ch'ella portò seco venendo a marito, papa Alessandro dette anco
all'illustrissima casa d'Este il dominio di Cento e della Pieve. Oltre
di questo, come si soleva pagare di censo e per ricognizione di Ferrara
alla Sede Apostolica quattro mila scudi l'anno, dedusse il censo a
cento ducati l'anno, col consenso del sacro Collegio de' cardinali.»
BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. V.
[70] Gli diresse un carme latino, e gli fece l'epitaffio in morte.
_Opere minori_, tomo I, pag. 333 e 361. Lodato anche nel _Furioso_,
canto XLII, st. 83.
[71] POMPEO LITTA, _Famiglia d'Este_. — ARIOSTO, _Opere minori_, tomo
I, pag. 361 in nota.
[72] SIMONE FORNARI, _La Sposizione sopra l'Orlando furioso di L.
Ariosto_. Fiorenza, 1549, pag. 690-91. Vedi anche CARDUCCI, _Delle
poesie latine edite e inedite di L. Ariosto_, ed. cit., pag. 192-195; e
CAMPORI, _Notizie di Lod. Ariosto_, pag. 47, in nota.
[73] Girolamo Mugiasca (il Comasco) scriveva da Bologna il 30 giugno
1508 al cardinale Ippolito d'Este: «Della morte del signor Ercole
Strozzi qua se ne parla assai, e la pubblica voce è che la cagione
della morte sua sia stato il signor Alessandro da Sassuolo. Oggi
parlando con uno quale dirò a V. S. a bocca, m'ha detto che ne vien
data imputazione a Mesino del Forno, benchè non gli sia da credere.
Iddio sa la verità!...» (_Arch. di Stato in Modena_).
[74] Al capitolo II.
[75] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. LVIII.
[76] Idem, ivi, cap. XXXVII.
[77] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. XXXIX.
[78] Idem, ivi, cap. XL.
[79] Questa pittura doveva rappresentare il trionfo di Bacco
nell'India, poi sembra che per essere stato un egual soggetto trattato
da altri, si volesse mutare.
[80] Nel maggior travaglio della duchessa venne incaricato un tal Colle
_alias_ Libo d'implorare l'aiuto di Dio con una speciale _pregaria_,
che incomincia: _Oh! creante, e increato_; ed egli riferendo di
averlo fatto prosteso nella sua solitaria camera con fervore e lagrime
infinite, soggiunge che all'ultima sillaba dell'orazione «fu rapito
nel più alto cielo, dove fra le divine e maravigliose cose vide una
cattedra tanto ricca e tanto bella, che lo admirabile suo lavoro cosa
impossibile narrar sarebbe, sopra la quale era questo motto: _locus
Lucretiae_»! (_Arch. di Stato in Modena_).
[81] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. V.
[82] FRIZZI, _Storia di Ferrara_, ediz. cit. T. IV, pag. 263.
[83] GREGOROVIUS, _Lucrezia Borgia, secondo documenti e carteggi
del tempo_. Traduzione dal tedesco di Raffaele Mariano. Firenze, Le
Monnier, 1874, pag. 291, 314-319.
[84] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. XLVIII.
[85] _Antichità Estensi_, tomo II, pag. 323. Il Muratori espone che
si vergognerebbe di riferir cosa cotanto ripugnante al decoro di papa
Leone, e di cui l'animo grande di papa Giulio non sarebbe stato capace,
se il famoso storico Francesco Guicciardini non avesse levato il velo
a tentativo sì enorme. Ma il Guicciardini dice che si cercò solo di
avere a tradimento la porta di castel Tedaldo in Ferrara (come Giulio
II, stando in Bologna, tramò pure di averla), non di far assassinare
il duca. Vedi _Storia d'Italia_, libro XIII, in fine: e ciò sta in
relazione all'ultima parte del processo contro il Gambara.
[86] ARIOSTO, _Satira II_, v. 102.
[87] DANTE, _Purgatorio_, canto XXIV, v. 24.
[88] BON. PISTOFILO, l. c., cap. L.
