Magnifico messer Giovanfrancesco mio onorando. Madonna Alessandra non

accetta la vostra scusa, nè per questo vi leva quel nome che v'ha dato

nella sua lettera, per allegar voi d'aver faccende che vi ritengono:

chè a lei pare, e così anco a noi altri, che nessuna, fosse di che

importanza si volesse, vi dovesse più importar di questa. La scusa

che ci proponete che dovria usar vostro suocero, non sarìa accettata

per buona dal signor Duca; perchè già son dieci giorni che va fuor

di casa, e a voler mostrar di esser ricaduto non sarebbe più a tempo.

Sicchè pensate di metter ogni cosa da parte, e di venir più tosto sei

giorni innanzi il 28, che un'ora da poi, sì perchè siete aspettato

e desiderato, sì perchè fate gran danno con la vostra tardanza a

messer Guido; prima appresso al signor Duca, che lo sollecita che vada

all'offizio, e poi perchè, aspettandovi, sta con gran spesa. Chè 'l

genero e la figliuola e figliuolini son venuti da Modona, e l'altro

genero e figliuola son venuti da Carpi; e, fra l'uno e l'altro, vi sono

già parecchi dì alle spalle con presso a venti bocche, senza i cavalli:

e si aspetta anco da Mantova madonna Leonara sua sorella; sicchè a pena

han potuto servar una camera per voi. E più incresce a messer Guido che

tutti stanno incomodi, perchè ha già mandato buona parte innanzi delle

sue robe: in somma, voi avete da venir più tosto oggi, che tardare a

domani.

Gli scuffiotti si sono avuti da Mantova; che sono bellissimi, e son

molto ben piaciuti. Li danari si avranno dal fattor vostro; e si farà,

circa il comprar l'oro, quel ch'è di bisogno. Intanto ella ed io vi

ci raccomandiamo; ma molto più di noi, per quanto mi dice madonna

Alessandra, vi si raccomanda la consorte vostra.

Ferrariae, 20 augusti 1532.

Vostro,

LODOVICO ARIOSTO.

Fuori — _Al molto magnifico quanto fratello onorando Messer

Gianfrancesco Strozzi._

CXCI

AD ISABELLA GONZAGA MARCHESANA DI MANTOVA

Illustrissima ed eccellentissima signora mia osservandissima. Io

mando a Vostra Eccellenza uno delli miei _Orlandi furiosi_,[315] che

avendoli meglio corretti e ampliati di sei canti, e di molte stanze

sparse chi qua chi là pel libro, mi parrebbe molto uscir del debito

mio, s'io, innanzi a tutti gli altri, non ne facessi copia a Vostra

Eccellenza, come a quella che riverisco e adoro, e alla quale so che le

mie composizioni (sieno come si vogliono) essere gratissime sogliono.

Quella si degnerà di accettarlo, insieme col buono animo col quale io

le fo questo picciol dono: in buona grazia della quale mi ricomando

sempre.

Ferrariae, 9 octobris 1532.

Di Vostra Eccellenza

Servitor deditissimo,

LUDOVICO ARIOSTO.

CXCII[316]

A MARGHERITA PALEOLOGA GONZAGA, IN MANTOVA

Ill.ma et eccell.a Signora osserv.ma Essendo io sempre stato

deditissimo servitore dell'Ill.ma casa di Gonzaga, è di necessità che

essendo V. Eccell.a fatta di quella, io sia verso di lei quello che

io sono stato verso gli altri; e perchè quella mi cognosca per suo,

mi è paruto di farle un piccol dono di questo mio libro di _Orlando

furioso_, il quale meglio corretto e ampliato ho fatto ristampare di

novo. Quella sarà per sua benignità contenta di accettarlo per segno

d'un principio di mia servitù ed annumerarmi nel numero de' suoi

servitori; in bona grazia della quale mi raccomando sempre

Di Vostra Ecc.a

Ferrara, 9 ottobre 1532.

Servitore,

LODOVICO ARIOSTO.

