Ieri essendo a Camporeggiano feci chiamare il parlamento generale e

proposi tre cose: l'una che fussino contenti di conferire con l'altra

provincia ad accettare quindici o venti fanti scoppietteri appresso a

gli balestrieri che ci sono, e pagarli per un mese o per dui finchè

questa provincia si riducesse in tranquillità e sicurezza. Questo

non ho potuto con alcuna persuasione far che vogliano accettare, anzi

si sono levati in piedi alcuni vecchi e hanno cominciato a ricordare

li tempi passati e a dolersi che contra li capitoli ch'ebbeno quando

si dettono alla Casa da Este V.a Ecc.a gli abbia dato la gravezza de

li balestrieri, allegando che prima si solevano tenire ne le rocche

li castellani, il stipendio de li quali esse Comunità pagano senza

alcun loro utile, e che detti castellani erano obbligati a tenere chi

dui, chi tre, chi quattro famigli, de li quali famigli poi si soleva

prevalere il Commissario, e che questi erano più temuti ed erano

più atti a tenere queta la provincia che non sono li balestrieri. Io

risposi loro quello che mi parve conveniente; ma finalmente non ci fu

uomo che volesse consentire di crescere spesa, ma più presto instavano

che questa spesa de li balestrieri si levasse lor da dosso, o almeno

che li denari con che si pagano li balestrieri fussino spesi in tanti

fanti, che sarìa pur più numero, e in questi sassi niente vagliono li

cavalli e che li fanti più quietamente e per sentieri e per balze, di

notte e di giorno si potriano condurre in luoghi dove non ponno ire li

cavalli. Questo lor parere ho voluto scrivere: V.a Ecc.a lo intenda e

poi faccia il suo.

Io li proposi appresso che si facesse un battaglione di ducento o

di trecento fanti ne la sua Vicarìa distinto sotto li suoi capi e

che se gli desse l'arme o scoppietti o balestre o picche, con che

fussino sempre apparecchiati a poter obstare quando lombardi o altri

forastieri volesson lor dar noia; chè di voler fare io per mezzo del

suo aiuto alcuna esecuzione contro banditi o delinquenti son ben certo

che non mi succederìa. Questi rimasero contenti di voler fare, e così

ho cominciato a darli principio. Son quattro Vicarìe: mi sforzarò di

fare che ciascuna faccia il suo, per potermene valere almeno contra

l'insulti di forastieri.

Io feci lor la terza proposta, che mi dessino autorità di poterli

obbligare di 25 ducati per persona di delinquente, perchè intendono di

metter taglia a questi assassini, e proposi che non volevo che alcuno

di essi rispondessi in voce ma secretamente con le fave, acciò che

particolarmente non potessino essere notati e per questo offesi da li

banditi, de li quali ero certo che avevano più paura, e gli avevano in

maggiore osservanza e gli prestavano più ubbidienza che a V. Signoria.

Li Sindici furono li primi a rispondere che davano l'autorità di questo

agli Otto, sì come a quelli nelli quali era rimesso di poter spendere

quello de le Comunità a lor modo. Gli Otto risposero che erano certi di

tutti otto essere morti se facevano questo. Io mandai per le fave per

far ballottare la cosa: si cominciaro a levare in piedi e ad uscire dal

consiglio _catervatim_, dicendomi che non volevano intervenire a questo

perchè erano certi che li banditi gli averebbero tutti per inimici e

che se ne vendicariano sol per questo che avessino consentito che tal

cosa si ballottasse. Or V.a Ecc.a può comprendere in che paura è tutto

questo paese per sei o dieci ribaldi che ci sono.

Ultimamente gli Otto che mi sedevano più appresso mi disseno che

avriano di grazia di pagare questa taglia, fatto che fosse l'effetto,

ma che non volevano essere autori, ma che più presto volevano mostrare

essere sforzati da V.a Ecc.a e che sarìa bene che quella mi dèsse per

una sua lettera commissione o per una grida emanata da quella, che

io mettessi taglia a questi ribaldi, e l'uno che ammazzasse l'altro

uscisse di bando e appresso guadagnasse dieci ducati, chè fariano più

conto del denaio che d'essere rimessi. V.a Ecc.a ora consideri il tutto

e mi significhi ch'io per me, senza l'aiuto e consiglio di quella, non

so che mi faccia.