[89] Abbiamo tre edizioni della Lettera del duca, una di Ferrara e due
di Venezia, di 4 carte in forma di quarto piccolo. La risposta della
corte di Roma impressa in quella città è di carte 20, più altre 4 carte
in fine che contengono la ristampa della Lettera del duca, nel formato
pure di quarto piccolo.
[90] Il Muratori parla della Lettera o Manifesto del duca contro Leone
X, ma sembra che non conoscesse la risposta che vi fece la corte di
Roma. _Antichità Estensi_, tomo II, pag. 326.
[91] Rinaldo Ariosto aveva tre figliuole, Lucrezia e Costanza maritate
ne' conti Antonio e Ruggiero da Bagno, e l'altra per nome Bianca
(oltre ad Ercole naturale che si fece frate minore di S. Francesco),
non aventi diritto alla successione dei beni feudali. La marchesana di
Mantova sentendo che le facoltà libere lasciate dal conte Rinaldo si
trovavano molto scarse, fu sollecita di raccomandare con lettera del
21 luglio 1519 al duca di Ferrara le due sorelle Lucrezia e Costanza
affinchè potessero conseguire il pagamento di due mila scudi che il
padre aveva loro assegnato per dote. — La parentela dei da Bagno cogli
Ariosto prestò occasione al nostro Poeta di indirizzare unitamente al
proprio fratello Alessandro e a Lodovico da Bagno la _Satira II_, e
tanto più che quest'ultimo fu anche cancelliere del cardinal d'Este.
[92] Il Fattor ducale in Ferrara era capo direttore dei beni Camerali
colla presidenza all'economia e contratti privati del principe.
L'amministrazione dei beni Camerali era giudice in causa propria,
e questo privilegio venne conservato altresì in Modena sotto gli
Austro-Estensi finchè durò il loro dominio.
[93] Supplica dei fratelli Ariosto al duca Ercole II, che si vedrà
riportata come ultimo documento sotto il n. XVII.
[94] ARIOSTO, _Opere minori_, tomo I, pag. 307 e 308.
[95] ARIOSTO, _Opere minori_, tomo II, pag. 356, nota 4.
[96] Questa seconda possessione formava forse il miglior beneficio
ecclesiastico fra quelli avuti dal cardinale Ippolito, e che l'Ariosto
fu obbligato di rinunciare, cessando di servirlo.
[97] March. GIUSEPPE CAMPORI, _Notizie inedite di Raffaello d'Urbino_
negli _Atti e Memorie di storia patria_. Modena, 1863, Tom. I, pag.
130: e vi è pure per la prima volta stampata la suddetta lettera del
Paolucci.
[98] ARIOSTO, _Opere minori_, Tom. II, pag. 352.
[99] BARUFFALDI, _Vita di Lod. Ariosto_, pag. 283 e 284.
[100] GUIDO PANCIROLI, _Storia della città di Reggio_, trad. di
Prospero Viani. Reggio, 1846, lib. VII.
[101] E qui pure sarebbe a dire che l'Ariosto poteva in una successiva
rivoltura di cose correr pericolo di veder su lui rinnovata la minaccia
fatta al commissario fiorentino, e andar sommerso nell'acque della
Turrita e del Serchio, a somiglianza di quanto fu detto per l'incarico
avuto presso Giulio II.
[102] ANSELMO MICOTTI, _Descrizione cronologica di Garfagnana_, ms.
presso la Biblioteca Estense di Modena.
[103] Di queste tasse e diritti di somministrazioni di fieno e paglia
per mantenimento di cavalli od altro parlano gli Statuti delle Vicarie
di Garfagnana posseduti nella Biblioteca Estense di Modena; ed un
prospetto levato dagli Statuti di Camporgiano fu pure presentato dal
compianto prof. cav. Olinto Dini alla Deputazione di storia patria
di cui faceva parte (v. _Atti e Memorie_ della Deputazione suddetta.
Modena, 1864, Tom. II, pag. VI). Il celebre Fulvio Testi, che nel 1640
andò governatore di Garfagnana, ha nelle sue Lettere: «chi si diletta
d'aver nette le manine caverà 1300 in 1600 scudi l'anno, computandovi
il certo e l'incerto: chi ha la coscienza più larga si provecchierà
2500 e fors'anche 3000 scudi».
