Illustrissimo signor mio. Come ieri fui a Reggio, intesi che'l signor

Alberto si ritrovava a Carpi: e volendo andar a ritrovarlo, fui

avvertito che li Stradiotti ecclesiastici erano corsi a Correggio, e

avean preso un figlio del signor Borso, e che erano etiam corsi a San

Martino le due vie per le quali si va a Carpi. E per questo subito

mandai a posta uno a piedi con una lettera al signor Alberto, avvisando

Sua Signoria ch'io ho da parlargli d'una sua faccenda importantissima,

e di quella medesima di che più volte avessimo insieme ragionamento a

Roma. E nella lettera non ho nominato V. S., e l'ho pregato che veda

qual loco gli pare dove gli potessi parlare senza pericolo; e non si

potendo altramente, mi mandi un suo fidato ch'io conosca, con una sua

di credenza. Mentre ch'io l'aspetto, V. S. mi avvisi se mandandomi un

suo fidato, io gli ho da parlare circa ecc. Ed a Vostra Signoria mi

raccomando.

Questa notte gli Ecclesiastici sono corsi a San Martino, e questa

mattina sono venuti presso due miglia a Reggio, e hanno menato via

il bestiame. Si dice che sono stati alle mani con Badino, e gli hanno

presi due o tre balestrieri.

(_Regii, 29 octobris 1510_).[200]

Servitor,

LODOVICO AR.

VIII

AL MEDESIMO

_a Parma._

Ill.mo Sig.re Io dubito che'l mio messo non sia stato preso, perchè

a questa ora non è tornato ancora e lo spazai sin da ieri a 19 ore,

ed è uomo c'ha bisogno di tornare presto: pur quando sia così è manco

mio danno che non sería s'io stato fussi in suo loco. Li inimici son

corsi presso a Reggio un miglio pur a la via di Carpi e hanno menato

via gran numero di bestiami. Questi franciosi si sono tandem armati

o che s'armano tuttavia: se escono non credo che vadano a tempo. _Dum

hoc scribo_ mi è detto che Mess. Sigismondo de' Santi segretario del

sig. Alberto da Carpi è venuto, e sono ito a parlarli. E da lui ho

inteso, poi che averia parlato col Gran Maestro, avere commissione di

venire a Vostra Signoria. Io gli ho dimandato se per nostre faccende,

e m'ha detto per quella medesima causa per la quale io ero mandato a

lui: per il che dimattina veniremo. Egli, per quello che m'ha detto, ha

l'ultima intenzione del Signor suo circa l'effetto ecc. Tornando a casa

ho trovata una squadra di francesi menare prigioni circa XXX tra uomini

d'arme e cavalleggeri ecclesiastici che avevano preso a S.ta Agata,

loco presso San Faustino. Quelli che sono iti verso S. Martino non sono

tornati ancora: ben si dice, ma credo che non sia vero, che li nostri

qui insieme con Badino hanno assediati parecchi cavalli in S. Martino.

Il mio messo ornai son certo che sia preso, chè sono presso XXIIII ore

e non è tornato ancora. A Vostra Signoria mi raccomando.

Regii, XXX octobris MDX.

Servus,

LUDOVICUS ARIOSTUS.

IX

AL CARDINALE GIOVANNI DE' MEDICI.[201]

_Reverendissime Domine, D.e mi colendissime._ La servitù ed osservanza

mia, che da molti giorni in qua ho sempre avuta verso Vostra Signoria

Reverendissima, e l'amore e benignità che quella mi ha dimostrata

sempre, mi danno ardire che, senza adoperare altri mezzi, io ricorra

ad essa con speranza di ottenerne ogni grazia. E quando intesi a' dì

passati che Vostra Signoria Reverendissima aveva avuta la legazion

di Bologna, n'ebbi quell'allegrezza che avrei avuta se il padron mio

cardinale da Este fosse stato fatto Legato; sì perchè d'ogni utile

e d'ogni onore di Vostra Signoria sono di continuo tanto desideroso

e avido quanto un vero ed affezionato servitore deve esser d'ogni

esaltazione del padron suo; sì anche perchè mi parve che in ogni mia

occorrenza io fossi per avere quella tanto propizia e favorevole,

quanto è debitore un grato padrone ad un suo deditissimo servo.

