Ill. et Ex. Sig. colendiss. — Fui alla comedia domenica sera, et feceme

intrare Monsig. de' Rangoni[159] dove era Nostro Signore con questi

suoi Reverendissimi Cardinali gioveni in una anticamera di Cibo[160],

et lì pasegiava N. S. per lassar introdure quella qualità di homini

li parea; et intrati a quel numero voleva S. Santità, se avviamo al

loco de la comedia, dove il prefato N. S. si pose a la porta, e senza

strepito, con la sua benedictione, permesse intrare chi li parea; et

introssi ne la sala, che da un lato era la sena et da l'altro era

loco facto de gradi dal cielo de la sala sino quasi in terra, dove

era la sedia del Pontifico: quale, di poi forno intrati li seculari,

intrò et posesi sopra la sedia sua quale era cinque gradi alta de

terra, et lo seguitorno li Reverendissimi con li Ambasatori, et da

ogni lato de la sedia si poseno sicondo l'ordine loro. Et seduto il

populo, che potea esser in numero de dui milla homini, sonandosi li

pifari, si lassò cascare la tela, dove era pincto Fra Mariano[161]

con alcuni diavoli che giugavano con esso da ogni lato de la tela,

et poi a mezzo de la tela v'era un breve che diceva: _Questi sono

li capreci di Fra Mariano_. Et sonandosi tutavia et il Papa mirando

con el suo occhiale la sena che era molto bela, de mano de Rafaele,

et representava bene per mia fe forme[162] de prospective, che molto

forno laudate: et mirando anchora il cielo che molto si representava

belo, et poi li candeleri che erano formati in litere, che ogni litera

substenìa cinque torcie, et diceano LEO X. PON. MAXIMVS, sopragionse

el Nuncio in sena, et recitò l'argumento, in demostrare che Ferrara

era venuta lìe sotto fede de Cibo per non tenersi de minor vaglia di

Mantua, che era stà portata l'ano passato da S.a Maria in Portico[163]:

et bischizò sopra il titolo de la comedia, che è de' _Suppositi_, de

tal modo che 'l Papa ne rise assai gagliardamente con li astanti; et

per quanto intendo se ni scandalizorno Francesi alquanto sopra quelli

_Suppositi_[164]. Se recitò la comedia et fu molto bene pronuntiata;

et per ogni acto se li intermediò una musica de pifari, de cornamusi,

de dui corneti, de viole et leuti, de l'organeto che è tanto variato

de voce che donò al Papa Monsig. Ill. de bona memoria[165], et insieme

vi era un flauto et una vece che molto bene si commendò. Li fo ancho

un concerto de voce in musica, che non comparse per mio iuditio cossì

bene come le altre musice. L'ultimo intermedio fu la moresca, che si

representò la _Fabula de Gorgon_, et fu assai bella; ma non in quella

perfectione ch'io ho visto representare in sala de Vostra Signoria;

et con questa se finè: et li audienti si comentiorno a partire, e in

tanta presia et calca, che per mia sorte fui spinto a traverso una

bancheta, et portai pericolo de non rompermi una gamba, de modo ch'io

fui necessitato dire: _guarda la mia gamba;_ et lo replicai più de

quatro volte. Al Bondemonte[166] fu data una grande ciucata per uno

Spagnolo[167], et in quello che esso comentiava a menar pugni contra lo

Spagnolo palafrenero, fui adiutato a livarmi: ma certo è ch'io passai

gran pericolo de la gamba; et ne havi da Nostro Signor recompenso de

una larga benedictione, con una bona ciera. Et passati ne le camare

ove eran preparate le tavole de la cena, me incontrai in Monsignor

de' Rangoni et Salviati ch'io era con il Nuntio venuto de Madama[168]