[104] GIROLAMO GAROFOLO, _Vita di Lodovico Ariosto_, che sta in fronte
all'_Orlando furioso_ dell'edizione di Venezia, 1584, colle figure in
rame del Porro.
[105] ARIOSTO, _Opere minori_, Tom. I, pag. 218 a 220, ove l'Ariosto
descrive senza meno il primo viaggio che fece andando al governo di
Garfagnana e non un viaggio posteriore, qualunque sia il tempo in cui
abbia dettata la sua _Elegia_: chè qui la passione è propria del primo
e più forte distacco dalla donna amata, qui scorgesi il pentimento
di aver allora accettato quell'officio, e qui il poeta vien quasi a
dirci che non aveva altra volta veduta la sua residenza di Castelnovo,
figurandosela col pensiero in relazione alla scena che gli stava
dintorno:
«Deh! chi spero io che per sì iniqua strada,
Sì rabbiosa procella d'acqua e venti,
Possa esser degno che a trovar si vada?...
Altre pioggie al coperto, altre tempeste
Di sospiri e di lagrime m'aspetto».
[106] Il sig. cav. Vittorio Della Nave quando venti e più anni sono
tenne l'ufficio di Sottoprefetto in Garfagnana ebbe il lodevole
pensiero di cercare e ricuperare quasi tutte le lettere (andate in
gran parte smarrite) che il duca Alfonso I diresse all'Ariosto durante
il suo commissariato, e ne preparò anche accurata copia in un grosso
e ben ordinato volume con altri documenti relativi alla provincia
medesima prima e dopo quel tempo; volume del quale degnossi ultimamente
far dono gradito alla R. Deputazione modenese di storia patria. Le
lettere scritte dal duca all'Ariosto in Castelnovo dall'8 marzo 1522
al 5 giugno 1525 sono 117, e servono per la maggior parte di risposta
a un centinaio di lettere che si citano mandate dall'Ariosto allo
stesso duca e ai suoi due segretari Pistofilo e Remo. Non essendosi
rinvenuto nell'Archivio di Stato in Modena che una metà circa delle
citate lettere, è dunque da lamentare che l'altra metà andò perduta
nei vari incendi sofferti dall'Archivio Estense in Ferrara. E noi che
conoscevamo soltanto le ultime sedici lettere suddette offerte molti
anni sono alla stessa Deputazione dal ricordato socio prof. Olinto
Dini, non abbiamo potuto abbastanza giovarci delle anteriori perchè
il dono del signor Della Nave arrivò allorchè il testo delle presenti
lettere dell'Ariosto terminavasi di stampare.
[107] Fra le cure del commissariato si assunse anche quella di tenere
i registri di dare ed avere, e nell'Archivio di Stato in Modena
abbiamo un libro di 20 carte in foglio scritto di pugno dell'Ariosto,
e intestato _Conto de' Balestrieri a l'anno MDXXII_. A destra trovasi
il _Dare della Camera ducale dalle Vicarie_ diverse, tassate del
mantenimento proporzionale degli uomini d'arme. I Balestrieri erano 10,
che percepivano L. 1,2 il giorno, e il capitano Giovanni Manara col suo
famiglio L. 2,6 di moneta lunga ferrarese, ossia di marchesini.
[108] Il duca a queste proposte rispondeva il 31 luglio 1523, che
«sarìa troppa gran ruina e crudeltà di bruciare case, tagliare vigne,
minare i campanili, e che i padri fossero tenuti per gli figliuoli»;
ma essendo poco dopo avvenuto l'assassinio della intiera famiglia
dei conti di San Donnino per opera dei Madalena, altra famiglia
potente e rivale dei detti conti, il duca ne provò tale risentimento,
da permettere all'Ariosto di usare ogni giusta severità contro i
delinquenti, con spianare e bruciare ancora le case loro: e gli mandò
a tale effetto un rinforzo di soldati da pagarsi colle confiscazioni e
condannazioni; e quando avesse alcun dubbio in _iure_, si consultasse
col capitano della ragione (Lett. del 13 settembre).
