In quest'anno l'Ariosto si accinse alla terza sua ristampa

dell'_Orlando furioso_ corretto ed accresciuto, non isdegnando di

averlo prima sottoposto al Bembo e ad altri uomini dotti «per imparare

quello che per lui non era atto a conoscere» (_pag. 282_); così

umilmente scrivea di sè stesso, così era difficile a contentarsi del

proprio giudizio. L'edizione fu cominciata nel maggio e terminata _in

Ferrara, per maestro Francesco Rosso da Valenza, addì primo d'ottobre

MDXXXII_. Rivide ei medesimo con somma pazienza e fatica le bozze di

stampa; e trovandosi esemplari che hanno fra loro alcune varietà, è

manifesto che a quando a quando faceva interrompere la tiratura dei

fogli per introdurvi nuovi miglioramenti. Al canto nono cominciano

le più notabili mutazioni e le aggiunte qui e là nel poema, che con

nuovo ordine portò a canti 46. Confrontando questa colle antecedenti

impressioni «apparirà incomprensibile (dice il Foscolo) come uno

scrittore che incominciò dal peccare sì grossamente contra le regole

del buon gusto e della dizione poetica, potesse in seguito espungere

tali colpe, e mettere in loro luogo così gran numero di trascendenti

bellezze»; ma lo studio che l'Ariosto confessa di aver fatto delle

grazie native dell'idioma toscano[129], e il continuo mutare e rimutare

de' suoi versi in cui seppe per più anni persistere, lo condussero a

vincere ogni difficoltà, a raggiungere una forma vigorosa e corretta,

armoniosa ed espressiva, onde viene a formarsi quel mirabile accordo di

pregio poetico che tanto risponde alla vaghezza dei fatti che trattano

Di donne e cavalier, d'armi e d'amori.

«L'Ariosto avea pensato sull'arte e sul gusto de' suoi coetanei, e

una lunga esperienza gli aveva giovato. Ei tenevasi certo del buon

effetto del suo poetare.... di quel suo metodo di complicare l'azione

principale frapponendovi gran varietà di favole secondarie, le quali,

sebbene possano sviare chi legge, pure hanno virtù di colpirgli la

fantasia, e di strascinarlo alla catastrofe del poema, dove si vede lo

scioglimento delle varie avventure. — Egli inebria la fantasia, vuole

che quanto a sè piace piaccia anco a noi, che solo vediamo ciò ch'egli

vede. — Nell'istante medesimo che la narrazione di un'avventura ci

scorre innanzi come un torrente, questo diventa secco ad un tratto, e

subito dopo udiamo il mormorìo di ruscelli di cui avevamo smarrito il

corso, desiderando pur sempre di tornare a trovarlo. Le loro acque si

mischiano, poi tornano a dividersi, poi si precipitano in direzioni

diverse; talchè il lettore rimansi piacevolmente perplesso al pari del

pescatore, che attonito all'armonia de' mille strumenti che suonano

nell'isola di Circe, _pende le reti.... e ode_»[130].

Con lettera del 9 ottobre 1532 mandò «innanzi a tutti gli altri» un

esemplare del _Furioso_ alla marchesana Isabella di Mantova cui sapeva

essere gratissime le composizioni di lui (_pag. 302_): ma quando aveva

il maggior bisogno di riposarsi dell'affoltata fatica dell'opera, e

godere in tutta quiete le felicitazioni degli amici e degli uomini

celebri di quel tempo ch'egli andò sempre più lodando o rammentando nel

suo poema, fu costretto portarsi in compagnia d'Alfonso I il 7 novembre

in Mantova all'arrivo dell'imperatore; chè il duca voleva spesso

l'Ariosto a sè vicino, e molto più adesso per l'ambizione di mostrar

nel suo séguito il poeta che ognor saliva in maggior fama e che formava

l'invidia delle altre corti.

