Iginio Malaspina, detto Gin dagli amici, accavallò una gamba sull'altra,
soffiò dalle nari il fumo della sigaretta e lanciò a Silvio Baldeschi
una sguardata velatamente ironica.
— Laura sarà qui tra breve, — disse. — È uscita da poco tempo con la
carrozza, e non può tardare. Mi dispiace che tu aspetti.
Nella voce di Gin si sarebbe potuto rintracciare quello stesso lieve
sarcasmo che gli si leggeva nell'occhio. Era sui cinquant'anni, alto e
contesto di nervi, i capelli fulvi, i baffi tagliati all'americana, la
mandibola inferiore sporgente. Innanzi a lui, Silvio pareva un
fanciullo, pallido, nel cui sguardo passava un'onda di sentimento
piuttosto che di volontà.
— Sono lietissimo di barattare quattro parole con te, — rispose, non
curandosi nemmeno di dare un'espressione sincera a quella bugia
d'obbligo.
— Fuma! — disse Gin, avvicinandogli sulla tavola, intorno a cui stavano
seduti, il barattolo delle sigarette. — Mia moglie sapeva che saresti
venuto a farle visita?
E pensò nel medesimo tempo:
— Anche lui! A qual punto è arrivato?
— La contessa? — rispose Silvio, con lo stesso fare distratto. — Mio
Dio, sì, credo di averle detto iersera a teatro....
— Ed è uscita! — interruppe Gin. — Ma stamane ci hanno avvertito che la
zia Lorenza è indisposta, e Laura è dovuta andare a trovarla....
Da otto anni, da quando aveva sposato Laura, Gin s'era visto passare
innanzi una sfilata di giovani, d'uomini maturi, anche di vecchi, i
quali tutti, l'un dopo l'altro, avevano tentato di portargli via la
moglie. Li conosceva benissimo; i più volevano Laura per vanità, perchè
aveva fama di virtù quasi selvatica; altri per provare, per il romanzo;
pochi per amor vero, quantunque non tenace nè profondo. Cominciavano
scherzando, spiegavano le stesse arti, s'accaldavano vie più, eran messi
a dovere e se ne partivano, o s'acconciavano a diventare amici. “Vengono
grassi e se ne vanno magri„, pensava Gin, accarezzandosi i baffi
rossastri per nascondere la bocca che sorrideva. Tutti quei postulanti
ignoravano l'orgoglio senza freno di Laura, la quale avrebbe dato odio
invece d'amore all'uomo che fosse stato capace d'impossessarsene.
Silvio Baldeschi era diverso. Gin non avrebbe potuto dirne la ragione,
ma lo sentiva.
E aspettando Laura, lo intratteneva quel pomeriggio con una discorsa
politica, in cui spiegava una facondia inutile, perchè Silvio la pensava
come lui.
L'impazienza del giovane non si tradiva che al movimento continuo con
cui batteva del piede sinistro sotto la tavola il tempo d'un galop
impercettibile. Il tumulto intimo ond'era travagliato da più mesi e il
contegno di Gin, la squisita cortesia del quale lasciava capir tuttavia
ch'era uomo con cui bisognava fare i conti, lo turbavano sempre,
serrandolo alla gola. E a un tratto il volto di lui s'illuminò per una
gioia, che non gli era stato possibile dissimulare.
Un domestico, apparso sul limitare del salotto, annunziava:
— La signora contessa avverte che sarà qui tra pochi istanti.
Le labbra dell'uomo rosso e beffardo si schiusero a un sorriso fugace.
Egli s'aspettava che Silvio balbettasse.
Ma il giovane, il quale aveva cominciato a rispondere a Gin, chiuse
forte nella destra il sigillo con cui si spegnevano gli avanzi delle
sigarette, e sfilò la sua tesi sui partiti politici, senza balbettare,
ritoccando qua e là gli argomenti di Gin. Il piede aveva cessato di
battere il galop; un lieve pallore si era dipinto in volto a Silvio
Baldeschi.
— È diverso! — pensò Gin.
E si alzò per andare incontro a Laura che entrava.
— L'amico Baldeschi ti aspettava pazientemente, — egli disse.
Laura sorrise al giovane, che divenuto tranquillo, era balzato in piedi
prima di Gin, al fruscìo delle gonne.
Laura non contava trent'anni ancora; dritta come il suo orgoglio.
