che volesseno provvedere, che li uomini di questa ducale provincia
potessino passare, pagando li debiti dazii, con li sali che portano
da Pisa, senza essere ritenuti e molestati costì, sì che noi non
fossimo assediati e fatti restare, per li nostri bisogni e della
montagna subietta allo illustrissimo signore mio, senza sale. V.
S. mi rispuoseno, che sopra di questo farebbeno consiglio e poi mi
avviserebbeno; e perchè fin qui non me n'è stato scritto altro, e il
nostro bisogno si potria fare maggiore, ho voluto con questa replicare,
e pregare V. S. che a ciò diano espedizione, e faccino secondo che
si richiede alli buoni vicini e alla fede e buona amicizia che ha il
mio illustrissimo signore in quelle; in buona grazia delle quali mi
raccomando.
Castelnovi, 28 maii 1523.
LXXV
AI MEDESIMI
_Magnifici etc._ A' dì passati io scrissi a V. S. in raccomandazione
di quello poveretto di Belgrado ritenuto nelle loro forze, e so che dal
mio illustrissimo signore fu loro scritto; e forse a tali preghi quelle
si sono inclinate a non lo fare morire; di che io particolarmente ne
referisco loro grazie. Resta, perchè questi suoi parenti mi dicono che,
quando esso desse sicurtà di non offendere mai alcuno suddito di V. S.,
che esse lo libereriano ancora dalla prigionia; ma perchè la pagarìa
che quelle vorriano che desse è molto grande ed eccede la facoltà di
lui, e perchè esso si trova preso e' non è chi possa fare per lui,
vorrei ancora da quelle grazia di due cose: e così le supplico che
siano contente di concedermele: una, che domandasseno a Belgrado una
pagaria di qualità conveniente al grado suo e che esso potesse dare;
l'altra, che lasciando esso in forza di V. S. uno suo figliuolo per
statico, fusseno contente di lasciarlo, tanto che potesse procurare e
procacciarsi di persone che entrassino in pagarìa per lui. Mi parria
ancora, quando paresse a V. S. che fusse onesto, che poi che esso ha da
promettere di non offendere mai alcuno del dominio di V. S., che esso
ancora per quella via fusse cauteggiato di non essere dalli sudditi di
quelle offeso; chè non saria licito che altri potesse nuocere a lui, ed
esso fosse legato, sì che non si potesse difendere. Pur mi confido in
V. S. che sono giustissime, che non faranno cosa fuori di ragione: in
buona grazia delle quali mi raccomando.
Oggi ho per una di V. S. visto quanto esse mi rispondono circa a quanto
li aveva scritto delli sali, e inteso il pericolo che abbiamo appresso
della peste: non manca nè mancherà premure per farli ogni buona
provvisione. Acconcio verrà a trattare la cosa dei sali con V. S.
Castelnovi, 29 maii 1523.
LXXVI
A MESSER LORENZO PANDOLFINI, POTESTÀ DI BARGA
_Magnifice et clarissime tanquam frater honorande._ Un famiglio qui
de' frati di San Francesco venendo ieri da Lucca, tra nona e vespero,
sul piano di Barga, dove si dice il Sasso di Menante, fu assaltato
da tre; de li quali, uno era di 18 anni in circa con un giubbarello
di pignolato negro stracciato, berretta nera, e con calze da mezza
coscia in giù, verdi; uno di 25 anni in circa, con un giubbone di
pignolato bigio, con calzoni larghi di tela bianca e berretta nera;
l'altro con una barba rossa da orecchie, e con un colletto di coiame;
li quali, prima quel più giovane gli lanciò una partesanella, e gli
ferì un muletto, sopra qual era, ne la groppa assai in profondo; e poi
lo presero, e gli tolsero certo poco di taffetà che portava ad uno di
questa terra e certe altre robe non di molta valuta: e perchè Vostra
Magnificenza, ancora che sia nuova in l'officio, può aver inteso li
assassinamenti che ogni dì si fanno qui d'intorno, nè io sono atto a
provvederli, perchè fatto c'hanno il male si riducono or sul territorio
de' Signori Fiorentini, ora de' Lucchesi; e appresso questi malfattori
vanno le più volte in più compagnia, che non sono li balestrieri ch'io
tengo qui per mia guardia; e per quanto intendo la maggior parte
di questi sono da Somma Cologna e da Barga, che vengono e fanno il
male, e poi fuggono a casa: siccome anco pochi dì sono ch'io scrissi
al precessor di Vostra Magnificenza di uno assassinamento che costì
alla Barca avevan fatto ad un poveretto di questa ducale provincia,
alcuni pur da Barga e da Somma Cologna, che gli tolsero un par di buoi
e una cavalla e panni e denari, e mai di quella mia lettera ho avuto
risposta, con tutto ch'io gli avvisassi il nome di molti di quelli che
s'erano trovati a far tale assassinamento. Ora se a tanti mali non si
