che si finge avvenuto in quella città e al ferrarese Ariosto autore di
essa (G. C.).
[170] Principale favorito e cameriere del Papa, che dopo la morte di
lui fu messo in prigione per sospetto non si fosse appropriato certe
preziose masserizie del medesimo. Fu poi assoluto. Vedansi in proposito
le _Lettere di Principi_ (G. C.).
[171] Che parrebbe titolo di fondo morale; se pure non è da leggere
_Uno arboro de mele._ — Il _Fanfulla_ ha «uno arboro de mati»
(_cuccagna?_).
[172] Cioè montare a cavalluccio d'un palafreniere. Così diciamo:
_Dare un cavallo_, a chi fa spropositi da essere frustato, posto a
cavalluccio d'un altro.
[173] Il celebre Pietro Bembo segretario del Papa, e poi Cardinale (G.
C.).
[174] Lodovico Canossa vescovo di Bayeux (G. C.).
[175] Dalla Biblioteca Ambrosiana di Milano, favoritami in copia dal
degn. sig. Bibl. cav. Antonio Ceruti. È una lettera «della gioventù del
nostro grande poeta, che fu tutta latina», come giustamente osserva il
ch. Carducci; e in essa tanto per fatto dell'Ariosto che delle lezioni
date dall'Aquila si avvalorano i buoni risultati del risorgimento degli
studi classici in Ferrara (V. _Poesie latine di Lod. Ariosto, studi e
ricerche di_ G. CARDUCCI, Bologna, 1876, 2ª edizione).
[176] Di Marsilio Ficino erano già a stampa: _Theologia Platonica_
(Florentiae, 1482); _Platonis, Opera latine interpr._ (Venetiis,
1491); _Commentaria in Platonis Parmenidem, Sophistam, Timaeum_ etc.
(Florentiae, 1496).
[177] L'Ariosto fu amico e condiscepolo di Alberto Pio principe di
Carpi, e a lui intitolò alcuni de' suoi carmi.
[178] Dell'ebreo da Riva, che teneva banco di prestiti in Ferrara, è
fatto cenno dall'Ariosto anche nella commedia _La Lena_, atto 3º, sc.
6ª.
[179] A scemar le usure il Duca aprì in Ferrara il 3 gennaio 1508 un
Monte di pietà. In Modena e Reggio eravi fino dal 1494.
[180] Sarebbero in oggi da lire 34,68, a lire 37,16 per oltre 7
ettolitri di vino: e lire 1,49 per circa 23 chilogr. di frumento.
[181] Intende l'armata di 18 galee che i Veneziani spedirono in Po
sotto il comando di Angelo Trivisani a danno specialmente del duca
Alfonso di Ferrara che aveva ricuperato il Polesine di Rovigo. Il Duca
faceva parte dell'infausta lega di Cambray promossa dal Papa contro la
Repubblica Veneta. Il cardinale Ippolito, d'indole guerresca, trovavasi
colle genti di suo fratello a rinforzare il campo Cesareo sotto Padova.
[182] Il cardinale Giuliano Cesarini fu abbate commendatario di
Nonantola dal 1505 fino al 1510 in cui morì.
[183] Cioè: per averne le figliature.
[184] Questo Salomone, essendo uno de' tredici valorosi italiani
che nel 1503 vinsero in Barletta la famosa disfida con altrettanti
francesi, è più avanti a torto chiamato un codardo giudeo. Fu però
vinto nel duello che ebbe con Marino dalla Maitina in Ferrara il 14
novembre 1509 (V. A. BERTOLOTTI, _La disfida di Barletta_, in _Arch.
stor. lomb._, an. IX, fasc. IV, dicembre 1884).
[185] I _notari d'argini_ sorvegliavano di continuo i lavoratori di
Po, secondo il comparto dei _giudici d'argini_. Nella _Lena_, atto 3º,
sc. 2ª, l'Ariosto ricorda anche i _giudici alle fosse_, che scavavansi
attorno di Ferrara.
[186] È in parte consunta dal fuoco. Le parole o lettere in corsivo
sono state da me supplite ove parvero probabili.
