[273] Alla morte di Adriano VI, 14 settembre 1523, essendosi il duca

affrettato di ricuperare i suoi Stati durante la sede vacante, ebbe

Reggio il 29 detto mese, ed ora trovavasi in Rubiera, che, fatta

sollevazione contro Lionello Pio governatore papale, gli aperse le

porte. Avverte il PANCIROLI, _Storia di Reggio_, che a' suoi tempi

Rubiera era considerata la più celebre di tutte le fortezze tra Milano

e Cesena.

[274] Il duca, prima di passar sotto Reggio, tentò ancora di riaver

Modena, ma Guido Rangoni alla testa di molti soldati la mantenne nel

governo della Chiesa. Perciò il nuovo papa Clemente VII donavagli

molte terre e lo conservava al presidio di Modena sino al 1526, in cui

fu destinato al comando dell'esercito della Chiesa per la nuova Lega

contro Carlo V.

[275] Cioè _non ieri ma l'altro giorno avanti_, corrispondente

all'affermativo _ier l'altro_, e che può meglio precisare il giorno che

non fa _l'altro ieri_. L'usò anche nella Lett. LXI, p. 110.

[276] Pistofilo. Manca la Lettera qui accennata.

[277] Giulio de' Medici fu eletto papa col nome di Clemente VII il 19

novembre 1523.

[278]

Qui vanno gli assassini in sì gran schiera,

Che un'altra, che per prenderli ci è posta,

Non osa trar del sacco la bandiera.

(ARIOSTO, _Sat. V_).

[279] Manca in questa Lettera la prima metà del foglio.

[280] «Ecco il dotto, il fedele, il diligente Segretario Pistofilo»:

così l'Ariosto all'ultimo canto del _Furioso_, e gli diresse anche la

_Satira VI_, per ringraziarlo delle offerte di ottenergli che fosse

mandato ambasciatore a Clemente VII, invece del commissariato di

Garfagnana.

[281] Questa Lettera e la maggior parte di quelle che seguono dirette

al duca di Ferrara sono molto consunte dal fuoco e dall'acqua.

S'intendono sempre mancanti nei luoghi punteggiati, o supplite per

approssimazione colle parole in corsivo. Nella parte omessa della

presente ho potuto rilevare da parole qui e là intelligibili, che

l'Ariosto si lagna del Capitano della Ragione il quale, all'unico

scopo di accrescere il proprio guadagno, non solo vietavagli qualunque

ingerenza nel di lui officio, ma avrebbe ancora voluto far buona parte

di quello del Commissario, giacchè ottenne altresì che fosse rivocata

ogni autorità di comporre litigi senza la sentenza del giudice.

[282] Da ciò si ricava che il 7 febbraio 1522 fu il giorno preciso

in cui l'Ariosto venne nominato Commissario, come dalla _Satira V_ si

conosce che solo nel 20 del mese stesso si portò in Garfagnana. Veggasi

anche l'_Elegia III_ ove descrive il suo viaggio con procella d'acque e

venti.

[283] Notinsi i motivi e la proposta di questa votazione.

[284] A questa magnifica Lettera (salvatasi fortunatamente dal

fuoco) allude il Tiraboschi, ove dice: «Una tra le altre è degna di

considerazione per la libertà con cui (l'Ariosto) in essa si duole che

il duca non sostenga la sua autorità e gli ordini da lui dati in quel

suo governo, ma si lasci talvolta piegare ad annullar le sentenze da

esso date.» (_Storia della Lett. ital._ T. VII).

[285] _Magistro_ per _magistrato_. Così il Davila dice _maestro_ il

_maire_ de' Francesi. (_Storia delle guerre di Francia_, lib. II).

[286] Anche questa lettera diretta al Pistofilo è perduta.

[287] La desinenza in _ivo_ applicata ai participî dà ai medesimi

la forma esteriore dei nomi qualificanti, che perciò diconsi non

_aggiunti_ ma _aggiuntivi_. Per conseguenza _direttivo_ ha virtualmente

e in potenza quello che _diretto_ ovvero _indirizzato_ ha in atto.