che si chiama Lanfranco Spinola: et il prefato Rangoni me disse: «La

vostra _fè rara_[169].» Et io respondendoli: «Molto bene, Monsignor, la

_fede rara_ è quella che è preclara et pretiosa.» Et alhora Salviati

disse: «Lui dice el vero, tanto più che le belle inventione vengono

da Ferrara.» Et alhora parlàmo de Mess. Ludovico Ariosto, et quanto

vale in questa arte. Dipoi se retiràmo il prefato Mess. Lanfranco

et io; et parlando de questa comedia, si dolea che a la presentia de

tanta Maestà si recitasseno parole che non fosseno honeste; et invero

in quel principio gli sono alcune parole rematici. Esso con M. Poitom

et un altro francese andorno a cena con il Bondemonte; et benchè il

Bondemonte invitasse ancho me in quel instante cossì là, deliberai

refiutarlo et andarmine a la mia ceneta. Il giorno avante de quella

sera si corsero li cavalli, et poi comparve una compagnia de gieneti,

capo Mons. Corner, vestiti a la Moresca variamente, et dipoi un'altra

tuta a la Spagnola vestita de raso alesandrino con fodra de cangiante

capino et saio, capo Serapica[170] con molti camareri al numero

questa de vinti cavali, a la quale el Papa havia donato per ciascuno

quarantacinque ducati; et certamente che era bela livrea con stafieri

et trombeti vestiti de quelli medesimi colori de seda: et gionti in

piacia comentiorno a due a due a correre verso la porta del palazo

ove stava il Papa ad alcune fenestre: et facta questa corsa per ambe

le compagnie, la Serapica se ritirò da l'altro lato de la piacia et

la Cornera verso San Pietro. Et la Serapica prese le cane, et vene ad

assaltare la Cornera che havea anchora lei le cane, et slanciate le

cane la Serapica contra la Cornera, essa poi la inseguitò con le sue

cane: et cossì ferno per volte assai l'uno contra l'altro, che era

piacevole vedere et non pericoloso, et eravi de molto belli cavali et

cavale gienete. Il giorno seguente se travagliorno con li tori, et io

era con il sig. Mess. Antonio, sicondo scrissi, et si amaciorno tre

homini, et quatro feriti da li tori, et cinque cavali forno feriti et

dui ne sono morti; et fra li altri un de Serapica che era belissimo

gineto, et lui fu butato in terra et passò gran pericolo, perchè il

toro vi era intorno, et se non fosse stà stimulato con ferite non se

gli levava da presso, che lo amaciava. Et intendo che 'l Papa dicea,

_povero Serapica_, et molto si dolea. Li morti forno portati in campo

sancto per mundarvi (_sic_) le osse. La sera intendo si recitò una

certa comedia de un frate, el quale havea facto _Uno arboro de male_

(?)[171], et per non esser successa a molta satisfacione, il Papa in

cambio de Moresca fece balciar questo bom frate sopra una coltra, et

dete una gran panciata sopra el tabulato de la sena. Dipoi li fece

tagliar tute le strenghe intorno et tirare le calcie a li calcagni,

et il bom frate ne morsicò de quelli palafreneri tre o quatro de mala

sorte, et fu necessitato tandem a montar a cavalo[172], et cum le

mane li forno date tante sculaciate che, siccomo mi è referto, li sono

bisognate molte ventose et su la schena et su le chiape, et stassi in

lecto et non bene. Dicesi che 'l Papa lo fece fare in exempio de altri

frati a ciò se levino de pensier de non farli veder sue fraterie. Pur

questa Moresca lo fece assai bem ridere. — Hozi veramente si è corso a

l'Anelo denanti la porta del palazo, stante il Papa a quelle finestre,

et con li prezi già scripti, adiunctoli urinali; et poi si sono corsi

li bufoli, che è gran piacere a vedere quelle bestiacie correre, che

per un poco vano in anti et poi tornano a drieto, et quando giongeno al

palio, inanti lo possano tocare, li vol del tempo assai, chè mo vanno

un passo inanti et quatro in drieto, et de modo sterno in contrasto

a quella asesa, che l'ultima vi gionse fu quella andò inanti et have

il palio, et forno in numero diece, et per mia fe che fu gran solazo.

Me ritirai poi a casa de Bembo[173], et visitai Sua Signoria, che vi

era lo episcopo Bajosa[174], et non si parlò se non de mascare et cose

piacevole: et ancho si parlò quanto bene et vertuosamente V. Ex. fa

instituire li figliuoli: et molto lauda V. S. il prefato Mess. Pietro,

et dice esservi gran servitore. Altro non ho; et per esser la sera de

carnevale son stato in questa cianciarìa; et a V. S. humilmente sempre

mi raccomando: che 'l Signor Dio la conservi felicissima.