[187] Pietro Isualli arcivescovo di Reggio in Calabria.
[188] Il conte della Mirandola, Lodovico Pico, mandato da papa
Giulio II alla testa di una campagnia di duecento fanti e altrettanti
cavalleggieri in aiuto del duca Alfonso, restò ucciso il 15 dicembre
1509 da una palla d'artiglieria delle navi veneziane, dopo aver
respinto gli stradiotti nel bastione che avevano eretto sulla riva del
Po in faccia alla Polesella, e mentre cavalcava a fianco del cardinale
Ippolito.
[189] Lodovico Canossa vescovo di Tricarica.
[190] L'Ariosto partì da Ferrara il 16 dicembre 1509, come rilevasi dal
_Furioso_, c. 40, st. 3, subito dopo avvenuta la morte del conte della
Mirandola, per chiedere soccorso al Papa.
[191] La rotta dell'armata Veneta in Po accadde la mattina del 22
dicembre a merito principalmente del cardinale Ippolito, che fece
tagliare in più luoghi gli argini del fiume, ed appostarvi a pelo
d'acqua dei grossi cannoni e delle colubrine di nuova e miglior
costruzione del duca Alfonso. La scarica impreveduta scompigliò la
flotta, e decise della vittoria. _Furioso_, c. 3, st. 57. Tre Ariosti
vi presero parte. Id., c. 40, st. 2 a 5.
[192] Il cardinale Marco Cornaro d'illustre famiglia veneta.
[193] Accenna all'ultimo canto del _Furioso_ (che potrà dirsi fosse
nel 1509 terminato ma non completato), ove si descrive il maraviglioso
padiglione, sotto il quale la maga Melissa volle che seguissero le
nozze di Ruggiero e Bradamante da cui doveva uscire la famiglia d'Este,
perchè in detto padiglione la profetica Cassandra, ricamandolo per
Ettore, aveva figurata la puerizia e le future imprese del lontanissimo
nipote cardinale Ippolito! In sì magnifico quadro di adulazione non
mancò quindi di essere dipinta la vittoria su l'armata Veneta (c.
46, st. 97). Forse l'idea di questo fantastico padiglione venne al
poeta per aver veduto in Ferrara quello che il duca Ercole nel 1494
regalò a Carlo VIII, tutto di seta ed oro, «fatto in forma di una
casa, con sala, camera ed altre dentro,» come si legge nella _Cronaca
modenese_ di IACOPINO DE' LANCILLOTTI (Parma, 1861, p. 127) edita dalla
Deputazione di Storia patria di Modena.
[194] Enea Pio di Carpi comandava la squadra ov'era andato a militare
Lodovico Ariosto, e il nostro poeta in uno de' suoi carmi, parlando di
sè stesso, dice: _Pio celebri sub principe miles_ (V. _Opere minori_ di
LOD. ARIOSTO per cura di F.-L. Polidori. Firenze, Le Monnier, 1857, T.
I, p. 340).
[195] Carlo d'Amboise signor di Chaumont, gran maestro (governatore) di
Milano, che si portò a difendere il duca Alfonso. Il papa, dopo aver
ricuperato alcune terre che appartenevano alla Chiesa, abbandonò la
lega di Cambray, e unito ai Veneziani mosse guerra al duca di Ferrara,
il quale alla propostagli alleanza di Giulio II a condizioni onerose
aveva preferita quella del re di Francia.
[196] Questo Pier Moro è ricordato nel _Furioso_, c. 40, st. 4.
[197] Il duca d'Urbino colle armi del papa e il favore dei Rangoni
occupò Modena il 18 agosto 1510, e due giorni dopo ebbe Carpi. Sassuolo
non fu costretto alla resa che il 21 ottobre. Rubiera e Reggio tennero
forte per allora. Alla sola data dell'anno in questa lettera credo
poter fissare anche quella del mese di ottobre, poco prima della resa
di Sassuolo, e quando già il Chaumont aveva riavuto Carpi. Che fosse
scritta in Reggio è per sè chiaro abbastanza.