CXCIII

AL PRINCIPE GUIDOBALDO FELTRIO DELLA ROVERE

Illustrissimo ed eccellentissimo signor mio. La lettera di Vostra

Eccellenza dì sette del mese passato ho ricevuta molto tardi, perchè

messer Antonio Bucio portatore di essa venendo a Ferrara, non mi

ci trovò, però che più d'un mese son stato col Duca patron mio a

Mantova. Poi ch'io son ritornato, mi ha dato la lettera, e dettomi

a bocca quanto sarebbe il desiderio di V. E. di avere alcuna mia

Comedia che non fosse più stata recitata. Mi ha doluto e duole di non

poter satisfare a quella in cosa di così poca importanza, alla quale

vorrei poter servire con le facultadi e con la vita. Ma sappia V. E.,

ch'io non mi trovo aver fatto se non quattro Comedie, delle quali

due, i _Suppositi_ e la _Cassaria_, rubatemi dalli recitatori, già

vent'anni che fûro rappresentate in Ferrara, andaro con mia grandissima

displicenzia in stampa: poi son circa tre anni che ripigliai la

_Cassaria_, e la mutai quasi tutta e rifeci di nuovo, e l'ampliai ne la

forma che 'l signor Marco Pio ne mandò copia a V. E.; e in questa nuova

forma è stata rappresentata in questa terra, e non altrove. L'altre

due, cioè la _Lena_ ed il _Negromante_, sono state recitate in questa

terra solamente, per quanto io sappia. Altre Comedie non ho. Gli è

vero che già molt'anni ne principiai un'altra, la quale io nomino _I

Studenti_;[317] ma per molte occupazioni non l'ho mai finita; e quando

io l'avessi finita, non la potrei difendere che 'l signor Duca mio

patron ed il signor don Ercole non me la facessino prima recitare in

Ferrara, ch'io ne dessi copia altrove. Sì che V. E. mi abbi scusato

in questo. S'in altra cosa posso servirla, disponga di me come d'un

suo deditissimo servitore. In buona grazia della quale mi raccomando

sempre.

Di Ferrara, agli 17 di decembre 1532.

Di Vostra Eccellenzia

Servitore deditissimo,

LUD. ARIOSTO.

Fuori — _All'Ill.mo Signor mio Obser.mo Signor Guido Baldo Feltro da la

Rovere, Ducale primogenito d'Urbino ecc. — A Pesaro._

LETTERE SCRITTE DA LODOVICO ARIOSTO

A NOME DEL CARDINALE IPPOLITO D'ESTE

I

A BELTRANDO COSTABILI

_in Roma._

Mess. Ludovico delli Ariosti familiare nostro carissimo viene per

certe sue faccende costì, e bisognandoli il favore e aiuto vostro averà

ricorso a voi, e noi riceveremo da voi piacere assai se in quello che

vi richiederà per la giustizia lo favorirete e aiutarete quanto vi serà

possibile; offerendosi noi in maggior cosa per voi: et bene valete.

_Ferrariae,..... maij MDX._[318]

HIPP. CARD. ESTENSIS.

II

AL REV. PADRE....

R. in Cristo P. tamq. Fr. car. Noi amamo grandemente frate _Anselmo_

de' Conti da Padua, sì per le virtù sue, come che suo patre e parenti

suoi son molto nostri, e desideramo fargli ogni piacere: e per questo,

quanto ne sia possibile, lo raccomandamo alla R. Paternità Vostra, che

per amor nostro voglia favorirlo e averlo nel numero de li suoi più

cari, e dove può farli beneficio e onore lo faccia, chè tutto quello

che per amor nostro gli farà avremo tanto grato quanto se in la persona

nostra fusse fatto; e a V. R. Paternità per sempre ci offerimo e

raccomandamo, quae bene valeat.

Ferrariae, X iunij MDXVI.

HIPP. Cardinalis ESTENSIS.