— Ti chiedo scusa, Baldeschi! — disse Gin, salutando Silvio con un gesto
familiare della mano. — Arrivederci, Laura!
E uscì.
Era piuttosto irritato che triste. L'amore di Silvio, un vero amore
quale Gin non aveva mai supposto, un amore disperato che aveva preso il
giovane, squassandolo come una pianta indifesa sotto la tempesta,
irritava l'uomo rosso e beffardo. Egli non amava la moglie; il suo
carattere, aspro nel fondo e ignaro di tenerezza, gli concedeva soltanto
d'essere superbo e soddisfatto di Laura. L'amore degli altri, di tutti
gli altri, giovani, maturi e vecchi, per la donna che gli apparteneva,
gli era sembrato, fino a quel giorno, strano e ridicolo. Da quel giorno,
cominciava a sembrargli minaccioso, lo turbava nei suoi facili giudizi,
lo costringeva a pensare a Laura in maniera nuova, a guardarla con una
curiosità inquieta. Ella sapeva gli spasimi di tutti quegli uomini, la
disperazione di Silvio, e non aveva mai detto parola. S'erano
intrecciate e snodate intorno a lei le vicende di più drammi intimi, e
non aveva mai detto parola. Il marito non poteva chiedere che la fedeltà
di lei.
Quando Gin tornò a casa dalla sua passeggiata, Laura gli disse:
— Abbiamo a pranzo Silvio Baldeschi, stasera.
— Va bene.
— E il Della Torre, Enrico Landi, il Mapelli e il Castiglioni.
— E signore? Neppur una?
— Neppur una! — ripetè Laura ridendo. — Signore più di rado che sia
possibile. Non mi fido che degli uomini.
— Mi dispiace di non poter dire altrettanto! — mormorò Gin.
— E che puoi dire? — interrogò Laura, andandogli incontro.
— Nulla. Tu sai che non ho mai dubitato. Ma non è merito degli uomini
che vengono qui.
Laura avanzò e lo guardò negli occhi.
— Non ti sono stata sempre fedele? — chiese dolcemente.
— Sì, bella! — rispose Gin, sfiorandole con una mano i capelli bruni e
lucidi, una foresta domata. — Sempre bella e sempre fedele.
Tacque un istante, poi fu ripreso dal suo bisogno di sarcasmo.
— Non so se a buon mercato, — soggiunse.
Laura gli gettò uno sguardo lungo, e non rispose. Allora Gin fu stupito
di sè stesso, perchè improvvisamente, impensatamente, quasi con un
tremito nella voce, riprese:
— Non ti piacerebbe che viaggiassimo un poco! Un poco, lontano, in
Oriente, a capriccio, dove tu vorrai?
Laura inarcò le sopracciglia, attonita, e rise:
— Oh, oh! — disse. — Che cosa pensi. Gin?... Vado a vestirmi. Metterò un
abito rosso, tutto rosso di fiamma. Ti piacerò?
— Va, fiamma rossa! — fece Gin, accomiatandola con un'altra carezza sui
capelli. — Ma quel viaggio avrebbe del buono; un bel viaggio lungo....
La donna scosse il capo, e uscì ridendo.
A pranzo fu veramente la fiamma rossa, la bella fiamma costante, che
scalda o brucia il cuore. Inguainata nell'abito amaranto dolcemente
scollato, Laura si sentiva molto lontana da quegli uomini, i quali
tutti, l'un dopo l'altro, le avevano offerto il loro amore. E l'eleganza
della fiamma rossa, che imprigionando la bianca venustà delle linee,
avvivava il carnato del volto e del petto, turbò gli invitati. Si
punzecchiarono un poco, illudendosi di poter essere amati da Laura non
appena avessero tolto di mezzo i rivali.
Silvio Baldeschi era allegro: entrando, non aveva detto parola a Laura
del suo abbigliamento, quasi non l'avesse notato; rideva e parlava con
disinvoltura, guardava indifferentemente la giovane, suo marito, gli
amici, tra cui non pareva degnarsi di temere avversarî. Ma di tanto in
tanto, col piede sinistro batteva il ritmo del galop impercettibile,
sotto la tavola, e qualche gesto si mutava bruscamente in uno scatto.
Quattro degli invitati giuocarono a _bridge_ dopo pranzo. Laura stette a
conversare con Silvio Baldeschi, seduta al suo fianco, sul medesimo
divano; e perchè i giuocatori parlavano alto negli intervalli e
ridevano, Laura e Silvio s'arrischiavano a parlare essi pure quasi alto.