[198] Nel 23 aprile 1510 il Duca aveva avuto dai Reggiani mille staia
di frumento ed altrettanti di spelta e di frumentone, con salsumi e
mille cogni di vino per la guerra coi Veneziani. PANCIROLI, _Storia di
Reggio_, trad. di PROSPERO VIANI, lib. VI.
[199] Il campo Francese andò a Reggio il 29 ottobre 1510, e perciò la
data di questa lettera può fissarsi alla fine di detto mese.
[200] Le date fra parentesi s'intendono supplite da me.
[201] Poi papa Leone X.
[202]
Io nè pianeta mai, nè tonicella,
Nè chierca vo' che in capo mi si pona.
ARIOSTO, _Sat._ I, _v._ 113-114.
[203]
E provveder ch'io sia il primo, che mocchi
Sant'Agata, se avvien che al vecchio prete,
Sopravvivendogli io, di morir tocchi.
ARIOSTO, _Sat._ I, _v._ 103-105.
[204] Era questi il duca di Ferrara Alfonso I che travestito da frate
fuggiva da Roma in compagnia dell'Ariosto la grand'ira di Giulio II il
quale faceva inseguirlo e ad ogni modo voleva averlo nelle mani.
[205] Giovanni de' Medici.
[206] Rinaldo Ariosto cugino di Lodovico.
[207] Francesca del Fiesco moglie di Lodovico Gonzaga.
[208] «Così alla mia speranza, che a staffetta Mi trasse a Roma,» dice
alla _Satira VI_. Non appena seppe l'Ariosto che Giovanni de' Medici
suo amico era stato eletto papa (11 marzo 1513), corse a Roma per
fargli ossequio e congratulazioni anche a nome del duca. Leone X mostrò
gradirne la visita; ma la concepita speranza di essere beneficato
coll'offerta di qualche carica rimase al poeta delusa.
[209] Lamentavasi quindi nella _Satira II_ colla famosa terzina:
Apollo, tua mercè, tua mercè, santo
Collegio delle Muse, io non possiedo
Tanto per voi, ch'io possa farmi un manto.
[210] Molti suoi amici avevano conseguito impieghi onorifici e
lucrativi, o erano in procinto di diventar cardinali: il papa alla
prima creazione ne fece trentuno; onde l'Ariosto disse alla _Satira
VI_: «.... vidi A tanti amici miei rosse le spoglie.»
[211] Paride Grassi maestro delle cerimonie sotto Giulio II, promosso
da Leone X a prelato di palazzo.
[212] Bernardo Dovizi da Bibbiena segretario particolare del Medici,
creato poscia cardinale datario. Era anch'esso amico dell'Ariosto, che
nella _Satira IV_ lo chiama il suo Bibbiena.
[213] Dall'Archivio de' Frari in Venezia: _Notatorio, Collegio_ I,
anni 1515-1520, a carte 23. Questa domanda di privilegio e quella che
si legge più avanti sotto il 7 gennaio 1528 vennero pubblicate per la
prima volta nella mia seconda edizione delle _Lettere dell'Ariosto_,
Bologna 1866, sopra una copia favoritami da Mons. Giuseppe Antonelli.
Ricomparvero, credute ancora inedite, nel _Buonarroti_ (Quad. VI,
giugno 1868) a cura del signor Andrea Tessier, il quale avendo dato il
testo conforme all'originale lo riproduco anch'io egualmente.
[214] L'_Orlando Furioso_ dell'Ariosto uscì la prima volta in Ferrara
per maestro Giovanni Mazzocco dal Bondeno, adì 22 aprile 1516, e
la seconda volta _da lui corretto e quasi tutto formato di nuovo e
ampliato_ pure in Ferrara per Gio. Battista dalla Pigna milanese, adì
13 febbraio 1521, in forma di 4º.
[215] Sì di questo che di altri privilegi accordati all'Ariosto per la
stampa del suo poema, veggansi le due ricordate edizioni 1516 e 1521,
ove però il privilegio veneto manca della data de' 25 ottobre 1515.
[216] Lorenzo de' Medici, il giovine.