III

AL REV. DON RUFINO BERLINGHIERI, VICARIO NOSTRO

_in Milano._

Ven. nobis car. Noi vi mandiamo qui incluse le copie di due lettere

che Mess. Ludovico ne ricerca che scrivamo, una a voi e l'altra al

Sufraganeo nostro, per utile de la Cancelleria de lo Arcivescovato

nostro di Milano: e perchè noi non vorressimo far cosa contra

giustizia, nè dar causa che persona si dolesse con ragion di noi,

ne è parso, prima che mandiamo le lettere, di mandarvene le copie:

così voi le vederete e ne darete subito avviso se tal lettere seranno

giustificate o non, perchè in questo ci reggeremo secondo la relazione

vostra: et bene valete.

Ferrariae, XXIX novembris MDXVI.

HIPP. S. Luciae in Silice

Diaconus Card. ESTEN.

IV

AL MEDESIMO

Perchè nessuno si intrometta ne le cose che appertengono alla

Cancelleria de lo Arcivescovato nostro di Milano, se non Mess. Paolo

Rena e Mess. Filippo da Calcano, li quali Mess. Ludovico Ariosto

per l'autorità che di questo gli avemo data ha eletti all'officio

di quella,[319] volemo che per nostra parte facciate uno editto, che

nessuno altro notaro, se non li prefati Mess. Paolo e Mess. Filippo o

li sostituti loro, si debbia intromettere in alcun atto appertinente

a ditta Cancellaria, massime di collazioni e di instituzioni di

beneficî ne la città e diocesi di Milano, _sub poena nullitatis actus

et contractus, et ulterius sub poena quinquaginta ducatorum aureorum

auferendorum a quolibet contrafaciente, aplicandorum pro dimidia mensae

nostrae Archiepiscopatus, et pro alia dimidia Cancellariae_, e così voi

ancora avrete a mente di non interponere la vostra autorità in alcuno

contratto, se uno de li prefati Cancellieri non serà rogato de lo

instrumento _iuxta solitum_.

V

AL SUFRAGANEO NOSTRO

_in Milano._

Perchè avemo piacere che li familiari nostri alli quali avemo concessa

la Cancellaria de lo Arcivescovato nostro di Milano ne abbiano quel

maggior profitto che onestamente e per la giustizia se ne può avere,

ne è parso per questo di avvertire la P. V. che dove può far loro

utile, ne farà gran piacere a farlo, e questo serà non lasciando

preterire li tempi che non tenga le ordinazioni solite. Oltra di

questo sappia che non volemo per modo alcuno che ammetta altro notaro

che li Cancellieri nostri, cioè Mess. Paolo Rena e Mess. Filippo da

Calcano, o li sostituti loro. Ancora che reputamo che V. P. non sia per

fare altramente, pur la ne avemo voluta avvisare acciò lo faccia più

volontiera, conoscendo essere così di mente nostra; et bene valete etc.

GRIDE FATTE PUBBLICARE DA LODOVICO ARIOSTO

IN GARFAGNANA[320]

