ponno a suo piacere mandare il suo commissario, che dal canto mio serò
sempre apparecchiato a riceverlo con quella riverenza che è mio debito:
in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, ultimo aprilis 1523.
Di V. S.
Obsequiosissimo
LUDOVICO ARIOSTO.
LXIV
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Peregrino esibitore
presente, il quale abita a Corfino, terra di questa ducale provincia,
si duole che tornando da Pisa con le sue bestie cariche di sale, li
sono state ritenute a Lucca, e non li è stato detto la causa; e da
martedì in qua non ha potuto avere licenza di partirsi, nè sapere
perchè sia ritenuto: è ricorso a me, acciò che io lo raccomandi a V.
S. che almeno possa intendere per che causa li sia fatto questo, acciò
che, dicendo la ragione sua, si possi discolpare di quanto è imputato.
Io lo raccomando a V. S., che non li lascino fare torto; e più presto,
quando abbi fallato, li usino clemenza e misericordia. E in buona
grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, ultimo aprilis 1523.
LXV
AL DUCA DI FERRARA
Ill.mo et Ecc.mo Signor mio. Circa a quanto V.a S.ria mi scrive, che
non le pare che s'abbiano a far quelli fanti nè quelli battaglioni,
mi rimetto al miglior parere di quella: mi pare però strano che li
forestieri vengano con li banditi di questa provincia in ottanta e in
cento ad ardere e amazzare e saccheggiare il paese, e non sia modo di
risponderli. S'io m'avessi saputo imaginare meglior rimedio io l'averei
proposto. Circa il porre quella taglia, mi par d'aver scritto che in
quel consiglio di Camporeggiano non solo non fu concluso di porla, ma
nè anco fu permesso che si ponesse a partito, e che quando io mandai
per torre le fave, tutti _catervatim_ si levaron di consiglio, ma che
gli Otto che mi sedevano più appresso mi dissero che io _authoritate
propria_ la mettessi, e che poi io la facessi pagare alla sua Vicarìa,
_licet_ la maggior parte repugnasse poi; e mi dissero appresso che
sarìa buono ch'io avessi di questo una commissione da V.a Ecc.a
acciò che gagliardamente io la potessi eseguire, sicchè mi parrebbe
che fosse buono che V.a Ecc.a mi commettesse per una sua che per una
grida da parte sua io mettessi taglia di dieci ducati sopra ciascuno
di questi banditi che sono stati assassini, e che poi io la facessi
pagare comunamente a tutta questa provincia, _cum sit_ che non debbano
aggravarsine essendo per tornare in tanto utile loro quanto sarebbe
estirpando questi ribaldi del paese. Io son ben certo che ancora che
quelli Otto mi dicessino così, che serà fatica che lo vogliano fare
e verranno a querelarsine a Ferrara. Io avevo proposto di far li
battaglioni a questo effetto, che quando accade simile cosa, che forse
è per accadere più presto e più spesso che V.a Ecc.a non pensa, e che
montando io a cavallo per obstarli, avessi subito chi mi seguisse, chè
mentre io comando li Comuni che mi vengan dietro, l'un guarda l'altro,
e chi dice che non ha armi e chi trova altra scusa, e se pur vengono,
la cosa va in lungo di modo che li banditi han tempo di far li lor
disegni e di partirsi a salvamento. S'anco quando tali cose accadono
voglio ricorrere per aiuto dal Commissario di Sestola, non può la
venuta esser sì presta nè sì segreta che i banditi non abbian tempo di
far ciò che vogliono. Quando io non avessi dubitato di errare, averei
avuto il modo di pigliare o di tagliare a pezzi tutti questi ribaldi e
la sua compagnia, imperò che Domenico di Amorotto m'ha fatto per sue
lettere intendere che ogni volta che costoro si riducano o a Dallo o
a Pontecchio dove è il lor nido, io lo avvisi e gli dia termine dui
o tre dì, che verrà con trecento compagni lor da un canto, sì che con
ogni poco di gente con che io mi movessi dall'altro canto, sarei atto
a amazzarli o farli dare in mano del lor nimico che li amazzasse.