piglia riparo, dubito che non solo li viandanti e uomini del paese che
vanno a lavorare fuori non saranno sicuri, ma nè noi ufficiali ancora
saremo sicuri ne le terre e ne le rôcche. A' dì passati feci fare una
grida[256] per parte del mio Ill.mo Signore, che nessuno di questa
ducale provincia, sotto pena de la disgrazia di Sua Eccellenza e de la
confiscazione di tutti li suoi beni, non ardisse di venire in armata
nè altrimente a far danno ne le terre de li eccelsi Signori Fiorentini:
e perchè lo Ill.mo Signor mio mi avea dato questa commissione, pensavo
che la medesima grida fosse stata fatta ne le terre de' prefati eccelsi
Signori. Che la sia o non sia stata fatta non so; so bene che molti di
tutte coteste terre ogni dì vengono in armata, in compagnia d'altri
ribaldi di questo paese, e fanno in questa nostra provincia cose di
mala sorte. Ho voluto fare questo poco preambolo a V. M., acciò che
quando quella sia d'animo che questi tristi si castighino dovunque
si truovino o ne le nostre o ne le vostre terre, e anco de' signori
Lucchesi; che per quanto mi scrivono sono assai bene disposti per
assicurare le strade e il paese; potiamo scrivere l'un l'altro, e dar
buono ordine, acciò che non stiamo qui totalmente inutili. Oggi ho
avuto una di Vostra Magnificenza, per la quale mi raccomanda quella
povera vedova. Io non mancherò di far che 'l Capitano, del quale è
ordinario officio, gli amministri giustizia, remosse le lunghezze e
cavillazioni, e anche io per amor di V. M. mi interporrò per intender
che non le sia fatto torto; e a quella mi offero e raccomando.
Castelnovi, 29 maii 1523.
LUDOVICUS ARIOSTUS
Ducalis Carfignanae Commissarius generalis etc.
LXXVII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici etc._ Messer Giovanni Battista da Sassolo medico, abitante a
Silano, luoco di questa ducale provincia, è creditore di certa sua dote
costì in Lucca: io lo raccomando a V. S., si perchè in ogni loco le
cause delle doti sogliono essere favorevoli, sì ancora perchè li uomini
virtuosi denno essere aiutati da tutti li signori e uomini da bene,
massimamente a cagione essendo forestiero, oltra le predette cause,
merita di essere espedito con celerità; sì che di nuovo lo raccomando a
V. S. Oggi ho avuto risposta dal primogenito dell'illustrissimo signor
mio circa a quanto alla Eccellenza del signor duca io avevo scritto
per la ratificazione della convenzione ch'io feci con il magnifico
commissario di quelle: sua Signoria mi scrive che di giorno in giorno
aspetta il padre che torni da Venezia, e che alle giunte di sua
Eccellenza mi sarà mandata tale ratificazione. E a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 3 iunii (1523).
LXXVIII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici etc._ A questi giorni ebbi una di V. S. in raccomandazione
di alcuni padri di S. Agostino, alli quali sono molestate e rubate
alcune terre da uno Streglia dal Silico; e pare che in quella V. S.
abbino ricordo, che per un'altra mia io permettessi di mandare per
li fratelli di detto Streglia, perchè sodasseno e assecurasseno detti
padri. Quello ch'io scrivessi non so, perchè non servo le copie delle
lettere, e non ho tanta memoria che io mi ricordi tutto quello che
ho fatto. Potria essere che io avessi scritto; ma s'io scrissi così,
fu mio errore, perchè sono pochi delli detti fratelli che non siano
banditi o condennati: e s'io potessi averli in le mani, averei da
castigarli di maggiore fallo che di questo; ma essi sono più forti in
questo paese che non sono io. È vero che io ne ho uno in prigione,
il quale, quantunque io non creda che sia buono, pure è il manco
cattivo delli altri. Se li detti padri manderanno o costituiranno
in questa terra uno per loro, io manderò uno comandamento a questi
fratelli che non debbino molestare sotto qualunque pena dette terre:
se compariranno, saria ben fatto che fusse qui chi dicesse la ragione
delli frati; e di ragione non mancherò loro, purchè la forza non
possa più che la ragione: ma se V. S. vorranno aiutare questi padri,
li potranno aiutare con fatti, dandomi un giorno modo di avere questi
ribaldi nelle mani; altramente la ragione si potrà dire ma non fare,
nè solo in le terre di questa ducale provincia, ma anche in quelle di
V. S.; chè d'ogni cosa mi paiono li assassini signori, e non il mio
illustrissimo, nè voi magnifici signori: in buona grazia delli quali mi
raccomando sempre.