Supplico dunque Vostra Signoria Reverendissima di volermi per Bolla

dispensare _ad tria incompatibilia_, ed a quel più che ha autorità

di fare, o ch'è in uso, ed a più dignitade, insieme con quelle

ample clausole che si ponno fare; _et de non promovendo ad sacros

ordines_,[202] per quel tempo che più si può concedere. Io son ben

certo che in casa di Vostra Signoria Reverendissima è chi saprà far la

Bolla molto più ampia che non so dimandare io.

L'arciprete di Santa Agata, presente esibitore, il quale ho in loco di

padre, ed amo per li suoi meriti molto, venirà a Vostra Signoria per

questo effetto.[203] Esso torrà la cura di far fare la supplicazione

di quello che io dimando. Supplico Vostra Signoria Reverendissima

a farlo espedir gratis: la qual mi perdoni se io li parlo troppo

arrogante; chè l'affezione e servitù mia verso quella, e la memoria che

ho delle offerte fattemi da essa molte volte, mi darebbono ardire di

domandarle molto maggior cose di queste (ancorchè queste a me parranno

grandissime), e certitudine d'ottenerle da Vostra Signoria. Si ricordi

che deditissimo servo le sono: alla quale umilmente mi raccomando.

Ferrariae, 25 novembris 1511.

D. V. Reverendissime

Deditissimus et humilis servus,

LUDOVICUS ARIOSTUS Ferrariensis.

Fuori — _Reverendissimo in Christo Patri et Domino, Domino meo col. D.

Cardinali de Medicis, Bononiae Legato dignissimo._

X

AL MARCHESE DI MANTOVA

Illustrissimo ed eccellentissimo Signor mio. Prima per il Molino, e poi

per Jerondeo, mi è stato fatto intendere che Vostra Eccellenza averia

piacere di vedere un mio libro, al quale già molti dì, continuando

la invenzione del conte Matteo Maria Boiardo, io diedi principio. Io,

bono e deditissimo servitore di V. S., alla prima richiesta la avrei

satisfatta, e avuto di grazia che quella si fusse degnata leggere le

cose mie, se il libro fosse stato in termine da poterlo mandare in man

sua. Ma, oltre che il libro non sia limato nè fornito ancora, come

quello che è grande ed ha bisogno di grande opera, è ancora scritto

per modo, con infinite chiose e liture, e trasportato di qua e di

là, che fôra impossibile che altro che io lo leggessi: e di questo la

illustrissima signora Marchesana sua consorte me ne può far fede; alla

quale, quando fu a questi giorni a Ferrara, io ne lessi un poco. Ma

pur dispostissimo alli servizii di V. E., cercarò il più presto che mi

serà possibile di far che ne veda almeno parte; e ne farò transcrivere,

cominciando al principio, quelli quinterni che mi pareranno star manco

male; e scritti che siano, li manderò a V. S. Illustrissima. Alla quale

umilmente mi raccomando.

Ferrara, 14 luglio 1512.

Deditissimo servo di V. S.,

LODOVICO ARIOSTO.

Fuori — _Ill.mo et Ex.mo principi et D.no meo Obser.mo, Dom. Marchioni

Mantuae. Mantuae._

XI

AL PRINCIPE LODOVICO GONZAGA,

_in Mantova_.