In Mantova l'Ariosto presentò a Carlo V il suo poema che in questa

edizione lo colmava di lodi, e fu detto che l'imperatore dichiarasse di

voler rimeritare il poeta con imporgli sul capo la corona d'alloro. Il

pensiero potè essere suggerito dal marchese del Vasto, che anch'esso si

trovò per riconoscenza encomiato[131]: ma l'incoronazione solenne, come

l'uso e la dignità Cesarea richiedeva, non lasciò forse campo di essere

preparata nel breve soggiorno che il monarca fece in quella città, e

venne impedita per sempre dalla prossima morte dell'Ariosto[132].

Dopo l'assenza di oltre un mese, il nostro autore si restituì a Ferrara

in istato di assai debole salute; e avendogli il principe Guidobaldo

della Rovere richieste alcune commedie che non fossero sino allora

rappresentate, gli rispose il 17 dicembre dolersi di non poterlo

soddisfare, e gli narrò di aver composte solamente quattro commedie,

i _Suppositi_ e la _Cassaria_ rubategli dai recitatori e stampate

con suo dispiacere, la _Lena_ e il _Negromante_ recitate soltanto a

Ferrara. Gli aggiunse pure che molti anni addietro ne cominciò un'altra

intitolata _I Studenti_ che mai ebbe tempo di ripigliare, e che quando

la conducesse a fine non potrebbe esimersi che il duca suo signore ed

il principe don Ercole non la facessero eseguire nel loro teatro di

corte prima che altrove ne fosse mandata copia (_pag. 303_).

Il 25 detto mese scrisse anche a nome della moglie una lettera, che

è l'ultima che abbiamo di lui (_pag. 335_): ma costretto poco dopo a

mettersi in letto, prevedendo vicino il suo termine, fece l'abbozzo

di un secondo testamento in cui lascia un legato alla _magnifica

Alessandra Strozzi_, erede il figlio Virginio, ed un assegno vitalizio

all'altro figlio naturale Gio. Battista, chiamato pure a sostituire

Virginio nell'eredità.

La notte del 31 dicembre 1532 «s'accese il fuoco in una bottega

di Francesco Zangarino sotto la loggia del palazzo ducale, e

irreparabilmente arse tutta la parte dinanzi del detto palazzo dal

canto della piazzetta fin sopra la porta del cortile alle due statue di

bronzo, e fu cosa orrenda e giudicata prodigiosa. Nella gran sala era

la bella e ricca scena dell'Ariosto, che tutta rimase estinta; e quella

notte istessa s'infermò il detto poeta, che morì poi il 6 di giugno del

seguente anno»[133]. Travagliato, secondo il Pigna, da «un'ostruzione

alla vescica, alla quale volendo i medici Bonaccioli, Manardo e

Canani, i primi di Ferrara, con acque aperitive porger rimedio, gli

guastarono lo stomaco; e soccorrendosi con altre medicine a quest'altra

indisposizione, cadde nell'etica», e finì di vivere con dolore di tutti

nell'ancor verde età di 58 anni, mesi 8 e giorni 28.

«Dalla sua casa posta nella via di Mirasole, dove morì, fu portato da

quattro uomini notte tempo con due lumi soli alla chiesa vecchia di san

Benedetto, accompagnato però da quei monaci spontaneamente e fuori del

loro costume; tratti, come scrive il Garofolo, dall'amore che portavano

alle sue rare virtù. Ivi fu sotterrato assai semplicemente, com'egli

aveva voluto e prescritto nell'ultimo suo testamento»[134]. Il fratello

Gabriele desiderava innalzargli un monumento, e il figlio Virginio

fece anzi fabbricare una cappella in capo all'orto della sua casa,

intendendo trasportarvi le ossa del padre; ma la traslazione non seguì

che nel 1573 in un decoroso sepolcro di marmo eretto nella nuova chiesa

dei detti monaci a spese di Agostino Mosti che gli fu discepolo, indi

nel 1612 in un altro più ricco a spese di Lodovico Ariosti pronipote

del poeta, e finalmente nel 1801 con molta pompa e solennità nella

pubblica Biblioteca di Ferrara, essendone stato promotore il francese

generale Miollis.