Castelnovi, 4 iunii 1523.
LXXIX
AI MEDESIMI
_Magnifici etc._ Prego di nuovo V. S. che siano contente di fare
rilassare quello povero uomo dalle Fabriche, che ad istanza delli
uomini di Gello è stato costì a Lucca ritenuto per le 15 lire ch'essi
pretendono di dovere avere ogni anno da quel comune delle Fabriche,
secondo la stima che messer Piero Antonio da Mercatello, per la parte
dello illustrissimo duca Ercole di bona memoria, diede insieme col
commissario di V. S.; e perchè, come per una copia di una lettera
dello illustrissimo signore presente quelle hanno potuto vedere, che
sua Eccellenza non si contenta di tale stima, io ne avevo scritto
a quella, e circa a questo mi significasse come io mi avessi a
governare, e perchè dal figlio e da chi è rimaso in suo loco mi è fatto
intendere, che di tal cosa fino alla tornata di sua Eccellenza non si
ponno risolvere, la quale tornata non sarà ancora fra X giorni, e mi
commetteno ch'io preghi V. S. che faccino rilassare il prigione; perchè
mi certificano che sua Eccellenza alla sua tornata ne scriverà a V. S.,
nè si partirà dalle cose oneste e dal dovere, e si rendeno certi che V.
S. e sua Eccellenza rimarrete d'accordio: pertanto io replico questa
e prego di nuovo quelle, che faccino rilassare il detto prigione, e
amicabilmente e non per via di represaglia vogliano vedere e difendere
le loro ragioni e delli loro uomini, acciò che non diano materia alli
nostri di difendersi per le vie medesime; perchè quando li nostri
facesseno qualche cosa simile, so che dispiacerebbe allo illustrissimo
mio signore: pure non potria fare che non fusse fatto. Io, che sono
servitore di quelle, vorrei vedere che tali differenze fusseno trattate
più presto per amore che per violenza e ingiuria. Alle quali mi
raccomando.
Castelnovi, 5 iunii 1523.
LXXX
A MESSER NICCOLÒ RUCELLAI,
CAPITANO E COMMISSARIO DI PIETRA SANTA
_Magnifice tamquam frater honorandissime._ Gli uomini di Vagli m'hanno
riferito Vostra Signoria essere al tempo constituito ritrovatasi
sul luogo de la differenza, di che mi son maravigliato; chè la causa
che aveva ritenuto me, pensavo ed ero certo che dovesse anco avere
ritenuto lei; imperò che domenica montai a cavallo, che poteva essere
circa 19 ore, per andare quella sera a Vagli, ch'altrimente non potevo
ritrovarmi il dì del luni constituito, sul fatto. Ed essendomi già
mosso, si levò un tempo tanto orribile di tuoni, e con sì gran pioggia,
che son molt'anni che non se ne vide la pare, che durò tutto il giorno
senza mai allentarsi, e piovè la notte e la mattina seguente. Io
stavo pur aspettando che 'l tempo si richiarasse per venire, perchè
la via di qui a Vagli è di sorte, che per il miglior tempo del mondo
avrò fatica a venirvi, se non a piedi. E quando mi volsi movere, mi
vennero incontra alcuni, che mi dissero che V. S. era già stata su la
differenza, e ch'io venirei indarno. Io me ne maravigliai, che sì male
tempo fusse stato dal canto nostro, e che verso Pietra Santa non fosse
stato il simile, perchè se fosse stato tale, saria stato impossibile il
venire per Vostra Signoria, come fu per me. M'incresce che V. S. abbia
avuto tal disconcio, e poi sia venuta indarno: m'incresce appresso
d'avere inteso che Vostra Signoria sia venuta con tanta gente, con
scoppettieri in buon numero; chè mi pare, essendo così, che più presto
fosse venuta per combattere, che per terminare con giustizia ed equità
le contese di questi sudditi. E più me ne par strano, quando Vostra
Signoria mi scrisse ch'io volessi venire con poca gente, che in verità
venendo io, non menavo meco oltra dieci o XV persone. Poichè siamo qui
che io non son venuto, e anco al presente non è più d'importanza di
venire, che un'altra volta, che _omnino_, per quello ch'io intendo,