Per satisfare a quella di quanto ella mi commise de li prugnoli e

delle trote, passando da Montefiorino e ritrovandovi il Commissario

di Sestola, feci che subito spacciò un messo con certi pochi prugnoli

che erano ivi apparecchiati per lui; e credo che V.a Ecc.a gli abbia

avuti. Io ho fatto subito pescare a trote, e fin qui non ho potuto

averne se non tre assai piccole, le quali subito ho fatto amarenare.

Se n'avrò prima che io spacci il messo dell'altre, le manderò insieme;

se non V.a Ecc.a si contenterà di queste perchè l'acque sono in questo

paese ancora fredde di sorte, che non se ne può pigliare. Ho li messi

fuori per trovare delli prugnoli: se ne potrò avere li manderò insieme;

ma questo paese è più alto che 'l Frignano, e per questo più tardo a

produrre le cose, sì che V.a Ecc.a mi scusi s'io non posso fare al

presente quanto è il mio debito e desiderio. Altro non occorre. In

buona grazia di quella umil. mi raccomando.

Castelnovi, 15 aprilis 1523.

(P. S.) Appresso mi ero scordato di dire a V.a Ecc.a che tutto il

consiglio di Camporeggiano mi pregava ch'io facessi a questi banditi

salvo condotto di star nel paese, dando essi sicurtà secondo che per

lettera loro inclusa propongono. Io risposi che questo non ero per fare

senza saputa di V.a Ecc.a e che gli ne darei avviso.

V.a Ecc.a debbe anco sapere questo, che per derisione dell'officio

questi banditi quando erano tutti insieme prima che si partissero del

paese ferono far una grida che promettevano di donare ducento ducati

a chi dèsse lor nelle mani vivo il Capitano Vicecommissario e cento

morto: così m'ha detto esso Capitano che l'ha per cosa certa.

LIV

AL MEDESIMO

Ill. ed Ecc. Signor mio. Ora ho ricevuto una di V. Ecc. per la quale

quella m'instruisce quanto ho da fare contra questi banditi, li quali

di nuovo hanno fatto li eccessi di che il Capitano de la Ragione

avea dato avviso; ma perchè per un'altra mia, la quale per la via del

Commissario del Frignano ho dirizzata a V. Ecc. io avviso quanto poi

ho fatto, e qual sarebbe il mio disegno per avere questi ribaldi ne

le mani, non farò altro fin che da quella non ho nuova commissione.

Le case sempre si ponno bruciare, ma non già sono atto d'avere li

delinquenti ne le mani, se non aspettando il tempo, e usando grande

industria. Pur io manderò la lettera di Vostra Eccell. al Commissario

del Frignano, acciò che ad ogni mia richiesta mi somministri le genti e

l'aiuto di che io lo ricercherò.

Li uomini del Poggio per aver negato di seguitare il Capitano de'

balestrieri, e per aver prima dato mangiare e bere alli banditi,

benchè io creda più presto per paura che per volontà; pur per non

avere fatto il debito loro di dar la campana a martello, o di mandare

ad avvisare l'officio, et etiam perchè sieno esempio agli altri; ho

condennato secondo il tenore de le mie gride in 200 ducati, ed anco

penso di non lasciar quelli di Camporeggiano impuniti, se con ragione

potrò procedere: ma fanno assai escuse, che li banditi erano molti più

in numero che tutto quel popolo, e che li balestrieri nostri giunseno

improvviso, e così presto furon rotti, che essi non ebbono tempo

di pigliar l'arme. Pur la cosa s'intenderà e similmente del Comun

di Ponticossi, che fu richiesto e non volse seguire; e s'io potrò

condennarli, non avrò loro remissione. A V. Ecc. starà poi a far la

grazia, ne la quale spero che avrà rispetto a far satisfare il Capitano

e quel povero balestriero, del quale il cavallo peritte, dei loro

interessi.

Appresso perchè si approssima il tempo che questo Capitano de la

Ragione _sit functus officio_, chè questo giugno è il suo termine, io

dubito di restar qui senza compagno, o vero che sia mandato in suo

loco uno che non sia così a proposito de l'officio come è lui, che,

come altre volte ho scritto e detto a bocca, è virile e uomo da farsi

temere e ubbidire, ed esso con la sua severità tempera quel mio difetto

che alcuni di Castelnovo m'hanno imputato, cioè di essere troppo

buono;[244] dove se fusse mandato qui un altro che similmente fusse

troppo buono, dubito che l'uno e l'altro insieme farìa una mistura che

valerìa poco: per tanto prego V. Ecc. a far che non si parta finchè

ella non abbia provvisto d'un altro simile a lui; che almeno non si

parta di qui per tutto agosto. Altro non occorre al presente. In bona

grazia di V. Ecc. umil.te mi raccomando.