Silvio le disse:
— Parole d'un morente. La mia vita, per ventiquattr'ore, sarà nelle
vostre mani.
Gin udì. In piedi, fingendo seguire le vicende del giuoco, volgeva le
spalle. La voce secca e breve di Silvio che giuocava un più formidabile
giuoco, lo penetrò a fondo. Laura aveva forse risposto con un gesto o
con gli occhi. Gin non udì che questo di lei, detto leggermente:
— È mai stato al Cairo, Baldeschi? Noi ci andremo, Gin e io, quest'anno.
— Buon viaggio! — rispose Silvio ridendo.
Gin si volse e, avvicinatosi ai due, parlò d'un'escursione ch'egli aveva
compiuto venti anni prima in Egitto.
— Vent'anni! — esclamò Laura, alzandosi per servire il tè. — Mio marito
parla di venti e trent'anni or sono con un coraggio invidiabile.
— Venti e trenta e quaranta! — insistette Gin. — È la civetteria dei
vecchi; ricordare meglio dei giovani, e vivere come i giovani.
Silvio si morse le labbra per non rispondere una frase insolente.
La serata non ebbe altro di notevole; forse, verso l'ultimo, Silvio
trovò maniera di dir qualche parola minacciosa a Laura, perchè la donna
sembrò un istante turbata a Gin. Ma più tardi la udì nella sua camera da
letto cantare graziosamente a mezza voce un'aria dell'_Histoire d'un
Pierrot_.
L'indomani ella non uscì di casa tutto il giorno; nel pomeriggio fu
singolarmente irrequieta.
— Io vado al Circolo, — le disse Gin, passando dal suo salottino.
La giovane stese una mano per trattenerlo.
— No! — interruppe. — Non uscire, Gin. Tienmi compagnia....
— Come? — esclamò Gin sorpreso. — Non devo uscire? Sai che ci son le
elezioni al Circolo....
— Esci, allora, se vuoi! — rispose Laura bruscamente.
Gin si volse al domestico, il quale gli teneva il soprabito, e ordinò:
— Avverti Giacomo che stacchi. Non esco.
— Ti ringrazio, Gin, — mormorò Laura. — Puoi uscire dopo le sei e
giungere ancora in tempo al Circolo per le tue elezioni; non è vero?
Adesso fammi compagnia. Non vi piace la presidenza del Circolo e volete
mutarla; me lo ha detto iersera il Della Torre; e per chi voterai, Gin?
Gin parlò del Circolo, della presidenza vecchia e della nuova, poi di
_Turchetto_, un baio irlandese da sella, che zoppicava, e di altre
piccole cose. Fu più del consueto attento e gentile con sua moglie, si
trattenne a prendere il tè nel salottino, il che non avveniva da anni; e
verso le sei, invece di uscire, discese con Laura in giardino e andò a
trovare di nuovo _Turchetto_, il quale aveva ricevuto la visita del
veterinario.
Dopo pranzo, tra le nove e le dieci, venne la notizia. La portò un
servo, il quale, essendo stato mandato a impostare delle lettere, s'era
imbattuto nel cocchiere di Enrico Landi e aveva udito da lui i
particolari del fatto. Il servo sentì il dovere d'avvertirne
rispettosamente Gin.
— Che cosa c'è? — disse Laura, vedendo che alle prime parole del
domestico, Gin era impallidito e aveva fatto cenno di tacere.
— C'è che.... Silvio s'è ferito, stasera, maneggiando la rivoltella....
Non è vero, Antonio?
Laura si drizzò in piedi, aggrappata alla tavola, e fece alcuni passi
vacillando....
— Esco, Laura, — soggiunse Gin, — vado a prendere notizie.
Laura si fermò e ricadde sulla poltrona in cui stava prima seduta. Non
vedeva bene, non sapeva dire se Gin e il domestico fossero tuttavia sul
limitare; una nebbia nerastra invadeva il salotto, le luci delle lampade
illanguidivano, s'udiva un tintinnìo lontano, insistente. L'odore d'un
fascio di rose traboccanti da una catinella argentea sulla caminiera,
era insopportabile; morivano!...
Quando fu per istrada, Gin si domandò perchè fosse uscito; poteva
tornarsene e dar la notizia a Laura senz'altro, poichè Antonio aveva
parlato chiaro, era informato bene. Tuttavia fermò una vettura, vi salì,
si fece condurre a casa di Silvio.