la pastura di quelli luoghi ora fin a settembre tocca agli uomini de
la Cappella; io non venirò più ora, ma ne darò avviso al mio Ill.mo
Signore, il quale forse mi farà un mandato di potere tutto quello ch'io
farò, fare rato e fermo: e forse anco farà elezione di qualche persona
che gli paia più sufficente in questo di me, che non son dottore, come
Vostra Signoria, nè anco ho copia di dottori in Grafagnana da potere
menar meco, come intendo che Vostra Signoria ha in Pietra Santa. Ma mi
pare anco, che oltra la dottrina, quelli di Pietra Santa vogliano far
di forza, non avendo voluto restituire le bestie a questi poveromini
di Vagli; chè ancora che io non sia dottore, pur mi pare che la equità
nol comporti; perchè, mentre la cosa sta in differenza, non dovrebbono
volere star per forza in possessione. Io prego Vostra Signoria per
singulare piacere, e come mio particulare comodo, che sia contenta di
far restituire a questi di Vagli le lor bestie, offerendomi io _versa
vice_ per amor di Vostra Signoria, e in specie per ogni uomo di Pietra
Santa compensare questa cortesia in maggiore cosa, dova accada ch'io
li possa gratificare; e per me non mancherà, scrivendo al mio Ill.mo
Signore, di operare perchè tal cosa, o per mio mezzo o per altrui,
pigli buono assetto: e a V. S. mi offro e raccomando.[257] Castelnovi,
9 iunii 1523.
LXXXI
AL DUCA DI FERRARA
Ill. ed Ecc. Signor mio. Il Moro di Pellegrin dal Sillico è stato ed
è in prigione, come sa V. Ecc.: la principal causa perchè io 'l presi
fu per far satisfare questi poveri uomini di Cicerana de li denari in
che per aver patito che li banditi fossino stati ne lor terra, erano
stati condennati, e parendomi che se li uomini di detto Comune erano
incorsi in pena per non aver proibito che li banditi stessino in la lor
terra, maggiormente doveva essere condennato questo Moro, che li aveva
sempre tenuti in casa, mangiato e bevuto, e andato e stato tuttavia in
lor compagnia; che per ciascun di questi capi, secondo la mia grida,
di che a Mess. Obizo[258] mandai la copia, si doveva condennare. Poi
che questo Moro è stato in prigione, non è mai apertamente comparso
alcun di Cicerana a dolersi di lui, e questo per le minaccie che son
lor fatte da Giulianetto e altri fratelli del Moro e da altri banditi,
che pur senza alcun timore di V. S. stanno in Cicerana, e anco da li
fautori c'hanno questi di Pellegrino dal Sillico in questa terra; e
fin qui non è mai stato uomo di quello Comune ardito di presentare al
Capitano, a cui la causa è commessa, uno rescritto c'hanno da V. Ecc.,
che sieno gravati _realiter et personaliter_ il Moro e il fratello
ad ogni danno e interesse che, per aver essi fratelli ricettati li
banditi e assassini, essi di Cicerana abbiano patito. È ben vero che
molte volte sono a uno e a due venuti segretamente a pregarmi ch'io
li aiuti, e a farmi intendere li rispetti che li ritengono di fare le
debite querele, e che quella terra è giunta a tanta tirannide e a tanta
paura di questi ribaldi, massimamente di quel fratello del Moro detto
Giulianetto, che li batte, ferisce, ruba, sforza e minaccia, ch'alfin
sarà lor forza di abbandonar le lor case e andarsene dispersi pel
mondo. Io mosso a pietà di loro, e pel debito c'ho verso la giustizia,
ho molte volte pregato il Capitano qui che condanni il Moro siccome
ricettatore de' banditi a pagare e satisfare il detto Comune di quello
ch'esso per cagion del Moro e del fratello ha patito: esso Capitano
non l'ha mai voluto fare, e rispostomi che 'l Moro non può essere
condennato per aver ricettato banditi, _cum sit_ che dinanzi da sè
è provato per testimoni che di tal recezione il Moro non ha colpa,
ma che avendo la casa comune col fratello non ha potuto vietare al
fratello di non far de la sua parte quello ch'egli ha voluto, e che