Castelnovi, XVI aprilis 1523.

LV

AL MEDESIMO

Ill. ed Ecc. Signor mio. Essendo io a questi giorni a Ferrara,[245]

accadde che due figlioli di Ser Evangelista dal Sillico entrâro qui a

Castelnovo una notte travestiti in casa d'una giovane; la quale ancora

ch'abbia nome di far piacere segretamente ad un uomo da bene di questa

terra, pur non è p.... di ognuno, e sta e pratica senza essere schivata

con le donne da bene; e gli messero le mani addosso per tirarla per

forza di casa. Ella gridò, e fu aiutata. La mattina si venne a dolere

al Capitano. Per questo un figliolo di Ser Evangelista, detto prete

Job, il quale è chierico ordinato in sacris, trovò la madre di detta

giovane, e gli ruppe la testa e lasciò per morta, ed è stata molti dì

in pericolo di morire. Per questo il Capitano gli processe contra, e lo

condennò in 200 lire. Ser Evangelista produsse le bolle de li ordini

del figliolo, e fece venire una inibitoria dal Vescovo di Lucca. Per

questi ed anco per altri rispetti il Capitano cessò dal procedere, in

modo che 'l detto prete Job è tornato a Castelnovo. Questa cosa è di

mal esempio, e anzi spiace sommamente, e se non fosse che io temo le

censure ecclesiastiche per aver beneficio,[246] io non guarderei che

costui fosse prete, e lo castigherei peggio che un laico: e quando io

non potessi fare altro, almen li darei bando: che se bene li signori

temporali non hanno potestà sopra li chierici, pur mi pare che nè anco

li chierici debbiano poter star nel dominio de li detti signori contra

lor volontà. Io n'ho voluto scrivere a V. Ecc. acciò che quella gli

faccia quella provvisione che le pare; e d'ogni cosa che determini

dia più presto al Capitano la commissione che a me, perchè esso non ha

beneficî come ho io. E in buona grazia di V. Ecc. umil. mi raccomando.

Castelnovi, 17 aprilis 1523.

Post scripta. Avevo scritto al Vescovo di Lucca, de la cui diocesi

è Castelnovo, e a quel di Luna, che è superiore alli preti di

Camporeggiano, acciò che mi dessino autorità sopra li preti. Il

Vescovo di Lucca si trova ammalato, sicchè non ho potuto ancora averne

risposta. Questo di Luna mi risponde la qui inclusa lettera, per la

quale V. Ecc. può giudicare che se vogliamo ricorrere alli Vescovi

avremo poco aiuto: ed io anco n'ho fatto esperienza, chè questa passata

estade mandai in mano del Vescovo di Lucca quel prete Matteo[247] che

avea ferito il mio Cancelliero, ed era omicida e assassino publico, e

con poca acqua lo mandò assolto: e prima ch'io venissi qui, un prete

Antonio da Soraggio, ch'avea morto un suo zio, fu in mani del Vescovo

di Luna, e con un _misereatur_ fu liberato.

LVI

AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA

_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Li uomini di

Valico mi hanno pregato ch'io facci opera d'impetrare grazia appresso

V. S. per uno delli suoi detto Belgrado, che è prigione di quelle.

Quello che detto Belgrado abbia fatto di male di nuovo, non m'hanno

saputo dire, se non ch'è imputato d'aver voluto puorre taglia a certi

di ch'io non so il nome, e in sua escusa mi allegano che questi tali

erano debitori di lui; e più presto ha cercato per quella via che ha

potuto di avere il suo, che egli avesse intenzione di volere quello che

non gli apparteneva. Questo atto, ancora che sia violenza, chè non è

licito ad alcuno farsi da sè ragione, pure merita, intercedendo persona

quale io mi reputo di essere appresso V. S., per l'affezione e lo amore

ch'io li porto, di esserli usato indulgenza e perdonanza; e così quanto

so e posso, e prego e supplico V. S.: e se ben per li tempi passati

questo Belgrado è stato alquanto più gagliardo a danno delli sudditi di

V. S. e a difesa delli suoi di Valico in quelle differenze tra Valico

e Cardoso, prego quelle che adesso non voglino ritoccare quelle piaghe

che già più giorni dovrebbero essere salde, e così voglino rimettere

ogni passata ingiuria, ch'io ne averò a V. S. perpetuo obbligo, e lo

accumulerò appresso alli altri molti ch'i' li ho; e so che al mio

illustrissimo signore quelle faranno gran piacere: in buona grazia

delle quali mi raccomando.

Castelnovi, 18 aprilis 1523.

LVII

AI MEDESIMI

_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Cesare di Antonio

Evangelista da Valico si trovò insieme con alcuni di Coreglia a fare

certo omicidio, e perchè mi dice che tali suoi compagni hanno avuto da

V. S. salvo condotto, è ricorso a me come a quello la cui intercessione

spera che li debba giovare, e pregatomi che io supplichi a V. S. che in

questo lo voglino trattare come hanno fatto li altri che sono in pari

colpa: e così io, che debbo avere la protezione di questi sudditi dello

illustrissimo signor mio, quanto so e posso lo raccomando a V. S. che

lo faccino puorre nel medesimo salvo condotto, dove sono posti quelli

da Coreglia, seguaci di Francesco da Castiglione: e in buona grazia di

quelle mi raccomando.

Castelnovi, 19 aprilis 1523.

Dominationum vestrarum observantissimus

LUDOVICUS ARIOSTUS.

LVIII

AI MEDESIMI

_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi_. Per una de' 16

di questo da V. S. ho inteso la buona volontà circa a quanto dal mio

illustrissimo signore sono state ricercate, e come per concludere tale

effetto sono per mandare uno suo commissario; e quelle mi domandano, se

io ho autorità dal mio illustrissimo signore che basti a fare questo.

Io non ho alcuno mandato altrimenti in scritto, se non che già molti

giorni e mesi sua Eccellenza per una sua mi commise ch'io facessi opera

con V. S., che li nostri banditi non fosseno securi nel dominio suo,

e che similmente li banditi di V. S. non fosseno securi nel nostro.

Allora io scrissi due volte o tre a V. S., e quelle mi rispuosero che

circa questo farebbeno certo consiglio, e che poi mi avviserebbeno; e

quelle, forse essendo in maggiori cose occupate, non mi mandarono mai

la resoluzione. A questi dì prossimi io fui a Ferrara, e il signore

duca mio mi commise di nuovo ch'io pure ritentassi e cercassi di nuovo

fare lega con V. S., sì come sua Eccellenza ancora ha scritto a quelle.

Altro mandato nè altra commissione in scritto ho io; bene vi rendo

certe, che di tutto quello che io farò per quiete di questa provincia

di Garfagnana, così pertinente a V. S. come a sua Eccellenza, essa

se ne chiamerà contenta, e sarà per ratificarlo: pure non starò di

avvisarne quelle, se, prima che la risposta venga, parrà a V. S. di

mandare il suo commissario; o se anche si parrà meglio che si aspetti

nuova commissione dal duca, faranno il suo parere. Al miglior consiglio

delle quali mi rapporto sempre; e di continuo in sua buona grazia mi

raccomando. Castelnovi, 19 aprilis 1523.

LIX

AI MEDESIMI

_Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi._ Li uomini di

Valico si lamentano che quelli di Cardoso ogni giorno menano il suo

bestiame, oltra quello che già è stato determinato per li commissarii

di V. S. da una parte, e quelli dello illustrissimo signore mio

dall'altra, in loro grandissimo danno e pregiudicio: io prego V. S.

che siano contente o di admonire li suoi sudditi che stiano taciti

e quieti di quanto già è stato fatto, ovvero siano contenti che li

uomini di Valico, se ritrovano bestie di quelli di Cardoso nel suo,

le possino pigliare e menare qui a Castelnuovo; acciò che del danno e

trasgressione che fanno patischino la pena. E in buona grazia di quelle

mi raccomando.

Castelnovi, 20 aprilis 1523.

LX

AI MEDESIMI

_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Sempre che il

commissario di V. S. verrà, io lo vederò e onorerò, come è mio debito,

molto volentieri. Di nuovo raccomando Belgrado, e così Giovanni da

Montepulciano a quelle; in buona grazia delle quali mi raccomando

sempre.

Castelnovi, 23 aprilis 1523.

LXI

AL DUCA DI FERRARA

Ill. ed Ecc. Signor mio. V. E. può sapere che per essere stato su

quel di Cicerana assassinato un prete pisano da un Nicodemo e da un

Minello sudditi de' Fiorentini, ma che tuttavia abitavano a Cicerana,

e, per quanto dice il prete, da un Giuliano figliolo di Pellegrin

dal Sillico e bandito per esser stato uno di quelli che ammazzâro Ser

Ferdiano; benchè alcuni di Castelnovo li quali hanno la protezione di

questi dal Sillico non vogliano che 'l prete dica che questo Giuliano

vi fosse, e per questo l'hanno molte volte minacciato e minaccian

tuttavia; pur la verità sta che esso Giuliano v'era: il qual Giuliano

con questi assassini e con Baldone suo fratello e con altri banditi

è sempre abitato a Cicerana in casa di sua mogliera e de la mogliera

del Moro suo fratello, c'hanno due sorelle e hanno la casa comune;

non ostante gli ordini che non si può dar recapito a' banditi, e non

ostante che a quel Comune io n'ho fatto molte volte proibizioni e con

gride publiche, e con comandamenti particolari in scritto e a bocca,

e anco specialmente a questo Moro e alle mogliere, che sotto pena de

la disgrazia di V. E. ed essere loro arsa la casa non lascino questi

banditi venire in quella casa: per queste disobbedienze e per essere da

li sopradetti stato assassinato questo prete, condennai il detto Comune

di Cicerana 300 ducati, ancora ch'io conoscessi che 'l Comune non

era in tanta colpa di questo quanto era il Moro, chè il Comune aveva

peccato per paura e per non poterne fare altro; imperò che questo Moro

e li fratelli con li banditi loro seguaci e con la intelligenza c'hanno

con alcuni di Castelnovo, si son fatti tiranni e signori di quel luogo.

Ma io mi attaccai al Comune perchè non vedevo allora modo di avere

questi malfattori e questo Moro lor ricettatore e fautore e partecipe

ne le mani, e non mi pareva che ci fosse l'onore di V. E. che questo

prete si dovesse ir lamentando di essere stato assassinato nel dominio

di quella. V. E. di poi usando insieme giustizia e clemenza è stata

contenta che quel Comune, purchè satisfaccia il prete de li suoi danni,

del resto de la condennagione abbia grazia. Io che pur avevo animo che

chi ha fatto il peccato ne facesse la penitenza, ho tenuto modo che

questo Moro mi è venuto a parlare, e l'ho preso e l'ho in prigione,

non solo per questo (avvenga che per questo saria degno di grandissima

punizione, chè li danari de l'assassinamento son stati partiti in

casa sua, e credo ch'esso n'abbia avuto una buona porzione), ma ancora

perchè è sempre il capo o gran parte di tutti li assassinamenti che si

fanno in questa provincia: ora egli era a San Pellegrino con quelli

da Barga e da Sommacologna, or ne la Vicarìa di Sopra con quelli del

Costa, or con quelli de la Temporia, per modo che mi pareva che fosse

il Signore de la campagna di Garfagnana. Prego V. E. che ad instanza

di alcuno che venisse a quella per volerglielo dipingere per un uomo

contrario a quello che egli è, non si muova a commettere che non si

eseguisca quanto vuol di lui giustizia; ma la supplico appresso che

commetta questa causa al Capitano qui di Castelnovo, e non a me che non

è mio mestiero, ma in questo dia al Capitano autorità di Commissario;

chè se una volta non si comincia a castigare li tristi in questo

paese, moltiplicheranno in infinito. V. E. saprà appresso che, non

ieri, l'altro, un fratello di costui bandito detto Baldone, con circa

12 compagni o 15, andò a Camporeggiano, e fece spalle ad un ghiotto

detto Margutte da Camporeggiano perchè ammazzasse un Giannetto fabbro

pur da Camporeggiano; ma l'avventura aiutò quel poveruomo che non fu

morto; pur è restato ferito di due ferite, e ritornando indietro verso

Cicerana, quando furon ad una villa detta la Sambuca, tolsero un par di

buoi ad uno detto Gian-grasso, e li conducevan via, e quel Gian-grasso

venne correndo a Castelnovo a me che era circa mezz'ora di notte, ed

io feci subito montar li balestrieri a cavallo: ma quelli assassini

sentendo venire li balestrieri lasciaron li buoi e se ne fuggiron

verso Cicerana. È poi venuto a me Bastiano Coiaio, siccome quello che è

procuratore di tutti li tristi, e mi vorria persuadere che questi erano

iti a Camporeggiano per fare che quel Margutte facesse la pace con

quel Giannetto, e che poi Margutte contra volontà de li compagni aveva

voluto ammazzare quel Giannetto, e che questi buoi non avevan tolti

per menar via, ma per far paura a un fanciullo acciò che li insegnasse

una beretta che tra via era caduta ad uno di questi compagni. Io ho

voluto questa escusa sua scrivere a V. E. acciò che quella intenda la

cosa e cognosca il vero da la bugia, e questi protettori de' ribaldi

non li mostrino il nero pel bianco. Io ho esaminato oggi circa quattro

testimoni che depongono, che già è passato l'anno, che 'l Moro con li

fratelli si trovò al Poggio in compagnia di due da Sommacologna che

ammazzâro un povero uomo suddito di V. Ecc. Io aspetto da quella circa

a questo che sia data gagliarda commissione al Capitano qui: in buona

grazia de la quale mi raccomando.

Castelnovi, 25 aprilis 1523.

LXII

AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA

_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Li pecorai di

questa ducale provincia si dolgono, e massime questi della vicarìa di

Castelnuovo, che dalli daziarii di Lucca sono astretti a pagare de' lor

bestiami le gabelle maggior del solito; e intendendo io che altre volte

hanno voluto fare il medesimo, e che li commissarii miei predecessori

se ne sono querelati a V. S., e quelle hanno proibito e con nuove

dichiarazioni determinato, qualmente _hinc inde_ nessuna cosa s'abbia

a rinnovare; io ho voluto che V. S. sappiano questo, che senza saputa o

volontà di quelle credo che molti gabellarii tentino puorre in usanza,

con fiducia che V. S. non l'abbino a comportare, e che vogliano che le

medesime esenzioni che li uomini di questa Vicaria dànno alli sudditi

di V. S., questi reciprocamente le abbino da quelli; dalle quali

aspetto intendere che non siano per tollerare questo torto: e in sua

buona grazia mi raccomando.

Castelnovi, ultimo aprilis 1523.

LXIII

AI MEDESIMI

_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Avendomi a questi

giorni V. S. domandato se avevo tanta autorità dal mio illustrissimo

signore di potere transigere e compormi con esse, o sia con il

commissario che le sono per mandar qui, di quanto per più mie lettere

io li ho ricercati, io subito scrissi a sua Eccellenza, e quella mi ha

mandato una patente della quale questa è la copia:

«_ALPHONSUS dux Ferrariae, Mutinae et Regii, marchio Estensis, comesque

Rodigii._

Essendo li magnifici ed eccelsi signori Lucchesi, amici nostri

onorandi, in quel medesimo volere e opinione che siamo noi, ciò è che

li banditi dal territorio di loro signori non abbino refugio nè porto

alcuno in le terre e territorio nostro di Garfagnana, nè li banditi

e ribelli nostri similmente abbino ricapito nella giurisdizione e

territorio di essi signori Lucchesi; e volendo loro signori mandare

uno commissario con ampia autorità a voi commissario nostro in

Garfagnana per concludere capitoli e composizioni sopra questo; il

che è per ridondare a beneficio comune e quiete delli loro sudditi e

nostri, e per tor via molti scandali, omicidi e delitti, li quali più

animosamente si commettono, quando per li delinquenti si sa dove si

possano a salvamento riducere; siamo contenti che tra il magnifico

commissario di detti signori Lucchesi e noi si faccino e fermino

autenticamente capitoli e composizioni, per li quali si dichiari: che

li banniti e ribelli _hinc inde_ non abbino sicuro refugio e ricorso,

li nostri nel dominio loro, e quelli di essi nel dominio nostro; e più,

che ogni vólta che voi volessi per li nostri balestrieri e barigello

fare pigliare alcuno bandito e ribelle nostro fuggito nel dominio di

loro signorie, il barigello loro sia obbligato prestare ogni favore al

nostro, e il nostro al loro per fare le catture che occorresse a farsi,

aiutandosi mutuamente con tutto il sforzo e potere nostro e loro: e

a concludere, fermare e stringere simili capitoli e composizioni col

prefato signor commissario, quale essi signori Lucchesi manderanno, per

questa nostra patente lettera, a voi messer Lodovico Ariosto, nostro

commissario in detta provincia di Garfagnana, diamo e concediamo ampla,

piena e valida autorità; promettendo di avere rato, fermo e approvato

tutto quello che da voi sarà trattato, concluso e stabilito col prefato

magnifico commissario delli prefati signori Lucchesi, quale sono per

mandare costì per questo buono e laudabile effetto. E in fede di ciò

avemo fatta questa nostra, e sigillata con il nostro consueto sigillo.

Dat. Ferrarie, in palatio nostre residentie, die 27 aprilis 1523.»

Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note · 第 15 / 32 段