Io ho accettato la profferta e risposto che quando sia il tempo lo
avviserò: pur non lo farei senza saputa e commissione di V.a Ecc.a, nè
mi parrebbe male, quando non si può fare altrimenti, d'imitar Cristo
che disse _de inimicis meis cum inimicis meis vendicabo me_; avvenga
ch'io non abbia Domenico per inimico di quella, se alle lettere sue si
può dar fede, che mi scrive che per V.a Ecc.a è per porre la roba e la
vita propria. Supplico quella che circa questo mi risponda acciò che
tornando questi ladroni o che io non perdessi tanta occasione quanta
sarìa di pigliarli o d'amazzarli, o che io credendo di far bene non
facessi cosa contro la volontà di quella.
Se non fosse che pur ho speranza o per una via o per un'altra di avere
di questi ribaldi alcuno nelle mani, già avrei mandato a torre quelli
cavalli e fanti che sono in Frignano e avrei fatto ardere e spianare
le lor case; ma perchè questa vendetta contro le case si può fare da
ogni tempo, mi pare che sia meglio attendere e far ogni pruova d'aver
li banditi o alcun di essi in mano. E m'è dato intenzione per certe
spie c'ho messo che n'averò qualcuno. Io attenderò qualche giorno e
poi manderò a chiamare quelli cavalli e farò quanto da V.a Ecc.a ho in
commissione; ma non so però quanto tempo li detti cavalli sieno per
stare in Frignano, che già non vorrei mentre ch'io diferisco a farli
venire da questa parte fossino richiamati a Ferrara, e quando io li
volessi poi che mi fossino lontani: per questo mi parria ben fatto
che se non avessino più da fare in Frignano, che quando fossino per
tornare a Ferrara più presto venissero a stare qualche giorno in questa
provincia al medesimo modo che stanno in Frignano: pur mi rimetto al
parer di V.a Ecc.a
Circa a quanto quella mi commette, che io non condanni questi Comuni
c'hanno dato ricapito alli banditi secondo che meritano in effetto;
che se li nostri balestrieri vanno da luogo a luogo non gli dariano un
boccal di vino, nè pur un'abbracciata di paglia, e alli banditi portano
incontro la vittovaglia senza esser richiesti; io farò quanto V.a
Ecc.a mi commette da qui innanzi, ma la commissione è giunta tardi per
quelli del Poggio che già ho condennati 200 ducati per non avere voluto
seguitare il Capitano de li balestrieri: pur la condennagione non è a
libro, la qual ho fatta grande sì per terrore degli altri sì anco per
più facilmente indurli a pagar il cavallo del balestriero: e sebben
gli avessi condennati, non era però ch'io non credessi che V.a Ecc.a
avesse loro a far grazia, ma fra tutti almeno erano buoni senza molta
contradizione a pagare il cavallo e l'interesse del Capitano ferito,
chè se V.a Ecc.a permette che questo povero balestriero resti in danno,
tutti gli altri si faranno restii di andare in luogo dove siano a risco
di perdere, e questi villani si faranno ogni dì più insolenti.
Circa a quel prete che V.a Ecc.a mi commette ch'io lo rimetta al
Vescovo, la mia lettera non è stata ben intesa. Sappia V.a Ecc.a che
questa provincia di Grafagnana è subietta _in spiritualibus_ a dui
Vescovi: la Vicarìa di Castelnovo e di Trassilico al Vescovo di Lucca,
quella di Camporeggiano al Vescovo di Luna; e perchè, come altre volte
credo aver scritto, li peggiori e li più parziali di questo paese sono
li preti, essendo io a questi giorni a Ferrara, procurai d'aver lettere
di V.a Sig.ria l'una direttiva a l'un Vescovo e l'altra a l'altro. Quel
di Lucca si è trovato essere a Milano e ancora non ho avuto risposta,
quel di Luna rispose la lettera che ha veduto V.a Ecc.a Al qual Vescovo
di Luna non mi accade al presente di rimetterli alcun prete ne le
mani perchè non ho alcuno ne la sua diocesi che abbia fallito; ma in
_omnem eventum_ gli avevo domandato quella potestade perchè non può
star troppo a scoprirsene qualcheuno. Quel prete Job figliuolo di Ser
Evangelista, del quale mi son doluto con V.a Ecc.a,[248] che senza
aver fatto pace con le donne offese voleva sotto questa ombra di esser
prete star in questa terra, è subietto al Vescovo di Lucca, e lui non
ho a chi rimettere perchè il Vescovo non c'è: il suo Vicario credo ci
sia, ma della ragione che faranno, senza farne altra pruova, ne sono
chiarissimo, che già ho l'esempio di quello che fu fatto a prete Matteo
ch'io rimessi lor nelle mani, il quale aveva ferito uno officiale di
V.a Ecc.a e fatto omicidii e mille altri delitti e non fu pur messo
in prigione. Io voglio di nuovo pur dire anco quattro parole circa
questo prete Job, poi V.a Ecc.a terminerà quello che le parrà. Credo
che sia stato fatto intendere a quella che ha fatto ingiuria a una
puttana, e per questo paia che sia cosa da passarsene leggiermente.