[288] Intende le genti di Gio. de' Medici, o come dice altre volte

di _parte italiana_, le quali essendo venute a contesa coi marchesi

Malaspina, devastarono la Lunigiana, occupando e malmenando ancora

alcuni luoghi di Garfagnana.

[289] Gio. de' Medici trovavasi allora a Roma.

[290] L'Ariosto potrà essersi compiaciuto della coincidenza di un nome

cavalleresco in chi fece restituire al duca la rôcca di Camporgiano,

vedendo assunti per nomi di guerra quelli che erano resi celebri dai

poeti romanzieri dell'epoca. È a notarsi altresì che la Lett. LXI

ricorda un _ghiotto Margutte_, il cui soprannome di biasimo sembra

derivato dal poema di Luigi Pulci, potendo anche questo Margutte

ripetere coll'altro: «Io fui prima alle strade malandrino.» (_Morgante

Maggiore_, cant. 18, st. 136).

[291] La Lettera ha la data di Ferrara per errore di penna, chè senza

dubbio venne scritta, come l'antecedente dello stesso giorno, da

Castelnovo.

[292] Questa Lettera, a differenza di tutte le altre, non pare di pugno

dell'Ariosto.

[293] Questa Lettera ripete in gran parte quello che fu detto nella

XCI del 15 luglio 1523. Manca della data del giorno e mese, e l'ho

qui posta dopo l'antecedente, che resta interrotta perchè consunta

nell'ultima parte, avendo nel presente caso seguito l'ordine

dell'antica collocazione in filza di tali autografi. — Dalla data del

1524 rimasta leggibile, si rileva che la causa dopo un anno era nello

stesso piede di prima.

[294] Abbiamo la risposta del duca Alfonso a questa Lettera, in data

del 4 agosto, ove dice che in quanto alle rôcche non vuol fare per ora

altri Castellani nè altre provvisioni, ma che gli piace e giudica ben

fatto che il podestà di Trassilico si riduca ad abitare nella rôcca di

detto luogo, sperando che la desterità dell'Ariosto sia per indurre

quella Vicaria a ripararla. Approva che siasi scritto al Capitano di

Fivizzano ed alli officiali di Lunigiana per ordinare gli uomini loro,

e richiama l'attenzione del Commissario affinchè i disordini accaduti

in generale ne' giorni passati non facciano sorgere scandalo di

inimicizie particolari. Si raccomanda infine che la buona giunta (di 25

uomini) mandata alli balestrieri ordinari sia tenuta unita, onde serva

per timore e castigo dei delinquenti e ribaldi, per quiete dei buoni

e per servigio dello Stato, sicchè la spesa non sia gittata e fatta

invano.

[295] Queste ultime notizie date dall'Ariosto, unitamente a quelle

aggiunte nella Lettera antecedente, mossero il duca a scrivere il 12

agosto al suo segretario Pietro Antonio Torello residente in Napoli

presso la corte di quel Vicerè: «.... se ben la persona del Sig.

Gioannino de' Medici si trovi in Roma, la gente sua che è in Lunigiana

va pigliando li castelli e lochi di quelli marchesi Malaspini, e già

ha tolto tutto al marchese Spinetta, e fatto prigione lui con gli

figliuoli e moglie in un castello chiamato Monti, e ora dicono che è

d'intorno a Fosdinovo che è del marchese Lorenzo, il quale intendemo

che è aiutato da San Giorgio, cioè da Genova: e a favore della detta

gente di esso Sig. Gioannino, per quanto semo avvisati, son venuti

sette pezzi d'artiglieria con le sue munizioni per mare da Pisa: il

che tutto comunicarete per parte nostra con lo Ill. Sig. Vicerè, se ben

pensamo che S. S. Ill. possa saperlo per altra via meglio che noi; e a

S. Ecc. molto ci raccomandate.»

[296] Così ha il manoscritto.