gli è stato il fratello Giulianetto e non esso che ha dato ricetto a'
banditi. Io ho replicato al Capitano, che se per questo capo pur non
lo può condennare, perchè non lo condanna per avere mangiato e bevuto
con loro, parlato, conversato e menatoli seco in Lombardia e altrove,
che per ciascun di questi capi, secondo la mia grida, debbe essere
condennato? Mi risolve che non vuol farlo, e che l'ha condennato quello
che è stato conveniente. Ultimamente con comandamento penale ho fatto
che li uomini di Cicerana m'hanno esibita quella lor supplicazione
col rescritto di V. Ecc., nel quale è commesso al Capitano come
Commissario, che faccia che da questo Moro e dal fratello Giulianetto,
li quali sempre hanno in lor casa dato ricetto a' banditi, sia del
patito danno per lor causa satisfatto il Comune di Cicerana, e questa
supplicazione in presenza del Notaro e con testimonî ho data al
Capitano, e fattoli instanza in nome del Comune di Cicerana (del quale
in questo caso mi par conveniente ch'io sia procuratore) che eseguisca
quanto in essa supplicazione si contiene. Per questo il Capitano non si
è voluto muovere dal suo passo, ma risponde, che se quelli di Cicerana
vorranno ragione, bisognerà ch'essi siano quelli che si scoprano e
che la domandano; e per questo son venuto in sospetto, che a' preghi
e contemplazioni di qualcuno esso Capitano tenga questa via, acciò
che 'l Moro vada esente, e che quelli di Cicerana restino nel danno;
e che se bene ha condennato il Moro ne la confiscazione de li suoi
beni, e ne la disgrazia di V. Ecc. per essere ito in Lombardia in aiuto
d'una delle parti, contro la grida ch'io feci fare in nome di V. Ecc.,
forse si persuada (volendolo aiutare) che di questo troverà più presto
remissione e perdono da V. Ecc. che non farebbe del danno che per sua
causa hanno patito gli uomini di Cicerana. Del tutto ho voluto avvisare
quella, acciocchè andando le cose come si vogliano, non creda mai
che di mia volontà la giustizia, la equità e la misericordia, dove si
conviene, non abbia luogo: ed in sua buona grazia mi raccomando sempre.
Castelnovi, XV iunii 1523.
LXXXII
AL MEDESIMO
Ill. ed Ecc. Signor mio. Per un'altra mia ho avvisato V. Ecc. de
l'assassinamento fatto d'una grandissima quantità di bestie minute e
grosse da alcuni fanti che stanno a Frassinoro, in favore di Mess.
Gian Giacomo Cantello. A lui io scrissi subito, e questa Comunità
scrisse, nè ancora n'ho avuto risposta. Poi questi uomini a chi son
state levate le bestie sono iti per ricuperarle, e sono iti indarno,
come a bocca il latore di questa potrà riferire. Questi uomini subito
han fatto ripresaglia di X muli di alcuni che sono da Castelnovo di
Reggiana e sono per farla di quante robe di Lombardi passeranno di qui.
Io gli ho ammoniti a non far ripresaglie, se prima non ricorrono a V.
Ecc., la quale o li aiuterà scrivendo di sorte a Mess. Gian Giacomo
e a Domenico di Amorotto che le bestie saranno restituite, o vero li
consiglierà quello c'hanno a fare; e per questo mandano: ma non li
ho potuto persuadere che restituiscano li muli; pur ho fatto che li
porranno in man mia. Domani tutta la Vicarìa è chiamata a Consiglio
per far provvisione, che quando per amor non possan riavere il suo,
di rivalersi per qualche via. Io dubito che non si attacchi qualche
gran discordia tra Lombardi e questi Toschi, e che cominciando questi
Grafagnini qualche impresa, e poi (come son di natura non troppo
valenti e mal d'accordo insieme) non la sostenendo, diano materia alli
Lombardi di passar di qua, e ridurre questa provincia ne li termini
che è il Frignano. Non mancherà per me finchè 'l male è fresco di
rimediare; ma senza l'aiuto e consiglio di V. S. non mi dà l'animo di
farlo. In bona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 20 iunii 1523.