V.a Sig.ria intenda che la violenza c'hanno patite queste donne si
arreca fra gli altri a grandissima ingiuria uno cittadino qui detto
Acconcio delli più ricchi e di più parentado e di più credito di questo
luogo, imperò ch'esso, a parlar chiaramente è innamorato in questa
giovine e l'ha segretamente a suo comando, e di questa cosa era per
farne dimostrazione di mala sorte, e tanto più che lui è di fazione
contraria a ser Evangelista e le inimicizie e parti di questa terra
cominciaro fra queste due case e il detto Acconcio reputa per suo
dispetto, più che per altra causa, quelle donne sieno state violentate
e battute....[249]
Castelnovi, 2 maii 1523.
LXVI
AL MEDESIMO
Ill.mo ed Ecc.mo Signor mio. Per altre mie V.a Ecc.a avrà inteso
la causa che mi fa soprassedere a non ardere e spianare le case di
questi banditi assassini, chè pur vorrei far prima ogni possibile
opera d'averli nelle mani. Tre se ne truovano, per quanto mi è
detto, a casa sua a Pontecchio, che vi stanno assai sicuramente, con
speranza di avere da V.a Ecc.a il salvo condotto, che per la Vicarìa
di Camporeggiano intendo hanno fatto domandare. Questi mi è dato
intenzione di darmi presi, avvenga ch'io non creda ad uomo di questo
paese cosa che mi prometta; pur starò alcuni giorni a vedere. Li altri
assassini, cioè Bernardello e Bertagnetta e Pellegrinetto e altri
ch'io non so il nome si truovano alla Villa al soldo di quel Marchese
detto il Marchese Malaspina, e di poi che vi sono andâro insieme con
un servitore per assassinare un certo mercadante che quindi passava, e
lo assassinâro: il che sentendo quel Marchese, mandò lor drieto e fece
restituire le robe al mercadante, e di sua mano (intendo) amazzò quel
suo servitore che era ito in compagnia di questi ribaldi. A loro non
fece altra ingiuria che di parole e di minaccie se più facevano nel
suo paese tal tristizia. Ora, rimettendomi però sempre al parere di V.a
Ecc.a, mi parrebbe che quella scrivessi caldamente a questo Marchese e
lo pregasse che pigliassi questi ribaldi e li dèssi in mano a chi V.a
Sig.ria o il vostro Commissario mandassi a torli. Mi pare che avendoli
V.a Ecc.a per questa via, sería con poca fatica e risulterebbe a
grandissimo utile di questo paese e a gran terrore degli altri ribaldi
e a non poco onore di V.a Ecc.a
La lettera in favore di Belgrado si è avuta, ed io subito l'ho mandata
al fratello di lui acciò che non perda tempo, sicchè credo che a
quest'ora sia a Lucca. Io farò intendere agli uomini di Vallico il
buon animo di V.a Ecc.a verso loro, nè credo che questa opera sia spesa
malamente, perchè quel Comune è buon suddito e servitore di quella ed
è gagliardo di assai gente e di buona gente più che Comune di questa
provincia. Altro non accade di nuovo, se non raccomandare a V.a Ecc.a
il balestriero c'ha perduto il cavallo e fu ferito, e il Capitano che
non è ancora ben guarito della ferita ch'ebbe a Camporeggiano; e in
buona grazia di quella mi raccomando.
Castelnovi, 3 maii 1523.
LXVII
A MESSER SANTUCCIO SANTUCCI[250]
_Magnifice tanquam frater honorandus_. Credo che Acconcio avrà avvisato
V. M. delli suoi muli e del sale che li sono ritenuti a Lucca. La causa
io non la so; ma questo accade spesso, che li nostri, che vengono da
Pisa con sale, ritrovino a Lucca simili impedimenti. Io ne scrivo la
qui alligata a cotesti magnifici signori: prego V. M. che facci opera
che tali modi non siano usati da quelli daziarii: o se qualche rispetto
muove quelli magnifici signori, che vogliano essere intesi a cenni più
presto che a dirlo, prego V. M. che operi che si parli chiaro, acciò
che io ne possi avvisare lo illustrissimo signor mio, che vi pigli
qualche modo che a sua Eccellenza paia più espediente. Appresso prego
ed esorto V. M., che facci ogni possibile opera di pacificare cotesti
suoi di Gallicano, acciò che noi ancora, che saremmo vicini a tal
fuoco, quando seguisse, possiamo estinguendosi vivere più sicuri. E a
V. M. mi raccomando.
Castelnovi, 5 maii 1523.