[297] Dal R. Archivio di Stato in Lucca, e ne resto obbligatissimo

agli amici cav. Salvatore Bongi direttore, e cav. Giovanni Sforza

archivista.

[298] Gli Anziani gli risposero il 14 d'ottobre: «_M.ce Dom.e_ Ci

ritroviamo una di V. M.tia in commendatione di Hercole Saltarello

gentile homo ferrarese, il quale desidereria essere electo capo

di qualche cavallo leggeri o di fantaria in questa nostra città et

indichiamo sia persona di buona qualità, integrità et experientia,

poi che quella intercede per lui. Ma vivendo noi qua al presente

pacificamente, nè havendo bisogno condurre gente, non vediamo ordine

poterli gratificare; et quando haremo a fare electione di simili

persone, non mancheremo ricordarci di lui per causa di V. M. et

demostreremo le commendationi sue non essere state vulgari.»

[299] Dall'Arch. de' Frari in Venezia. Reg. n. 24, _Terra_, 1525-27, a

carte 227-28, riprodotta nella sua originale ortografia.

[300] Veggasi in questo vol. la Lettera XIII, p. 26.

[301] E cioè due volte a Milano e quattro a Venezia a tutto il 1526,

sebbene una di Venezia 1524 porti sul frontispizio _con licentia del

ditto autore_.

[302] Allude a una terza edizione originale che l'autore fin dal

1527 proponevasi di fare del suo poema e che venne soltanto in luce a

Ferrara per Francesco Rosso da Valenza adì 1º ottobre 1532, in-4, di

nuovo corretto e ampliato di sei altri canti, come si è già avvertito.

[303] _More veneto_, corrispondente al 7 genn. 1528. L'Ariosto avendo

tardato sino al 1532 a far uso di questo rinnovato privilegio veneto

_approvato dal Consiglio di Pregadi_, il Furioso seguitò a ristamparsi

senza utilità dell'autore, che morì il 6 giugno 1533.

[304] Veggasi la _Satira_ VII dell'Ariosto diretta al Bembo ove con più

efficacia raccomanda il figlio Virginio.

[305] Dall'Archivio di Stato in Milano. Favoritami dal chiarissimo

signor soprintendente comm. Cesare Cantù.

[306] Oratore Estense presso il duca di Milano.

[307] Riportata in fine del volume fra i _Privilegi per la stampa

dell'Orlando furioso_.

[308] Conte Massimiliano Stampa.

[309] Lettera di qualche importanza per l'intenzione manifestata

dall'Ariosto di dare alle stampe altre sue cose oltre il poema che

venne in luce nell'ottobre di quest'anno con l'aggiunta di sei canti;

benchè la morte che il sorprese l'anno seguente non gli lasciasse tempo

neppure di dar principio all'effettuazione di questi suoi pensieri. (G.

CAMPORI).

[310] Quartesana e Recana, due villaggi del Ferrarese, dove la casa

Strozzi aveva molti poderi. (BAROTTI).

[311] Alessandra Strozzi vedova Benucci sposata dall'Ariosto

secretamente per non perdere i suoi benefici ecclesiastici. Veggansi

in fine del volume sette Lettere scritte o dettate quasi sempre

dall'Ariosto a nome di Alessandra.

[312] Il segretario e biografo del duca Alfonso, Bonaventura Pistofilo,

più volte ricordato.

[313] Letterato e dotto in molte discipline, segretario del marchese di

Mantova, nominato al canto XLII del _Furioso_ (G. C.).

[314] _Camorra_, per Camurra alla sanese, o Gamurra alla fiorentina.

Veste di panno da donna. (BAROTTI).

[315] Dell'ediz. di Ferrara per Francesco Rosso da Valenza, colla data

del primo ottobre 1532, in-4.

[316] Dall'Arch. Gonzaga in Mantova, e pubblicata la prima volta dal

signor ALESS. LUZIO nel _Gior. Storico della letter. ital._, anno I,

1883, vol. II, p. 167.