V. S. Eccellentissima ha certamente della fada e del negromante, o di

che altro più mirando, nel venirmi a ritrovar qui con la sua lettera

del XX augusti, or ora che sono uscito dalle latebre e de' lustri delle

fiere, e passato alla conversazion degli uomini. De' nostri periculi

non posso ancora parlare: _animus meminisse horret, luctuque refugit_,

e d'altro lato V. S. ne avrà odito già._ Quis jam locus quae regio

in terris nostri non plena laboris?_ Da parte mia non è quieta ancora

la paura, trovandomi ancora in caccia, ormato da levrieri, da' quali

Domine ne scampi. Ho passata la notte in una casetta da soccorso, vicin

di Firenze, col nobile mascherato,[204] l'orecchio all'erta e il cuore

in soprassalto. _Quis talia fando etc_. l'illustrissimo signor Duca,

con il quale ieri ha conferito longamente il C. Pianelli, parlerà

de' duo affari al Cardinale,[205] il quale fra giorni si aspetta

da Bologna, ed io medesimo, per quanto sia bono a poterla servire,

adoperrò ogni pratica, essendo dell'onore di Vostra Signoria, qual

affezionato servitore, bramosissimo. Quello sia da fare e da sperare

saprà da Mess. Rainaldo,[206] e fido che ne sarà satisfatta, quantunque

io non sia troppo gagliardo oratore. Il cielo continua tuttavia molto

obscuro, onde non metteremoci in via così subito per non aver ancora da

andar in maschera fuori di stagione e col bordone. Voglia V. S. recarmi

alla memoria della illustriss. sig.a Principessa Flisca[207] quanto è

permesso a observantissimo e deditiss.o Servitore, e a quelle in buona

grazia mi raccomando.

Florentiae, I octobris MDXII.

XII

A MESSER BENEDETTO FANTINO

Mes. Benedetto mio onor. Ho avuto per il mio ragazzo una vostra lettera

molto tarda, perchè da Firenze, dove si è fermato qualche giorno, è

venuto in qua a piedi ed è stato assai per via. Del negozio vostro

non ho fatto ancora nulla; non perchè non me lo sia raccordato, ma

perchè non vi ho saputo capo nè via. Io son arrivato qui in abito di

staffetta,[208] e per non aver panni ho schivato di andare a persone

di dignità, perchè qui, più che in tutti gli altri lochi, non sono

estimati se non li ben vestiti.[209] È vero che ho baciato il piè al

Papa e m'ha mostrato di odir volontera: veduto non credo che m'abbia,

chè dopo che è Papa non porta più l'occhiale. Offerta alcuna nè da

Sua Santità nè da li amici miei divenuti grandi novamente[210] mi

è stata fatta; li quali mi pare che tutti imitino il Papa in veder

poco. Io mi sforzarò e oggi cominciarò, che non serà più longo, a

vedere se io potrò aver mezzo alcuno con quel Mes. Paris.[211] Usar

Mes. Bernardo[212] per mezzo, credo poter male, perchè è troppo gran

maestro, ed è gran fatica a potersegli accostare; sì perchè ha sempre

intorno un sì grosso cerchio di gente che mal si può penetrare, sì

perchè si convien combattere a X usci prima che si arrivi dove sia:

la qual cosa a me è tanto odiosa, che non so quando lo vedessi; nè

anco tento di vederlo, nè lui nè uomo che sia in quel palazzo: pur per

vostro amor sforzarò la natura mia; ma potrò far poco, perchè fatta la

coronazione, che serà fra 4 dì, faccio pensiero di venirmene a Ferrara.

Io intendo che a Ferrara si estima che io sia un gran maestro qui: io

vi prego che voi li caviate di questo errore, cioè quelli con che vi

accade a parlare, e fategli intendere che son molto da manco che non

ero a Ferrara, acciò che richiedendomi alcuno qualche servicio, e non

lo facendo per impossibilità, e non lo sapendo essi, mi accusassino di

asinità. Altro non m'accade, se non che a voi mi raccomando.

Romae, 7 aprilis MDXIII.

Vostro,

LUDOVICUS ARIOSTUS.