[217] Maddalena de la Tour d'Auvergne.
[218] Il card. de' Rossi era figliuolo di una sorella naturale di
Lorenzo de' Medici detto il Magnifico.
[219] Contarina Farnese. Di boria nobilesca, fu esigente col marito
che la compiaceva soverchiamente nelle spese di lusso, sì che meritò le
censure del nostro poeta. _Satira III_, v. 138.
[220] _Trecent'anni_ leggono per errore le prime edizioni.
[221] Allude alla tenuta di Bagnolo ereditata dal cugino Rinaldo
Ariosto, negatagli dal fattore ducale Alfonso Trotti, ed alla rinuncia
che dovette emettere de' benefici ecclesiastici per non aver voluto
seguire in Ungheria il card. Ippolito d'Este. Vedi anche l'ultimo
documento alla _Prefaz. storico-critica_ di questo libro. All'Ariosto
furono attribuiti due sonetti satirici contro il Trotti perchè si
trovarono scritti di sua mano (Opere minori, T. I, p. 307-8). Io li
credo invece dettati da Antonio Cammelli detto il Pistoia.
[222] Il _Negromante_. Non pare fosse recitata in Roma, ove però
l'anno prima si diedero i _Suppositi_ dell'Ariosto colla scena dipinta
da Raffaello nel palazzo papale, stando lo stesso Leone X a regolare
l'entrata degli spettatori. Sulla recita delle sue commedie parla
l'Ariosto nella lettera del 17 dicembre 1532 più avanti riportata.
[223] Chiamato anche _l'abbate di Gaeta_ dal luogo ove nacque.
Credendosi assai valente verseggiatore serviva da buffone a Leone
X, il quale nel 1515 lo mandò con sontuoso e burlesco trionfo sopra
un elefante per Roma fra le risa e gli scherni del popolo a farsi
incoronare poeta.
[224] N'ebbi copia, come inedita, dal ch. Gaetano Milanesi.
[225] Questa e così le altre lettere dirette agli Anziani suddetti
furono tratte dai copiari dell'Archivio di Stato in Lucca e pubblicate
la prima volta dal signor Angelo Fondora nel _Gior. stor. degli Archivi
Toscani_, 1862.
[226] Le sottoscrizioni sono omesse nelle seguenti lettere, quando si
trovano conformi alle antecedenti.
[227] Le lettere agli Otto di Pratica e ad altri ufficiali della
Repubblica fiorentina vennero tratte dall'Archivio centrale di Stato in
Firenze per cura del ch. G. Milanesi, e pubblicate la prima volta nel
_Gior. stor. degli Archivi Tosc._, 1864.
[228] Forse _casa_.
[229] Andrea Doria il più grand'uomo di mare del suo tempo e che
divenne il ristauratore della libertà genovese. — Fra Bernardino
d'Airasa ammiraglio gierosolimitano.
[230] Questa lettera per gl'incendi avvenuti all'Archivio Estense in
Ferrara e per l'acqua adoperata ed estinguerli è in parte corrosa e
tanto dilavata nell'inchiostro che mi fu difficile interpretarla. Con
le parole in corsivo ho cercato supplire ov'eravi assoluta mancanza.
[231] Per le Gride dell'Ariosto citate più volte in queste Lettere,
veggasi in fine del volume.
[232] Intende la lettera precedente diretta al duca, a cui questa serve
di accompagnatoria.
[233] Bonaventura Pistofilo anch'esso segretario del duca.
[234] Questa lettera, com'è detto in principio, ripete in gran parte la
XXVIII del 23 maggio 1522.
[235] Don Ercole d'Este primogenito del duca, che trovavasi a Roma
per raccomandare al nuovo papa Adriano VI la restituzione di Modena e
Reggio.
[236] Lodovico Cato era stato spedito ambasciatore al papa in Ispagna,
ove questi trovavasi all'atto dell'elezione (8 gennaio 1522). Le
provincie ricuperate dal duca al tempo della sede vacante, e così la
Garfagnana, gli furono lasciate in possesso.