Il figlio Virginio si studiò sempre di onorare la memoria del padre.

Raccolse le poesie latine di lui e diedele al Pigna che le stampò

colle sue e con quelle del Calcagnini nel 1553: somministrò ad Antonio

Manuzio cinque canti in ottava rima che uscirono nel 1545 in aggiunta

al _Furioso_, senza però seguirne regolarmente la materia[135]:

dettò alcune _Memorie_ da servire di buona traccia ad una vita che

doveva farsi del grande poeta, e condusse a termine la commedia _I

Studenti_ che fu dall'autore lasciata imperfetta. Di questa fatica

di Virginio non giunse a noi che il solo prologo: fu però completata

anche dal fratello Gabriele, ed è la commedia che abbiamo col titolo

_La Scolastica_. — Ignoriamo a chi debbasi la prima e cattiva stampa

fattasi nel 1534 delle _Satire_, che, dopo il poema, sono il lavoro

più importante e lodato dell'Ariosto; e senza estenderci a parlare

delle altre _opere minori_ di quest'ingegno privilegiato, rimettendoci

al giudizio autorevole di Filippo-Luigi Polidori che le illustrò

(Firenze, 1857), rigettandone alcune di non sincera derivazione, e

movendo dubbii sopra la schietta legittimità di altre; aggiungeremo

alla volta nostra che dove l'_Erbolato_, venuto in luce nel 1545 a

cura di un Jacopo Modanese, ci sembra una prosa troppo fiorita ed

elegante, così il frammento del poema il _Rinaldo ardito_ si mostra

al contrario di locuzione troppo rozza ed impropria per essere l'uno

e l'altro attribuiti con certezza all'Ariosto. E tornerebbe un po'

strano che mentre adoperava in confidenza e correntemente le parole

_raccomando, berretta, camera, gagliardo, figlio, reliquia_, ecc.,

come rilevammo dagli autografi indubitabili delle lettere di lui

esistenti nell'Archivio di Stato in Modena, venisse poi nel comporre

studiosamente in versi ad alterare siffatte parole con _arricomando,

bretta, ciambra, fio, galgiardo, relliqua_ che si veggono nel _Rinaldo

ardito_: il quale avendo allusioni storiche relative al 1525, è per

lo meno posteriore di cinque anni alla dichiarazione che l'Ariosto

fece nel Prologo della commedia il _Negromante_, di attendere il più

che poteva a nascondere nelle sue scritture la pronunzia lombarda.

Aggiungasi inoltre che il ms. originale del frammento di poema,

chiamato dal Baruffaldi _un primo abbozzo_, è sparso di corretture

e varianti che mostrano esservisi tornato sopra più volte. Ciò non

ostante occorrono spesso, fra gli altri difetti, certi troncamenti

di voci che l'Ariosto non usò mai, compresa la prima edizione del

_Furioso_ uscita nel 1516, con sì riprovevole licenza; tali essendo:

_car_ per _carro_, _col_ per _collo_, _don_ per _donna_, _fer_

per _ferro_ ecc.; troncamenti che potendo anche volgersi a diverso

significato, è un'ingiuria il ritenere che siano caduti dalla penna

del nostro poeta[136]. A malgrado dunque dell'asserzione, però unica e

non abbastanza apprezzabile, del Doni che assegna il _Rinaldo ardito_

a Lodovico Ariosto, e a malgrado di qualche somiglianza col carattere

e talora pure coi concetti del nostro autore, amiamo credere che il

frammento medesimo sia opera del figlio Virginio, il quale vivendo

col padre e avendo tutto per la mente il _Furioso_, potrebbe essersi

ancora approfittato di alcune abbandonate lezioni di stanze o versi del

poeta, trovate fra le carte di lui, con introdurle qui e là e alla fine

dei canti. Del resto se i frammenti del _Rinaldo ardito_ fossero stati

composti da Lodovico, non avrebbe dovuto mancare Virginio di accennarlo

nelle _Memorie_ lasciateci intorno a suo padre.