Fuori — _Al Mag. come fratello hon. M. Benedetto Fantino Cancellero

dell'Ill.o et R.o Card. de Ferrara,-in Ferr._

XIII[213]

AL DOGE DI VENEZIA

Ill.mo et Ser.moPrincipe et Signore mio observantissimo. — Supplico

alla Sublimità Vostra io devoto et affectionatissimo servo suo Ludovico

Ariosto Nobile Ferrarese et familiare del Reverendissimo Signor

Cardinale Estense come havendo cum mie longe vigilie et fatiche,

per spasso et recreatione de Signori et persone di anime gentili et

madonne composta una opera in la quale si tratta di cose piacevoli et

delectabili de arme et de amori, et desiderando ponerla in luce per

solazo et piacere di qualunche vorà et che se delecterà di leggerla;

et anche cum quello più benefitio et remuneratione delle fatiche mie

duratoli più anni in componerla che conseguire posso; ho deliberato

di farla stampire dove meglio a me parerà. Ma dubitando che qualche

altro in concorrentia della stampa, che io ne farò,[214] subito che tal

mia opera et stampa sia fuori, non se intrometta a restampare o farne

restampare una altra, et che non pigli il bene et utile de le fatiche,

che doverieno venire a me: pertanto prego et supplico la prefata vostra

Sublimità, che quella sia contenta per suo decreto et privilegio

concedermi de gratia, che per tutto el tempo della vita mia non sia

licito a persona cossì terriera come forestiera et di qualunche grado

se voglia esser o sia, che ardisca, nè presuma in le terre et loci et

dominio di vostra Serenità presumere di stampare, nè di fare stampare

in forma alcuna de lettera, nè di foglio grande, piccolo, nè piccolino,

nè possa vender o fare vender ditta mia opera senza expressa licentia

et concessione de mi Ludovico Ariosto auctore de ipsa, sotto pena de

perder tal opere tutte, che si trovassero stampate, o vendersi, et de

ducati mille per cadauno che presumerà stamparla o farla stampare, o

vendere o farla vender: la quale pena per la mità si applichi a cui

piacerà alla Sublimità Vostra, et l'altra mità et libri stampati o

venduti a mi Ludovico prenominato servitore di quella. Cujus gratiæ

etc.

_Die 25 Octobris 1515_[215]

_Quod suprascripto supplicanti concedatur gratia, quam ut supra petit._

Consiliarii:

MARCUS DE MOLINO

PETRUS MARCELLO

HIERONYMUS TEUPULO

FRANCISCUS BRAGADENO.

XIV

AD ALFONSO D'ESTE DUCA DI FERRARA

Illustrissimo signor mio. Or ora, che son XIX ore, son giunto in

Fiorenza; e ho trovato che questa mattina il duca d'Urbino[216] è

morto. Per la qual cosa sono assai in dubbio di quello che ho a fare;

perchè andar a condolermi de la morte della duchessa,[217] non so

con chi; massimamente che mi par che la morte del duca importi tanto,

ch'abbia fatto scordare il dolore della duchessa. Finalmente mi risolvo

di aspettare nôva commissione da Vostra Eccellenza, ed in questo

mezzo starmi nascoso con messer Pietro Antonio, acciò parendo ch'io

mi condoglia col cardinal de' Medici o con quel de' Rossi,[218] de'

quali l'uno o l'altro s'aspetta oggi o domattina, io possa far l'uno

e l'altro officio. E anco quando a Vostra Eccellenza paresse ch'io

facessi solo quello per il che fui mandato, io potrò dire com'ero

venuto per dolermi della morte della duchessa; ma avendo veduto questo

nôvo caso, mi son restato, per non essere importuno. Sicchè Vostra

Eccellenza mi avvisi quanto ho a fare: e s'anco io fallo a non far

quello che mi è stato commesso, quella mi perdoni; c'ho fatto per far

bene. Ed in grazia di Vostra Signoria illustrissima mi raccomando.

Florentiae, 4 maii (1519).

Humilis. serv.,

LUD. ARIOSTUS.

Fuori — _Illustriss. et Excellentiss. Dom., D. meo singulariss. Duci

Ferrariae._

_Ferr. cito cito._

XV

AL MARCHESE DI MANTOVA

Illustrissimo ed eccellentissimo Signor mio. Più presto per ubbidire

a quanto V. E. mi comandò, le mando la mia _Cassaria_, che perch'io la

reputi cosa degna di andarle in mano. Ho tardato alquanto a mandarla,

perchè non ho avuto così presto chi me la trascriva. Qualunque ella

si sia, V. E. la accetti con quella benignità colla quale è solita di

vedere le altre mie sciocchezze. In buona grazia della quale umilmente

mi raccomando; e la supplico che, dove mi creda bôno a poterla servire,

si degni di comandarmi.