Di Vostra Magnificenza
LUDOVICO ARIOSTO.
LXVIII
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA
_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Io prego V. S. che
voglino con li suoi daziarii fare tale provvisione circa il passare
di questi sali che vengono da Pisa, che ogni giorno io non abbi da
querelarmi appresso quelle. Oltre quanto a' dì passati ho scritto per
alcuni nostri vetturali, alli quali sono stati ritenuti li muli e il
sale, di nuovo Acconcio, salinaro qui per lo illustrissimo signor mio,
si duole che similmente li sono stati li suoi muli e il sale ritenuti,
e non può intendere la cagione, come sia che già V. S. concesseno al
prefato signor duca il passo per x/m staia, per mandare per mano del
detto Acconcio in Lombardia, e fin qui ne ha mandato seimila: il resto
è comprato a sua instanza in Pisa come V. S. se ne ponno benissimo
chiarire; e ora essendoli usati questi termini, pare che quelle non
vogliano attenere quanto già una volta è stata sua volontà. Questo
non voglio nè posso credere bene; è più verosimile, che senza sua
saputa li daziarii usino queste nuovità. Io prego V. S. che faccino
tal monizioni a questi suoi, che non sieno causa assediarne di sali,
massime non ne avendo quelle al presente tal quantità in Lucca, che
senza andare a Pisa ne possino tenere fornite per il medesimo pregio;
che, _data paritate_, più volentieri si darebbe a V. S. utile, che ad
altre persone: quelle siano contente che, pagandosi le debite gabelle,
il sale possi senza impedimento venire, così per uso di questa ducale
provincia, come per mandare per la quantità concessa in Lombardia. E
quando anche qualche rispetto muova V. S. a fare usare questi modi, le
supplico me lo faccino sapere, acciò che io ne avvisi lo illustrissimo
signor mio, acciò che per utile e comodo delli sudditi facci quello che
li paia più espediente. E in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 5 maii 1523.
LXIX
AI MEDESIMI
_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi_. Li uomini di
Valico di sotto e delle Fabriche mi sono venuti a fare querela, che
uno loro uomo, il quale era venuto per mie faccende a Lucca, vi è
stato ritenuto per commissione di V. S., e ad instanza delli uomini
di Gello, li quali si pretendono che questi uomini di Valico e delle
Fabriche debbino loro pagare certe colte, per vigore di una stima che
già diede uno messer Antonio di Mercatello commissario a questo dello
illustrissimo signor nostro; alla quale stima il prefato signore non ha
mai voluto consentire nè ratificarla, sì come quella che fu data oltre
la commissione che 'l detto commissario aveva da sua Eccellenza. E come
V. S. per le qui incluse copie potranno vedere, essi uomini di Valico
e delle Fabriche fariano contro la volontà del prefato signore nostro,
quando consentisseno a pagare dette colte: e se bene qualche volta
per li tempi passati, li detti uomini avessero pagate tali colte o per
paura o per ignoranza o per altre cause, non ponno nè denno per questo
pregiudicare alla giurisdizione del suo signore. Pertanto prego quelle,
che faccino rilassare questo nostro ritenuto dalle Fabriche; e se le
si credono avere alcuna ragione in questo, siano contente scrivere
allo illustrissimo signor mio, e amicabilmente trattare la cosa, e
venire a una composizione, in la quale nè l'una parte nè l'altra sia
ingiustamente oppressa, e non volere cominciare alle represaglie; che
saria totalmente contrario a quello che pare sia la intenzione dello
illustrissimo signore mio e di V. S., che questi due Stati stiano
fraternalmente uniti e bene d'accordo. E a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 10 maii 1523.
LXX
AL DUCA DI FERRARA
Ill.mo ed Eccell.mo Signor mio. Veduto quanto Vostra Eccell.a mi
commette per lo accluso rescritto, io riferisco a quella che mess.