De Roma, adì VIII marzio M. D. XVIIII,

hora 4ª noctis.

De V. S. Ill.

Servo

ALPHONSO PAULUZO.

Fuori — _A lo Ill.mo et Ex.mo S.r mio col.mo il Sig. Duca de Ferrara._

DOCUMENTO XVII

SUPPLICA AD ERCOLE II DUCA DI FERRARA

Ill. et Ex. Sig.

Expongono a V. Ex. li fedelissimi sudditi et servitori suoi Gabriele,

Galasso, Alessandro fratelli, et Virginio lor nepote de li Ariosti,

che essendo sin de l'anno 1519 morto mess. Rainaldo lor fratello

consobrino, et essi rimasi suoi heredi ab intestato, con l'altra

eredità, come di cosa sua, pigliarono pacifica possessione d'alcune

terre arative, prative et d'altra sorte, poste nel territorio di

Bagnolo, quali, già molti et molti anni sono, furono concesse a livello

da l'Ill. duca Hercole avo di V. Ex. a mess. Francesco Ariosto scalco

alhora di sua Ill. S. et padre di detto mess. Rainaldo. Et essendo

stati già parecchi giorni in quieta possessione di queste terre,

dal quondam mess. Alfonso Trotto alhora fattore generale, forono,

senza nessun colore di ragione, de facto et ingiustissimamente non

solo spogliati del possesso di detti beni, ma insieme con quelli de

i frutti anchor ch'erano avulsi a solo alla morte di mess. Rainaldo.

Onde di ciò dolendosi i poveri servitori all'Ill. padre di V. Ex., et

supplicandogli, che poi che dal suo fattore era stato lor fatto così

expresso et manifesto torto, si degnasse dare loro qual si volesse

altro giudice dal fattore in fuori, dinanzi a cui s'havesse a conoscere

et decidere di ragione questa causa, non potero ottenerlo; anzi Sua

Ex. gli rimesse pur a detto fattore. Onde non potendo essi farne

altro, forono sforzati cominciare la lite in Camera, dove fu agitata,

et instrutto il processo, publicati li testimonij, et condotta la

causa sino alla sententia: alla quale instando essi, il fattore per

l'odio che portava gratis a mess. Lodovico, et per rispetto di lui a

tutti gli altri presenti fratelli, non comportò mai che se ne potesse

vedere il fine; ma quando con una cavillatione, quando con un'altra,

maxime allegando l'absentia di mess. Ludovico Cato consultore de

la Camera, che la maggior parte di quelli anni stette sempre hora

appresso 'l Papa, hora l'Imperatore, et ultimamente oratore appresso

il Re christianissimo andò sempre diferendo questa expeditione

ingiustissimamente, et con extremo danno de i poveri supplicanti.

Quali veggendo apertamente inimico alla lor giustizia colui a chi erano

sforzati domandarla, hanno lasciato passare molti anni senza instare

più per la expeditione di detta causa: et se in questo tempo pur hanno

in essa processo a qualche atto di ragione, è stato più tosto per

tenerla viva et in memoria del mondo, che perchè ne sperassero nessun

bon fine.

Non sono però mai stati senza speranza che'l tempo apportasse un dì

occasione, che le sue ragioni havessero ad havere più giusto et benigno

giudice che alhora non haveano. La quale poi che finalmente è giunta,

et che V. Ex. non meno per merito de le sue infinite virtù che per

debito de la paterna successione et primogenitura è collocata nel suo

ducal seggio, ricorrono a lei come a desiderato et lungamente aspettato

lor refugio i servitori presenti, supplicandola che non voglia più

comportare che siano, come sono stati già quindeci anni, stratiati et

menati in lungo da le cavillationi et calumnie si del Fattore passato

come d'altri procuratori, notari et agenti de la sua ducal Camera; ma

si degni commettere per suo rescritto alli presenti Mag. suoi Fattori

et altri a chi spetta, che reiecte le cavillationi et calumnie, debbano

finalmente con effetto et con celerità terminare pro iustitia detta

causa, attento che già più anni sono si trova instrutta, publicati li

testimonij et fatto ciò che è da fare.