Di V. E.,

Ferrara, 6 giugno 1519.

Umil servitore,

LODOVICO ARIOSTO.

Fuori — _All'Ill.mo ed Ecc.mo Principe Signor Colen.mo il Signor

Marchese di Mantova._

XVI

AL MEDESIMO

Illustrissimo ed eccellentissimo Signor mio. Perchè credo che V. Ecc.

amava assai messer Rinaldo mio cugino e fratello, e grande servitor

suo, mi parrìa di commetter gran fallo a non dar avviso che oggi a nove

ore è passato di questa vita, ed in quattro dì si è spacciato, dopo

che era tornato dalli bagni di Caldera. Tutti noi suoi amici e parenti

ha lasciato di mala voglia, ma sopra tutti Madonna Contarina[219] sua

moglie; la quale, ancor che sia molto tribolata e in tanta agonìa che

io dubito che non gli môra appresso, pur non si è scordata di pregarmi

che io ne dia avviso a V. Ecc., che crede che sarà partecipe del suo

dolore. Alla quale meco insieme bacia le mani, e in buona sua grazia si

raccomanda.

Di V. Ecc.

Da Ferrara, 7 luglio 1519.

Devotissimo servitore,

LUDOVICO ARIOSTO

XVII

ALLA MARCHESANA DI MANTOVA

Ill.a ed Ecc.a mia Signora. Con gravissimo e intollerabile mio

dispiacere avviso Vostra Eccellenza che mess. Rinaldo Ariosto mio

onorandiss.mo cugino e fratello, e suo fedeliss.mo servitore, questa

mattina circa le nove ore è passato della presente vita oppresso da

subita infermità di non poter orinare, e in quattro giorni n'è stato

rubato e n'ha lasciati tanto malcontenti quanto sia possibile al mondo,

massimamente Madonna Contarina sua consorte, la quale mi ha pregato

ch'io ne dia a Vostra Eccell. avviso, rendendosi certa che le n'avrà

compassione, e sarà partecipe di qualche porzione del suo dolore:

la qual meco insieme in bona grazia di Vostra Eccell. umilmente si

raccomanda.

_Ferrariae, VII julii MDXIX._

Di Vostra Eccellenza

deditissimo servitore,

LUD. ARIOSTO

Fuori — _All'Ill.ma ed Ecc.ma mia Sig.ra osser.ma Sig.ra Marchesana di

Mantova,_

_a Mantova._

XVIII

A MESSER MARIO EQUICOLA

Messer Mario mio pregiatissimo. Io ringrazio molto V. S. della offerta

ch'ella mi fa di prestarmi l'opera sua, accadendomi, nelli miei litigi:

la quale accetto di buon animo, e credo di usarla; ma non mi basteria

il scrivere quello che io dimandassi. Ho pensiero di trasferirmi un

giorno a Mantova, ed informarvi bene di quello che io voglio: ma non

è il tempo ancora. Circa l'oda che voi mi dimandate, la cercherò tra

le mie mal raccolte composizioni, e le darò un poco di lima al meglio

che io saprò, e manderòllavi. È vero che io faccio un poco di giunta

al mio _Orlando Furioso_, cioè io l'ho cominciata: ma poi dall'un lato

il duca, dall'altro il cardinale, avendomi l'un tolto una possessione,

che già più di trent'anni[220] era di casa nostra, l'altro un'altra

possessione di valore appresso di dieci mila ducati, _de facto_ e senza

pur citarmi a mostrare le ragioni mie,[221] m'hanno messo altra voglia

che di pensare a favole. Pur non resta per questo ch'io non segua,

facendo spesso qualche cosetta. S'io seguiterò, non mi uscirà di mente

di fare il debito mio; e tanto meglio che non ho fatto pel passato,

quanto questo debito da quel tempo in qua è cresciuto in infinito.

