgio avesse ricevuta la
notizia lungamente attesa.
— Perbacco, io t'invidio! — diceva Riccardo.
— Hai ragione, — rispondeva Giorgio. — Hai ragione d'invidiarmi, perchè
vedrai....
— Vedrò?
— Vedrai, vedrai! La vita non è che una cosa, e io sento che riuscirò ad
afferrarla e a tenerla. Vedrai che io saprò impadronirmene!
*
Un giorno, un tepido giorno di febbraio, mentre col libro sulle
ginocchia stava guardando le ochette che guazzavano nel lago di Villa
Umberto, Minni vide comparirle innanzi Giorgio, tranquillo come di
solito, la sigaretta fra le labbra.
— Addio, _Trill_! — egli disse sorridendo. — Vieni: voglio condurti a
fare una passeggiata in carrozza: e poi andremo all'Aragno e ti comprerò
molti dolci....
— Che cosa c'è? — esclamò Minni, alzandosi dal sedile di pietra.
— Nulla: non c'è nulla, — rispose Giorgio. — Vieni: troveremo una
carrozza fuori del giardino!
— Ma tu sei pazzo, caro! — osservò la donna. — Sai che non possiamo far
queste spese....
Giorgio passò il braccio sotto il braccio della moglie, e così
s'avviarono.
— È una mia idea, — egli rispose. — Credo che mi porterà fortuna: una
bella passeggiata, e poi molti dolci! Sono stufo di tante privazioni e
di tanta economia: voglio cambiar metodo, e spendere tutto ciò che ho in
tasca.... Vedrai che le cose andranno meglio!
Ma la donna sentiva ch'egli non era sincero, e quando furono in
carrozza, cominciò a tempestarlo di domande: era seguita qualche novità?
avevano scritto? c'erano almeno speranze?
Giorgio sorrideva, negando. Nulla!
— Va alla Banca d'Italia! — ordinò al cocchiere, appena la carrozza ebbe
oltrepassato i cancelli del parco.
Minni battè le mani, trattenendo un grido.
— Oh Giorgio, — esclamò. — Come sei cattivo! Perchè non vuoi dirmi?...
— Non voglio dirti che cosa? Vado alla Banca d'Italia a trovare un mio
amico cassiere.... Te lo presenterò: è un giovanotto simpaticissimo.
La donna scosse il capo.
— No, no, — disse. — Non è vero! Tu mi nascondi qualche cosa, e io
voglio sapere. Voglio sapere, o piango!
Giorgio diede in una risata, accarezzando le mani della moglie.
— Ebbene, — dichiarò, — vado a riscuotere un vaglia di duemila lire per
Riccardo....
Ma vedendo Minni rabbuiarsi e il caro volto coprirsi della solita
espressione di tristezza, Giorgio non ebbe il coraggio di prolungare lo
scherzo.
— Suvvia, hai indovinato! Le duemila lire sono per me!
Questa volta, egli temette che Minni gli svenisse tra le braccia.
— Coraggio! — disse con accento tra serio e scherzoso. — Son duemila
lire che la Società mi manda pel viaggio e pel trasporto....
— Oh Giorgio, com'è bello! — esclamò la donna con voce soffocata.
— Pel trasporto del mobiglio che non abbiamo! — seguitò Giorgio ridendo.
— Te l'avevo detto, _Mì_?... Ero sicuro di riuscire.... Lo sapevo da tre
giorni, del resto, e aspettavo che il denaro fosse giunto per dirti ogni
cosa....
Tacque; gli occhi della donna s'erano inumiditi dalla gioia: il suo
pensiero galoppava, il cuore le batteva veloce, ed ella avrebbe voluto
baciare subito Giorgio, ma erano in carrozza scoperta e il Corso
formicolava di uomini e di vetture.
Minni guardò attentamente il marito.
— Da tre giorni? — ella ripetè. — Da tre giorni sapevi tutto?