Il che essi riceveranno in singolar gratia da lei, la quale Dio

lungamente conservi in quella felicità ch'ella stessa desidera.

_Factores generales supplicantibus

justitiam faciant, causamque ipsam expediant,

reiectis calumniis et cavillationibus

quibuscumque. Ita ut supplicantibus ipsis iusta

querela locus relinquatur._

XXIII decembris 1534.

BARTHOLOMEUS PROSPERI.

LETTERE DI LODOVICO ARIOSTO

I

inedita[175]

DOMINO ALDO MANUCIO....

_viro doctissimo ac mihi colendissimo,_

_Venetiis._

Cum Sebastianus Aquila vir bonarum artium sedulus cultor, qui apud

nos praeter medicinam quam publico stipendio docet, Academicum Dogma

profitetur, Platonem in Timaeo diebus festis maxima audientia legat;

non mediocre desiderium studiosis incidit habendi libros Marsilii[176]

et aliorum, qui aliquid de hac secta a graecis scriptum latine

transtulerunt. Et cum tu possis illos potissimum explere, nam id cum

ex aliis tum superioribus diebus ex Alberto Pio[177] viro magnifico

ac litteratissimo cognovi, qui abs te rediens ad nos volumen inter

ceteros attulit, in quo Platonicorum quorumdam opera quaedam congesta

sunt; ego ut his doctis viris qui me ad id hortantur morem geram, et ut

tuae utilitati consulam, quam non minimam existimo si quae imprimenda

curasti a pluribus emantur, meum officium duxi te litteris obsecrare ut

nostro huic honesto desiderio obsequi velis. Quare si tot litteratorum

rogationes non despicis, quicquid in hac re habes ad nos mitte. Nam

praeter tuum commodum studiosis etiam laborem ob hoc navigandi Venetias

demes. Vale.

Ferrariae, nonis Januarii 1498.

LUDOVICUS AREOSTUS.

II

AL CARDINALE IPPOLITO D'ESTE

Ill.mo Signor mio. Per eseguire quanto Vostra Signoria mi commette

io mi sforzarò di intendere quelle nove che saranno possibili da

intendersi, e di giorno in giorno ne terrò avvisata quella. Al

presente si parla assai per Ferrara di Beniamin ebreo da Riva[178]

che ha fallito di 14 mila ducati che avea da altri ebrei forastieri a

guadagno, e questo per avere esso credito col conte Rinaldo Sacrato

e col conte Jeronimo Roverella e con altri di qualche migliaro di

ducati che non può esigere. A Ferrara sopra di questo si dicono molte

ciancie: che è stato il Duca che avendo inteso che avea molti denari di

cristiani ad interesse, ha voluto sapere chi sono questi che per suo

mezzo prestano ad usura, e ha voluto torgli tutti questi denari che

erano di cristiani usurari;[179] e la fama sovvertendo la veritade,

dice che'l conte Rinaldo prefato avea su quel banco duemila ducati a

guadagno, e così molti altri che si nominano. Pur Marco Marighella,

al quale in queste cose si può dar fede, mi ha certificato esser così

come prima ho scritto, e m'ha detto ancora che molti argenti di V. S.

sono su quel banco; e avvenga che'l signor Duca abbia fatto il salvo

condotto a Beniamin, pur non vi sono molto sicuri, perchè un giorno se

ne potrebbe fuggire. M'ha detto ancora Marco che stanno in pericolo di

fallire de li altri appresso, perchè siamo a un tempo che ciascuno c'ha

denari fuora cerca di ritornarseli in borsa.

Per li denari che ha dimandato il Duca in prestito ad alcuni

particolari, si teme per la cittade che non segua in generale: anzi ho

odito dire, benchè io creda che sia falso, che vuol mettere una colta

sul Comune di centomila ducati, e di questo si fanno diversi parlamenti

fra il popolo, chè niuno se ne contentaria.