Messer Mario, siate certo ch'io son vostro, prima per inclinazione

naturale, già è molto tempo, poi per vostri meriti verso di me. A voi

mi raccomando, e pregovi che alcuna volta vi degnate di ridurre alla

signora Marchesana in memoria che io le sono deditissimo servitore. Al

magnifico Calandra vi degnerete anco di raccomandarmi.

Ferrara, 15 ottobre 1519.

Vostro,

LUDOVICO ARIOSTO

Fuori — _Magn. ac Doctissimo Viro Dom. Mario Equicolae, mihi

amicissimo, Mantuae._

XIX

A PAPA LEONE X

Beatissime Pater. Avendomi Galasso mio fratello a' dì passati fatto

intendere che Vostra Santità averìa piacere ch'io le mandassi una

mia commedia[222] ch'io avea tra le mani; io, che già molti giorni

l'avevo messa da parte quasi con animo di non finirla più, perchè

veramente non mi succedea secondo il desiderio mio, son stato alquanto

in dubbio s'io mi dovea scusare di non l'avere finita, e che per

recitarla questo carnevale mi restava poco tempo di finirla (e questo

pel timore del giudizio di questi uomini dotti di Roma, e, più degli

altri, di quello di Vostra Santità; chè molto ben si conoscerà dove

ella pecca, e non mi sarà ammessa la scusa d'averla fatta in fretta);

o se pure io la dovea finire al meglio ch'io potea, e mandarla, e far

buono animo, e conto che quello che conoscevo io nessun altro avesse

a conoscere. Finalmente, parendomi troppo mancare dal mio debito, ed

essere ingrato alle obbligazioni grandissime che io ho a Vostra Santità

non satisfacendo a tutti li suoi cenni, ancora ch'io ne dovessi esser

riputato di poco giudizio; perchè forse la mia scusa, benchè vera,

non sarìa accettata; ho voluto fare ogni opera per mandarla, e più

presto esser imputato ignorante o poco diligente, che disobbediente

ed ingrato: e così l'ho ritolta subito in mano. E tanto ha in me

potuto l'essermi stata da parte di Vostra Santità richiesta, che

quello che in dieci anni, che già mi nacque il primo argomento, non ho

potuto, ho poi in due giorni o tre condutto a fine: ma non che però mi

satisfaccia a punto, e che non ci siano delle parti che mi facciano

tremare l'animo, pensando a qual giudizio la si debbia appresentare.

Pure, quale ella si sia, a Vostra Santità insieme con me medesimo

dono. S'ella la giudicherà degna della sua udienza, la mia Commedia

avrà miglior avventura, ch'io non le spero: s'anco sarà riputata

altrimente, prendasene quel trastullo almeno che delle composizioni del

Baraballo[223] già si soleva prendere; chè, pur che in qualche modo

la diletti, io me ne chiamerò satisfatto. Alli cui Santissimi piedi

umilmente mi raccomando.

Di Ferrara, alli 16 di gennaro 1520.

S. Vestrae.

Humilis et devotus servus,

LUD. ARIOSTUS.

Fuori — _Sanctiss. D. N. Leoni Decimo._

XX

A MESSER MARIO EQUICOLA

Magnifico messer Mario mio onoratissimo. — Per messer Giangiacomo

Baretone ho avuto sei lire di vostra moneta, le quali Vostra

Magnificenza mi ha rimesse, credo, per parte delli denari che si

hanno d'avere dal venditore delli miei _Orlandi_ a Verona. Di che

ringrazio quella, ma mi paiono pochi a quelli ch'io aspettava; e non

posso credere che quel libraro non li abbia espediti tutti, perchè in

nessun altro luogo d'Italia non so dove ne restino più da vendere: e

se fin qui non li ha venduti, non credo che più li venda. Per questo

sarìa meglio che il libraro li rimettesse quì, perchè subito troverei

di espedirli, poichè me ne son dimandati ogni dì. Vostra Magnificenza,

essendo risanata, come spero che ella sia, la prego che si sforzi di

saper la cosa; chè troverà che i libri sono venduti, e che quel libraro

vuole rivalersi di quelli denari. La si ricordi che io sono suo, e

sempre me gli raccomando.