Potè passare, quantunque tra i parenti e i curiosi che ingombravano la
palazzina Baldeschi un personaggio che rappresentava l'autorità
giudiziaria si mostrasse assai severo nel concedere il passo fino alla
camera di Silvio.
— Conte Iginio Malaspina, — dichiarò Gin. — Non vorrà respingere il
migliore amico del defunto?
Il funzionario s'inchinò, e Gin, preso animo, soggiunse, prima
d'entrare:
— Si sa il motivo?... Ha lasciato lettere?
L'altro si strinse nelle spalle.
— Non una parola, signor conte. Qualcuno ha detto nevrastenia
acutissima.
— Acutissima, — ripetè Gin confermando. — È naturale.
E varcò la soglia, si diresse al letto su cui era composto il cadavere.
Rimase immobile a guardarlo, col cappello tra le mani, senza riconoscere
quelli che stavano in un angolo della camera a singhiozzare.
Per Laura, per la sua donna, per la fiamma rossa, per l'orgoglio!...
Aveva la fronte spaccata e la ferita diventava enorme, prolungata da una
riga di sangue che filava giù per la tempia destra, giù per la guancia,
fino all'angolo delle labbra. Era placido, ma bianco, interamente bianco
nel volto.
Per Laura, una giovinezza florida spezzata a ventisei anni, come se
Laura fosse stata la gioia, l'ebbrezza, tutta la vita medesima, tutto un
avvenire impareggiabile! Egli, Gin, aveva preso il tè con lei poche ore
prima, e assai quietamente le aveva fatto qualche carezza; e poteva
quando voleva, farle indossare o farle togliere l'abito rosso con cui
era apparsa l'ultima volta agli occhi di Silvio; ed era sua, come una
cosa bella, da otto lunghi anni, e per altri anni, per sempre, sarebbe
stata sua, a suo capriccio, a suo gusto.... Silvio Baldeschi n'era
morto.
Gin si scosse e andò con un turbamento sincero a baciar la mano alle
signore che singhiozzavano, a condolersi con gli uomini.
— È terribile, è terribile! — egli disse, gettando ancora uno sguardo
alla fronte bianca spaccata.
Quindi uscì, riprese la vettura e tornò a casa. In verità, non sentiva
più nulla; un prepotente, con la minaccia della morte, aveva voluto
rubargli l'amore di Laura; poi si era ucciso, mantenendo la parola.
— Era un buon giuocatore! — pensò Gin.
Non sentiva più nulla, se non il desiderio di rivedere Laura subito,
d'assicurarsi che era a casa, scombuiato puerilmente dal pensiero
assurdo che potesse non esservi più. E non trattenne un largo respiro di
sollievo quando la trovò nella sua camera, distesa a metà sul letto, gli
occhi chiusi.
Gin s'avvicinò cautamente, e s'indugiò a guardarla come capisse infine
tutta la malinconia leggiadra di quel volto, che per lui non aveva
maschera d'orgoglio ed era dolcemente femmineo. La chiamò sottovoce.
Ella sbarrò gli occhi senza muoversi, glieli fissò in volto senza
parlare, poi li richiuse.
— Ebbene, Laura, — disse Gin, chinandosi fin quasi a metter la testa
presso la testa della giovane. — Si giuocava un giuoco d'inferno intorno
a noi, la vita di qualcuno, la mia, forse la tua. E una vita è
scomparsa....
Tacque; percorse di nuovo con lo sguardo tutta la bella persona agile e
forte.
Di sotto le palpebre chiuse di Laura sfuggivano le lagrime e scendevano
lungo la guancia. Gin aveva visto poco prima filare il sangue giù per la
guancia di Silvio. Lagrime e sangue per lui, per il suo amore e per il
suo diritto. L'uomo aspro e beffardo, che non aveva detto quasi mai
parole care alla sua donna, sentì una vampa di gelosia ardergli il
cuore, e le sue labbra si dissuggellarono.
— Ti amo, Laura, — disse con un'esitanza timorosa. — Mi ami, tu?
E aspettò la risposta trepidando, come avesse chiesto l'amore a una
donna nuova, che non aveva mai conosciuta prima di quel giorno.
Laura stette con gli occhi chiusi e la testa reclinata sul letto, ma
allungò un braccio, ne ricinse il collo di Gin, trasse questi a sè, e
gli mise la bocca sulla bocca, in silenzio.