[317] Detta poi _La Scolastica_ da Galasso e Virginio Ariosto che la

terminarono.

[318] Questa minuta di Lett. manca della data e della firma. L'ho

giudicata dei primi di maggio 1510, quando l'Ariosto fu spedito in

Roma a cercar favore e discolpe al card. Ippolito, accusato di essersi

intruso nell'Abbazia di Nonantola dopo la morte del cardinale Cesarini,

e di aver forzato quei monaci ad eleggerlo Abbate; di che il papa

sdegnato minacciava fargli contro un processo.

[319] L'Ariosto ebbe tre benefici eccles. dal card. Ippolito, ma

essendosi rifiutato di seguirlo in Ungheria ne perdè la grazia, e

dovette rinunciarne due nel 1517. Forse per queste recenti Lettere a

favore di Lodovico, e perchè dato in società di un Costabili, venne

per convenienza conservato nel beneficio di Milano, che fruttavagli «il

terzo Di quel che al notar vien d'ogni negozio.» _Sat._ II.

[320] Ricordate più volte nelle Lettere LIV, LXXII e LXXXI ecc.

[321] Il duca approvava questa grida dirigendo all'Ariosto la Lettera

che qui si riporta, poichè le nuove proposte di compensi per cattura e

giudicatura de' banditi vengono a formarne il complemento. Segue indi

l'autenticazione notarile che l'Ariosto fece farvi.

«M. Lud. Noi avemo avuto la lettera vostra dì 27 del passato, per la

quale avemo inteso come in esecuzione di quel che vi avemo commisso,

avete fatto ardere la casa di quel Genese che occise a' dì passati

il conte Giovanni da S. Donnino, di che vi commendiamo, e per questa

nostra approviamo e confirmiamo la grida che avete fatto publicare

contra quelli che dànno ricetto a' banditi, e vi diamo piena libertà

che procediate alla esecuzione contra qualunque contraffacesse, secondo

la comminatoria apposta in detta grida, come parrà a voi; alla prudenza

e discrezione del quale ci riportiamo.

«E perchè li banditi abbino causa di star più dalla lunga, e li

officiali ed esecutori di far più volentiera e con più diligenza

l'officio loro in cercar di avere nelle mani li delinquenti e punirli,

vorressimo da mò innanzi il Capitano de' Balestrieri avesse per la

cattura d'ogni bandito in pena capitale quattro ducati, e ciascuno

balestriero un ducato, e il Cap. della Ragione che commettesse la

esecuzione della giustizia avesse quattro ducati, la qual spesa si

dovesse pagare in comune, perchè per comune benefizio avemo pensato

questa ordinazione. Fate dunque congregare il Consiglio generale,

e proponete la cosa, facendo intendere a quelli nostri dilettissimi

sudditi la causa che ci move, ed esortandoli a contentarsi di fare la

detta spesa; attento che è da credere che li banditi si guarderanno

di praticare in quella nostra provincia per non essere presi, come

intendino che sia posto questo ordine, e conseguentemente essa spesa

si averà da pagare di rado; e se pur si pagherà spesso, purgherà

essa provincia; e così non può il detto ordine essere se non utile,

partorire buon frutto a l'uno e a l'altro modo: e se essi uomini se ne

contenteranno, come credemo, fate che 'l si registri, e che si ponga in

osservanza, e daretene avviso; e se a voi e a' detti uomini paresse che

si dovesse construire o maggior o minor mercede a' detti officiali ed

esecutori, similmente daretene avviso. Bene valete.

«Ferrariae, IV maij 1522.

«Ego Laurentius filius q. providitoris Antonij a Porta de Castelnovo

Carfignanae publicus Apostolica, Imperialique Auctoritate Notarius,

de mandato Mag. D. Ludovici de Ariostis de Ferraria ducalis generalis

Commissarij provinciae Carfignanae sup. proclama una cum suprascriptis

litteris ducalibus de verbo ad verbum sicut in suis originalibus

inveni exemplavi, nil addito vel diminuto quod sensum mutet, et quia

facta diligenti auscultatione de ipsis exemplis ad eorum originalia

sup. utraq. concordare inveni: idcireo in fidem praemissorum

hic me subscripsi meisque solitis et consuetis signo et nomine

autenticavi.»(l. ✠ s.)