Ritornando ora al duca Alfonso di Ferrara, sempre avversato dal governo

di Roma, l'imperatore per favorirlo persuase il papa della necessità

di chiamarlo a far parte di una nuova lega per la pace d'Italia,

accordandogli una tregua di diciotto mesi. Clemente VII per tal

concessione ebbe il vantaggio di veder cacciare dagli stati del duca i

rifugiati della breve sì, ma nobile e nazionale repubblica di Firenze,

che avevano abbandonata la patria per non soffrire il giogo dei Medici.

— Avvicinavasi il tempo che la tregua doveva scadere e tornavano a

ridestarsi nel duca le antiche sospettose inquietudini, quando il

25 settembre 1534 la morte del papa gli mostrò anche una volta il

favore della fortuna. La successione seguìta poco dopo (28 ottobre) di

Alessandro Farnese, padre di Pier Luigi, creatura di casa Borgia, che

prese il nome di Paolo III, mise il colmo alla contentezza del duca. Ma

doveva per pochi giorni goderne. L'uomo forte che tanti papi non aveano

potuto non che abbattere piegare, che aveva saputo sciogliersi da tante

insidie, affrontare e vincere tanti pericoli, era costretto morire il

31 ottobre per la più frivola causa, come il fratello cardinale; per

aver mangiati troppi poponi[137].

Dice il Pistofilo che il duca Alfonso «più tosto maninconico e

severo, che lieto e giocondo.... fu poco amico della frequenza....

ed ebbe e volse che si avesse rispetto grandissimo all'onor delle

donne, di qual grado fossero, da tutti i suoi sudditi; dalle

quali continentissimamente si astenne»[138]. Non troviamo che ciò

sia confermato da altre memorie, sapendosi inoltre che fu spesso

travagliato dal mal francese. Ne' diari veneti scritti dal Sanuto

leggesi sotto il 1497: «Pochi zorni fa don Alfonso fece in Ferrara

cosa assai lizera, che andoe nudo per Ferrara, con alcuni zoveni in

compagnia, di mezo zorno»[139]. Anche nelle cronache di Francesco de'

Mantovani troviamo che al prete Gianni suo cantore «il duca voleva

molto bene, che lui in persona l'andava a torre di casa tre e quattro

volte il giorno, e lo toglieva in groppa e andavano per la terra a

bordello»; e così nel processo che fu poi fatto a Gianni prima di

metterlo nella gabbia di ferro e strozzarlo, «il traditore confessò

avergli una volta legato in casa di una sua femina le mani, mostrando

di scherzare con lui, e poi disse a uno famiglio: va, ammazza colui

ch'è suso in letto. Il famiglio vi andò, e il signore disse: sligami

col malanno!»[140].

Quando il duca rimase vedovo la seconda volta, tenne presso di sè una

giovane di rara bellezza chiamata Laura Dianti figlia di un berrettaio

di Ferrara, e le diede il cognome di Eustochia per indicare i suoi

pregi. N'ebbe due figli, Alfonso ed Alfonsino che cercò legittimare.

Il Muratori nelle sue _Antichità Estensi_ ritenne aver provato che

Laura fu sposata dal duca Alfonso negli ultimi periodi della sua vita:

però un documento pubblicato in Firenze nel 1845[141], contenente una

donazione e codicillo d'esso duca alla donna, mostra ch'egli cinque

giorni prima di morire non pensava ancora di farla sua moglie. —

Clemente VIII non volle mai riconoscere i discendenti di Laura per

legittimi successori del ducato di Ferrara, il quale nel 1598 tornò

finalmente ad essere aggregato al governo della Chiesa.