[109] Le relazioni degli Anziani della Repubblica di Lucca col
commissario di Garfagnana furono sempre cordiali; ed anzi racconta il
citato Garofolo, che «occorrendo all'Ariosto per certi particolari del
suo ufficio abboccarsi con uno de' principali gentiluomini di Lucca,
si trasferì secondo l'ordine appuntato tra loro a S. Pellegrino, dove
non pure trovò il gentiluomo, ma molti altri de' primi della terra, che
in compagnia di molte gentildonne, tratti dalla fama del suo valore,
erano concorsi e per vederlo e per onorarlo, e così trattenutolo
ad una onorevolissima abitazione, l'accolsero ad una mensa molto
splendidamente apprestata, facendogli a gara segnalate cortesie, ed
usando verso lui insolite dimostrazioni di amore e di riverenza».
[110] Fra le quattro o cinque gite dell'Ariosto a Ferrara durante il
suo commissariato di Garfagnana, quella che avvenne tra il mese di
marzo e l'aprile del 1523 fu ordinata dal duca, il quale gli scrisse
di recarsi a Ferrara per 15 o 20 giorni a motivo di _certo negotio che
avemo a cuore_, non gravandolo però di molta fretta.
[111] VALENTINO CARLI, _Storie della Garfagnana antica_, libro VI. Ms.
presso la Biblioteca Estense di Modena.
[112] Il Carli ci dà pure poco prima un esempio d'inesattezza storica,
narrando che il capitano Todeschini alla testa di mille soldati Côrsi
tentò alla morte di Leone X impadronirsi della Garfagnana prima che il
duca vi mandasse un suo commissario; che avutosi da lui Camporgiano,
spedì un tamburino a chiedere la resa di Castelnovo; che nell'essere
respinto venne a contesa col capitano Segalara suo compagno d'armi,
restando ferito di una stoccata mortale nel petto; e che fatto
prigioniero dai Castelnovesi morì nel 1522. — Questi fatti avvennero
invece nel movimento fatto in Garfagnana dalle bande nere di Giovanni
de' Medici di cui faceva parte il Todeschino morto il 2 agosto 1524,
come l'Ariosto accenna nelle presenti sue Lettere a pag. 228, 237, 248
e 255.
[113] Abbiamo negli Statuti di Castelnovo, lib. II, cap. 16: «Nel
giorno del mercato pubblico del giovedì, niuno terriero o forestiero
possa esser fatto prigione, nè distenersi, ecc.»
[114] DANIELLO BARTOLI, _Degli uomini e de' fatti della Comp. di Gesù_,
libro I, cap. 26.
[115] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. LVII.
[116] _Vita di Alfonso I_, cap. LIX.
[117] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. LXVI.
[118] Idem, ivi, cap. LXVII.
[119] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. LXXII.
[120] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. LXXIII.
[121] _Archivio storico italiano_, nuova serie. Tomo IX, parte II, pag.
128.
[122] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. LXXIV. Il codice
Antonelli di Ferrara da noi tenuto a confronto, dice: _da uno
archibugiero del papa_; diversità di lezione, la quale offre nuova
prova dell'incertezza che fin d'allora correva sull'uccisore del
Borbone, di che il Cellini nella propria Vita si vantò essere stato
egli stesso.
[123] BON. PISTOFILO, l. c., cap. LXXV.
[124] ANTONIO FRIZZI, _Memorie per la storia di Ferrara_, tomo IV.
[125] Prologo di Gabriele Ariosto alla commedia _La Scolastica_: in
LODOVICO ARIOSTO, _Opere minori_, tomo II, pag. 426-427.
[126] _Vita di Lod. Ariosto_, pag. 207.
[127] LOD. ARIOSTO, _Opere minori_, tomo I, pag. 222-225.
[128] Lo storico Guicciardini ha secondo un ms. de' suoi _Avvertimenti
politici_, che trovasi presso di noi: «Dico che il duca di Ferrara,
che fa mercanzia, in questo non solo fa cosa vergognosa, ma è tiranno,
facendo quel ch'è ufficio de' privati e non suo; e pecca tanto verso
i popoli quanto peccherebbono essi verso lui, volendo intromettersi in
quel ch'è ufficio _solum_ del principe.»
[129] LOD. ARIOSTO, _Opere minori_, tomo II, pag. 353.
[130] UGO FOSCOLO, _Sui poemi narrativi e romanzeschi italiani_,
traduzione dall'inglese del Maggi.
[131] Abbiam veduto come il marchese del Vasto fosse prodigo
all'Ariosto in Correggio del regalo di alcuni oggetti preziosi e di
una pensione vitalizia (_pag. 327_), ond'egli non mancò di encomiarlo
in quest'ultima sua ristampa del _Furioso_: e abbiam anche veduto
quanto il cardinale Ippolito e il duca Alfonso I si mostrassero avari
di questa sorta favori verso colui che li aveva sì altamente celebrati
con tutta l'Estense progenie. Pure il cav. Luigi Lamberti, cui dobbiamo
in gran parte la pubblicazione nel _Poligrafo_ di Milano dell'_Egloga_
del nostro autore, dichiara che «se l'Ariosto non raccolse dal suo
poema quel frutto che a sì squisito lavoro si competeva, ebbe però
alcuna cosa di cui non si fa menzione dagli scrittori della sua vita».
Questa notizia egli la trae da una lettera latina inedita di Paolo
Manuzio, che Santo Fattori vide nell'Archivio di Modena, e diretta al
cardinale Ippolito d'Este al quale il Manuzio (nel 1557) aveva dedicata
la sua opera _De legibus Romanis_, e che dice: «.... Io mi doleva che
il figlio del tuo fratello, giovane di animo prestante, infiammato
dall'amore dell'immortalità per le fole dell'impazzito Orlando
stampate col nome di lui, avesse donato una collana d'oro del valore di
cinquecento scudi; e che tu, uomo cotanto grande, con tante ricchezze e
di sì gran fama, pel libro delle _Romane leggi_, non punto comparabile,
siccome credo, con quelle furie d'Orlando, non avessi mandato a me
neppure un fermaglio di rame.... _Venezia, 1 feb. 1557_». (V. Vita
del Lamberti nelle _Notizie bibliog. in continuaz. della Biblioteca
modenese del Tiraboschi_. Reggio, 1835, Tom. IV, pag. 75, 76). Ma il
Lamberti non s'accorse che qui si parlava del cardinale Ippolito II
d'Este nipote del I, come la data della lettera e della edizione del
libro del Manuzio lo dimostrano: e così è da stabilire che il regalo
che mosse la brutta invidia cadde in vece su Girolamo Ruscelli, il
quale nel 1556 dedicò al principe Don Alfonso d'Este figlio ad Ercole
II una ristampa del Furioso uscita in Venezia pei tipi del Valgrisi
colle figure che si ritengono designate dal pittore Dosso Dossi.
[132] Il FRIZZI nelle sue _Memorie storiche della famiglia Ariosti_
sembra far qualche calcolo di alcuni Rogiti di data assai prossima alla
morte di Lodovico ov'è detto _laureatus poeta_. Questa qualifica la
troviamo data nelle cronache reggiane a Gabriele Malaguzzi padre della
Daria onde nacque l'Ariosto, e nelle cronache ferraresi a Lodovico
Carbone e a Tito Strozzi: il che significa l'essere riconosciuto da
tutti come buon poeta anche senza bisogno di materiale incoronazione.
L'Ariosto poi col suo poema si pose da sè stesso in capo tal serto, che
ben vale quanto quello e più di quello che non potè essergli conferito
dalle mani dell'imperatore.
[133] BON. PISTOFILO, _Vita di Alfonso I_, cap. CII.
[134] BARUFFALDI, _Vita di Lod. Ariosto_, pag. 239-240.