Ferrara, 8 novembre 1520.

Vostro,

LODOVICO ARIOSTO.

Fuori — _Magnifico Domino Mario Equicolae, Secretario. Mantuae._

XXI[224]

AL CAPITANO DI BARGA

Mag.ce tanq. fr. hon. Avendo lo Ill.mo mio S.re duca di Ferrara fatta

elezione di me al governo di questa provincia sua di Carfagnana, e

sapendo io quanto sua Ecc.a è desiderosa che li sua sudditi stiano

in pace ed abbino a conversare senza sospetto con li circonvicini

e precipuamente con li sudditi della Eccelsa Repubblica di Firenze,

attenta la integra amicizia che sempre fu ed è fra prefata Eccelsa

Rep. e sua Eccell.a, mi è parso essere mio debito nel gionger mio

qui visitare con questa mia V. S. con pregarla che nelle occorrenze

del governo di questi sudditi a noi dato voglia essere meco ed io con

quella, sicchè con ogni industria e possibilità ci sforziamo di ridurli

in quella pace, unione e quiete in la quale li Eccelsi ed Illu.mi

nostri Signori sempre sono stati e di presente sono.

Appresso perchè alli dì passati un Giovanni Baricca da Barga a tempo

di notte venne a Castelnovo con uno bandito di qui, ed alcuni uomini

di commissione de' loro superiori andando per pigliar detto bandito,

per caso vi si ritrovò in compagnia un Battistino forastiero, ma che

abitava qui, il quale feritte detto da Barga, contro però la volontà

di tutti gli uomini di Castelnovo; e sì come ho detto, essendo pur

debito di noi ufficiali ridurre li sudditi in buona pace, oltre che ne

ho espressa e particolar commissione di tal cosa dal mio Ill.mo S.r

Duca, prego V. S. che in questo sia contenta di fare ogni opera dal

canto suo per disporre ad accordo detto suo da Barga con li parenti

suoi e questi di Castelnovo, dalli quali ne è riferito che si chiama

offeso (e veramente a torto), perchè loro incresce tal caso quanto

dir si può, acciò che inveterando non sortisca alfine maggior male: e

se 'l delinquente fusse in mani nostre ne faremmo tale dimostrazione

che questo da Barga ne resteria satisfatto in modo che anche V.

S. conoscerebbe essermi dispiaciuto tale eccesso; ed in questo mi

governerò secondo il consiglio e buon parere di V. S. ed in qualunque

altra mia occorrenza. Alla quale offrendomi dispostissimo sempre mi

raccomando.

Ex Castelnovo Carfignane, 2 martii MDXXII.

E. M. V.

Tanq. fr.ter LUDOVICUS ARIOSTUS

Duc.lis Com.s gen.lis in Carf.na

XXII[225]

AGLI ANZIANI DELLA REPUBBLICA DI LUCCA

_Magnifici ac potentes domini mei observandissimi._ Mando a V. S.

Belgrado da Valico con quello spiedo e giannettone, che quelle mi

scriveno lui tolse alla famiglia del vicario del Borgo alli giorni

passati; e perchè ditto Belgrado è stato obedientissimo a tale

restituzione, anco che in ditta rissa ricevesse delle ferite, per le

quali in liberarsi ha speso assai; e sì come lui a bocca dirà a V. S.

fu promisso di satisfare la medicatura e ogni suo danno che patisse,

per essersi intromisso a tale impresa; pertanto V. S. si degnino in le

cose licite e oneste esaudire ditto Belgrado, attento che per mio mezzo

volentieri ha ricorso alle prefate, alla cui bona grazia di continuo mi

raccomando sempre: _quae bene valeant._

Ex Castelnovo Carfagnanae, 22 martii 1522.

E. D. V.

Observantissimus LUDOVICUS ARIOSTUS

comes et ducalis commissarius generalis

in Carfagnana[226].

XXIII

AI MEDESIMI

Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note · 第 11 / 32 段