L'altra querela, Cesarea Maestà, è da Modena, ove dice che tractando

lui rehaverla, sendo pervenuta alle mani de Maximiliano Imperatore di

perpetua memoria, el PP. se li interpose con procurare d'haverla epso,

et che non la pigliò per la Sede Apostolica, et la hebbe a vil pretio,

poco più di quello se ne cavava ciascun anno d'entrata, et promisse

al Card. suo fratello darla poi a lui, et che nol fece etc. Al che si

responde prima a l'ultimo, quanto sia della promessa, che pure adduce

il fratello per testimonio, a chi non sarebbe da prestar fede: poi

dato l'havesse promesso incautamente per importunità, obligato era a

non servarla per le sopra allegate ragioni. Circa el contracto, dico

che forte se n'inganna, anzi principalmente da S. Santità fu facto per

la Chiesa: ma si lui non sa la forma di epso, ricerchila. Quanto al

pretio el fu quello se convenne tra le parte, et de che se contentò la

Cesarea Maestà de gloriosa memoria, qual fu anchora più volte per darla

gratis, ma pigliò quella summa di denari per adiutarsene al bisogno

della guerra contra Venetiani. Ma questo non appartiene a lui: sia

stato il pretio grande o piccolo, unum est che fu maggiore assai di

quello dice, anzi in molti anni la intrata non ascende a quella summa.

Ben è vero che al tempo la occupava lui, per tiraneggiare li populi

e mungerli sino al sangue, ne cavava fructo assai maggiore di quello

facea la Cesarea Maestà quando la tenea, nè di poi la S. Sede, chè il

simil anchor facea di Reggio............... Nè in epsa pò don Alphonso

pretendere veruna altra ragione che simile a quella di Reggio, perchè

pure da soi maiori fu rubata, scacciando li Vicarij Imperiali che la

governavano ne' tempi perturbati. Non havendo adunche lui megliore

ragioni in Modena che in Reggio, et la Sede Apostolica le medeme, sendo

stata recuperata nella dicta guerra et per quelle istesse cause; se

di sopra havemo declarato et provato iustamente esserli stato levato

Reggio, et recuperato per la Chiesa, viene anchora ad essere provato el

simile de Modena, et molto più adgiongendosi la vendita et contracto

facto per la Cesarea Maestà, il quale per ogni ragione havea potuto

fare, dato che colui fusse stato prima vero feudatario senza esserne

decaduto, como era per molto grave colpe, perchè havendo epso il

feudo, el Signore d'epso, che l'havea recuperato, ne potea fare il suo

beneplacito.

. . . . . . .

Ma perchè si parla di Ferrara, ragionevol cosa è, sì como di Modena

et di Reggio si è facto, declarare como iniustamente nel principio

pervenesse in potere di questi da Este et con maggior iniustitia et

iniquità sia stata poi ritenuta. Già notissimo è Ferrara essere delle

certe et antique cose della S. Chiesa, posseduta centinara d'anni dal

tempo de Carlo Magno sin che fu occupata per costoro, circa el tempo

che Pontifici stavano in Avignone, sendo stati posti stipendiati alla

custodìa di epsa città contro un certo Salinguerra cittadino che se era

elevato in tiranno: ma quelli che la doveano defendere la usurporno,

sendo le cose della Chiesa travagliate. La qual alquanto respirando

non volendo tolerare tanto iniuriosa iactura, scacciogli, recuperando

la città: ma poi pur epsi la reoccuporno, con adiuto de' tiranni

circumvicini, che in quel tempo molti se n'erano elevati in quelle

bande per le perturbationi della Chiesa et dell'Imperio, como acader

sole che sempre tiranni pululano, afflicti e principi che li hanno a

reprimere: et così correndo tal vicissitudine per alcuni anni, furno

scacciati più volte hor per el Pelagura Legato de Bologna, hor per

altri ministri della Sede Apostolica et excomunicati, como ne appare

anchor el processo nell'Archivio de Avignone. Ma di poi, sondo pur la

corte absente, et oppresso il Stato ecclesiastico dalla potentia de'