In tutto lo Ferrarese è tristissimo recolto di vino, _adeo_ che vale 14

e 15 lire la castellata: il formento è a 12 bolognini il staro.[180]

Quelli che ne hanno da vendere stanno in speranza che debba incarire

molto.

Per quanto io ho vedute alcune lettere di alcuni che abitano Adria, in

quella terra, e così in tutte quelle ville che sono ne l'estremità del

Po e presso la marina, si sta con gran sospetto che crescendo l'acque,

Veneziani non li assaglino con l'armata,[181] più presto per robarli

e farne preda e strazio per l'odio che ci hanno, che per avere animo

di tenerli: e alcuni di detti lochi si hanno già fatto provvisione di

case in Ferrara, dove salvino le persone e meglioramenti loro. Ricevuta

ch'io ho la lettera della S. V., ho dato a quella questi pochi avvisi

qualunque si siano, per non essere imputato di negligenza. Di giorno

in giorno starò attento e farò ogni instanza di sapere, e praticarò più

alla piazza e alla Corte che dopo la partita di V. S. non facevo; e di

ciò che mi verrà a notizia le ne darò avviso. Alla quale, _post manuum

oscula, humiliter_ mi raccomando.

Ferrariae, VII septembris MDIX.

Ill. D. V.

Servitor fideliss.,

LUDOVICUS ARIOSTUS.

Fuori — _Ill.o et R.o D.o Domino meo unico D.o Cardinali Estensi — In

Castris Caesareis_.

III

AL MEDESIMO

Ill.mo Signor mio. Luni passato per una faccenda di un mio cognato

andai a Nonantola dove visitai il Rev. Cesarino,[182] dicendogli che io

ero venuto a far reverenza a Sua Sig., perchè mi rendevo certo che se

V. S. si fusse ritrovata a Ferrara averia mandato in ogni modo alcuno

de' suoi a far tal effetto, e che risapendo poi che ritrovandomi io

in loco dove l'avessi potuto fare e fussi mancato, ne averei da V. S.

avuto riprensione. Il Cardinale prefato mi fece gratissima accoglienza

e carezze assai per amore di V. S., e poi mi disse avere a' dì passati

mandato un suo sescalco per visitare in campo V. S., e che dopo la

partita di quello mai non ne avea inteso novella e ne dubitava molto,

e mi pregò ch'io ne scrivessi a V. S. e ch'io intendessi se quella ne

sapeva cosa alcuna. Appresso mi disse di un levorero che aveva inteso

che'l Mastro da stalla di V. S. avea bellissimo, mostrando nel dir suo

avere desiderio di averlo. Io gli feci intendere che uno del prefato

Mastro da stalla avea V. S. a' dì passati donato ad un Spagnolo e

dubitavo che fusse quello che era stato a Sua Sig. laudato, perchè

altro cane non sapea che fusse del Mastro da stalla di quella bellezza.

Egli vide, stando io lì, una mia bracca ch'io avea molto cara per la

sua bellezza perchè io la volea da eredi,[183] e me la domandò in dono.

Io non gli la seppi negare, benchè me ne dole ancora. Sabato si partì

per andare a Roma, e mi lasciò in commissione ch'io lo raccomandassi a

V. S. Ill.ma come a suo patrone, con mille parole umane e di servitù,

che serìa longo a scrivere. La differenza ch'avea con li uomini di

Nonantola, che erano decaduti, ha commesso a Mess. Teodosio Brugia, il

quale essendo io lì ha come adattata, che quelli uomini riaveranno le

loro investiture pagando _singulatim_ chi assai, chi poco secondo le

facoltà e il tempo delle decadute loro; e credo, secondo il principio

c'ho visto, che il Cardinale ne trarrà parecchie centinara di ducati.

Venuto in questa terra, ho trovato due Siciliani che hanno avuto

campo dal Duca per combattere. Un Marino da la Maitina ha chiamato un

Francesco Salamone[184] per provargli di certa causa matrimoniale, di

che credo che V. S. sia informata. Quando io credessi che V. S. non

la sapesse, me ne informarei meglio e pienamente le ne darei avviso.

