trasferite a Ferrara, et alloggiò in casa del prefato sig. Enea, et
mandò per il Capitano et lo convitò in casa de ditto sig. Enea, in
presentia et a tavola del prefato sig. Enea. Et desinato, pigliò il
Capitano et dixe volere andare a Francolino per andare a Venezia, et
dixe al ditto Capitano nel zardino (presente Gianni preditto qual era
interprete tra esso Capitano et ditto Monsignore) se li volea tocare
la mano: al che rispose il Capitano, che molto voluntieri. Et così
tocandoli la mano, Monsignor dixe verso esso Capitano: «Per l'amore
vi porto, io vi voglio fare richo.» Al qual rispose il Capitano: «In
che modo, Monsignore?» Rispose Monsignore, che lo voleva conzare cum
la Santità del Papa, et farli dare magiore provisione che non haveva,
et farlo star bene tutto il tempo de la vita sua. Al qual Monsignore
esso Capitano rispose, che era contento, et lo pregava, pur che li
fosse l'honore suo, facendoli havere bona provisione et havendo bona
licenza dal sig. Duca, che le ne restarìa obligato. Et Monsignore
rispose: «Como, Capitano, credete ch'io volesse cosa alcuna che fosse
vostro dishonore, et che non gli fosse l'honor vostro? Lassative pur
consigliare a me, e fati a mio modo, che farò ben di modo che serete
richo et cum vostro honore.» Del che il Capitano restò contento, purchè
li fusse l'honore suo, et non altrimente. Et fatto questo parlamento,
se partirno d'insiemi.
_Qui seguita narrando, che Gianni andò a Napoli e fu fatto dal Vicerè
Castellano della Rocca di Sora ove stette due anni circa: Che nel
frattempo Monsignor Gambara scrisse da Roma una lettera al Capitano
Ello la quale si dice riportata in Processo, ma non vi si trova: Che
il Gambara si portò a Ferrara in casa di Enea Pio ove feee chiamare
il Capitano Ello per donargli a nome del Papa 100 scudi e rinnovargli
la proposta che andando a far fanti pel Duca conducesse detti fanti
dalla parte del Papa; al che il Capitano si rifiutò, accettando per
altro i 100 scudi come due mesi anticipati di paga del servizio che fin
d'allora si obbligava di prendere sotto il Papa: Che il Gambara passati
i due mesi gli mandò altri 100 ducati per una nuova anticipazione di
due mesi di paga, e fece dirgli a mezzo di un suo famiglio, che avrebbe
accolto ai servigi del Papa anche il figlio del Capitano, ch'era a
Cotrone, con 100 ducati al mese, purchè non si rifiutasse d'aiutarlo e
dargli avviso, quando parerà tempo, in qual notte potesse venire con
genti atte da Bologna_ a pigliare il Duca con il Cardinale (insieme
ad esso Capitano, acciò che la cosa vada più coperta per l'onor suo):
e facendo che uno di questi due casi abbia effetto, cioè che 'l Duca
o il Cardinale sia preso, _gli offeriva a nome del Papa 3,000 ducati,
più 100 al mese di provvisione propria, oltre quella pel figliuolo, e
finalmente larghi compensi a coloro che avessero agevolata la cosa: Che
il capitano Ello non ne volse sapere, ed anzi montò in collera, e fu a
denunziare tutto ciò al Duca, il quale gli suggerì di lasciar correre
la pratica, tenendolo informato: Che il Gambara più tardi chiamò Gianni
da Napoli, scrivendo al Vicerè che gli dèsse licenza per un mese; e
che essendosi Gianni portato a Roma, tornò a pregarlo di persuadere e
guadagnare il capitano Ello, promettendo che il Papa darebbe a quello
in regalo diecimila ducati, mantenendogli i 100 di provvisione al mese,
e farebbe inoltre il figliuolo di quello Cardinale[152], con altre
promissioni a favore dello stesso Gianni. — E qui il Processo continuua
di questo tenore:_
Gianni rispose, che era per andare a riferire al Capitano quanto
gli dicea Sua Signoria; ma che a fare simil effetto sarìa bono
l'havesse simil parole dal Papa che li havesse a mantenere quanto li
era promesso; et alhora esso Monsig. dixe: «Mo ben: io farò che tu
parlerai questa sira al Papa, e così tu venirai a le XXIV hore, ch'io
te introdurò al Papa.» Et così la ditta sira che fo al principio de
januario de' 4 di esso, Gianni andette col prefato Monsig. al palazzo,
et dipoi poco spatio fu introducto a li piedi di Sua Santità, et
intrato dentro, et basatoli li pedi santissimi et beatissimi, Sua
Santità l'interrogò se era quell'allievo del Capitano Rodolpho, a la
cui Sua Santità Gianni rispose, sì; et alhora Sua Santità li dixe:
«Avete ben inteso quel vi ha ditto il Protonotario di Gambara (qual
era lì presente)? Ve basta l'animo che 'l Capitano lo farà? Se 'l
Capitano farà quel che noi desideramo, adesso è il tempo de doventare
richo, perchè s'el ne darà in le man il Duca di Ferrara, qual ogni modo
deliberamo de havere, noi il faremo richo lui et voi; e tutto quel v'ha
ditto Monsignore vi servaremo: et così state suso il petto nostro. Et
hora è il tempo di fare simil cosa, perchè lo è morto il Cardinale et
havemo il Marchese de Mantua da la nostra, et non ha amico alcuno, et
lui è amalato de la persona, de maniera che questa cosa facilmente se
potrìa condure, et tanto più che se farìa cum honore de esso Capitano,
perchè se pigliarà ditto Capitano insieme col Duca. Nè dée pensare il
Capitano, che questo sia peccato alcuno, perchè Ferrara è nostra, et
operando il Capitano ch'ella ne sia restituita, non fa peccato alcuno.
Et per più sua certezza, quando se harà a confessare, dirà al prete
che lui ha aiutato il patrone a ricuperare una possessione qual era
occupata da altri, chè senza dubio il confessore lo absolverà et li
dirà che non è peccato. Et tanto più il Capitano lo debe fare, chè 'l
Duca è un miserazzo et un hortulano.» Et sopraggiunse Monsignore: «Et
un buzarone.» Il Papa confirmò: «Cusì è la verità, che è il magior
buzarone del mondo!» Et poi le predette cose et molte altre ditte per
il Papa et Monsignore, esso Gianni promise di fare il possibile; et
alhora il Protonotario dixe, replicando: «Su, hai mò inteso? Tu porai
dire al Capitano, che tu l'hai de bocca del Papa.» Et così preseno bona
licenza, et se ne partirno da Sua Santità...
_Gianni avviandosi alla volta di Ferrara_ giunse a Bologna, e lìe
inteso che 'l Duca havea mandato il Capitano a Trento per far fanti,
lì andete drieto, e così lo ritrovò a Trento, et a quello narrò
quanto havea in commissione et dal Papa et dal prefato Monsignore,
persuadendolo a non attendere a simil pratica[153]; benchè fusse
superfluo, perchè esso Capitano sempre fu de animo di non volervi
attendere, stimando più l'onore suo che 'l resto. Et havendo inteso
esso Capitano che i Svizzari non calavano più, ritornorno in compagnia
a Ferrara et narrorno il tutto al Duca. Il qual, secondo che esso
Capitano dice, in fin a quell'hora poca fede li havea prestato: ma
mò avendo inteso quanto li havea referto Gianni, li comenzò a prestar
fede; et volendoli Gianni mostrarli le lettere scrittele in Sora per
Monsignor de Gambara, il Duca non le volse vedere, dicendo prestarli
fede assai: per il che vedendo Gianni che esse lettere, portate perchè
le fossero testimonio, non esserli necessarie, le brusò[154].
_Il Gambara tornò più volte a tentare il capitano Ello per mezzo di
Gianni; e trovandosi a Bologna con quest'ultimo, saltò fuori col fargli
il seguente progetto:_
«Tu dirai al Capitano, che, volendo expedire questa cosa, il modo
è questo: Che esso Capitano una domenica mattina fingendo andare a
bevere cum li bombardieri che sono in Castel Tealdo, intrato dentro
con alcuni suoi fidati occida detti bombardieri et ritenga in sè ditto
ponte et porta, ritenendo cum sè quelli che li sono fidati, dandoli
denari. Et noi avvisati da te, Gianni, qual volemo sii cum noi; perchè
tu, venuto qui a Bologna il venere innanti a dirne como le cose sono
in ordine per ditta domenica, noi, inteso questo, il sabbato che se
fa il mercato faremo ritenere tutti li somieri, e fingendosi ch'el
si sia fatto costione tra due gentil homini in Bologna, faremo serar
le porte a ciò niuno possi uscire; et la notte cum fanti sopra ditti
somieri, che non saranno manco di mille[155], et cum cavalli che non
saranno meno di 500, quali tene il Papa qui in Bologna, et cum due mila
fanti che condurà Ramazoto et altre gente atte a ciò, ci troveremo
la matina al tempo debito al detto posto de Castel Tealdo, et gionti
intraremo dentro, et de mano in mano ne seguitarà il Presidente de
Bologna cum il popolo di Bologna et cum altra gente venuta de Romagna
et de altro loco, et così la cosa riuscirà: et in la intrata nostra
faremo correre 25 trombetti per Ferrara, gridando _Chiesa Chiesa_, et
confortando ogniuno per parte de la Santità di Nostro Signore che non
se movano: et per salvezza de honore del Capitano lo piglieremo anchora
lui.»................
. . . . . . .
_Resterebbe a dire come il progetto del Gambara fosse tirato in
lungo d'intelligenza del Duca, per meglio indagarne l'importanza e
diramazione, e come in questo mentre il capitano Ello potè carpire
al Protonotario del Papa alcune migliaia di scudi. Il processo viene
poi finalmente a concludersi con una lettera che si dice diretta
dal capitano Ello al Gambara, intesa a sciogliere bonariamente ogni
pratica; lettera che ci offre i particolari seguenti_[156]:
«Prego V. S. che mai più non mi tenti de tal cosa, perchè io non la
voglio fare; et ancho vi avviso che quando bene io la volesse fare
non sarìa così facile come forsi voi pensati, perchè questo sig. Duca
vive in grande zelosìa et quello Castel Tialdo se guarda con un altro
modo che non soleva, et ogni dì se mutano le guardie, e nessuno sa
quando debbia toccarli la guardia. Et quando Sua Signoria va fora de la
terra, non sta mai che tre o quattro dì, et non se sa mai quando vole
andare, se non all'improviso: et oltra la guardia de li alabardieri
mena una compagnia de trenta cavalli leggeri et seco lance spezzate,
et poi ancho più de 150 persone de la famiglia, che la maior parte
sono apti a menar le mani. Et quando è a Belriguardo, quel palazzo è
tanto (grande), che non bastariano tre millia uomini a circondarlo; sì
che uno che fusse dentro non potesse scampare. Et quando ancora va a
Porto, sta in loco circundato di fossi, dove dieci homini bastariano
a resistere contro mille. Et per venire a questi dui lochi bisogna
passare il Po et traversare assai campagna, et le case se trovano
spesse in modo che de dì non se potrìa far in effetto nessuno, et de
notte li cani bastariano a discoprir ogni cosa: perchè ancho sempre
S. S.ria fa fare le sentinelle de notte alli suoi cavalli leggeri; et
ancho in casa sempre de ogni hora de la notte sta gente levata de li
suoi creati. Et quando va a Comachio sta in una casa in mezzo la valle,
dove non se pò andare se non per canali stretti, et lì ha barca armata
con falconetti et archibusi et fa fare sempre dì et notte le guardie
verso Ravenna et verso Venezia.
«Et sappia che non bisogna pensare de fare adunar gente in Bologna per
questo effetto sotto nessuna altra scusa, perchè io ho inteso per bona
via che 'l sig. Duca ha in quella cittade tri o quattro gentilhuomini
de li primi, suoi amici, che lo avvisano de tutto quello che se fa et
se dice: et come se moveno fanti o cavalli da dieci in su, incontenenti
S. S. sta con li occhi aperti per la zelosìa che ha; sì che non bisogna
pensare che sia così facile.
«Prego V. S. che mai più no cerchi di mettermi in cosa che mi non ho
mai fatto, nè homo de casa mia: et se V. S. me vole far bene, me ne
faccia per altra via.
«Ho fatto scriver questa a uno mio fidato che sa italiano: e a V. S. me
raccomando.»
_La lettera non è che in forma di minuta, senza firma, e della mano
medesima che stese questo abbozzo di Processo, il quale difetta pur
esso di qualsiasi sottoscrizione ed autenticità, e così dei tredici
documenti citati in appoggio del Processo, riscontrandovi solo gli
spazi lasciati in bianco._
DOCUMENTO XIII
_Translato di latino in vulgare di una Littera scripta dallo ill. sig.
donno Alphonso da Este duca di Ferrara per sua iustificatione allo
Imperatore, et mutatis mutandis agli altri Principi christiani._
Perchè essendo io feudatario della Sancta Chiesa, come sono, penso
che molti non solamente potriano maravigliarsi ma ancho biasimarme,
ch'io mi fussi mosso in servitio et adiuto del Re christianissimo,
nella guerra cominciata a' mesi passati contro Sua Maestà dal presente
summo Pontefice Leone X, non sapendo la cagione che m'havesse inducto
a farlo: io così come in questo caso tengo d'essere senza colpa et
iustificato nel conspecto del divino tribunale, dinanzi al quale
sono palesi li torti et le ingiurie che m'hanno provocato, così
voglio rendere ragione del mover mio, et iustificarmi ancho presso
tutti li principi christiani, il primo de' quali è la Cesarea et
Catholica Maestà Vostra, della quale io fui et voglio esser sempre
osservantissimo servitore. Per questa mia adunque, la quale con la
debita reverentia mando in mio loco, la predicta Maestà V. Cesarea
intenderà como quando el presente summo Pontifice fu exaltato a
quella S. Sede, io n'hebbi una tale et tanta letitia, che non per
mezo de' miei oratori, come si sole, ma personalmente andai a Roma a
baciarli li piedi, et congratularmi con S. Santità. Et prima ch'io me
partissi per tornare a Ferrara mi diede ferma speranza di restituirmi
in breve la mia città di Reggio, la quale iniustamente da Papa Julio
suo precessore insieme con la città di Modena mi era stata tolta
sotto pretexto di uno monitorio sopra falsissime cause formato et
fulminato contra me................................ Nel 1514 del mese
di giugno per un breve sottoscripto de mano propria di S. Santità et
delli Rev. Cardinali de' Medici, et de S. Maria in Portico, il qual
breve è presso me, promise restituirmi la decta città di Reggio fra
5 mesi, et.... restai deluso.... Et quando il prefato PP. Leone fece
la decta promissione di restituirmi Reggio, io feci con S. Santità,
per mezzo del sig. Cardinale mio fratello, una compositione di levare
del sale suo da Cervia per il mio Stato, la qual mi fu di molto peso
et inextimabil danno, perchè volse che io me obligassi non farne a
Comacchio, ove ne potrei fare ogn'anno grandissima quantitade.....
Et essendo io in tractato di rihavere Modena, ch'era nelle mani dello
Imperator Maximiliano di immortal memoria, avo paterno di V. Alteza,
il prefato Papa Leone vi si interpose a disturbarmi la pratica, et
procurare di havere essa Modena per sè... per una tal summa di dinari,
che poco manco dava di rendita ogn'anno... Ma poi... col mezo de
l'episcopo d'Adria orator mio per la decta restitutione presso S.
Beatitudine, ella monstrò d'essere al tutto disposta reintegrarmi
del mio, pagando io una buona summa di denari delli quali, secondo la
compositione fatta, feci deposito et diedi buone cautioni in Fiorenza,
et fu fatto lo instrumento per Pietro Ardinghello cittadino fiorentino
et segretario di prefata S. Beatitudine, et era già publicato per
tutto che le mie terre mi erano restituite; et nientedimeno fui ancho
deluso ... et si diede a pensare di volermi togliere per qualunque
modo potesse quello che mi restava. Et havendo per un amplissimo
breve del 1515 tolto la protectione di me et de' miei figliuoli et
Stato, la quale protectione havea ancho tolto per il suprascripto
breve del 1514..... ha sempre cercato capitulare a mia ruina........
Et ritrovandome io gravemente infermo lo inverno del 1519 et sendosi
divulgata fama ch'io morrei di quella infirmitade, epso PP. Leone
mandò lo episcopo di Ventimiglia, che sotto colore di voler fare altra
impresa, fece adunatione di parecchie migliara di fanti sul Mirandulese
nelle confine di Ferrara per assalirla et occuparla a l'improviso,
o, se io fussi morto, per toglierla a' miei figliuoli, li quali per
la loro innocentia et tenera etade non meritavano già una sì crudele
ingiuria da Sua Beatitudine........................
Ma io ho ultimamente inteso, cognosciuto et toccato con mani che
il prefato PP. Leone, non per colpa mia, ma per lo odio ch'el mi
porta gratis, per via più detestanda ha teso insidie alla vita et
Stato mio, et per mezo di scelerati soi ministri ha tentato di fare
corrompere, con una grossa summa di denari et altre promissioni,
alcuni miei stipendiati, in che ha speso miara di ducati. Ma quella
infinita bontà che resiste alli iniqui pensieri de gli huomini, et
difende la iustitia, non ha voluto che un così impio disegno sortisca
effecto, perchè dalli decti miei stipendiati mi è stato rivelato il
tutto. Et essendo di tale tractato conscie alquante persone, ho facto
distendere in scripto tutto il processo della cosa che in autentica
forma è presso me, et li testimonij de sì abominevole delitto son
vivi, et con qualcuno di epsi el medesimo PP. Leone di bocca propria
ha parlato sopra il detto tractato in modo da fare stupire chi lo
intendesse. Onde vedendo io che colui che doverìa essere exemplo di
virtute et sanctitade a tutto il mondo per lo adorando loco ch'el
tiene, è caduto in così horrendo pensiero, nè sapendo più come
difendermi da tante insidie; è stato forza che la mia lunga et humil
piacientia provocata tante volte con tante offese si sia alfine
convertita in disperatione..... ben ch'io voglia persuadermi che le
continuate instigationi et venenose lingue de' miei malivoli sian state
quelle che habbino havuto forza de indurlo a fare contra me quanto è
soprascripto...................................
Io mi sono bene (con mia gravissima displicentia) ridutto a fare questa
excusatione, perchè non harei voluto dire di colui ch'è capo della
nostra fede, cosa che tanto disdice in la sua suprema dignitade; ma
credo di meritare perdono presso ognuno, se con iustitia et verità
difendo me et l'honor mio: protestando però ch'io non sono per
manchare mai verso la Santa Romana Chiesa di quella fede, osservantia
et servitute che da ogni fidele vassallo et christiano se le deve.
Supplico alla Cesarea et Catholica Maestà Vostra che, intendendo la
innocentia mia, se degni averme non solamente per excusato ma ancho
per raccomandato come osservantissimo suo vassallo et servitore, et
per quanto specta a lei non voglia comportare ch'io sia con tanto
odio iniquamente perseguitato. Et quando V. Altezza non si mova per la
riverente servitù ch'io le porto, nè perchè io sia pur nato del sangue
suo, oltra ch'io le sia vassallo, muovasi almeno per riverentia di Dio,
il quale l'ha electa a così alta sede et factola si potente signore
perchè ella favorisca la iustitia et non la lassi opprimere: et io me
offero apparecchiato di far constare alla V. Imp. Maestade et a tutti
gli altri Principi christiani quanto è suprascripto delli detti brevi,
processo et testimonij a mia iustificatione, che non allego cosa che
non sia verissima.
Stampata in Ferrara, del mese de novembre 1521.
DOCUMENTO XIV
_Resposta alla invectiva qui annexa di don Alfonso già duca di Ferrara,
publicata contro la sancta et gloriosa memoria di Leone PP. X, sotto
pretexto de una Littera scripta alla Cesarea Maestà. — Translata di
latino in vulgare._
Non è alcuna maraviglia, sacratissimo et victoriosissimo Cesare, se
don Alphonso da Este, già duca de Ferrara per beneficio et gratia
della Sancta Sede Apostolica, sendose manifestato ribelle di epsa, et
atroce inimico del summo Pontefice et de V. M., si sforzi con bugie
retrovare scuse, con le quali possi al manco apparentemente con parole
palliare et difendere le sue male opere, sendo consueto a ciascuno
che fa quel che non debbe, o nascondere li soi peccati potendo, o,
sendo palesi, affaticarse ritrovar cause per le quali dimonstri non
voluntariamente, ma sforzato, o per errore o caso, essere cascato
in epsi. Ma ben è forte da maravigliarse habbi presumpto alla M. V.
sapientissima indrizzare queste sue calunniose, mendace et sacrilege
littere..... Chè pur gran cosa è (_o Alfonso d'Este_) se siete stato
sempre sì obbediente et fidele alla Sede Apostolica, como scrivete,
che doi sommi Pontifici tanto gravi et successivi ve habbino declarato
inimico publico de Sancta Chiesa, excomunicato et maledecto, cioè
Julio et Leone, maxime sendo a voi questo ultimo tanto benevolo avanti
pervenesse al summo pontificato, et anchor nel principio d'epso
(come dicete). Certo è cosa aliena dal senso humano, che gratis et
senza scusa, alcuno deventi inimico del proximo; ma molto più che
'l grand'amico se facci inimico spontaneamente. Però se inimico
vi s'è facto, d'amico ch'el vi fusse, voi l'havete indocto a così
fare, continuando nel concepto odio verso l'Apostolica Sede, contra
la quale erigeste le corna a tempo della sancta memoria de Julio,
ch'anchor lui nell'initio del suo pontificato ve amò et gratificò, et
era compatre del sig. vostro patre: ma con la ingratitudine vostra,
liberato che vi hebbe dalla subiectione de' signori Venetiani, andaste
a toglier protectione de' principi extranei, dalla qual insuperbito,
accresceste datij et gabelle, publicaste legge et edicti contra la
iurisditione del vostro supremo signore, presumeste voler far il sale,
che mai epsi signori Venetiani vi havevano permesso, a chi non erave
subdito, et contra il diritto del vostro natural principe, in tanto
preiudicio della Camera apostolica, usurpar voleste quelle regalìe,
che sono riservate ai supremi Signori in tutti i regni et parte del
mondo. Per la qual vostra cupidità che non tentaste? Che lasciaste
a fare contra la povera Chiesa et vostro principe? Primo seminaste
la guerra, poi el scisma, et con le arme apertamente l'esercito
scismatico in persona adiustate. Sallo Bologna che dall'obbedientia
della Chiesa con scismatici rivoltaste; sallo Ravenna che spogliaste;
sallo Romagna nella qual tante rapine faceste.............. Sforzaste
Julio ad esservi inimico, parimente havete forzato Leone, il quale,
como mansuetissimo, nel principio del suo pontificato pensò con
dolcezza et beneficij retraherve da quel mal animo, da quel confirmato
odio teneate verso la Chiesa de Dio et sua S. Sede, nella qual epso
presidea.....................
Et perchè costui (_Alfonso d'Este_) tanto se querela di questo Reggio,
nominandolo terra sua, como se da soi maggiori fusse stata edificata,
et per naturale et antiqua successione li pervenesse, parmi necessario
aprire como epsa terra fusse occupata da casa sua, non son molti anni,
et le ragioni li pò pretendere. Manifestissima cosa è Reggio essere
delli antiqui beni della Chiesa Romana, contenuta nell'Exarcato de
Ravenna, et per più concessioni et donationi facte da Romani Imperatori
ad epsa Chiesa; ben che poi per discordie successe tra alcuni summi
Pontifici et electi Imperatori sia stata certo tempo posseduta in
nome dell'Imperio, et penultimamente dalla casa de' Visconti et dal
duca Jo. Galeazzo conte de Vertus, a morte del quale per l'avol de
don Alfonso, marchese Nicolò, fu a tradimento occupata insieme con
Parma, tagliato a pezzi messer Otto Terzo suo compatre, custode de
quella città, ricercato venir a Rubera ad amichevole parlamento, ma
da Parmesani cognosciuto, di sabito fu repulso, havendo lassato epso
Jo. Galeazzo Philippo Maria suo figlio di tenera età, impotente a
conservare et difendere l'amplo Stato paterno perturbatoli da diversi
tiranni, et dall'ill. Signoria di Venetia, et così per occasione
delle continue guerre tra epsa Signoria et duca Philippo fu retenuta
occupata dal decto marchese Nicolò, senza alcun titolo: la qual poi
dalla sancta memoria di PP. Julio per la ribellione de don Alphonso
et esser scismatico, che è tocco di sopra, fu in guerra recuperata
per la Chiesa, con permissione et consenso della gloriosa memoria del
divo Maximiliano Imperatore, avolo di Vostra Maestà del qual extano
le littere. Il che lui dice essere stato facto iniustamente, sotto
pretexto de un monitorio etc. Si mo: è iniusto o iuxto recuperare alla
Sancta Sede el suo occupatoli indebitamente da un ribelle et scismatico
in guerra iustissima? È si chiaro che non bisogna explicarlo. Et tamen
costui exclama, como si jure divino questa città fusse sua, quale suo
avo a tradimento rubò.......................