Succeduto al duca Alfonso il figlio primogenito Ercole II, ed essendo

anche morto il fattore generale Alfonso Trotti, non tardarono i

fratelli Gabriele, Galasso e Alessandro Ariosti ed il loro nipote

Virginio di sottoporre una prece al novello duca per ottenere che fosse

terminata con giustizia la causa delle terre livellarie ereditate da

Rinaldo Ariosto, essendo da «quindici anni straziati e menati in lungo

dalle cavillazioni e calunnie sì del fattore passato, come d'altri

procuratori, notari ed agenti della sua ducal Camera» (Documento

XVII). Il 23 dicembre 1534 Ercole II decretò che _i fattori generali

spedissero la causa con giustizia e rigettassero tutte le calunnie e

cavillazioni_: ma non pare che il rescritto sortisse l'esito bramato,

conoscendo in vece che le terre in contesa, che formavano la bella

tenuta in Bagnolo, detta delle _Arioste_ dal nome degli antichi

possessori, furono assegnate in dote ad una Estense maritata in

Bevilacqua, per indi passare in proprietà dei Gesuiti.

* * * * *

Il Municipio di Ferrara deliberò nell'anno 1872 di promovere e ordinare

feste nazionali ad onore di Lodovico Ariosto in occasione che nell'8

settembre 1874 veniva a compiersi il quarto centenario dalla sua

nascita, nominando a tale effetto un Comitato. Ma i disastri apportati

poco dopo dal Po al territorio ferrarese, cui fu d'uopo riparare, le

deliberate onoranze vennero rimandate al 1875.

La città di Reggio, ove nacque l'Ariosto, amò anch'essa celebrare quel

centenario e l'8 settembre 1874 una lunga schiera di persone autorevoli

seguita da molto popolo si recò alla vicina villa di S. Maurizio a

visitarvi il casino ove l'immortale poeta passò i più bei giorni della

sua giovinezza. Dopo lettura di applauditi componimenti in versi ed in

prosa allusivi alla circostanza, il signor Giuseppe Turri principal

promotore della festa offerse in dono al Municipio come preziosa

reliquia sotto cristallo una falange d'un dito dell'Ariosto che fu

sottratta nel trasporto delle sue ossa seguito nel 1801, regalando

pure i tre atti autentici che si riferiscono al detto trasporto e che

erano rimasti ignoti, facendoli poi anche stampare in appendice alla

Relazione di questo centenario (Reggio, Calderini, 1875-76).

Le feste splendidissime di Ferrara ebbero luogo dal 24 al 30 maggio

1875 in mezzo ad una popolazione esultante, ed essendovi accorsi

molti illustri personaggi e rappresentanti d'ogni parte d'Italia, _le

accoglienze oneste e liete furo iterate_ in tutti que' sette giorni.

Dal centenario Ariosteo derivarono pubblicazioni, tanto per invito

speciale del Comitato quanto per impulso spontaneo, le quali tornarono

a vantaggio delle lettere e ad onore dell'insigne poeta, come sono in

particolar modo: 1º l'_Orlando furioso secondo la prima stampa_ del

1516 (Ferrara, Taddei, 1875, in 2 volumi), con prefazione del prof.

CRESCENTINO GIANNINI, uno de' componenti il Comitato Ariosteo. — 2º _Le

satire autografe di Lodovico Ariosto pubblicate a cura del Comitato_

(Bologna, per Giulio Wenk litografo, 1875), con prefazione del prof.

PROSPERO VIANI. — 3º _Delle poesie edite e inedite di Lodovico Ariosto,

studi e ricerche di_ GIOSUÈ CARDUCCI (Bologna, Zanichelli, 1875,

in-8º), che l'autore e l'editore dedicarono_ all'inclita città di

Ferrara festeggiante il IV centenario_. Del presente libro ci siamo

qui addietro giovato, e il merito del medesimo apparisce per sè chiaro

abbastanza, avendo ottenuto una _seconda edizione con emendazioni ed

aggiunte_ nel successivo anno 1876, in-16º. — 4º _Le fonti dell'Orlando

furioso_, ricerche e studi di PIO RAJNA (Firenze, Sansoni, 1876) per

invito del Comitato suddetto; ed è lavoro di gran polso e di rara

erudizione che spazia su tutta l'epopea romanzesca e che più nulla

lascia a desiderare in proposito, con aver prestato altresì occasione

allo stesso autore di addentrarsi maggiormente in siffatti studi e

offerirci le _Origini dell'epopea francese_ (Firenze, Sansoni, 1884);

opera che presentata in concorso d'altri all'Accademia dei Lincei

ottenne il premio.