I

CONTRO I RICETTATORI DE' BANDITI

Per parte e comandamento del Magn. e Generoso conte Lud. Ariosto ducal

generale Commissario in Garfagnana, per questa publica presente grida

si notifica a ciascuno uomo particolare di che grado o condizione si

voglia essere o sia, che non ardisca per modo alcuno di ricettare nè

di dì nè di notte, nè dar mangiare nè bere, nè aiuto nè favore in modo

alcuno che si possa dire nè imaginare ad alcun bandito dello Stato

dell'Ill. Sig. Duca nostro, nè con detti banditi andare in compagnia,

nè menarli seco, nè parlar nè stare, nè scrivere nè tôr lettere, nè

praticare in alcun modo con essi, sotto pena di ducati cinquanta per

ogni volta, e per ciascun bandito, da essere applicata per li due

terzi alla Camera Ducale, e l'altro terzo all'accusatore, al quale

con un testimonio degno di fede e con il suo giuramento s'abbia da dar

fede: e chi non averà modo di pagare la detta pena, gli sia commutata

in quattro tratti di corda, e sia obbligato ognuno particolarmente

subito che vederà alcun bandito di andare con prestezza alla chiesa

più prossima, e di sonar la campana a martello, e sia obbligato ogni

Comune, ed ognuno particolarmente di detto Comune che sia atto a portar

armi e verisimilmente possa udire detta campana, di pigliar subito

le sue armi, e seguitar detti banditi, e pigliarli o ammazzarli, e

pigliandoli condurli in le forze dell'officio ordinario, ovvero del

Commissario: e chi mancherà di eseguire questo cascherà in la pena di

ducati venticinque, da essere applicati alla Ducal Camera per li due

terzi, e l'altro terzo all'accusatore, da essere pagati senza dilazione

e termine alcuno; e se alcuna persona non averà modo di pagare, se gli

commuterà questa pena in tre tratti di corda, da esserli data subito,

senz'altra remissione.

Die 27 feb. 1522.[321]

II

CONTRO IL METTER MANO ALL'ARMI IN RISSA

O TUMULTO

Per parte del Mag. Sig. Commiss. Conte Lud. Ariosto ducal Commiss. di

Garfagnana, si fa comandamento che qualunque volta accaderà che in su

la calcinaia, o in altri lochi della terra di Castelnovo si faccia

questione, rissa o tumulto, che nessuno sia ardito di metter mani a

l'arme, se non li balestrieri dello Ill. Sig. nostro, e qualunque serà

trovato con arme inastate o spade o pugnali nudi, caderà subito in pena

di 25 ducati, da essere applicati li due terzi alla Camera Ducale, e un

terzo all'accusatore; e chi non averà modo di pagare, averà tre tratti

di corda.[322]

Die 14 octobris 1522.

III

CONTRO L'ANDARE IN ARMATA SUL FIORENTINO[323]

Desiderando il nostro Ill. Sig. Don Alfonso Duca di Ferrara, Modena e

Reggio, Marchese d'Este e Conte di Rovigo ecc. di vicinar bene con li

eccell. Sig.ri Fiorentini, per questa presente publica grida notifica

e proibisce a ciascun suddito di qualunque condizione si voglia essere

o sia, che non ardisca nè presuma andare ne le terre o lochi delli

prefati eccell. Sig.ri Fiorentini in armata ovver guarnigione, sotto

alcun pretesto o scusa di fazione o parentado o altra causa, nè ardisca

dare alcuna molestia alli sudditi d'essi Sig.ri, altrimenti incorrerà

nell'indignazione e disgrazia di S. E. e in confiscazione di tutti li

suoi beni ecc.

Die ultimo aprilis 1523.

IV

SUL DOVERSI VENDERE IL PANE NELLE BOTTEGHE,

NÈ PORTARLO DIETRO A' VIANDANTI

Da parte ecc. Si fa intendere ad ogni persona che voglia far pan da

vendere, che non abbia a tener fora nè a venderlo in altro loco che

veramente drento dalle porte della terra ovvero su la calcinaria[324]

a loco deputato, e nessuno ardisca di partirsi dalla sua bottega o dal

suo banchetto con pane per andar drieto a' viandanti per vendere, sotto

pena di perder tutto il pane che si troverà aver fora di loco concesso,

ed essere condennato 10 scudi per volta, da essere applicata la metà,

della pena all'inventore, e l'altra metà da esser data per limosina

ecc.

Die 20 iunij 1523.

V

SOPRA L'AMMAZZARE I BANDITI[325]

Perchè nessuno possa pretendere d'ignoranza, per questa presente grida

si replica da parte del Mag. Sig. Commissario generale di Garfagnana,

che ogni bandito o condennato che ammazzi un altro che sia bandito per

omicidio guadagnerà la grazia libera, avendo la pace da' suoi nemici; e

intanto che la pace si praticherà averà un salvo condotto di poter star

nella provincia: e se ammazzerà un bandito, e non fusse esso bandito nè

condennato, guadagnerà la grazia per un ch'esso voglia, purchè non sia

bandito per ribello o per assassino.

Die 3 martii 1524.