Vèneri prossimo si dice che combatteranno se seranno d'accordo, ma sino

adesso sono in discordia, e questo è che quel Marino ha scritto volere

provare a quel Francesco quattro cose: l'una ch'una certa sua nipote o

figliastra è moglie di questo Francesco; alla quale Francesco risponde,

che questo che la ragione civile o sia canonica può decidere non vole

ponere in fortuna di arme. All'altre tre si attacca, che una è che

Marino dice che esso pose questo Francesco a dormire con la prefata sua

nipote; l'altra che questo Francesco ha malmessi e dilapidati li beni

de la prefata; la terza che questo Francesco non avrà ardire di venire

in campo perchè è codardo e che è un giudeo. A queste tre querele

risponde Francesco, che Marino mente: ma questo Marino par che si

attenga alla prima, per la quale Francesco non vuol combattere. Questo

è quanto sino a questa sera è successo di questa cosa. Così Ercole il

quale fa compagnia a quel Francesco mi ha detto. Di questa cosa che

a Ferrara ho trovato di novo, se non fusse per darne a V. S. avviso,

avrei poco pensero, verso un'altra che mi dispiace assai, perchè tutto

oggi si è andato per li Massari in volta, facendosi comandamento alli

cittadini che in termine di due dì ognuno abbia portato al Tesorero

del Comune li denari che gli toccano de la colta imposta novamente per

il Duca, come se tutti fussimo bancheri che avessimo denari in cassa.

E tutto il popolo dal maggiore al minore dice male e peggio; e io ho

odito dire da alcuno che se V. S. fusse in questa terra, non seriano

queste cose; e che poi che quella ha adattati li fatti del Duca col Re

di Francia e con l'Imperatore, serìa necessario anco che tornasse a

Ferrara per adattare le cose del popolo col Duca. Oltra questa colta

è stata imposta sopra li feudatarî un'altra gravezza, che è circa il

quarto de la intrata. Io chiamo feudatarî tutti quelli che riconoscono

roba de la casa da Este; ma questa non appartene a me perchè non ho

roba di tal sorte; ma se io ne avessi non mi gravaria già a pagare.

Nanti ch'io andassi a Nonantola, un dì vidi un tumulto di contadini che

si lamentavano a M. Antonio di Costabili di infiniti lavoreri che ogni

dì multiplicavano, e minacciavano di fuggirsi di Ferrarese; e odii un

nodaro d'argini[185] che attestava che de la sua guardia n'erano già

fuggite tre o quattro famiglie. Per Ferrara si ragiona, ma noi dico già

ch'io lo sappia certo, pur si dice publicamente, che a questo Natale

Mes. Antonio serà casso del giudicato de' Savi, e in suo loco andarà

Benedetto Brugia. Quelli che credono che tal cosa abbia a succedere

estimano da lungi a che effetto serà fatta. Io scrivo cose di fastidio

a V. S. perchè non ho da piacere: alla quale _humiliter_ mi raccomando.

Ferrarie, XXII octob. MDIX.

Ill. et R. D. V.

Servitor fidelis,

LUDOVICUS ARIOSTUS.

IV[186]

AL MEDESIMO

_Ill.mo Sig. mio_................. _Al Sig. Cardinale Regino[187] ho

fatto sentire_ il desiderio che V. S. avrebbe _che Mess. Giovanni_....

avesse la compagnia che era del conte de la _Mirandola_,[188] e oltra

questo le ho commendato il prefato Mess. Giovanni _quanto mi fu_

possibile, del quale il prefato Sig. Cardinale avea poca notizia. Sua

Sig. Ill., per amor de la S. V., si è offerta di far _tutto il_ poter

suo acciò che si consegua l'intento, avvenga che n'abbia poca speranza;

però che poco dinanzi, pregato dal Sig. di Pesaro, ne ha parlato con la

Santità del N. S. _acciò che_ il Sig. di Pesaro avesse tal condotta,

e dal N. S. n'ha avuto repulsa; e per questo estima che abbia tra sè

disposto di darla a qualche suo. Tuttavia non restarà far ogni opera

per satisfare a V. S. Quel dì ch'io giunsi qui, il conte _Lodovico_ da

Canossa[189] incidenter mi disse che'l Papa aveva eletto in loco del

conte de la Mirandola il Sig. Ottaviano Fulgoso, e che poi parea che

si fosse pentito, e che credea che divideria quella condotta tra più

d'uno.