Visconti, parve al summo Pontifice defferir la lor punitione ad altro

tempo più comodo, tolerandoli cum conditione pagassero dieci mila

ducati de annuo censo alla S. Sede, per attendere al più importante:

et così la obtennero con iniqui principii, primo a tradimento, poi per

violentia et necessità, confirmandoseli nel funesto tempo che in breve

successe del scisma, che durò tanti anni. Et non contenti di questo,

alquanto di poi usurporno Argenta all'Arcivescovato di Ravenna, per il

che furno di novo excomunicati et astrecti a restituirla; ma appresso

la reoccuporno; et non satii usurporno anchor Comacchio et Lugo. Dipoi

cominciando a rehaverse la S. Sede, sendo le cose della Chiesa anchor

debile, se son mantenuti con appoggiarse sempre a chi inimicava ad epsa

Sede, con procurare al continuo stesse bassa et travagliata, ad ciò

non havesse facultà di ripetere el suo, et cercato ognhora diminuire

quel censo, secondo le occasioni o necessità de' summi Pontifici, che

se li sono offerte. Tanto che da diecimila ducati, l'hanno reducto a

nulla, cioè a cento, che ultimo li fu concesso da PP. Alexandro quando

don Alphonso pigliò sua figlia spuria per moglie, nella qual occasione

anchora usurpò Cento et la Pieve, terre del Vescovato de Bologna,

quantunche epso Alexandro avanti tal contracto havesse statuito et

tractato recuperar Ferrara alla Chiesa, como prima di lui Sixto et

Pio pessime disposto verso el duca Borso, secondo le sue epistole

attestano. Tacio li precedenti per non tanto extenderme, sendomi stato

bisogno summariamente quasi texere una historia, per far cognoscere

quanto iniquamente sia stata usurpata et retenuta epsa città de

Ferrara a la Sancta Sede, lassando anchora de scrivere quante volte sia

devoluta, sì per le rebellioni de' maggiori de don Alphonso, como per

essere mancata la linea loro legittima, chè al più del tempo bastardi

hanno signoreggiato in epsa casa: della quale se si volessero contare

le sanguinolente et abominevole tragedie, le occisioni, li stupri,

se maraviglierebbe ognuno che tanta iniquità fosse perdurata sino a

questi tempi; quali, et per non esser troppo longo, et per non voler

toccare cose calunniose, non pertinenti alla resposta, preterisco: ma

le historie de' moderni scriptori, communi ad ognuno, ne sono piene.

Questo non lassarò, per far a proposito, che l'avo de costui, march.

Nicolò, sendo bastardo, lassò Ferrara per testamento al march. Leonello

pur bastardo suo figlio, Modena al Sig. Hercole patre de don Alphonso,

Reggio, che havea occupato lui, al Sig. Sigismondo figlio legitimo; et

epso mar. Leonello morendo lassò il Stato di Ferrara al Sig. Nicolò

suo figlio legitimo, nato de matre della casa del march. de Mantoa,

al quale il sig. Hercole la occupò, et ad epso suo nepote crudelmente

fece tagliare il capo. Parimente levò Reggio al sig. Sigismondo suo

fratello: et si alcuno volesse defendere questa occupatione, allegando

el bastardo non poter succedere nel Stato, che dirà egli di Reggio che

era lassato al legitimo, et cosa acquistata di novo per el testatore?

Poi se li responde che parimente el march. Nicolò avo non potea

tenere Ferrara per essere bastardo, et però nulla ragione li potea

anchora havere el figlio legitimo; et si titulo alcuno o investitura

li acquistò per sè et il figlio bastardo, como fece per epso march.

Leonello, che lui solo qualche ragione pretendere li potea, et nulla il

signor Hercule, et non dimeno el figlio legitimo d'epso signor Leonello

decapitò con levarli el Stato.... Di san Felice gli è chiaro che

antiquamente era infeudato a' signori di Carpi predecessori _del_ sig.

Alberto _Pio_.

L'ultima querela di don Alphonso, sacratissima Maestà, è troppo

abominevole, impia et scelesta: non li parendo assai haver

calunniato il buon Pontifice, descrivendolo ingrato, fedifrago,

cupido, iniusto, ardisce anchora accusarlo de crudeltà, facendolo

sicario et sanguinolento. Temerità tanto grande et impietà, che non

meritarebbe risposta de parole, ma di debito supplicio. Al che la

vita innocentissima de PP. Leone nota a l'universo da sè responde

et purga; oltra che la calunnia da lui non se prova nè cum effecti,

nè cum argumenti nè alcuna coniectura; ma sol exagera la cosa con

parole grave, exordiendo che S. Santità l'havea in odio gratis: cosa

aliena non solo da li efferati homini, che non portano odio si non

per qualche causa, ma anchora dalli bruti animali; et lo impone ad

una natura tanto mansueta, suave et benefica, et dice havere toccato

con mano S. Beatitudine per mezo de' scelerati soi ministri con via

detestanda haverli poste insidie nella vita, allegando di ciò havere

testimonij soi famigliari, et stipendiati, tentati per tale effecto,

et esserne facto processo, quale ha appresso di sè con epsi testimonij

vivi, con alcuno de' quali el PP. istesso ha parlato di bocca propria

sopra decto tractato, in modo da far stupire chi lo intendesse.