VI

CONTRO GIO. MADALENA E NICOLÒ DA PONTECCHIO

BANDITI[326]

Per parte ecc. Si fa comandamento ad ogni persona di che condiziono

voglia essere e sia di questa ducal provincia di Garfagnana, che non

ardisca sotto pena di 50 ducati di dar alloggiamento o recapito o

mangiare o bere a Gio. Madalena da S. Donnino nè a Nicolò di Gaspar da

Pontecchio.

E si notifica a ogni persona che andrà in sua compagnia con arme, e

lor presterà favore contro chi li volesse offendere, cascherà subito in

bando della testa e confiscazione de' suoi beni, e poterà essere morto

senza punizione alcuna.

E da l'altra parte chi ammazzerà li due predetti, cioè Gio. Madalena

e Nicolò da Pontecchio, ovvero li darà presi in mano de l'officio, se

serà bandito guadagnerà la grazia per ogni delitto che avesse fatto,

e quando non fosse bandito poterà cavar un altro di bando e chi più li

piacerà, purchè per altro non sia bandito per ribello o per assassino.

Die decimo martii 1524.

VII

SOPRA L'AMMAZZARE I BANDITI

Volendo l'Ill. ed Ecc. Sig. nostro Don Alfonso Duca di Ferrara,

di Modena[327] e di Reggio, Marchese d'Este e Conte di Rovigo ecc.

provveder che li delitti ed eccessi gravissimi che ogni dì accadeno

in questa sua fedel provincia di Garfagnana per causa delli banditi

che contro la volontà di S. Ecc. ci stanno e abitano con grandissimo

danno de' suoi fedeli sudditi, per questa presente grida conferma

tutto quello che per altre gride da parte di S. Ecc. e del suo Mag.

Commissario altre volte è stato notificato circa tal materia, e

appresso per questa fa intendere ch'ogni bandito che ammazzasse un

altro bandito di questa provincia per omicidio, averà la grazia di sè,

e gli serà perdonato ogni pena in la quale fusse incorso.

Die 14 maij 1524.[328]

VIII

SUL DENUNCIARE IL GRANO CHE SI HA IN CASA

Per parte del Mag. Sig. Commiss, si comanda, sotto pena della disgrazia

di S. Ecc. e di 50 ducati per ciascheduno disobbediente, che tutti

quelli che hanno grano in casa, in poca o assai quantità, che fra il

termine di una _settimana_ lo debbano denunziare a S. S., altrimenti

ecc.

Die prima jan. 1525.

LETTERE SCRITTE DA LODOVICO ARIOSTO

A NOME DI ALESSANDRA BENUCCI VEDOVA STROZZI[329]