Gio. Piero e Baldassare e Bartolomeo Attolini[251] sono reputati per
Castelnovo e tutta Grafagnana uomini da bene quanto altri che ci sieno,
e meritano che alli lor libri sia dato fede, ch'è d'aver circa questo
la concessione ch'altri di questa terra hanno avuta, come io ne mando
la copia d'una che già per la felice memoria dell'Ill.mo Duca Ercole e
poi per Vostra Eccell.a fu concessa a maestro Pietro de' Lavelli _et
inde_ a Pierino suo figliuolo, magnani; giusta la forma della quale
Vostra Eccell.a può conceder questa alli soprascritti fratelli: in
buona grazia della quale mi raccomando sempre.
Castelnovi, XIIII maii 1523.
LXXI
A MESSER BENCI DE' BENCI[252]
_Magnifice tamquam, frater honorande._ Bartolino Zanotto da Corfino,
terra di questa ducale provincia, è venuto a me a dolersi che a
questi giorni alla Barca sul territorio de' Signori Lucchesi è stato
assassinato da Paulaccio da Barga, e da Donatello da Somma Cologna, e
altri compagni tutti da Barga e da Somma Cologna, e oltra che gli deron
molte ferite, gli levarno una cavalla e un par di buoi e uno gabbano
di valuta circa due ducati e trenta bolognini in denari, e se non erano
due di quelli compagni, di che l'uno si chiama Matteo Mazzoni da Barga,
e l'altro il Moro, pur da Barga, l'avrebbono finito di amazzare: ma
questi ne ebbono pur piatade, e lo difesero de la vita. E perchè Vostra
Magnificenza credo sappia per le gride che _hinc inde_ si son fatte,
ch'è la intenzione del mio Ill.mo Signore e de la eccelsa Repubblica
Fiorentina, che li sudditi de l'uno e de l'altro dominio non vadano a
danno nè in l'uno, nè in l'altro territorio, ne ho voluto dare avviso a
Vostra Magnificenza, perchè non solo mi dolgo che siano iti alla Barca
(chè di quel che sia fatto fuori de la mia giurisdizione non n'ho da
pigliare cura, se non gli fosse lo interesse de li nostri sudditi, che
non ponno ire da loco a loco, che non tocchino de le terre de' dominii
confinanti), ma mi dolgo più che questi medesimi con quelli e altri
compagni sudditi di V. M. vengono quasi ogni giorno nel territorio
nostro, e fannoci assassinamenti, e cose di pessima sorte. Pertanto
prego Vostra Magnificenza, che prima al caso di questo povero uomo,
e appresso a molti altri che sono per accader ogni giorno, voglia
riparare, acciocchè la unione fatta tra il mio e Vostri Signori,
paia esser fatta non solo in parole, ma in effetto ancora; e sopra
tutto prego V. M. che faccia restituire, se gli è possibile, a questo
Bartolino quanto ha perduto. Mi dice che in quella compagnia era un
Lorenzo Bertacca (il qual fu quello che gli levò li buoi) da Barga. E a
Vostra Magnificenza mi raccomando.[253]
Castelnovi, 18 maii 1523.
LUDOVICUS ARIOSTUS
Ducalis Commissarius.
LXXII
AL DUCA DI FERRARA
Ill.o ed Ecc.o Signor mio. Io mi trovo avere questo Moro di Pellegrino
dal Sillico in prigione, contra il quale di commissione di V. Ecc. il
Capitano ha processo e procede: prima per aver sempre dato ricapito a'
suoi fratelli banditi e ad alcun'altri pur banditi e assassini, come a
quelli che insieme con un suo fratello detto Giulianetto assassinâro
quel prete pisano e gli tolsero cento ducati, alla restituzione de
li quali è stato gravato il Comune di Cicerana: appresso gli procede
contra per essere caduto per le mie gride in disgrazia di V. Ecc. ed in
confiscazione di tutti li suoi beni, per essere ito con genti e banditi
e altra sorte in Lombardia in aiuto di una di quelle parti: appresso
gli procede per essersi trovato al Poggio, terra di V. S., in compagnia
di alcuni che amazzâro uno suddito di quella. Le prime due inquisizioni
confessa _de plano_: questa ultima, ancora che confessi che insieme
con quelli che feron tal omicidio (li quali dice che ritrovò tra via)
esso entrò in la terra del Poggio, e anco si partì quasi in un tempo
con loro; pur niega che di tale omicidio esso fosse consenziente: _quod
quomodocumque sit vel futurum sit_, questi che hanno la protezion sua
sono per supplicare a V. Ecc. e domandarli grazia, e apparecchiano a
tutte queste imputazioni escuse accettabili. Se Vostra Ecc. per qualche
rispetto è per esaudirli, io non sono per pregarla per il contrario:
solo voglio ricordarle che fra ogni grazia che sia per farli, si
ricordi che questo povero Comune di Cicerana non resti nel danno de
li cento ducati c'ha pagati al prete pisano: chè se a V. Ecc. è paruto
giusto che essi uomini, per aver tollerato che ne la lor terra questi
banditi e assassini si sieno alloggiati, debbiano pagare li suoi danni
al prete, tanto è più giusto che questo Moro, per averli alloggiati in
casa sua o sia di sua mogliere malgrado di quel Comune, sodisfaccia
ogni pena che per sua causa ha patito quel Comune; nè può allegare
alcuna escusa che contra sua volontà sieno stati in quella, la quale
per ragione de le mogliere è comune tra lui e suo fratello Giulianetto,
_cum sit_ che parimente è caduto alla medesima pena per essere ito
cento volte e praticato mille con essi banditi, che per ogni volta
e per ogni bandito è sempre caduto alla pena di cinquanta ducati: e
perchè V. Ecc. ne sia ben chiara, le mando la copia de le gride.