Per certo subtile inventione, exquisita astutia, ma mal colorita

fabula!.................................. A voi dico, don Alphonso:

Chi sarebbe questi se maraviglierebbono, si non li grossieri, incapaci

et sciocchi, che havendo voi conficto uno processo, stato iudice

et parte, electi testimonij vi son piaciuti, che l'havessi exteso a

vostro modo? Maraviglia sarebbe che havendo facta la ribaldaria, non

vi fussi sforzato farla compita et apparente quanto poteate. Ma non

vedete voi che quanto la confingete più atroce, per movere li affecti

de chi leggesse le vostre Littere, tanto la rendete men verisimile?

Chè non vi havendo altro argomento nè prove (chè ben sapete vostri

famigliari non fanno fede nè processo facto avanti voi et vostri

iudici, in casa vostra et in causa propria) doveate tutto affidarve in

la verisimilitudine, volendo allucinare la mente di qualcuno? Questi

testimonij che dicete essere vivi, con li quali ha parlato el Papa,

o sono vostri ministri et famigliari, o soi. Si de' vostri, non è

da credere che un principe sì prudente et circonspecto, qual era Sua

Santità, anchor havesse tal animo, si fusse confidato dirlo a loro: si

erano de' soi, non è verisimile l'havessero palesato a voi, con tradire

un suo sì gran patrone: poi, si così è, produceteli, comparischino

questi vostri egregi testimonij, et se cognoscerà la vostra iniquità

et sceleraggine; chè me sforzate pure a così dire, parlando voi tanto

inhonesto et sordidamente del summo Pontifice vostro supremo Signore.

Doveate questo processo far produrre et estenderlo davanti altro

tribunale che'l vostro, che non se sa (pur sono astrecto toccare delle

cose che tacere volevo) come se formano li processi in casa vostra?

Sannolo li infelici vostri fratelli crudelmente incarcerati tanti

anni sono: sallo el sangue et le viscere de quelli poveri gentiluomini

dilacerati.....................

Quanto a l'antiqua amicitia adducete tra casa de' Medici et

vostra.......... se li eravate amico, perchè faceste in Francia

appresso el re Loysi et reverendissimo Rhoano Legato tanti mali officij

contra loro? Bisogna adunche dire, o che mai li fuste amico, ma della

fortuna loro quando era florida, et li voltaste le spalle como la se

mutò, o che siate stato perverso et malvagio a non subvenire e vostri

amici in le necessità; ma, che è peggio, adiutare a perseguitarli,

et voi istesso a procurarli el male: et questo quanto all'antiqua

amicitia basti....... mai la vostra amicitia fu utile ad alcuno,

dannosa sì, per non risguardar in epsa si non quanto serve al vostro

commodo......................... Ma el mendace ha fronte a dire

tutto quello pare li venga bene, maxime quando non l'ha a provare

altrimente; per il che presume poi anchora dire epso medemo PP. Leone

havere affirmato, che iniustamente Julio el perseguitava, chè troppo è

ridiculo che S. Santità qual era Legato del PP. et in facto all'occhio

vedea le sue pessime opere, più volte narrate, la union cum scismatici,

le insidie facea al Stato de Bologna et di Romagna, dicesse el PP.

indebitamente perseguitarlo. Pur, adducendo il Cardenale suo fratello

per testimonio, se li vuol credere; maxime se li occhi di don Julio suo

fratello lo consentessero!

............ L'eredità sua (_del card. Ippolito_) qual tutta era de

beni ecclesiastici (che ben sa delli paterni epso non hebbe mai alcuna

parte), sì grossa summa de denari, tanti altri beni de ogni sorte che

a maior valore ascendono de cento miara de ducati, se ha usurpati, che

tucti perveneano al summo Pontifice, et nientedimeno gli l'ha permessa,

sino a riportarse a Ferrara quella parte n'haveva in Roma! È questo

picciol dono? beneficio da tacere? inditio de mala voluntà verso lui,

et di volerli toglier Ferrara? chè pur l'anno passato fu questo; anchor

che S. Santità sapesse epso Cardenale essere morto repentinamente senza

poter testare (oltra che non havea sufficiente facoltà), quantunque lui

facesse scrivere un testamento falso, per potere sotto qualche colore

occupare quelli beni, contra il quale vi erano li testimonij parati a

provare la falsità: et questo beneficio con li altri tace, non volendo

essere meno ingrato con la lingua che con le opere.

Volse (_Alfonso_) implicitamente diminuire l'authorità pontificia,

accostandose alla venenata doctrina de l'heretico Martino Luther, la

quale però sin l'anno passato per molti giorni fece publice predicare

in Ferrara et anchora in Venetia, ben che non tanto apertamente,

dal suo barbato frate Andrea da Ferrara de l'ordine d'heremitani,

che anchora maiori errori publicò delli lutherani. Onde mandando il

PP. a comandarli lo facesse pigliare, epso obedire nol volse, ma lo

fece nascondere: colpa anchora maiore delle altre per essere causa

d'heresìa, per la qual sola meritava essere privato (_di Ferrara_) et

severissime punito..................

Accusa, invictissimo Cesare, questo inimico da V. Maestà la gloriosa

memoria de PP. Leone in queste sue Littere publicate de poi la morte

di epso (ben che ad ciò il tutto sia mendace, la data sia facta avanti

il suo deflendo caso, cioè di novembre: ma niuno se ritrovarà a chi

tal Littere siano pervenute a mano, si non molti giorni de poi mancò

S. Santità); accusalo de inconstantia, de perfidia, de cupidità, de

iniustitia, de crudelità: fallo un sicario, un homicida; cosa pur

troppo aliena, appresso ad ognuno che l'ha cognosciuta, da quella

mitissima, dolcissima et beneficentissima natura, qual da posteri serà

celebrata et predicata como cosa rarissima et singulare[157], morta che

serà l'invidia et odio d'alcuni; chè satisfare et contentare ogn'uno

non se pò per chi administra magistrati et potissime grandi, quanto

quello del summo pastore et de Vostra Maestà.

Dovea bastare a don Alphonso, volendo calonniare el bon Pontifice,

dire non li havere servate le promesse, non voluto donargli Reggio,

havere tentato ricuperare Ferrara, non permesseli la regalie del sale;

et ahstenerse dire haverlo voluto fare amazare, farlo un crudele et

sanguinario tiranno; chè le prime cose appresso alcuni forsi sarebbono

parse verisimile: ma quest'ultima denota il tutto essere conficto et

mendacio evidentissimo.

Excusatione chiama un libello famoso, un parlare sì petulante et

temerario, una invectiva piena de tante calunnie, ove parla de'

summi Pontifici con quel poco respecto farebbe d'alcuno infame et vil

plebeio, d'uno de' ministri del suo macello o fucina; ove lo chiama

ingrato, perfido, doloso, periuro, sicario et homicida... ha dato a

cognoscer il rancore esser radicato contra la S. Sede, perseguitare la

Chiesa Romana con li Pontifici, et che tale serà verso il successore

qual è stato contra Julio et Leone, della cui morte si è pur troppo

dishonestamente rallegrato, facendo dimostrationi tanto aperte et

inreverenti contra chi pure li era Signore et tenea il loco de Dio in

terra, con donare il nuncio li portò la nova (contra il costume della

sua avaritia) grossamente di vaso di argento et altre cose, aprire le

prigioni, intonar l'aere di sono di bombarde, et fare altri segni da

quasi essere impazato. Dal qual furore mosso, parendoli, vacante Sede,

più agevolmente poterli nocere, ritornò fori con le arme hostilmente,

quale il S. Pontifice li havea represse, repigliando il Finale et san

Felice destitute de presidio, et oppugnando Cento et altre terre, parte

cum arme, parte cum pratiche et tradimenti; benchè di Cento custodito

non li reuscì, nè di Cotignola: de Luco sì con littere falsificate, et

del Frignano et alcuni altri lochi. Di Reggio et Modena non parlo, per

le quali occupare nulla arte o fallacia ha pretermessa, prohibendoli

l'avaritia havere unite forze per oppugnarle, credendose però quelle

havea doverli bastare (congionte con le Franzese che oppugnavano Parma)

conseguite l'havessero.............

V. Maestà farebbe iniuria........ si lo esaudisse, ma molto più a

sè stessa, tolerando un crudele tiranno, inimico della S. Sede, del

Sacro Imperio et de V. Maestà, alla quale pur debbe CCCC milia ducati,

usurpatore de' beni d'altri, che, como narrato è, non tiene nè pretende

in cosa alcuna ove habbi veruna ragione; havendo rubato et occupato

ad altri quanto questa casa ha mai posseduto: Ferrara alla Chiesa,

Modena et Reggio al sacro Imperio, Comacchio pure alla Chiesa et a'

Rhavennati, Poleseno de Rovico a' Paduani, Graffignana a' Lucchesi,

Frignano a varie famiglie de gentili homini per loro annichilate,

Argenta et Luco all'Arcivescovato de Rhavenna, san Felice a' Carpesani,

Brixello a' Coregeschi, Bagnacavallo alli Barbiani, Nonantula

all'Abbatia. Le quali cose lui vorrebbe tenere occupate, et ne parla

como si fussero sue cum ogni antiquo et novo iusto titulo, et tamen in

Ferrara non ne ha alcuno: primo rubata, poi con violentia occupata,

appresso decaduta, ultimo lui privatone da doi summi Pontifici per

iustissime cause sopra narrate. In Modena et Reggio manco, quali pure

nel principio furno usurpate al Sacro Imperio, che poi ne son decaduti

per censi non pagati et multiplice rebellioni. Et lui oltra le medeme

cause essere stato scismatico, haverle perse in iusta guerra, ultimo

permesse et contractate per el divo Maximiliano Imperatore alla S. Sede

Apostolica, restituendola nelle sue antique ragioni, parimente manco

in le altre cose minori sopra narrate, nelle quali particularmente

discorrere sarebbe tedioso.

Però la Maestà V. qual è posta da Dio nel più sublime loco per essere

executor della iustitia, extirpatore et profligatore de' tiranni,

protector della S. Sede Apostolica, defensore et administratore

del Sacro Imperio, da epsa Sancta Sede in primis oppressa, li vien

supplicato dal venerando spirito del buon PP. Leone suo amantissimo

patre sì vituperosamente iniurato, dal Sacro Imperio, da tutti

l'Imperiali d'Italia, da' poveri subditi et altri violentati da

la tirannide de costui, non voglia patire che più perduri tanta

iniustitia, iniquità, impietà: che più persista questa voragine de

avaritia, questo insidiatore della S. Chiesa Romana, del Sacro Imperio,

de ogni nobilità et de tutti i boni, per essere lui perversissimo:

ma voglia levare questa pietra de scandalo de Italia, con liberare

quelli miseri populi dal suo tirannico iugo, et restituire la S. Sede

Apostolica in le sue ragione, mettendola in quiete et pace: qual mai

haverà perstando questo suo atrocissimo inimico con potentia et Stato.

In Roma, a' di VI di gennaro M.D.XXII.

DOCUMENTO XV

ALLA MARCHESANA ISABELLA ESTENSE GONZAGA IN MANTOVA

Ill.a Sig.a et patrona mia observ. — Benchè io da me stesso mi cognosca

havere habuto molto de l'aseno verso V. Sig., non di mancho non restarò

de fare un bon animo como e non fusse quello, faciendo intendere a

quella che epsa me è debitora de uno bussolo de compositione et de

una bochaleta de acqua che sia bona; perchè io non la voglio de acqua

de cisterna, como fu quella de Camilazo: ma la S. V. lo ha trattato

proprio como el merita, perchè la adopera simile cossa in concubine

sporche, che pure a dirlo el me vene angostia. Sì prego V. S. a non me

manchare de la promessa, perchè io serìa desfato; perchè la desgratia

mia si ha voluto che da poi che la S. V. me attachò quello sudore de

man abe reguardo che sempre el me sta la mano sudoloxa, che el m'è

forza quando io vo a concubine prima tignire sempre la mano uno pezzo

a frescho: per modo che se io non me aiuto con qualcossa che amorzi

quello sudorozo, io non achataria asena nè vacha che me levasse. Si V.

S. intende el bisogno, così io mando uno messo a posta. Prego la Ex.

V. a darli bona expeditione, perchè in vero la cossa importa. Non dirò

altro, si non che a V. S. Ill. con tutto il core me raccomando.

In Ferrara, adì VII di junio M. D. 5.

Di V. Ex.

Servo

RAINALDO ARIOSTO.

DOCUMENTO XVI

AL DUCA ALFONSO I D'ESTE IN FERRARA[158]

Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note · 第 9 / 32 段