Il Comitato Ariosteo stampò la _Relazione delle feste celebrate

in Ferrara nel maggio 1875 coi Discorsi accademici_ ecc. (Ferrara,

Taddei, 1875), e avendo pure commesso a _Pietro Cossa_ di scrivere una

commedia in versi che riescì di cinque atti con un prologo, intitolata

l'_Ariosto e gli Estensi_, si recitò la sera del 26 maggio dalla

Compagnia drammatica Ciotti-Marini; e quantunque riscuotesse applausi

dal numerosissimo uditorio, fu dagli intelligenti giudicata inferiore

alla fama dell'autore del _Nerone_. Venne però anch'essa pubblicata

(con appellativo di _dramma_) in Torino, Casanova, 1878.

* * * * *

Ove a taluno per avventura sembrasse che noi siamo stati troppo

proclivi a cercar biasimo alla memoria del duca di Ferrara, ch'ebbe

pur esso il suo lato buono, e comecchessia raggiunse sempre il suo

intento, lo rimandiamo al documento XIV, in cui la Curia di Roma lo

accusa ad esuberanza di aver fatto scrivere un testamento falso dopo la

morte repentina del card. Ippolito suo fratello per usurparne l'eredità

ch'era di soli beni della Chiesa: lo accusa di altre falsificazioni

di processi, e «sannolo li infelici fratelli (don Ferrante e don

Giulio) crudelmente incarcerati, sallo il sangue e le viscere di quelli

gentiluomini dilacerati»: lo accusa di aver fatto «publice predicare

la dottrina dell'eretico Martino Lutero dal suo barbato frate Andrea

da Ferrara, che ancor maggiori errori publicò delli luterani, ed esser

causa d'eresia»: lo qualifica un crudele tiranno che rubò ad altri

quanto questa casa ha mai posseduto, per violentare li poveri sudditi

e mungerli sino al sangue: lo dice ingiusto, iniquo ed empio; voragine

d'avarizia, insidiatore di tutti i buoni, per esser lui perversissimo;

pietra di scandalo d'Italia, atroce inimico della santa Sede ecc. — Ma

nella dispiacenza di esserci troppo sovente incontrati nel male, tanto

in riguardo alle azioni del duca Alfonso I che a quelle del cardinale

Ippolito, ci conforta il sapere, che abbiam desunto ogni fatto da

documenti irrefragabili, e che d'altronde «nella verità intieramente

conosciuta e riguardata rettamente non può non essere moralità»,

com'ebbe a scriverci il ch. Niccolò Tommaseo.

AGGIUNTA ALLA PREFAZIONE

Pag. XLV, linea 14

L'Ariosto essendo in Reggio scrisse pure altre due lettere al

cardinale Ippolito (_pag. 17 e 18_) dalle quali apparisce ch'ebbe

commissione di andare a Carpi e parlare con Alberto Pio di _una

faccenda importantissima_, la quale riferivasi senz'altro alla cessione

che il duca doveva fare ad Alberto della metà del principato di

Carpi che Ercole I duca di Ferrara acquistò sin dal 1494 da Giberto

Pio fratello di Alberto, poichè l'imperatore aveva dichiarata di

_nullità_ quella vendita avvenuta senza il suo consenso, essendo

Carpi feudo imperiale. L'Ariosto non avrà mancato di abboccarsi

(come avea fatto anche prima in Roma) coll'amico Alberto cui tanto

interessava sciogliersi bonariamente da questo condominio; ma non

essendosi allora convenuti sul compenso preteso dal duca, e la cessione

rimanendo sospesa, avvennero in seguito tali dissensioni per gelosia

di stato, che proruppero nel 1517 in un grave alterco fra Alberto Pio

e l'ambasciatore estense Beltrando Costabili nella stessa anticamera

del papa in Roma: e vedremo da ultimo che il duca Alfonso colla sua

politica temporeggiante riescì a farsi investire dell'intiero dominio

di Carpi[142].

DOCUMENTI

DOCUMENTO I

A MESS. PAOLO COSTABILI, GIUDICE DE' SAVI IN FERRARA

Y. H. S.

_Magn. eques ac generose vir maior hon._ — Io notifico a V. Mag. come

doe fiate ho examinata la Venante rapita a' di passati dal fiolo di

Piero Mazolo, la quale sempre me ha dito in presentia di sua madre,

che già cinque anni fa lei è stata innamorata in epso fiolo di Piero

Mazolo, et insino al principio d'esso innamoramento loro contrassero

matrimonio insieme per parole: di presente et sempre sono stati in

questo proposito et voluntade, et per questo el fiolo de dicto Pedro

più volte è stato di maridarse in altre donne, sapendo essere sposo

et marito de dicta Venante, et che inanti che lei fosse permessa in

lo fiolo di Biaxio Fasolo, lei fue cognosciuta carnalmente dal dicto

fiolo di Pedro Mazolo, et consentigli come in suo marito. Et così mi

ha atestado el prete che la confessò questa quarexema haver inteso a

la confessione da lei. Il perchè quanto a Dio è sua mogliere, et non

può essere d'altri. Però serìa bene lassargela goldere in pace, et

perdonare a li incarzerati: et bene valete. Me raccomando a V. Mag. et

ricomandovi questi poveri homeni.

(Ferrariae .......)

LUDOVICUS DE ARIOSTIS doctor.

DOCUMENTO II

AL DUCA ERCOLE I D'ESTE IN FERRARA

Illustrissimo Signor mio. — Abenchè io non abia in mi una minima

sentilla che non sia certa che V. Ex. me abia per fidelissimo et

integro servitore; pur non voria che il continuo reportare male d'altri

in qualche cossa la facesse titubare. Ho presentito che a V. Ill. S. li

è stato riporto ch'io non tegno le mie page, como doveria fare. Quanto

ch'io creda che V. Ex. il creda, non credo che la il creda ponto[143]:

ma per mio contento et per caricho de chi ha facto tale reporto,

suplico a V. Cel. che i glie piaza espresse cometere al Capitano de

Rezo che ogni settemana me facia la mostra, et che il refferischa s'io

facio il debito, o non. — Ill. Signor mio, V. Ill. S. sa ch'io non li

adimandai mai questo, nè altro officio; ma una volta me li son ben del

tuto dado perchè la dispona de mi secondo che gli piage, et rendome

certissimo che la non me ha dacto questo officio per arichirme, nè

ancho io l'aceptai con quello animo, ma solum per satisfare a V. S. et

il debito et onor mio, il quale estimo più che tuto l'oro del mondo.

Cossì volesse Idio che ogni mio pensero fusse noto a V. Ex. Tuta via

farò come dice Cato: _Cum recte vivas_, etc.; et anche estimarò queste

zanze procedano più tosto da invidia che da altro, confortandomi in

uno vulgare proverbio che dice: essere meglio invidia che cordoglio.

Ma in vero s'io non sperasse che de questo officio me ne havesse a

seguire più la gratia de V. Ill. S. che altro avanzo, io ne farìa assai

male, chè per la fede che son christiano, oltra ch'io sia debito de le

lire più de 160, ho spexo de i miei più de 50 ducati. Io avanzo assai

quando io satisfacia al proposito de V. Ill. S.; a la quale sempre me

raccomando.

Civitatelle Regij, 28 jan. 1473.

Servus

NICOLAUS DE ARIOSTIS comes.

DOCUMENTO III

ALLA DUCHESSA ELEONORA D'ARAGONA D'ESTE IN FERRARA

Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note · 第 6 / 32 段