Ancora voglio raccordare a quella che, facendoli grazia del resto,
voglia per quiete di questo paese fare che, volendo uscire di prigione,
dia sicurtà sufficiente che per un anno o per due non venirà in questa
provincia; ed anco se paresse onesto a V. Ecc. che desse sicurtà per
li fratelli banditi, che fin che V. Ecc. non facesse lor grazia non
avessino a venire in questo paese, serìa a mio giudicio la salute e il
riposo di questa ducale provincia. A me basta di proporre quello che mi
pare che fosse ben fatto: di V. Ecc. è poi in disposizione di comandare
quanto le pare: in buona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 28 maii 1523.
LXXIII
AL MEDESIMO
Ill.o ed Ecc.o Signor mio. Oggi alcuni modanesi uomini da bene e boni
cittadini, e fra gli altri un Francesco Guidone, il quale dice essere
parente del Capitano Mesino dal Forno,[254] venendo per andare alli
bagni, quando son stati a Frassinoro, dubitando di essere assassinati,
hanno tolto in compagnia e scorta Mess. Gian Giacomo Cantello con
una grossa compagnia di gente, il quale Mess. Gian Giacomo gli ha
accompagnati fin 4 miglia appresso a S. Pellegrino; poi gli disse che
non ci era più pericolo, e li lasciò, e diede volta. Non furon slongati
un tratto di balestra che furon assaltati dagli assassini che pur
sono de la fazione di Mess. Gian Giacomo, che erano iti innanzi alla
posta, _et etiam_ da alcuni di quelli che li avevano accompagnati con
Mess. Gian Giacomo fin lì, li quali erano tornati indrieto, per modo
che presero quel Guidone dicendoli che era de' lor nemici, e gli hanno
tolto non solo quelli danari che li hanno trovato addosso, ma ancora
messogli taglia; sì che bisognò che li compagni, chi con 4, chi con
6 ducati, e chi con più e chi con meno lo riscodessono, chè dicevano
di volerlo ammazzare: e poi hanno levato ancora il resto de li danari
ch'avevan gli altri compagni. Son venuti a Castelnovo molto di mala
voglia, e dànno la colpa che Mess. Gian Giacomo sia stato consenziente
di questo assassinamento, e molto si lamentano di lui. Io non credo
già che la colpa sia di lui, se non quanto non può forse vietare alli
suoi seguaci che facciano di simili mal'opere; pur io gli ho scritto e
pregatolo, che faccia ogni opera possibile per far restituire questi
danari, e tanto più quanto la colpa è data a lui. Non so quello che
mi risponderà. N'ho voluto dar avviso a V. Ecc. alla quale non voglio
già dar ricordo di quello ch'ella sa meglio quello che debbe fare, che
non so io: pur la certifico che nè al bosco, nè dentro alle terre, nè
serrato in le case, nessuno in questo paese è sicuro da li omicidi e
assassini.[255] Io fo fare ogni notte la guardia a questa casa, o rôcca
che sia, dove abito, e ci fo dormire, oltra li miei famigli, sempre
due balestrieri perchè ogni dì son minacciato che mi verranno a tôrre
questo prigione, ch'io ci ho, per forza: e a V. Ecc. mi raccomando.
Castelnovi, 28 maii 1523.
LXXIV
AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA