havesse altre facende, per lezere le mie lettere la serìa ocupata: ma
le cosse che se fano a bon fine sono de haver acepte; et questo che
dirò non sia affine di laudarmi, ma per alebiarla di qualche affanno.
Ritrovandomi qui, e tra gli altri disordini, ho ritrovato questo
Rezimento essere tanto refesso, et massime il Podestà con el Massaro;
e mi come quello che non penso pure che fusse suficiente adoperare se
non cosse che siano a beneficio di V. Ill. S., e parendone che queste
gare, massime a questi tempi, non se convengano; me sono operato a
pazificare il Podestà con il Massaro: così per mia mezanità se sono
restriti insieme e purgati li animi loro e rentigrati in bona amicitia.
Spero che questa serà casone anche de resetare fra questo populo molti
disordini principiati, como per mie lettere l'haverà intesa. Resta che
V. Ex. facia che, sia chi se voglia, demeta le arme, et proibissa ad
ogni persona a fare in casa loro guarnimento. Prego V. S. de questo
me creda, e piutosto a mi che a quelli che impetrano simile gracie.
La farà due cosse: la se asegurarà che non potrano così quando ne
havesseno voglia machinare contra il Stato, e ogni altro non harà
escusa de non volere deponere l'arme, nè de far guarnimento con poter
dire: perchè non mi è così licito a mi como al tale, facendo questo?
Non dubito che le cosse qui pigliaranno bono eseto. E mi die e nocte,
quanto sarà capace il mio debole ingegno, mai me vederò stracho a fare
l'opera de vero e buon servitore. A. V. Ill. S. sempre me raccomando.
Regii, 22 nov. 1482.
Ill. et Ex. D. D. V. Servus,
NICOLAUS DE ARIOSTIS comes.
DOCUMENTO IV
A BELTRANDO COSTABILI IN ROMA
_Rev. Pater, amice noster carissime, salut._ — Quantunche ce rendiamo
certi che per lettere de la Ex. del sig. Duca la Santità de Nostro
Signore haverà inteso a pieno il caso occorso a lo Ill. sig. Don
Julio nostro fratello; non di meno et per debito de la sirvitù nostra
verso Sua Beatitudine et perchè questi ribaldi che hanno offeso il
prefato sig. Don Julio già stettero a li servitij nostri, ni è parso
per el megio de V. R. P. replicargli il medesmo brevemente. Et però
da parte nostra, basati li piedi de Sua Santità, li fareti intendere,
como ritrovandosi a Belreguardo el sig. Don Julio, et cavalchando a
piacere su quelle campagne dopo megio dì, fu assaltato da quattro, già
nostri familiari, quali el trassero da cavallo, et cum più percussioni
cerchorno extinguerli la luce de li occhi[144], abenchè speramo pure
che per gratia de Dio le cose passeranno bene. La causa di tal delicto
et cosa facinorosa[145], per quanto havemo possuto intendere, è stata,
che havendo inimicicie questi che diceámo esser de li nostri cum
alcuni de la famiglia del sig. Don Julio, pareva che Sua Signoria li
favoreggiasse extremamente contra li prefati; et intendendo costoro che
pur erano qualche differentie fra el prefato signore nostro fratello e
nui (per causa di quello preti vi scrivessimo), extimorno non ni haver
a fare iniuria a nui offendendo Sua Signoria, et cusì se misero a fare
una sceleranza tanto enorme[146]. Di che nui havemo preso quello dolore
che sia possibile a pensare: e non sapemo che altra cosa ni havesse
potuto incontrare a questo tempo che ne fosse di tanto affanno et
angustia como è questo caso, che ni ha premuto et preme tanto, che ni
fa uscire de li termini nostri. Imperò che, anchor che siamo persona
ecclesiastica, non siamo restati fare ogni opera ad complacentia
del prefato sig. Duca nostro fratello per havere ne le mani questi
malfactori, quali per anchora non si sono potuti havere. Et tutto V. R.
P. exponerà a la prefata Beatitudine cum la solita sua dexterità, cum
significarli el cordoglio ne havemo; et raccomandandomi humilmente a li
soi Santissimi pedi, _valete_.
Ferrariae, VIII novemb. M. D. V.
HIP. S. LUCIAE IN SILICE DIACONUS CARD. ESTEN.