Dopo ch'io mi _partii_ da Ferrara[190] è sempre piovuto il dì e la

notte, e di qua _le acque_ de li fiumi sono in su le ripe, sicchè

è molto pericoloso _il porsi_ in cammino. Per questo V. S. mi averà

per escuso s'io sarò _un po'_ tardo al ritorno; ch'io ritornarei mal

volontieri _nei pericoli_ di affogarmi c'ho scorsi al venire in qua.

Oggi è _arrivata_ la nova che V. S. insieme col Duca ha rotta l'armata

_Veneta in Po_,[191] di che a mio giudicio tutta questa Corte si è

rallegrata; _e il Sig. Cardinale Regino nel sortire da S. Santità_

trovò a caso che 'l Cornaro[192] descri_veva questa vittoria con ogni

partico_larità. Me ne sono allegrato, chè oltra l'util publico _la mia

Musa_ averà istoria da dipingere nel padiglione[193] del mio _Ruggiero

a nuova la_ude di V. S., alla quale mi raccomando.

Romae, XXV _decembris_ MDIX.

Servitor,

LUDOVICUS ARIOSTUS.

V

AL MEDESIMO

_a Parma._

Ill. Sig. mio. Lorenzo di Pasti è giunto or ora qui in cittadella

dove io mi trovavo a parlar col Capitano, e mi ha detto che venendo ha

ritrovata una spia che gli ha fatto intendere, che subito che 'l Campo

nostro si levi da Carpi, quello di Modena è per venire alla volta di

Reggio, credo lasciando Rubiera da parte: e perchè detto Lorenzo ha

dubitato che se andasse prima a Carpi per tornare poi a Sassuolo e a

Rubiera, non fusse poi tardo col soccorso, ha mutato proposito, e ha

mandato un messo a posta al Sig. Enea[194] con una sua, informando Sua

Sig. del caso e del parer di V. S. circa a poner 200 fanti di quelli

di Rubiera e Sassuolo in questa cittadella, acciò che 'l detto Sig.

Enea abbia a dimandarne licenza a Monsignore Gran Maestro[195] e mandar

subito la lettera a Sassuolo, dove si trovarà questa notte Lorenzo per

non perder tempo; e così il messo direttivo al Sig. Enea è già in via,

e similiter Lorenzo ora che sono XXIII ore e mezza. Il Capitano qui de

la cittadella prega V. S. che lo voglia soccorrere di alcuno de li suoi

che stiano seco qui per quattro o cinque giorni, finchè si veda a chi

riescono queste cose, e dimanda Domenichino, Giacomo da le Sale, Pier

Moro,[196] Francesco Maria da Sassuolo e tali di che se ne possa fidare

e valere. Lorenzo di Pasti ha già incaparrato di venire domani a V. S.,

alla quale mi raccomando.

(_Regii,... octobris_)[197] MDX.

Servus,

LUD. ARIOSTUS.

VI

AL MEDESIMO

_a Parma._

Ill. Sig. mio. Questa mattina si sono radunati dodici primi cittadini

di Reggio, che questa Comunità ha eletti provveditori de la guerra,

alli quali io ho parlato acciò che facciano elezione di cinque o sei

uomini che stiano appresso il Sig. Gran Maestro, secondo che da V.

Sig. mi è stato imposto; li quali mi hanno fatto intendere aver già

fatto provvisione di più numero di questo. Prima hanno dato l'impresa

di vendere il pane che va in campo, ed essergli assistente, a due

cittadini che hanno due famigli con loro. La cura del vino a Gian

Giacomo Messore con autoritade e patente di comandare a tutti li

uomini del distretto. La cura de le spelte ha uno Gian Francesco

Camonchiela, il quale ha due compagni. Sopra li guastatori hanno

fatto che ogni villa vi ha li suoi Massari, e Giambattista Cassola con

due famigli ne ha la cura. Oltra di questo gli hanno dato carico di

parlare per le cose che occorreno al Gran Maestro, e tenere avvisato

di continuo la Comunità di quanto serà di bisogno, e questo ieri andò

per tale effetto. Quattro beccari tengono di continuo in campo, e

molti venditori di altre robe. Ne la terra hanno messo grande ordine

che le vittuarie vadano abbondantemente in campo, e vi sono officiali

salariati sopra questo. Di mandare oltra questi altre persone a stare

presso al Gran Maestro, si sono molto ritirati indietro, allegando non

esser possibile a patire maggiore gravezza di quella che hanno, perchè

tutti questi e li famigli c'hanno sono salariati con gran provvisione

da la Comunità, imperocchè per li mali portamenti che gli usano

Francesi si trovano pochi che vogliano andare a tal cure, perchè nel

vendere le robe spesso rilevano di bone bastonate.

M'hanno fatto intendere ancora che gran difficoltade è a trovar spelte

per mandare in campo, perchè prima li contadini non hanno, avendo già

pagato e dato al Duca quelle che ogni anno gli sono obbligati:[198]

li cittadini _autem_ ascondono quella che hanno o negano di darla,

e questo avviene perchè prima valeva dieci soldi il staro, e ora gli

è dato metà, chè non la ponno vendere in campo più di nove soldi; e

quando l'hanno condotta in campo, la vogliono alla misura di Rubiera

che è maggiore della Reggiana; poi li pagano di moneta e vogliono che

corra secondo che fa a Parma, che secondo la ragion loro (di che io

poco mi intendo) gli ritorna in gran detrimento, e molto gli è meglio

venderla qui a Reggio, che far spesa di mandarla in campo con tanta

iattura. Oltra di questo ognun pensa che partito il campo valerà molto

in Reggio, e con speranza di venderla poi, la tengono occulta, e che

quando lasciassero vendere la roba il prezzo suo, _sponte_ portariano

le persone la roba dove valesse con speranza di guadagno; così de la

spelta come de l'altre cose. Oltra di questo bisognaria provveder che

li conduttori che vanno in campo, vadano securi: ma li togliono spesso

li buoi e li fanno lavorare in altro. Oltra di questo li rompono le

casse e brusano in che la portano. Così ancora accade a li guastatori,

che da li soldati sono tirati a nettare le lor stalle, e per questo

avviene che chi va una volta in campo non gli vole tornare l'altra;

nè questa Comunità può avere un carro se non manda li balestrieri

a pigliare li villani per forza, e così ancora li guastatori se ne

fuggiono, e di questo mi son trovato in fatto. Vorrìa ancora che V.

S. scrivesse al conte Gian Boiardo che facesse condurre del vino in

campo per esserne nel suo paese gran quantitade e prossimo al campo;

così al Sig. Mess. Ercole per San Martino e Campogaiano, e a questi

Castellani di Manfredi che tutti l'aiutasseno e mandassero vittuaglia

in campo, perchè il distretto di Reggio per sè non basterà a provvedere

al tutto: e mandare del pane, chè, oltra l'altre incomoditadi, sono

pochi forni in questa terra. Io del tutto dò avviso a V. S. la quale

farà poi il parer suo. Del mandare altre persone in campo si escusano

gagliardamente, e m'hanno pregato ch'io avvisi V. S. de le provvisioni

che han fatto, sperando che quella abbia a rimanere satisfatta. Se

quella vuol che di novo insti che mandino altri, mi avvisi, ch'io lo

farò. Ma mi par bene che sarà difficultade a disponerli. Io aspettarò

la risposta di V. S., alla quale mi raccomando.

(_Regii... octobris MDX_).[199]

Servitor fideliss.,

LUDOVICUS ARIOSTUS.

Qui è nova giunta or ora, e si parla per vera, che 500 Spagnoli sono

fuggiti dal papa nel campo nostro.

Vorriano e che V. S. mandasse qui uno con autorità e patente di poter

comandare a tutti li gentiluomini e Castellanze che avessero a far la

rata sua in questi bisogni, perchè il Capitano gli pare che li vada con

troppo rispetto.

VII

AL MEDESIMO

_a Parma._

Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note · 第 10 / 32 段