[135] In fine di questo volume, oltre di ristampare un sonetto che
trovammo inedito dell'Ariosto, aggiungiamo sull'appoggio di un ms.
sincrono de' _Cinque canti_ la prima ottava mancante in tutte le
edizioni, ma che in parte è conforme alla st. 68 del XLVI ed ultimo
canto del _Furioso_. Il Barotti sospettò che il canto II fosse scritto
dall'Autore tra il 1516 e il 1520, per quanto dice nell'osservazione
che pose alla st. 52: però sembra che messer Lodovico vi attendesse
assieme agli altri quattro dopo essersi portato al suo commissariato
di Garfagnana (1522-25), poichè nella st. 18 dello stesso canto II
parla del ferro che raccolto nelle montagne di quella provincia veniva
separato in un villaggio, per ciò detto _Forno Volasco_, di cui nota lo
stretto e difficile sentiero da lui senz'altro percorso.
[136] Sono infiniti i miglioramenti di locuzione che l'Ariosto venne
introducendo nel suo poema dopo la prima stampa del 1516: ma anche in
questa noi vediamo _camera_ (che pur è nella commedia _La Cassaria_
tanto in prosa che in versi), _fata, giglio, lancia_, e non una sola
volta _ciambra, fada, ziglio, lanza_ che sempre s'incontrano come
segni più espressi della pronunzia provinciale nel _Rinaldo ardito_.
L'Ariosto che si studiava di mutare: _Si tol la vista_ in _La vista
tolle_ — _trastul_ in _piacer_ — _metal_ in _bronzo_ (III, 67; IV, 22;
XIX, 76), è mai possibile che potesse poi seguitare a dettar versi con
troncamenti di questa fatta: _L'amorosa mia don gran tempo aspetta —
Cui sotto il ceppo ha il col per esser morto — Il fer li pose con tanta
possanza_, ecc. (_Rin. ard._, I, 10 e 5, V, 12)?
Un difensore dell'originalità ariostesca di detto codice comparve da
ultimo nella persona del bibliofilo Paolo Antonio Tosi di Milano, il
quale si mostrò punto dalle nostre osservazioni in contrario, e vi fece
risposta alla sua maniera, che stampò in Busto Arsizio nel 1863, poi in
appendice alla _Bibliografia dei romanzi di cavalleria_, Milano, 1865.
Giova però ricordare che il Tosi era divenuto proprietario di questo
codice, che non trovava un padrone un po' stabile; nè deve quindi far
caso se il libraio sbracciavasi per tener in credito la sua mercanzia.
[137] Queste due morti per indigestione trovano riscontro
nell'epigramma giovanile fatto dall'Ariosto sul cognome Estense e che
abbiamo prodotto a pag. XXI in nota.
[138] _Vita di Alfonso I_, cap. II.
[139] CANTÙ, _Storia universale_, ottava ediz., Tomo IX, pag. 379.
[140] Ms. citato, presso la R. Biblioteca Estense di Modena.
[141] _Archivio storico italiano._ Appendice. Tomo II, pagina 67-68.
[142] _Memorie storiche e documenti sulla città e sull'antico
principato di Carpi, studi e indagini della Commissione municipale di
storia patria e di arti belle di detta città._ Carpi, 1879-80, Vol. II,
p. 12 a 20 e 355.
[143] Sembra che a Nicolò Ariosto cadesse in mente il verso di Dante:
_Io credo ch'ei credette ch'io credesse_ (_Inf._, c. XIII, v. 25).
[144] Invece di _cerchorno extinguerli la luce de li occhi_, il
cardinale corresse di suo pugno la minuta del segretario, temperando
l'enormezza a lui dovuta, con _lo batterono ne li occhi_.
[145] Corretto come sopra con _la causa di questo, per quanto_ ecc.
[146] Corretto come sopra con _a fare tal scandalo. Di che_ ecc.
[147] I due fratelli Alfonso ed Ippolito d'Este erano stati tenuti a
battesimo dalla Repubblica di Venezia.
[148] Questa lettera fu scritta in cifra.
[149] Questa lettera è tutta di pugno del duca Alfonso I.
[150] Obizo Remo segretario del duca.