[237] Molti sono i decreti pronunziati dalla Repubblica di Genova
dal 1445 al 1490 intorno alla necessità di riformare la disciplina
e lo stato degli ecclesiastici. Un frammento di costituzione già
emanata dall'arcivescovo Jacopo da Varagine e confermata fin dal
1299 da Porchetto Spinola fa conoscere come vi fossero sacerdoti che
_nec clericater vivunt, nec abitum clericalem deferunt_. Una lettera
di frate Zanetto, o Giovanni da Udine, maestro generale dell'Ordine
de' Minori di S. Francesco (1472) asserisce che i frati e le monache
della provincia di Genova _incontinenter, sine freno et irreligiose
vivunt_ (Foliat. Notar. Ms. della Civico-Beriana). È certo poi che
le domenicane de' SS. Giacomo e Filippo si arbitravano lasciare la
clausura a loro piacimento, e quando tornavano al chiostro dicevano
alla priorissa: _Madre, con vostra licenza, siamo ite a diporto_
(BANDELLO, _Novelle_). Nei registri _Diversorum Communi Januae_ si
leggono i seguenti decreti della Signoria: 1445, _Decretum contra vitam
monalium SS. Philippi et Jacobi_. — 1466, _De monacabus cohibendis_.
— 1467, _Contra moniales_. — 1472, _De reformatione status monialium_.
Un breve di Alessandro VI lamenta (1497) che: _moniales ipsae, abiecta
religionis honestate, extra dictum monasterium_ (de' SS. Giacomo e
Filippo) _pro libito et desiderio suo per totam urbem vagantur, et
inhonestam vitam ducunt in ipsius religionis oprobrium, animarum
earundem periculum, et totius populi ianuensis scandalum non modicum_;
e comanda al Maestro generale dell'Ordine di S. Domenico che si ponga
ogni cura e si adoperi ogni mezzo ad infrenare gli scandali e sradicare
i disordini. Un breve di Clemente VII (1529) commette all'Arcivescovo
di Genova ed al Priore di S. Teodoro di attendere alla riforma de'
monasteri, dicendo chiaramente che le monache continuavano nella
rilassatezza del costume _ex maiori frequentia et familiaritate cum
clericis, religiosis et secularibus personis_, e altrettanto ripete
Giulio III in una bolla del 4 settembre 1551. (Da docum. esaminati e
comunicatimi dall'amico G. B. Passano).
[238] All'orecchio poetico dell'Ariosto parve più sonoro introdurre
spesso in questo vocabolo il dittongo mobile, che si perde quando
l'accrescimento della parola porta innanzi la sede dell'accento, come
in _niego_, _priego_, _siedo_ ecc.
[239] Gli imputati di aver dato recapito ai banditi, che entro il
termine assegnato non comparivano al cospetto del duca in Ferrara
per giustificarsi, erano considerati come colpevoli di ribellione e
cadevano nella confisca dei beni.
[240] Anche questa lettera è in parte consunta dal fuoco, come si vede
per le parole supplite in carattere corsivo. Non potendosi più leggervi
la data dell'anno, l'ho fissata al 1522 coll'aiuto della _Cronaca
modenese_ di Tomasino de' Lancellotti (Parma, 1862, vol. I, p. 419),
ove sotto il 10 novembre 1522 si nota una grande rotta che Virgilio da
Castagneto e suoi seguaci (il Moro dal Sillico, fratelli e compagni)
ebbero nell'azzuffarsi colla banda di Domenico d'Amorotto: due fazioni
di briganti tendenti a soverchiarsi.
[241] Gian Giacomo Cantello nella citata lettera (diretta il 15 nov.
al _conte Lud. Ariosto_) si scusa altresì degli inconvenienti a cui
venne forzato con _Domenico de Morotto_ nel respingere l'assalto
che fu dato ad entrambi poco tempo prima sul monte di Mocogno da una
fazione contraria, la quale ebbe eccitamento, come egli si duole, dagli
ufficiali ducali.
