che imprese ampollosamente a narrare[112]. Le gride V, VI, e VII da
noi stampate in questo volume (_pag. 315, 316_), provano all'evidenza
che l'offerta del perdono ai banditi che uccidessero degli altri
banditi in pena capitale non fu un'_invenzione ammirata_ del Cattaneo,
ma un'infelice risoluzione presa fin dal 1524 sotto il governo
dell'Ariosto; poichè se per essa potevasi scemare la schiera dei
tristi, dovevasi al tempo stesso portare lo scandalo e la corruzione
in quella dei buoni, accrescendola di uomini malvagi, assolti dai
delitti passati mediante un omicidio traditorio di più. È poi falso
che i fuorusciti si lasciassero spaventare così facilmente da questi
editti e sgombrassero la provincia; chè anche nel maggio 1525, e cioè
un anno dopo, l'Ariosto proponeva al duca di far grosse taglie contro i
medesimi per estirparli dalla Garfagnana ove continuarono a mantenersi
non solo durante il breve commissariato del Cattaneo, ma ben anche
per un tempo più lungo d'assai, come si rileva dalla grida che nel 20
novembre 1551 venne pubblicata in Castelnovo; leggendosi in essa: «....
perchè si conosce evidentemente che tutti i latrocinii e assassinamenti
che son fatti non procedono da altro, se non tollerando li banditi che
stieno nella provincia.... vuole S. S.... che ogni volta.... banditi in
pena capitale passeranno per alcuna terra o villa di detta provincia,
che subito quelli di detta terra uomini e donne che li vederanno siano
tenuti a dargli drieto a suon di campane e gridar _ammazza ammazza_,
e ammazzarli o pigliarli, o vivi o morti, e consegnarli alla corte
subito, che gli sarà donato scudi 25 d'oro; altrimenti, non lo facendo
_ipso facto_, s'intenda essere incorsa quella terra nella pena di
scudi 100 d'oro in oro, applicabili alla ducal Camera, la quale se
li farà pagare senza avergli remissione alcuna, facendo pigliar li
primi di detta terra o villa che li capiteranno in le mani.... non
avendo rispetto a giovedì[113] nè a ferie a farli incarcerare per
esigere la detta pena: sì che ognuno si guardi». — Il rigore di questi
provvedimenti e le convenzioni fatte prima colla Repubblica di Lucca,
estese poscia col Governatore di Bologna nel 1543 e col duca di Parma
e la marchesa di Massa nel 1551, di non lasciar posare in alcun luogo
i malfattori, arrestandoli e consegnandoli scambievolmente, portarono
alla per fine un po' di pace al paese. Non troviamo che un'egual
convenzione fosse fatta per allora coi Fiorentini, sebbene al suo
tempo l'Ariosto la riconoscesse necessaria: e forse questi disordini
non erano da essi veduti di mal occhio, tenendo viva la speranza di
poter un giorno riconquistare la Garfagnana: dovendo osservarsi che
tra Ercole II di Ferrara e Cosimo I di Firenze era sorta una grande e
vanitosa lite di precedenza per la quale furono sempre nemici; poichè
nell'abboccamento avvenuto a Lucca nel 1541 tra Paolo III e Carlo
V, il duca di Ferrara, presentatosi con altri principi italiani al
cerimoniale corteggio, corse a mettersi alla destra dell'imperatore ed
a porgergli alla mensa la salvietta, con volere che fosse fatto rogito
di quest'_onore di primo grado_; onore che Cosimo I, pur esso presente,
giudicava invece competere a lui medesimo.
Anche le fazioni politiche che tenevan divise quelle terre andavano
in allora scemando de' loro odii e delle frequenti vendette. Racconta
Daniello Bartoli che nel 1547 essendosi condotto colà il padre Landini
per dar corso alle fatiche apostoliche, «appena trovò luogo che non
fosse tocco da questa maladizione»: ma che la sua parola vi sanò
l'eresìa luterana che pur vi conobbe, ed estinse non poche inimicizie
passate in eredità da' padri a' figliuoli: cosicchè in Carreggine, nel
meglio del predicare, veggendo gli uditori in gran maniera commossi,
accennò col dito e chiamò per nome Giovanni Corso capo e mantenitore
della fazione _francese_, ed egli alzatosi per dichiararsi disposto ai
desiderî del Landini fece pace colla fazione _italiana_, come «il fatto
si notò su messali di quella chiesa»[114].
Ritornato l'Ariosto a Ferrara dove il sorriso della sua donna e
l'ozio beato delle Muse traevalo; lasciata una gente inculta, simile
all'asprezza de' sassi ov'è nata (Satira VI), per trovarsi nella
dotta compagnia de' suoi vecchi amici che mai non ebbe nè invidiosi
nè finti, potè acquistarsene uno nuovo nel poeta Ercole Bentivoglio
venuto anch'esso al servigio del duca, col quale passeggiava di
frequente nel cortile del palazzo ragionando e ridendo insieme de'
poemi cavallereschi del Cieco da Ferrara, del Guazzo e d'altri molti
così inferiori di merito al _Furioso_, il quale avidamente ricercato
da tutti accresceva diletto quanto più si leggeva, ed erasi ben nove
volte ristampato dal 1524 al 1527 tra Venezia e Milano. Alcune di
queste edizioni si dicevano fatte _con licenza dell'autore_, altre
lo tacevano: niuna però portava correzioni ed aggiunte che l'Ariosto
riserbavasi introdurre in una terza impressione da eseguirsi in Ferrara
colla propria assistenza: «non passando mai giorno, come scrive il
Giraldi, ch'egli non vi fosse intorno e con la penna e col pensiero». A
questo scopo bramando vivere più tranquillo e solitario, si divise nel
1527 dai fratelli, comprò nella contrada di Mirasole una casetta con
diverse pezze di terra all'intorno e si pose a fabbricarvi e a formarvi
un piccolo giardino, spendendo tutto quello che poteva ritrarre delle
sue rendite. «E perchè male corrispondevano (come nelle sue _Memorie_
lasciò scritto il figlio Virginio) le cose fatte all'animo suo, soleva
dolersi spesso che non fosse così facile il mutar le fabbriche come
i suoi versi; e agli uomini che gli dicevano che si maravigliavano
ch'esso non facesse una bella casa, essendo persona che così ben
dipingeva i giardini, rispondeva che faceva quelli senza denari».
Sull'entrata della casa leggevasi il seguente distico:
_Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non_
_Sordida, parta meo sed tamen aere Domus;_
ed ivi ritiratosi attese a dar l'ultima mano al suo _Furioso_,
occupandosi ancora di rivedere le sue commedie in versi, le _Satire_
e le poesie liriche. Erano suo passatempo le cure del giardino, ove
(séguita a dire Virginio) «teneva il modo medesimo che nel far de'
versi, perchè mai non lasciava cosa alcuna che piantasse più di tre
mesi in un loco: e se piantava anime di pesche o semente di alcuna
sorte, andava tante volte a vedere se germogliavano che finalmente
rompeva il germoglio».
Pel duca Alfonso rinnovavansi intanto le triste condizioni dei tempi
di Leone X, poichè il nuovo papa Clemente VII, «nome tanto contrario
agli effetti che poi si videro di lui»[115], non tardò a mostrarsegli
ostile. Avendo il duca spedito oratori a Roma affine di essere
rintegrato di tutti i suoi Stati, ma con ottenere soltanto che dal 15
marzo 1524 ad un anno avvenire rimanesse ogni cosa in sospeso; papa
Clemente cominciò nell'agosto di detto anno a chiedere la restituzione
di Reggio e Rubiera, unitamente all'altre terre ricuperate ne' due
mesi della sede vacante. Si fece conoscere il torto del papa, ed
egli irritatosi «mandò un nunzio con una breve capitolazione circa la
restituzione trattata, che la portò del mese di ottobre, avendo posto
in punto genti da piedi e da cavallo delle sue e de' Fiorentini per
usarle all'improvviso contro esso duca quando lui non avesse voluto
sottoscrivere la detta capitolazione in termine di due ore: e il duca
Alfonso, temendo peggio e trovandosi disarmato sotto la fede che si
vedeva mancargli, sottoscrisse li capitoli nelli quali si conteneva,
che avesse a dare al detto papa Clemente Reggio e Rubiera con lor
territorii ed anco il Finale e san Felice fra venti giorni, e che esso
papa avesse a dare la investitura a lui di Ferrara... con pena di cento
mila ducati a chi non osservasse. Ma poi vedendosi esso duca tanto
iniquamente essere stato necessitato a sottoscrivere li detti capitoli,
deliberato di non li eseguire, lasciò passare il termine prescritto,
confidandosi nella venuta del re di Francia; che venne tanto presto,
che appena gli Spagnuoli ebbero tempo fuggendo di ridursi a Pavia, alla
quale esso re pose il campo, avendo già preso Milano. Ed è da sapere
che pendente il termine di detti venti dì, il conte Guido Rangone, che
stava col papa Clemente, con inganno rubò Montecchio al duca Alfonso;
il che, per quanto s'intese, fece di scienza ed ordine di detto papa».