Fuori — _Rever. Patri D. Beltrando Costabili Proton. Apost. ac Ducali
Oratorio, amico nostro carissimo._
_Rome — cito._
DOCUMENTO V
A SIGISMONDO SALIMBENI IN VENEZIA
Mess. Sigismondo. — Per la littera vostra de heri siamo advisati de
la bona mente et dispositione de quella sereniss. Signoria et de li
soi amorevoli et paterni ricordi per la instantia che facemo d'havere
ne le mane quello Francesco Vergezino homo di pessima sorte, oltra il
particulare delicto commesso in la persona de l'Ill. Don Julio nostro
fratello; et appresso havemo inteso l'opera facta per il Reverendiss.
Cardinale nostro fratello, cum quelle escusatione et persuasione che
scriveti. E considerato bene il tutto, perseveramo pur in opinione
et in desiderio di essere compiaciuti et de havere tale gratia: unde
ve commettemo novamente, che debiate portarve a Sue Sublimità et
ringratiarle de core et cum quanta maggiore efficatia sapeti, e cussì
de le admonitione paterne come de la bona dimostratione che hanno facto
et fanno verso Noi in questo caso, subiungendo che accumuleremo questa
a le altre obligatione quali havemo cum epse: poi le pregareti, che ne
vogliano fare questo apiacere, de darne el dicto malfactore in le forze
nostre, come dal principio ne detteno intentione, quando gli facessemo
intendere il caso. Nè vogliano avere rispecto a la interpositione
del Reverendiss. Cardinale, perchè se bene Sua Signoria è figliuolo
de la prefata sereniss. Signoria, Noi pur siamo il primogenito
suo, et però meritamente dovemo essere preferiti et in amore et in
compiacentia[147]; et se considerano la causa che ni move e quella
che move il Cardinale, senza dubio iudicaranno la causa nostra dovere
proponderare a la sua, cussì per essere justa come anchora honorevole;
et insumma cognosceranno essere per seguire megliori effecti del darni
dicto malfactore, che de l'opposito. Fareti adunque ogni possibile
instantia opportuna et importuna per impetrare questa gratia, la
quale cussì denominiamo, perchè sopra modo la desideramo et reputamo
importarni a l'onore grandemente; et in bona gratia de la prefata Ill.
Signoria ne raccomandareti.
Ferrariae, ij decemb. 1505.
ALFONSUS DUX FERRARIAE.
_Post scripta._ — Quando havereti facto tutta la diligentia per havere
dicto malfactore liberamente, se vedreti non potere obtenire, ovvero
difficultarse molto questa materia et essere protracta in lungo, siamo
contenti che permettiati a quella Ill. Signoria, obbligandoli la fede
nostra de legale Signore, che, daendolo, non faremo de la persona del
malfactore alcuna dispositione, se non quanto a Sue Sublimità piacerà;
mostrando essere necessario per lo honore nostro che l'habiamo ogni
modo ne le mane.
Fuori — _Magnifico et Clarissimo Juriconsulto et Oratori nostro
dilectissimo Sigismondo Salimbeno,_
_Venetiis — Cito cito._
DOCUMENTO VI
AL CARDINALE IPPOLITO D'ESTE IN FERRARA
Rev. et Ill. S. mio observ. — Hieri cum la cavalcata hebbi lo invoglio
de li privilegij antiqui, secundo me scrive V. R. S. per la sua de'
5 mandarme, et ho inteso quanto la scrive et li usarò circumpictione.
Expectarò messer Carlo in lo aprire lo invoglio, et in sua presentia se
incontrerà li pecci cum la lista mandata.
Ultra quello vedrà V. R. S. io scrivo a la Ex. del Sig. duca suo
fratello, il papa nanti lo uscisse di camera hebbe a dirme anchora che
io giurava non esser vero che V. R. S. se fusse intrusa ne la Abbatìa
de Nonantula, et che pure lo è vero: et che quella sforciò li monaci,
como loro diranno, la elligessero, et si fece ellegere: dicendo che
quella voliva suscitare una pramatica al modo de Francia, et che la
ge farìa per decta causa uno processo grande. Et che havendo voluto
mandare il suo legato ad inventariare quelli fructi restati del morto,
quella havìa comisso el ge fusse prohibito, como fu. Al che si vede
che dubitandosi forsi per alcuni la Santità Sua non ge daesse alfine
decta Abbatìa per le parole la usò a me, hanno cercato verificare
le false informatione per questa via, del che io ne fu' advertito da
lo auditore de la Camera; et io ne advertii mess. Ludovico Fabriano.