[322] A scemare il disgusto che fa nascere la brutta formola d'uso

generale e qui più volte ripetuta di minacciare la pena della corda,

giova osservare che nelli _Statuta Castronovi Carfignanae_, approvati

nel 1505, si ha al lib. IV, cap. 8: «reiterari nemo possit ad torturam

nisi praecedentibus novis indicijs, et cum omni moderamine ita quod

corpus valeat sustinere: et si persona ultra modum torta decesserit in

tormentis, Capitaneus (justitiae) eadem poena debeat puniri.» Questi

_Statuta_ (col moderativo del taglione) si conservano mss. nella R.

Biblioteca Estense, che li possiede pure volgarizzati e scritti nel

1576 da Francesco Porta Garfagnino, con carattere, lettere capitali e

frontispizio, il tutto condotto e figurato sì bellamente, che il libro

ne par quasi inciso. Francesco apparteneva alla famiglia del celebre

pittore Giuseppe Porta così felice imitatore del suo maestro Francesco

Salviati, e che in Venezia contribuì molto ad illustrare co' suoi

disegni ed intagli in legno parecchi libri stampati dal Marcolini assai

ricercati dagli amatori di belle arti.

[323] Citata nella Lettera CXIV del 20 nov. 1523.

[324] Di questa _calcinaria_, o _calcinaia_, come leggesi alla Grida

II, non trovo alcun'altra memoria. Corrisponde forse alla _carbonaia_,

che è lo spalto con fosse che gira attorno de' luoghi murati. Vedi

TOMMASI, _Sommario della Storia di Lucca_, nell'_Arch. Stor. Ital._, T.

X, pag. 53 e 66.

[325] Citata nella Lettera CXXXI.

[326] Un'antecedente Grida contro gli assassini di Pontecchio è

ricordata nella Lettera XXXII, p. 52.

[327] Quantunque Modena non fosse stata ricuperata dal duca Alfonso che

nel 6 giugno 1527, approfittandosi del momento che il papa era fatto

prigioniero e che Roma mettevasi a sacco da Tedeschi e Spagnuoli, pur

non lasciavasi di chiamarlo duca di Modena, come vedesi anche alla

Grida III.

[328] Il ms. ha 1521, che ritengo errore di penna in luogo di 1524.

[329] Ad eccezione della Lett. IV, vennero tutte scritte o dettate

dall'Ariosto a nome ed anche sotto il titolo di cancelliere della

Strozzi la quale più tardi divenne sua secreta moglie.

[330] Guido Strozzi, figlio di quel Tito e fratello di quell'Ercole de'

quali abbiamo, dalle stampe d'Aldo e del Colineo, un lodato volume di

latine poesie (BAROTTI).

[331] Lorenzo Strozzi fratello di Guido.

[332] Lo stesso Lodovico Ariosto, il quale era stato poco tempo prima a

Venezia col duca Alfonso, come si vedrà nella Lettera seguente.

[333] Intendasi sempre lo stesso Lodovico Ariosto.

[334] L'autografo fa parte della ricca collezione storica ferrarese

del fu mons. can. Giuseppe Antonelli da cui l'ebbi da pubblicare per

la prima volta. Ora la detta collezione venne acquistata a lodevole

corredo della Biblioteca Comunale di Ferrara.

[335] Questa Lettera, è tutta di pugno e locuzione di Alessandra

Strozzi, e per essa si accrescono i dettagli di un fatto importante

ricordato dal BARUFFALDI nella _Vita di Lodovico Ariosto_, Ferrara,

1807, pag. 210.

[336] Cioè: per amore dell'Ariosto.

[337] Pistofilo.