[151] _Diavolo_, _Gran-diavolo_ e _Terremoto_ erano i nomi dati dal
duca a' suoi più grossi cannoni, oltre la _Giulia_ famosa bombarda;
come si è detto a pag. LVIII, nota 2.
[152] Or sembra che incomincino le esagerazioni.
[153] Non è verosimile che Gianni dopo aver voluto le assicurazioni
dalla bocca stessa del Papa per rendere più efficaci i di lui maneggi,
fosse poi corso a persuadere in senso contrario il capitano Ello.
[154] Anche questo bruciamento di lettere si direbbe essere una
scappatoia ritrovata dal compilatore del Processo.
[155] Il progetto di questa impresa coi mille somieri è ridicolo.
[156] Sarebbe stato della natura di Alfonso I lasciare che il progetto
del Gambara fosse messo in atto per tirar questi nell'agguato e farne
vendetta.
[157] E non mancò infatti il favore che fece verificare fino ai giorni
nostri una sì grande aspettativa, onde quel secolo prese nome di Leone
X.
[158] Quest'importante lettera fu pubblicata per la prima volta dal
signor march. Giuseppe Campori (come si è detto a pag. LXXX, nota 1),
ed è ora riscontrata sull'originale. Le note che abbiam conservate del
lodato editore hanno il contrassegno: (G. C.).
[159] Ercole Rangoni cardinale (G. C.).
[160] Il card. Innocenzo figlio di Franceschetto Cibo e di Maddalena
de' Medici sorella di Leone X (G. C.).
[161] Fra Mariano Fetti laico domenicano che fu successore di Bramante
e antecessore di Sebastiano Veneziano nell'ufficio del piombo.
Costui fu principalissimo giullare della corte di Leone X insieme col
Baraballo, col Querno e simili; ma fu anche in un tempo amico e fautore
degli artisti (G. C.).
[162] Il signor march. Campori lesse: _forami._ — Il _Fanfulla della
domenica_ (n. 4, 24 gennaio 1886), che ristampò in parte questa
lettera, ha: _per mo se foravano._ — E avendo detto più sopra:
«_capreti_ di Fra Mariano», invece di _capreci_, lo riteniamo errore di
stampa.
[163] Figurando la scena dei _Suppositi_ la città di Ferrara, dice che
Ferrara era venuta a Roma sotto fede del card. Cibo (nelle sue stanze)
per non esser da meno di Mantova, ossia di un'altra commedia colla
scena in Mantova, la quale l'anno avanti era stata egualmente portata
a Roma dal card. di Bibiena (per favore e cura di lui). Un giuoco
pressochè eguale di parole è fatto dall'Ariosto anche nei due prologhi
della commedia _Il Negromante_ che ha la scena in Cremona, e da poter
servire alle recite di Roma e Ferrara.
La commedia poi che si accenna recitata in Roma nel 1518
potrebb'essere, fra l'altre, l'_Eutichia_ di Nicola Grasso mantovano,
la quale ha la scena in Mantova e si dice nel Prologo esposta in
diverso luogo (però in un pubblico teatro): commedia che fu stampata
in Roma l'anno 1524, contemporaneamente ai _Suppositi_ in prosa
dell'Ariosto, ed alla _Calandra_ del Bibiena ecc.
[164] Veggasi il Prologo dei _Suppositi_ in prosa ed in versi: ma
sembra che l'Ariosto facesse per la rappresentazione di questa commedia
in Roma un nuovo Prologo in cui si accennasse la gara tra Mantova e
Ferrara e avesse ancora maggiori _bisticci aromatici_ (allusioni men
che oneste) per soddisfare vie più all'umore di Leone X.
[165] Cioè _il card. d'Aragona_ (Vedi _Fanfulla_ cit.)
[166] Uomo del duca d'Urbino (Vedi _Fanfulla_ cit.).
[167] Qui nel _Fanfulla_ è saltata una riga, e perciò il senso resta
interrotto.
[168] Forse Madama Margherita zia di Carlo V, la quale tenne il governo
delle Fiandre dal principio del 1508 al 1º dicembre 1530, nel qual
giorno morì (G. C.).