Resposi che mess. _Ludovico Areosto_ ge havìa facto intendere como li
monaci l'haviano ellecta, et che la non li havìa voluto audire, et se
li havìa mandati dinanti, et che cussì stava la cosa. Ma rumpendomi la
Santità Sua et non me lasciando dire, conclusi che io non iustificarìa
altramente la S. V. R., ma lasciarìa fare a ley che lo sciaperìa ben
fare, la quale era per dimostrarsi sempre cussì bon servitore suo,
quanto sia chi la accusa; dicendo che imperò li voliva dare adviso del
tutto: al che la repplicò non ne curare, et che la me lo diceva bene a
quello fine. — Il tutto significoli, et de continuo mi recomando a la
sua bona gratia.
Romae, X junij M. D. X.
E R. D. V.
Servus
B. COSTABILI Epis. Adrianensis.
DOCUMENTO VII
A MESS. GHERARDO SARACENI IN FERRARA
M. Patron mio obser. — Per non manchare del debito mio et di quanto
vi promessi quando feci partita da vui, ve significo come Mess.
Ludovico Ariosto è ritornato da Roma, qual fue mandato per li effecti
che vui sapeti; et il riporto suo è questo: che gionto che fue a Roma
incontinenti se apresentoe al Castello, facendo domandare audienza
a N. S. il quale era per voler fare colatione, et la differì, et lo
fece metter dentro. Al quale havendo presentato la lettera del Sig.
Cardinale nostro de credenza, avante la legesse incontinenti li domandò
dove se retrovava S. S. R. et como stava. Et havendoli lui resposto
haverla lassata a Modena, et che tuttavolta veniva avanti, Sua Santità
aperse la lettera, et domandò quello havea a dire. Et domandandoli
epso Mess. Ludovico in nome di S. S. R. che li fusse alongato il
termine per modo che quella potessi commodamente trasferirsi a Roma;
allegando quella, sì per la indispositione della gamba sua, sì per
el camino aspro che faceva, sì etiam per lo intensissimo caldo era,
non potere nè essere possibile che fra il termine assignatogli nel
breve se retrovassi a Roma, Sua Santità li respose non volerne far
niente; et lui replicandoli, disse: «Ben, Padre Santo, che bisogna
che 'l Cardinale se metta a crepare per venire, non havendo resguardo
nè alla infirmità, nè perdonando ad alchuna fatica et disagio; se
poi, quando sarà qui et ch'el sia passato il termine del tempo che
quella ge ha concesso, non habbi facto cosa alchuna, et V. S. non
resti satisfacta de Sua Sig. R.?» Alhora Sua Beatitudine respose: «Nui
in scriptis non ge volemo altrimenti prorogare il termine; ma ben li
dicemo et damo la fede nostra, che quando S. Sig. voglia venire et che
cognosciamo cum effecto che la venga, li alongaremo il termine et X
et XV giorni, secundo che lei medesima vorà;» nè altro circha questo
potette obtenere da Sua Beatitudine. Et essendo dipoi venuto alla
parte del salvo conducto et dicendoli, «che Sua S. R. non lo domandava
già perchè la non se cognoscesse innocente, et che la non fusse per
iustificarsi gagliardamente delle imputationi che li erano date, et
che la se defidasse della clementia de Sua Beatitudine, ma perchè
universalmente ciascheduno la disuadeva ad andare a Roma, dicendoli
che Sua Beatitudine la faria ponere in Castello, si etiam perchè la
cognosceva quella prestare molto orechie alli malivoli soi; et che
poi quando bene Sua Signoria se iustificava, la non faceva alchuna
demonstratione contra a quelli che li porgevano il falso di lei, anci
dipoi li prestava fede come prima: ultra di questo perchè Sua Signoria
vedeva la Beatitudine Sua non solamente mostrarsi indegnata contra al
Sig. Duca suo fratello, ma anchora mostrava voler male et odiare tutta
la casa da Este; et però supplicava a Sua Beatitudine che li volesse
concedere libero et autentico salvo conducto.» Quella respose, «che Sua
Signoria andasse pure liberamente et che non temesse di cosa alchuna,
et che non li bisognava altro.»...
(Firenze, .. agosto 1510).
(BENEDETTO FANTINO).
DOCUMENTO VIII
AL CARDINALE IPPOLITO D'ESTE IN FIRENZE
R.me etc. — Havemo havuto la lettera de V. S. de' 6 in ziffra, la
quale è stata a pericolo de perderse, perchè il fu dato la catia a li
cavallari, et lassati li cavalli intorno in le valle, et se ne sono
venuti a piedi a salvamento.
Ni è stato dispiaciuto che in quella scaramuza fecero li nostri, non
procedessero oltra, quando havessero potuto intrare in Modena insieme;
come fa etiam de li 2000 fanti, che doveriano essere lì, non siano più
che 1200.
Piacene che V. S. habia mandato al gran Maestro per havere fanti o
dinari: quella non mancharà di replicare, perchè qua non è uno dinaro
al mondo, et per la paga che correrà tra octo o vero X giorni al più,
non sapemo come provederli, et se retrovamo desperati: sichè V. S. non
manchi, per Dio, de solicitudine, et cum importunità per questo caso.
Et per li 2500 ducati che se ritrovano lìe per fare fanti, ne piace il
pensiero di V. S. de farli in tempo che possino fare effecti. Non gli
dicemo il tenirli strecti, poi che l'ha inteso la penuria in che siamo.
Non siamo andati a l'hospitale del Bondeno sì come gli scrivessemo,
perchè le gente de' Venetiani sono ritornate a la Pelosella, come erano
prima, et cum la armata, la quale hanno in quelli canali lìe de dreto:
imperò siamo necessitati a starsene, per vedere quello che vogliono
fare.
De l'altre parte de la sua che contengono advisi, non accade dire
altro, se non che la ringratiamo.
Ni è doluto che la cascata del cavallo gli habia facto male, et Dio sa
quanto ne ha porto dispiacere: pur non essendo pegio de quello la ne
scrive, tenimo la convalerà presto.
La mala intelligentia de quelli capitani non può se non nocere a le
cose nostre, et se quelli fossero uniti cum questi, non gli seriano
queste altercatione, perchè il capo gli serìa.
Lo Ill. nostro figliolo, Dio gratin, comenza ad entrare in boni
termini; per il che speramo la totale salute sua, sì come ne dicono
questi medici.
Ferrariae, 9 sept. 1510.
ALFONSUS dux Ferrariae.
DOCUMENTO IX
AL MEDESIMO IN PARMA
R.me. — Questa mattina passassemo il Pò a la Pelosella cum questi sigg.
capitani regij et cum bono numero de gente da piedi e da cavallo et
artiglieria, et pigliassemo il camino nostro verso Pontechio, et gionti
al passo, se ne presentète inanti de là del fiume frate Lunardo cum dui
altri capitani cum circa 500 cavalli et alcuni falconeti a l'incontro
del suo ponte, et comintiorno a tirare cum dicti falconeti: ma noi cum
li nostri, per corresponderli, comintiassemo a scaricarli in modo che
loro per lo meglio se posero in fuga tagliando el ponte, et lassando
li falconeti che furno quattro: et li Guasconi nostri, per non haversi
ricordato li nimici de tagliare la corda de decto ponte, se misero a
passare et andorno a ritrovare la armata, la quale se era retirata, et
la conquistorno, che erano da 40 barche, e alcune barbote e ganzare,
et tute le faremo condure fuori de li canali per haverle in nostra
potestà, et quelle che non se poteranno condure le faremo brusare.
Quelli da Rovigo già erano in via per portarne le chiave, et li
inimici fugendo a Rovigo per intrare dentro, gli furno serate le porte
incontro. Noi se ne ritornamo, et veniremo questa sera a la Zocha, et
per sei ascolte che havemo pigliate de li inimici, se siamo chiariti
de le gente loro. Il che significamo a la V. S. sapendo che l'haverà
piacere de questa bona nova, come havemo anchora noi.
Ex villa Peloselle, XXIIIJ sept. 1510.
ALFONSUS dux Ferrariae.
DOCUMENTO X
AL MEDESIMO IN FERRARA[148]
(sotto nome di Alessandro di Cremona)
R.me — Il Papa mi adimanda Ferrara et ne vorìa dare Asti per
recompensa, de entrata de XV in XX mila ducati; et hora tanta intrata
in terre di Romagna, sino ne daesse Asti, et vorìa li pregioni.
Confessiamo don Ferrante esser vivo, et li negamo voler dare Ferrara,
et per consequenter don Ferrante. Lo orator catholico dice che le genti
Spagnole non ne seranno contra; et cussì ne afferma che ha parlato
per nui gagliardamente. Jo. Cola dice che lo Imperator non vole il
Papa habia Ferrara. Il sig. Alberto è ito al Burgense. V. S. facia mo
con Burgensi quanto pò et che anche, se possibile è, scriva a la M.
Catholica. Di Rubiera, quando V. S. non la potesse tenire, et noi se
partessimo sconclusi, la potrìa dare a Vico, havendo a sperare in lo
Imperatore. Quando se partiamo sconclusi non faremo compto andare più
per vie directe, ma salvarci al meglio poteremo, et quanto più presto
poteremo ridurci a Ferrara.
Romae, XVIJ junii M. D. XIJ.
ALFONSUS dux Ferrariae.
DOCUMENTO XI
AL MEDESIMO IN FERRARA[149]
Signor mio caro. — Non credo sia a l'omo vivo la maiore pena como è
avere afano da morire con fatica del corpo. Paciencia sopra il scrivere
al papa de sopraseder per fino me presenti ai soi pedi: non so se
questo me posese essere de gran dano, per essere il tempo, como lo è,
di fare il sale. Se porìa, parendo pur a la S. V. de calare in qualche
cosa, se porìa dire (con quele parole saperìte metere insieme), che
facendose sale, e per la iusticia fuse chiarito non se posese fare
sale, tuto il sale avese da essere di Sua Santità: pur sempre me remeto
a la S. V., chè me trovo inbalordito de sorta, che non ò bono judicio;
cosa che però non ebi mai.
De quela cosa del M.... non lo credo, se bene lo doverìa credere per
esere lui mato. Sopra quanto scrive Obizo[150] de abocarse la S. V. con
il legato, piaceriame sumamente: quando la S. V. lo posese fare, quanto
più presto tanto meio: pur me remeto.
A quelo dicono coloro del Papa, che Sua Santità sia intrata in loco de
Veneciani per proibire il sale; se pote, acadendo, respondere: che lo
facevano per forsa a non crederlo il Papa lo volìa, non lo volendo la
iusticia.
Signor mio, son balordito da li canoni. Se questa mia starà male, e
non responde a tute le parte, suplisca la S. V. como li pare. Li canoni
tirano con il diavolo[151]; e, se non avese questo afano, mai fui più
contento. Son doventato canonero vero, e fo il mio debito: li nostri
canoni tirano benissimo 35, 40 bote il dì. Eri me fu morto un canonero:
la S. V. non lo conose. Sono pasati l'Adise 26 pezi de artilarìa: il
resto bate de canto de Porto, como vedereti per uno sbegazone de mia
mano.
Me racomando a la V. S., e la prego me aiuti in quelo manco. La S. V.
me racomandi a mess. Antonio in canto a Porto.
1º zugno (_ex castris apud Liniacum_) 1510.
V. A. F. (Vostro ALFONSO fratello).
Fuori — _Al Rev.mo et Ill. Sig. mio fratello honor. il Sig. Cardinale
de Este._
_Ferrariae — Cito._
DOCUMENTO XII
PROCESSO CONTRO MONSIGNOR UBERTO DA GAMBARA
Al Nome di Dio. Amen. — Adì 28 de zugno 1521, in casa del magnifico
mess. Obizo da li Remi ducale segretario, in la sua camera terrena,
dinanti al magnifico iureconsulto mess. Matheo Casella da Faenza ducale
Consigliero di justitia, et in questa parte ducale judice et delegato
ecc., come da sua delegatione appare per mano da epso mess. Obizo
antedecto.
A perpetua memoria de le infrascritte cose trattate: Constituito il
Capitaneo Rodolpho El, mediante il suo iuramento a lui prima delato,
cum le interpretationi da maestro Joanne Grosso bombardiero et
Zani de Malines, a li quali anchora è stà differito il iuramento de
interpretare iustamente et referire quell'in italiano che esso Capitano
in lingua sua thodesca li dirà; dice et riferisce:
Como Gianni de Malines mo fanno dui anni questo Natal proximo passato,
ritornando ditto Gianni de Barbarìa, et essendo incontrato in monsignor
Uberto da Gambara figliuolo del quondam.... nel territorio de Verona,
ovvero de Brexa, il prefato Monsignor fece grande et bona cera ad
esso Gianni, et dipoi ch'el ebbe inteso da esso Gianni ch'el voleva
ritornare in Alemagna, li dixe che li voleva dimostrare un miglior
partito, dicendoli ch'el voleva che l'andasse a Ferrara a ritrovare il
capitano Rodolpho El suo patrone vechio, et fare intendere al predetto
Capitano che, s'el voleva, lo acconzarìa con bonissima conditione
con la Santità de Nostro Signore, et potrìa tore bona licentia dal
Duca et andarsene perchè il Signor era persona misera et hortulano,
et dal quale potrìa poco guadagnare: il che facendosi, prometteva a
Gianni farli havere bona conditione da esso Nostro Signore. Et havendo
ditto le preditte cose ad esso Capitano, esso Capitano rispose che
lui era gentilhomo et persona solita a spendere assai dinari, per il
che dagandoli il Duca XX ducati il mese di provisione, se ne potesse
havere mazore dal Papa la accettaría, potendo havere bona licenza
dal sig. Duca: per il che voleva che lui ritornasse cum lettere de
credenza sua dal prefato Monsignore, et vedere se a Sua Signoria li
bastava l'animo che Nostro Signore li daesse ducati 50 il mese di
provisioni, et per levarlo li mandasse ducati cento, che lui andarìa,
tolendo bona licentia dal prefato sig. Duca. E così detto Gianni
ritornò da esso Monsignor cum ditte lettere di credenza a Varuolo de
la Gisa, due milia longi da Bressa, et espose ad esso quanto li havea
commisso esso Capitano; et allora il prefato Monsignor, havendo inteso
la risposta del Capitano, disse ad esso Gianni: «Gianni, io t'ho a
parlare in secreto, notificandoti che heri sira ebbi una staffetta da
Roma; et alhora cominzò a dire al ditto Gianni qualmente la Santità
di Nostro Signore non toleva Capitano alcuno se non facevano prima
qualche apiacere a Sua Santità; et che quando il prefato Capitano
facesse un apiacere a Sua Santità li farìa havere non solo 50 ducati,
ma li farìa dare 300 ducati de provisioni il mese et altre cose assai
ch'el seria sempre richo, così como S. Santità havea fatto al capitano
Zucaro, al qual, per l'apiacere ha fatto a S. S., li dà 300 ducati
il mese de provisioni, et niuno però li crida dreto per questo. Et il
Capitano qual fa tanto conto de l'honore suo, et fa bene, non bisogna
habia a dubitare de alcuno dishonore per servire il Papa, perchè non
è put.... chi serve un homo secretamente, ma chi sta in bordello.»
Al quale Monsignore Gianni rispose: «che piacere era questo che Sua
Signoria voleva che 'l Capitano facesse a Nostro Signore?»; et alhora
'l prefato Monsignor li dixe: «Sapi, Gianni, che Sua Santità vole fare
guerra al Duca de Ferrara et già prepara gente per questo effetto,
et sapemo ch'el Duca ha tutta la sua fede et speranza in el capitano
Rodolpho El, qual li habii a menare gente et fantarìa de Alemagna.
Potrìa esso Capitano nel suo ritorno ch'el farà cum ditti fanti fingere
essere stato preso da le genti del Papa, e andare a li servitii de Sua
Santità con li fanti che lui conducesse; et noi daressimo dinari in
gran quantità sì ad esso Capitano como a le genti che lui conducesse.
Et oltra li doni quali li darìa Sua Santità, li darìa provisione de
300 ducati el mese et farlo capitano de tutte le fantarìe tedesche che
Sua Santità havesse.» Sopra di che Gianni rispose: «Non domandate simil
cosa al Capitano, perchè non è homo da fare simil cosa, perchè sempre
mai in Brexa, et in ogni altro loco et expeditioni dove lui è stato, ha
fatto più conto de l'honore che de ogni altra cosa: ma che ben sapeva
che quando il Capitano fosse a servitio di Nostro Signore, non mancarìa
di servire Sua Santità in ogni occorrentia contro il Duca et contro
qualunque altra persona.»
Il che intendendo esso Monsignore, pure instava che lui riportasse in
suo nome ditte parole al ditto Capitano; et se bene il Capitano non
volesse attendere a tal partito, non dovesse restare de dirge quanto
per lui era stato commisso: commettendo ad esso Gianni, che de quanto
havesse in risposta dal Capitano volesse advisargelo per una sua, la
qual dovesse dar ad un suo staffiero qual a posta per questo mandarìa
in casa del sig. Enea di Pii.
Et Gianni ritornato in Ferrara non volse già parlare al ditto Capitano
di tal cosa, cognoscendo la sua bona natura; nondimeno fingendo haverli
parlato, dixe al ditto staffiero, chiamato sopra nome Schiavon, che
'l Capitano non voleva per conto alcuno attendere a simil cosa, et lo
dovesse dire al prefato Monsignore.