[338] Sedicesima parte di un'oncia.

[339] Dalla Lettera de' 23 luglio 1532 siamo accertati dell'elezione

fatta dal duca di Guido Strozzi in commissario di Romagna, da quella

delli 12 agosto, che ogni dì era lo Strozzi sollecitato a portarsi

al suo governo; da quella de' 20, che aveva già mandato buona parte

innanzi delle sue robe; e da questa de' 25 dicembre abbiamo bastante

ragione per credere che fosse già nell'esercizio del suo commissariato,

se in Lugo (residenza consueta de' commissarii ducali) si trovava la

moglie di lui, e non di passaggio ma di piè fermo, come si argomenta

da quanto si segue a leggere in questa medesima Lettera. E quindi

mi fa maraviglia che il BONOLI, nella sua _Storia di Lugo_, al lib.

3, c. 19, dove registra i commissarii della Romagna, riponga a quel

tempo Scipione Bonléo dal 1530 sino al 1535, e di Guido Strozzi non

faccia menzione, nè prima nè dopo (BAROTTI). — Nell'Archivio di Stato

in Modena lessi io una lettera di Guido Strozzi al duca di Ferrara

datata da Lugo 6 ottobre 1532, che lo mostrava nell'esercizio della sua

carica.

[340] Temo che vi sia sbaglio nell'originale, e che debba dire _madonna

Simona_, moglie di messer Guido Strozzi, di cui nella Lettera del 20

gennaio 1532. La _Leona_ figlia d'Alberto Petrati, fu moglie di Roberto

Strozzi fratello di Tito, che fu il padre di _messer Guido_. Di essa

si parla nella Lettera del 19 gennaio dell'anno suddetto; ed era morta

senza figli circa l'anno 1528 (BAROTTI).

[341] Quattromila Spagnuoli sotto il comando del marchese del Vasto,

acquartierati in Lugo. BONOLI, _Istoria di Lugo_, lib. 3, c. 29

(BAROTTI).

[342] Fu pubblicata la prima volta dal ch. sig. march. G. Campori

nelle citate sue _Notizie per la vita di L. A._, p. 56. Sembrandomi

questa lettera tutta cosa dell'Ariosto, mi rivolsi al cortese direttore

dell'Archivio Gonzaga di Mantova, ove si conserva, per sentire se era

di pugno del poeta; il che essendomi stato confermato, compresa ancora

(a quanto pare) la sottoscrizione, ritengo che il Cardinale dicesse

soltanto all'Ariosto di scrivere in suo nome al Marchese per avere

l'esenzione del dazio della carta, ma che Lodovico ad agevolare il buon

esito della soprabbondante richiesta delle mille risme (sufficienti

altresì per le prevedibili ristampe del poema) ottenesse di esporre

che l'edizione era fatta dal Cardinale. Il quale se veramente ne

avesse sostenuta la spesa, non avrebbe mancato l'Ariosto al dovere

di farlo in più esplicito modo conoscere; e poichè occorse tanto al

cardinale Ippolito quanto al duca Alfonso di regalare alcuni esemplari

del _Furioso_, non sarebbe loro abbisognato di cercarli altrove, nè

l'autore poteva permettere che ne pagassero il prezzo, come venne

accennato a pag. LV della mia Prefazione.

[343] È tratta così manchevole (salvo le parole in corsivo da me

aggiunte in senso probabile) dal codice 9 della Biblioteca particolare

del sig. march. Trivulzio di Milano, e l'ebbi dalla gentilezza del

sig. conte senatore Giulio Porro Lambertenghi, il quale con sua

lettera del 18 novembre 1886 (forse l'ultima ch'egli scrisse essendo

disgraziatamente morto in Fino, provincia di Como, dopo soli quattro

giorni) mi avvertiva che non è autografa, ma copia mandata al marchese

G. G. Trivulzio dal Tomitano, il che pure rilevasi dal _Catalogo dei

codici manoscritti della Trivulziana_ compilato dal Porro (Torino,

Bocca, 1884), pag. 210. — Ed ebbi altresì tratta da copia la seguente

scrittura unita allo stesso codice 9:

«A questo dì di San Michele 1518 io Lodovico Ariosto ho consegnato

a Guido da Guastalla mio lavoratore in San Vidale le infrascritte

bestie buine in socida per anni cinque: a partire in capo di anni 5 il

guadagno per mezzo, et stando il mio capital fermo; et al tempo del

partire avrò a cavare del chioppo altre tante bestie della medesima

sorte et etade ch'io consegno a lui al presente et per il medesimo

capitale ch'io apprecio a lui, che a suo pericolo e spesa le habbia

a custodire et governare secondo li modi et Statuti di Ferrara,

videlicet:

Una vacca bruna stellata, detta _ghirlanda_, con una vedella lattante,

di precio l'una e l'altra di lire tredeci.

Una vacca rossa detta _la rossina_, con uno vedello dietro lattante,

l'una e l'altro di precio lire undeci.

La soprascritta bruna ha fatto un vitello maschio questo Luglio 1519.

La vedella soprascritta c'havea de capitale lire 13, ha fatto un

vitello questo anno del 1521, et essa è morta.»

Il suddetto _Catalogo della Trivulziana_ ricorda inoltre a pag. 211 che

nel codice 577 si contiene una lettera dell'Ariosto, ma questa era già

stata pubblicata e leggesi nel presente vol. a pag. 302.

[344] Dall'Archivio di Stato in Lucca, e favoritami dagli amici Bongi e

Sforza unitamente alla lettera CLVIII, p. 264.

[345] Tratto dal cod. Estense VI, C. 34, e pubblicato da me come

inedito nella seconda edizione di queste _Lettere_, Bologna, 1866.

[346] Questa stanza ommessa sempre ai _Cinque canti_ veniva a togliere

ad essi quella súbita imperfezione che apparve tanto disgustosa ai

successivi editori, da far loro tralasciare anche la stanza seguente.

Credo per altro che la prima fosse avvertitamente soppressa da Virginio

figlio del poeta, che diede questi _Canti_ da stampare ad Antonio

Manuzio, sia perchè in massima parte è conforme alla stanza 45, canto

XL ed ultimo, ediz. 1516 (corrispondente alla 68, canto XLVI, ediz.

1532), sia per mostrarcelo d'un tratto componimento manchevole e non

già una continuazione regolare del _Furioso_. L'Ariosto compose, almeno

in parte, i _Cinque canti_ quand'era Commissario in Garfagnana, 1522-25

(v. Prefaz., p. CXXI), con intendimento di servirsene in una terza

ristampa del suo poema, da condurre in cinquanta canti fino alla rotta

di Roncisvalle, come fu detto da Galasso fratello del poeta; poi ne

dimise il pensiero per attendere unicamente a rivedere e ampliare in

miglior modo il _Furioso_, il quale restò compitissimo colla guarigione

d'Orlando e la morte di Agramante. Il prof. Adolfo Gaspary ha creduto

poter fissare che i _Cinque canti_ rannodavansi al poema colla prima

stanza da me riportata e che li abbandonò per sostituirvi gli ultimi

impedimenti famigliari al matrimonio di Ruggiero con Bradamante

(_Zeitschrift für roman philologie_, III, p. 232); ma non essendo

essi in relazione coi fatti narrati in antecedenza, restano dunque un

tentativo di più vasto lavoro che non ebbe seguito, sebbene l'Ariosto

vi tornasse sopra parecchie volte, come si rileva dalle varie lezioni

che presentano i mss. e che vennero raccolte dal Barotti (Venezia,

1766), dal Molini (Firenze, 1822) e da me (2ª ediz. di Bologna, 1866).

[347] Pubblicato dal ch. CESARE GUASTI nel _Giornale storico degli

Archivi Toscani_. Firenze, 1858, vol. II, p. 139.

Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note · 第 31 / 32 段