LXXXIII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici etc._ V. S. avranno inteso quello che in su l'Alpe di S.
Peregrino, territorio di V. S., per li uomini parte della montagna di
Modena e parte di Reggio è stato fatto a danno di molti poveri uomini
di questa provincia di Garfagnana. Io ne ho subito dato avviso al mio
illustrissimo signore;[259] quello che sua Eccellenza farà non so.
Mi è parso anco di scriverne a V. S., le quali per essere più vicine
e per questo forse più preste a rimediare, ci piglieranno qualche
provvisione, che non ci so pigliare io, che per essere lontano dal
mio signore, tardi del suo aiuto mi posso valere. Ancora che a me non
stia di consigliare quelle, pure mi pare che non saria fuor di bisogno
di querelarsene e con la Santità di N. S., con li signori Fiorentini
_et etiam_ con il duca mio, e tutti insieme provvedere a tanti mali
che ogni dì ci moltiplicano; di modo che di tutte queste montagne li
assassini e uomini di mala condizione sono signori, e non il Papa, nè i
Fiorentini, nè il mio signore, nè V. S.: in buona grazia delle quali mi
raccomando.
Castelnovi, 20 iunii 1523.
LXXXIV
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi_. Oggi ho avuto
la ratificazione autentica dallo illustrissimo signor mio circa a
quanto il magnifico Commissario di V. S. e io rimanemmo d'accordio per
provvedere alle violenze, assassinamenti e omicidii e altri delitti
che sono fatti in questa Garfagnana; e così la mando a quelle, e le
prego e supplico che così come l'ordine è buono, così anco si ponghi
ad effetto, e che ormai si li dia tal principio, che si possi sperare
che abbi a succedere in meglio. A' dì passati io credo che io avvisassi
V. S. ch'alla Barca, sul suo territorio, fu assassinato uno nostro da
Corfino detto Bartolino, e li fu tolto un paro di buoi, una cavalla,
li panni del dosso e denari in buona somma secondo il grado dell'uomo:
li assassini furno di Barga e Sommocolognora _et etiam_ delle terre
di V. S., secondo che mi riferì colui che patì il danno. Poi sono
circa 4 o sei dì che sul nostro, fra Cascio e questo di Castelnovo,
furono assassinati alcuni da Minucciano e di altri luoghi sudditi
di V. S.; e per quanto il sostituto del vicario di Minucciano mi
scrive, il malfattore fu uno nostro da Camporeggiano, ma bandito, e
nulla ha di roba. Questa mattina mi è venuto a far querela uno nostro
da Reggio, che quelli della Barca in persona l'hanno assassinato,
toltoli alcune some che conduceva di grano e altre robe, e feritolo;
or io ho veduta la ferita. Io credo di udire anco questa sera qualche
altro delitto, e domani un altro, e l'altro dì uno altro, e ogni
giorno, non vi si facendo altra provvisione. Io prego V. S. che mi
voglino aiutare a rimediarci, cioè che per qualche giorno mandino
il suo bargello per stare a Gallicano, che egli da un lato e li miei
balestrieri da un altro vedremo o di pigliarli o di fare loro tal paura
che abbandonino l'impresa. Lo illustrissimo mio signore n'ha scritto
a' signori Fiorentini, e il capitano di Barga mi ha avvisato che la
intenzione de' suoi signori è di provvederci ogni modo, e che esso ne
ha strettissima commissione: pure io non ne vedo esecuzione alcuna. Se
V. S. si degnasseno, appresso quello che ho scritto io, di chiamare in
questa unione li signori Fiorentini ancora, e sollicitarli, instigarli
e spronarli, non credo che potesse se non giovare. Io ricordo quello
che mi occorre; V. S. prudentissime faranno quel che loro parrà il
meglio, chè pure che si facci qualche buona opera, o per una via o
per una altra, io mi chiamerò satisfatto: sopratutto le supplico, che
il delitto di questi della Barca, che sono persone che molto bene si
potranno avere a casa loro, non si lasci impunito. Costui che dice
essere stato rubato, si offerisce di stare con essi al paragone. Se in
questo mezzo mi capiteranno nelle forze, che vengano a Castelnuovo, io
farò il mio debito. A V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 6 iulii 1523.
A questa sarà alligato lo instrumento della ratificazione dello
illustrissimo signor mio: ora da V. S. aspetto la loro ratificazione
similmente autentica.
LXXXV
AI MEDESIMI