[242] Alberto Pio di Carpi, buon cultore di lettere e amico dei
letterati (Aldo Manuzio, che fu suo maestro, gli dedicò alcune opere
da lui impresse), teneva allora a nome del papa le fortezze di Reggio
e Rubiera, e fu creduto volesse tradirle ai Francesi, sperando con ciò
di allontanare il pericolo imminente di perdere del tutto per opera del
duca di Ferrara il dominio di Carpi, già ceduto per una metà da Giberto
di lui cugino ad Ercole I nel 1500. — Alberto favoriva l'Amorotto per
averne un aiuto che poi non riescì, e fors'anco perchè accrescesse
nella provincia del Frignano imbarazzi al duca, il quale in una lettera
del 22 nov. 1522 diretta al suo ambasciatore Lod. Cato trovo che ne
fece lagnanze alla corte di Roma.
[243] Di Domenico d'Amorotto (o Morotto) di Carpineti, figlio di
un oste, che, reso temibile per delitti di sangue e straordinario
ardimento, tentò più fiate, alla testa de' suoi ribaldi seguaci,
d'invadere Reggio, e, quantunque respinto e cercato a morte, ebbe due
volte dal Guicciardini governatore papale, per farlo a sè favorevole,
il commissariato della montagna Reggiana, parla a lungo il Panciroli
nella _Storia di Reggio_, e Tomasino de' Lancellotti nella _Cronaca di
Modena_. Francesco Rococciolo in fine di un suo poema latino intitolato
_Mutineis_, che si conserva ms. nella Bibl. Estense di Modena, tocca
pure dell'Amorotto.
[244] Della sua bontà parla degnamente anche nella Lettera XXXVI:
ma «bisogno era di asprezza, Non di clemenza all'opre lor nefande»
(_Satira V_), e perciò dice gli fosse imputata a difetto.
[245] L'Ariosto, per non morir dalla noia in Castelnovo, avea bisogno
di portarsi ogni cinque o sei mesi a passeggiarne uno nella piazza di
Ferrara, come ricorda nella _Satira VI_.
[246] Così per non perdere le rendite ecclesiastiche tenne sempre
occulto il suo matrimonio con Alessandra Benucci vedova Strozzi.
[247] Di prete Matteo è toccato anche alla Lett. XLIV. Tali richiami ed
insinuazioni tendevano a far rimovere il duca da quanto aveva più volte
ordinato all'Ariosto, come rilevo da lettera scrittagli da Ferrara il
29 marzo 1522, ove leggesi: «Circa quel prete Matteo, avete visto quel
che per un'altra v'avemo scritto, e così vedrete di eseguire; perchè,
per ordinario, nè voi nè altro nostro officiale si può impacciare a
castigar preti ecc.»
[248] Vedi Lett. LV.
[249] Manca il fine, che doveva trovarsi in un altro foglio o mezzo
foglio perduto.
[250] Commissario lucchese.
[251] Il medico Gio. Pietro Attolini coi fratelli surricordati furono
alla testa della congiura che nel 1521 levò la Garfagnana dalla
dipendenza de' fiorentini per ridarla al duca di Ferrara: circostanza
che dev'essere stata principale movente ad ottener privilegi. Veggasi
anche la Prefazione al presente volume.
[252] Capitano di Barga.
[253] Veggasi anche la Lettera LXXXIV diretta agli Anziani di Lucca.
[254] Mesino dal Forno, valoroso condottiero di una compagnia di
cavalleggeri nella guerra coi Veneziani, ebbe nel 1521 il Capitanato
delle fanterie di Alfonso I per ricuperare il Finale. Ma all'epoca di
questa Lettera congiurava col di lui fratello Girolamo contro il duca,
e n'ebbe per un tempo l'esilio.
[255] Perciò disse alla _Satira V_, v. 145-147.
O siami in rôcca, o voglia all'aria uscire,
Accuse e liti sempre e gridi ascolto,
Furti, omicidi, odii, vendette ed ire.
[256] Riportata fra le Gride in fine di questo volume, n. III.
[257] V. la Lett. LXXXVIII diretta dall'Ariosto al Duca, ove anche più
evidente apparisce la mala volontà della Repubblica di Firenze, che
tendeva a ricuperare Pietra Santa.