— Sì, non v'è nulla di strano! Attendevo il denaro per farti questa
sorpresa. —
Minni fissò nuovamente Giorgio. Qualche volta l'anima di lui le faceva
paura, e quella padronanza di sè medesimo la stupiva. Egli era potuto
rimaner tranquillo per tre giorni, senza che il suo viso lo tradisse,
senza che una parola, un accenno, un'esclamazione gli sfuggissero dalle
labbra; impassibile e sicuro, aveva taciuto...!
— E non eri contento, non eri felice? — chiese Minni.
— Contento senza dubbio; ma d'altra parte, non meravigliato affatto,
perchè io sapevo che avrei vinto.... E se non avessi vinto ora, avrei
vinto più tardi!... Noi non dobbiamo colare a picco. —
E quasi involontariamente, canterellò piano, a fior di labbra:
“Io son Titania, la bionda....„
— Che pazzo! — disse Minni con un sorriso. — E quando partiremo?
— Fra otto giorni. Addio, Roma; addio, bella Roma! Ti dispiace, _Mì_, di
lasciare Roma?
— No, abbiamo tanto sofferto!... —
Giorgio non aggiunse parola. Avevano molto sofferto a Roma, e a lungo;
ma che cosa li attendeva a Milano? soltanto una larga agiatezza era
certa; al di là non si vedeva, non si sapeva nulla. Un turbinìo di
lavoro e di battaglie, forse un turbinìo di gioie e di dolori, fors'anco
un cumulo di delusioni....
Giorgio si scosse quando la carrozza si fermò innanzi al palazzo scialbo
e massiccio della Banca d'Italia, e lasciando Minni in vettura, egli
scese.
La donna, rimasta sola, s'abbandonò interamente al sogno; ideò
l'avvenire in mille modi, e a un tratto le venne il pensiero che Giorgio
avrebbe conosciuto molte donne, avrebbe rivisto Virgilia, sarebbe stato
accolto in tutte le case, ricominciando la vita d'avventure, che la
povertà e la disgrazia avevano interrotto.
Minni sentì nel cuore un turbamento crudele. Quali donne avrebbe egli
conosciuto? L'ospitalità lombarda, così pronta e cordiale, gli si
sarebbe subito offerta, e lo spirito alacre e animoso di lui avrebbe
subito creato intorno a Giorgio molte amicizie....
Fra quelle donne ancora ignote, egli avrebbe forse incontrato colei che
doveva piacergli ed amarlo; sul volto impassibile, nessuno avrebbe
potuto leggere l'ansia della conquista, la gioia del trionfo, gli
spasimi della gelosia.... Oh Giorgio sapeva ingannare, come sapeva
essere audace e leale! E lei, Minni, sarebbe vissuta fra le torture del
dubbio....
— Avrai molto, molto da lavorare? — ella chiese, mentre Giorgio risaliva
in carrozza e sedeva al suo fianco.
— Va all'Aragno! — disse Giorgio al cocchiere; poi volgendosi a Minni,
rispose: — Sì, molto, specialmente sui primi tempi, giorno e notte,
finchè tutto sia ben disposto....
Dal petto di Minni sfuggì un tale sospiro di soddisfazione, che il
marito la guardò con meraviglia.
— Sei contenta ch'io abbia da lavorare? — egli domandò.
— Sono felice: vorrei che tu non avessi nemmeno un'ora di riposo....
Ma appena pronunziate queste parole, si morse le labbra, e guardò
Giorgio con lo sguardo turbato.
— Io non amo che te, e amerò te sola, sempre! — egli disse,
accarezzandole le mani.
Poi, volendo egli stesso sfuggire alla visione dell'ignoto, cominciò a
parlare di ciò che avrebbe fatto a Milano, dell'opera vasta e difficile
che lo aspettava. E così discorrendo, i suoi occhi si oscuravano, quasi
tutta l'energia dell'anima vi si raccogliesse in una torbida potenza....