I

A LORENZO STROZZI

_in Firenze._

Magnifico M.r Lorenzo mio onorand.o Con mio gran dispiacere mi ha detto

Goro da parte vostra ch'io faccia provisione di mandar a torre mie

figliuole, altrimente voi me le manderete infin qui. Io non so chi vi

mova a dir questo, perchè se quel monasterio ove sono ha mal governo,

la colpa non è mia: e se Tito lor padre vi le messe quando eran più

fanciulle, lo fece contra mia volontà; ma esso poteva sforzare me e

loro insieme, chè sempre io dubitai di questo che ora mi avviene, che

seriano allevate con poco timore e non com'erano state allevate da

me insino a quel dì e siccome io allevai l'altra che qui mi rimase,

la quale poi ho messa per mezzo della Regina di Napoli che sta a

Ferrara in un monasterio in Mantoana, il quale è stato fondato da

Madonna Antonia sorella di detta Regina: e per la bona creanza che

avea avuta quella fanciulla da me, vi andò e vi sta volentieri e ogni

volta ch'i'ho novella di lei ne ho grandissima consolazione. Ma ben

tutto il contrario mi accadde di queste altre due, che sempre ho da

sentire di loro cosa che mi dispiace, e tanto più mi dispiace quanto

vi posso meno pigliar rimedio, chè se io fussi stata più appresso non

arieno l'arroganza di dire e di fare a lor senno come hanno, e molte

volte mi serei transferita a Fiorenza se io avessi possuto; ma parte

il non avere il modo, e parte il non aver compagnia con chi io possa

venir con mio onore, mi ha ritenuta contra la mia volontà: e sarei

venuta con Madonna Costanza Salviata, ma la mia disgrazia volse che

mi trovava in letto inferma, come vi può sua Signoria render vera

testimonianza. Ma se io dovessi ruinarmi di questo poco che mi resta

e venir sola, delibero ogni modo di venir questa prossima quaresima; e

benchè io creda che la mia venuta serà di poco utile perchè hanno già

presa la briglia con li denti e bisognarìa maggior prudenzia e maggior

autorità della mia a reprimer l'audacia nella quale sono infistolite

per il mal governo che hanno avuto: non di meno io farò a loro e a

tutti li altri cognoscere che non hanno da sperar alcuna cosa meglio

per tornare a Ferrara, perchè di quel di suo padre non rimase tanto che

avesse potuto a me e ad essi figliuoli far le spese tutto uno anno. E

perchè Goro mi ha detto ancora che voi e alcuni altri avete opinione

che Tito si ritrovasse gran quantità di denari, Dio volesse che fosse

stato il vero, ch'io non arei patito li disagi che ho patito e patisco

tuttavia, e averei potuto locar meglio la mia brigata che io non ho

fatto e non arei consumato dieci anni del fiore della mia etade, come

ho fatto in viduità, subietta a mille iudicii temerari, come spesso

accade alle povere forastiere che non hanno da sè nè hanno parenti a

chi rivolgersi; ma Mess. Guido Strozza è bonissimo testimonio se io

trovai quantità di denari a Tito, che mentre il poveretto era amalato,

esso ebbe la chiave di ciò che era in casa, e sa che non ci trovò tanti

denari che lo potesse far seppellire senza il suo aiuto, e sa quante

massarizie di casa mi fu forza a vendere se io volsi pagare la cera

della sepoltura e quello che si era tolto dalla speciaria per la sua

infermità; ed esso e Madonna Simona sua mogliere sanno quello che mi

hanno dato e danno tuttavia, chè se essi non fussino non so come avessi

possuto vivere e come allevare la povera famiglia che mi era rimasa:

chè se io avessi avuto da me, non sarei stata così da poco ch'io

avessi voluto andare alla mercede di altri. E perchè mie figliuole non

stimino ch'io abbia tanta roba in casa che vendendola si possan cavare

le doti da maritarle, io mando loro lo inventario di tutto quello

che io mi trovo del loro padre. Ora lo esaminino e veggano se fra

sei che sono, partendo questa roba, se ne può cavare tanto tesoro che

elle si possino maritare o intrare in uno monasterio che lor piaccia

più di questo ove la lor disgrazia e la poca prudenzia del padre le

fece intrare. A quanto Goro mi ha detto, che voi le manderete in qua,

rispondo ch'io credo che Goro abbia detto più che non avea commissione

da voi; pure se vi par vergogna che essendo elle delli Strozzi voi ve

le veggiate in su gli occhi in un monasterio che non ha quel governo

che serìa conveniente, pensate che nè anco questi altri Strozzi da

Ferrara vorranno questa vergogna che serìa molto maggiore della vostra,

che fusson cavate d'un monasterio da Fiorenza e mandate a Ferrara,

perchè tutto il mondo dirìa che per qualche loro gran fallo fusson

rimandate a casa. E messer Guido dice che se voi le manderete, ben

saranno qui delli cavalli da rimandarle indrieto: ma, come ho detto,

non credo che siate per far questo, chè se lo onore di casa vostra vi

move, serà molto più onore a pigliarvi cura, avendo come avete il Papa

parente ed amico, di far metter l'osservanzia, vogliano o non vogliano

quelle monache, e dar loro miglior governo. Questo mi par che serà

più vostro onore che di fare a me questa ingiuria e questo scorno, che

non credo di averlo meritato con voi, nè anco Tito lo meritò che alla

sua memoria poniate questa macchia, nè anco li Strozzi di questa terra

debbono essere in sì poco conto appresso di voi che debbiate lor fare

questo dispiacere. E se mie figliuole seranno renitente ad accettar

la osservanzia o a far alcun'altra opera, ben sono delle carceri e

delli altri modi da castigarle, meglio ora che sono donne fatte che

non sono state castigate da fanciulle. Io vi prego cogli altri Strozzi

insieme che abbiate compassione a queste povere orfane, se bene esse

non cognoschino il suo bene nè il suo male, perchè levandole donde ora

sono, sereste causa che andassino al disonore del mondo. Se voi sapessi

il grado e le necessitadi in ch'io mi trovo avereste a me compassione

ancora; e mi vi raccomando.

In Ferrara, a li 5 di ottobre 1525.

ALESSANDRA STROZZA.

Fuori — _Al Mag.co mio onor.mo Mess. Lorenzo Strozzi, in Firenze._

II

A GIOVANFRANCESCO STROZZI

_in Padova._

Magnifico messer Giovanfrancesco mio onorando. Io ebbi a questo dì una

di V. S., la quale mi è stata cara per intender di quella: ma non che

per sollecitarmi o ricordarmi della vostra cosa mi fosse di bisogno;

perchè io non l'ho meno a côre, che se fosse particolarmente a mio

grande utile, e mai non mi accade occasione di parlarne, ch'io non lo

faccia con quella fede che mi par che mi sia debita. Ma circa questo

non possiamo più stringere messer Guido[330] di quello che voglia

essere stretto; il quale per modo alcuno non vuol che si parli di

maritar quest'ultima figliuola, finchè non si sia disbrigato di quelle

che già ha maritate, e che la Isabella non sia messa nel monasterio:

la quale vi doveva esser posta fin all'Ognissanti passato, e la dote

e le masserizie che le bisognano tutte sono in ordine: ma ella da

quel tempo in qua è sempre stata inferma, e molte volte in pericolo

di morte, e tuttavia sta male: sicch'ella è gran causa che non si può

venire a risoluzione alcuna. Ben questo vi affermo, che negli Strozzi

da Fiorenza non ha disegno alcuno; e, per certe occorrenze, è tanto

mal satisfatto da loro, che non li può sentir nominare. Questo è

quanto vi posso dire. Io ho buona speranza, e questa medesima posso

offerire a voi. Io son sana, Dio grazia. Messer Guido e il conte

Lorenzo[331] piateggiano gagliardamente circa la casa che il scrittor

di questa[332] dice che vi parlò a Venezia: il quale sta bene, ed a V.

S. si raccomanda, e non mancherà di fare il debito suo sempre che verrà

l'occasione. Altro non occorre. A V. S. mi raccomando, e la ringrazio

di quanto mi ha scritto di Tito mio.

Da Ferrara, 22 ianuarii 1531.

Di V. S.,

ALESSANDRA STROZZA.

Fuori — _Al magn. Mess. Giovanfrancesco de' Strozzi, a Padova._

III

AL MEDESIMO

Questa sarà in risposta di tre lettere di V. S.; alle quali, fuorch'una

ch'io le scrissi di villa, non ho possuto risponder prima, perchè

dopo il mio ritorno non sono mai stata ferma, ma andata di qua e di

là, come carnovale. Alla prima, nella quale Ella mi dava commissione

di far fare quelli drappeselli, non potei satisfare, perchè mi fu

data tra via quando io andavo in villa; e non mi trovando io quì, se

ben ci avessi scritto, non avrei possuto far cosa buona: ma tosto

ch'io son ritornata, gli ho fatto fare, e pel primo che m'accada

sufficiente, ve li manderò. Aveva anco ordinato il velo per la Madonna;

ma il cancelliero del signor Alessandro mi ha detto da parte di V. S.

ch'io non lo faccia far più, e terrò li danari per li drappeselli. Il

medesimo che diede la lettera di V. S. al capitano Batistino, la diede

ancora al conte Lorenzo; e perchè ho inteso che 'l conte Lorenzo dice

che non l'ha avuta, sappiate che dice le gran bugie.

Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note · 第 26 / 32 段