[258] Obizo Remo segretario ducale. V. Lett. XXXIII.
[259] Come vedesi alla Lettera LXXIII.
[260] Niccolò Rucellai.
[261] Commissario ducale spedito nel Frignano con molti uomini d'arme,
e che ad estirpare la fazione dell'Amorotto abbruciò Mocogno, Riva e
Gaiano (_Cronaca modenese_ di TOM. DE' LANCELLOTTI, anno 1523).
[262] Quanto è detto di sopra si riferisce alla precedente Lettera LXXX.
[263] Consigliere ducale tenuto in molta grazia, e mandato nel 1519
ambasciatore a Carlo V.
[264] Ucciso il 5 luglio 1523 con molti seguaci di sua parte nella
pianura fra la Riva e Montespecchio per opera della contraria fazione
di Virgilio da Castagneto, anch'esso morto nel conflitto (TOMASINO DE'
LANCELLOTTI, _Cron. modenese_, T. I, pag. 238-39).
[265] Consigliere di giustizia. Fu nel 1522 oratore a Roma per togliere
gli interdetti di Giulio II e Leone X sopra Ferrara.
[266] Donde l'illustre famiglia de' conti Valdrighi in Modena.
[267] Usa sempre _ogni modo_, ommessa a maggiore speditezza e fuggir
l'iato, la preposizione _a_, più conforme al latino _omnimodo_.
[268] _Appresso_ per _dopo_, locuzione avverbiale elittica molto usata
in queste Lettere e che l'Ariosto qualche volta riempie: _Appresso gli
significo che_ ecc.
[269] Notisi _deserto_ per _chi non ha credito nè sèguito_, che in
questo luogo è bellissimo modo: ma forse a taluno non potrà piacere
la frase di _certi banditi.... e sono due deserti_, ove il numero
indeterminato si riducea un determinato troppo ristretto, ed ove anche
i nomi de' banditi non sono affatto indeterminati poichè uno era _detto
il Frate_.
[270] Veggasi anche la Lettera LXXVI.
[271] Cioè il conte Carlo figlio di Giovanni che fu anch'esso ucciso.
Manca la lettera antecedente qui accennata; ma veggansi in proposito
le successive lettere CIII e CIV. Il duca scriveva all'Ariosto il 23
maggio 1524: «Perchè lo assassinamento nella persona del conte Carlo
da Sandonnino e della madre, con rapimento delle lor robe, fu tanto
atroce e di sì malo esempio, e tanto ci dispiacque, che sempre avemo
giudicato che tutti quelli che ne furon partecipi e colpevoli meritino
d'esser severissimamente puniti e desideriamo che la giustizia abbia
loco.... vi replichiamo che non solamente contra quel Iacopo Buoso che
avete nelle mani, ma anco contra qualunque altro capitasse nelle vostre
forze, che in modo alcuno avesse colpa nel detto assassinamento, volemo
che possiate procedere, condannare ed eseguire rigidamente secondo che
ricerca la natura del caso, non come Capitano, ma come Commissario
ecc.» Una contessa Vittoria di San Donnino (la cui famiglia ebbe un
Vescovo di Modena nel 1465) fu madre del celebre cardinale Pietro di
Giammaria Campori, nato in Castelnovo verso l'anno 1554.
[272] Per parte italiana (contraria al duca di Ferrara alleato colla
Francia) s'intende la Lega che per cacciare d'Italia i Francesi era
stata fatta dal papa coi Veneziani e l'imperatore. Qui però, da quanto
si scorge più innanzi alla Lett. CXIV, si accenna a chi favoriva
di prender soldo nell'unica milizia veramente italiana comandata da
Giovanni de' Medici detto _dalle bande nere_ che allora dimorava in
quelle vicinanze, avendo comprato alcune terre nella Lunigiana, e
fabbricatovi una fortezza. Ad istanza del cardinale Giulio de' Medici,
che fra poco vedremo papa, Giovanni erasi ritirato dai servigi della
Francia per darsi a quelli della Lega (Vedi E. RICOTTI, _Storia delle
Compagnie di ventura_, vol. IV).