La cosa, quella cosa vile e infida ch'è la vita, egli la teneva in pugno
e l'avrebbe foggiata a suo piacere, usando la forza e la lusinga, la
dolcezza e la violenza. Udiva nelle orecchie risonare un canto di gioia.
Parlava ancora e ancora Minni stava ad ascoltarlo con voluttà, quando la
carrozza giunse sul Corso e si fermò innanzi all'Aragno.
La notizia della prossima partenza di Giorgio Spinarosa s'era propagata
in quei giorni tra i suoi amici; e non appena egli fu seduto, molti
vennero a complimentare lui e Minni.
Giorgio non aveva ancor potuto misurare tutta la viltà dell'anima umana,
e fu sbalordito. C'era della gente ch'egli salutava appena con un cenno
del capo, e che gli si protestava d'un tratto devota e obbediente;
altri, i quali avevan temuto nei giorni della sventura, ch'egli li
richiedesse d'un favore e perciò evitavan di salutarlo o almeno di
fermarsi, gli si precipitavano ora incontro, adulandolo con
un'insistenza fastidiosa.
— Era giusto, era giusto, — diceva qualcuno. — Ti si doveva una
riparazione, il riconoscimento del tuoi meriti.... Bravo! sai, volevo
raccomandarti mio fratello, ma ne parleremo domani....
— Oh, caro Spinarosa! Io cercavo di lei per presentarle le mie
felicitazioni. Conosce mio cugino? Credo che mio cugino, pratico di cose
commerciali, potrebbe essere utilissimo!... Se non la disturba, lo
manderò da lei prima ch'ella parta....
— Di', Giorgio! Ricordati che ti sono stato sempre amico.... Mi
contenterei di tanto poco! Un posticino piccino, piccino....
Minni, che assisteva a quella sfilata e mangiava intanto certi dolci con
la crema, insudiciandosi le mani come un bamberottolo, finì per
nausearsene; per nausearsi degli uomini e dei dolci.
— Andiamo, — ella mormorò sottovoce a Giorgio. — Sono molto stanca!
— Hai visto? — disse Giorgio, quand'ebbero ripreso posto in carrozza. —
Hai visto quelle canaglie, come strisciano? E una settimana fa, avremmo
potuto morir di fame e di freddo, senza ch'essi stendessero la mano....
Ah no, rimanete qui, perdio! Io vi dimenticherò; è tutto quello che
posso fare per voi....
Minni tacque. Ella era molto stanca davvero, e ripercorrendo in carrozza
le strade note, Via Mercede, Capo le Case, Porta Pinciana, e ricordando
i giorni in cui andava a comperar da cena, un po' di sardine e un po' di
ulive, fu presa da una nera melanconia.
Che cosa li attendeva a Milano? Quali donne avrebbe Giorgio conosciuto?
Sarebbe stato sempre così buono come in quel tempo?
Rivide la bocca ardente e vorace di Virgilia Virgili, e sentì un
brivido.
Rientrando in casa, i suoi occhi caddero sulla cara lampada a petrolio
che illuminava e riscaldava la camera; salutò il letto nitido ed ampio,
e l'agrippina, e la piccola tavola su cui si stendeva la tovaglia, che
Giorgio qualche volta gettava indosso alla sua donna, come un manto....
Avvertì che il dolore e la povertà avevano strette le loro anime con un
nodo tenace, cui l'agiatezza e il godimento avrebbero allentato o
sciolto per sempre.
— _Mì_, quanti dolci avete mangiato oggi! — disse Giorgio sorridendo, e
togliendo a Minni il cappello, per baciarla sulla chioma bionda.
Minni girò l'occhio intorno, smarrita; e sentendo un'angoscia nuova
salirle alla gola, nascose il volto nel petto di Giorgio, e mormorò con
uno scoppio di lagrime:
— Ahi, Giorgio, come si stava bene, come si stava bene, qui! —