Ciò rileviamo dal segretario del duca Bon. Pistofilo[116], il quale
sebben cerchi d'ogni lato trovar scuse al suo principale, mostrerà
sempre, anche ammettendo il fatto com'egli lo narra, che due uomini di
mala fede si stavano a fronte. — Venuto in Italia il re di Francia, il
papa cercò tosto di allearsi al medesimo, stimandolo più potente degli
Imperiali: ma questi nella memorabile giornata del 24 febbraio 1525
sconfissero sotto Pavia l'esercito francese, e lo stesso re Francesco
I cadde prigioniero nelle loro mani. Clemente VII fece poi nuova
pratica con Carlo V per ottenere l'adempimento della capitolazione
firmata dal duca, il quale riescì ancora ad allontanare la tempesta,
conciliandosi gli Imperiali mediante il prestito fatto nel 25 marzo
al vicerè di Napoli generale dell'imperatore di sessantacinque mila
scudi. — Volle pur mettersi in amichevole relazione coi Veneziani,
restituendogli le galere guadagnate in Po nel 1509; e il 20 settembre
s'avviò «per terra alla corte dell'imperatore Carlo V in Spagna per
far riverenza alla Cesarea Maestà, e per vedere se con tal mezzo potea
rassettare le cose sue con Clemente VII.... Ma perchè il re di Francia
era allora prigione in Spagna.... riputando i Francesi che lo andare
del duca fosse di troppa importanza al servigio di esso imperatore e a
detrimento della corona di Francia della quale detto duca era sempre
stato ed era affezionatissimo e devoto, non gli volsero concedere il
passo per la Francia: di maniera che, poi ch'ei fu stato un mese a S.
Giovanni di Moriana in mezzo la Savoia, che sin là era pervenuto, se
ne tornò a Ferrara»[117]. — Vennero poi in campo, a quanto ci narrano
gli storici di casa d'Este, le solite trame contro la vita del duca
«a satisfazione di papa Clemente e con consiglio comunicato col conte
Guido Rangone»[118], indi le rivelazioni dei traditori pentiti che
le sventarono, e le morti di alcuni complici principali, fra quali
Girolamo Pio di Sassuolo decapitato il 25 ottobre 1528, i cui beni
confiscati formarono la dote d'Isabella figlia naturale del cardinale
Ippolito d'Este.
Col trattato di Madrid 14 gennaio 1526, Carlo V, il più grande
dominatore del mondo a' suoi giorni, fece pace colla Francia, e il 18
marzo il re Francesco I venne posto in libertà. Il papa sperando poter
abbattere la soverchia potenza dell'imperatore in Italia, stabilì
una così detta lega santa colla Repubblica di Venezia, lo Sforza, e
il re di Francia il quale ruppe fede al trattato di Madrid. Il duca
Alfonso era stato escluso dal papa: ma gli altri alleati lo invitarono
a farvi parte, ed egli accettò. Anche Giovanni de' Medici, aderendo ai
consigli di Clemente VII, avea fin dal 1525 abbandonato gl'Imperiali
per collocarsi colle sue _bande nere_ al servizio di Francia. Da tutti
gli Stati italiani raccoglievansi forze per cominciare contro Carlo V
una grossa guerra che tornò ben presto fatale al papa, poichè mentre la
maggior parte delle milizie della lega trovavasi all'assedio di Milano,
il 21 settembre 1526 «don Ugo di Moncada insieme col cardinale Colonna
per nome Pompeo, accompagnati da altri signori e seguaci Colonnesi,
con buon numero di gente da piede e da cavallo, d'improvviso entrarono
in Roma e saccheggiarono il palazzo del papa e molte altre case; e
appena il papa ebbe tempo di salvarsi in Castel Sant'Angelo»[119], poi
scendere a patti per liberarsene. Il duca Alfonso vagheggiava in questo
mentre di abbandonare la lega per unirsi a Carlo V che lo invitava con
promessa di molti vantaggi e che inviavagli il 5 ottobre diplomi per
dichiararlo suo capitano generale in Italia: ma sembra ch'egli non si
risolvesse così di sùbito a ratificare la cosa: un po' vergognando di
mettersi contro la Francia, sua antica e fedele alleata, un po' mirando
a guadagnar tempo in attesa di nuovi fatti.
Sui primi di novembre calava in Italia Giorgio di Frundsberg con
quindici mila tedeschi per soccorrere l'esercito imperiale a Milano.
Portava egli seco e mostrava a tutti legati sull'arcione del cavallo un
laccio d'oro e molti altri di seta coi quali iniquamente vantavasi che
avrebbe appesi di sua mano il papa e i cardinali; «e volendo passare il
Po a Mantova, il duca d'Urbino capitano generale de' Veneziani ch'era
con l'esercito in Lombardia contro i Cesarei, venne con tutta la gente
che avea, ed insieme con esso il signor Giovannino de' Medici, per
impedire che non passassero: che certo gli aveva impediti e ridotti
anco a qualche gran necessitade, perchè non avevano nè cavalli, nè
artiglieria. Ma il duca Alfonso, il quale _se bene non avea ancor
fatto l'appuntamento, nè firmato intieramente con l'imperatore_, avea
però l'animo inclinato alla parte imperiale, mandò suso in nave sino a
Governolo dodici falconi e mezze colubrine fornite di munizioni agli
detti Germani.... che giunto un sì opportunissimo soccorso, presero
maggior coraggio, ed animosamente mostrarono la faccia ad essi nemici,
li quali vista e sentita la detta artiglieria, si ritirarono.... con
perdita di alcuni di loro troppo animosi, e fra gli altri del predetto
Giovannino, al quale una ballotta da falcone portò via la gamba destra,
e fu portato a morire in Mantova; e così poi essi Germani, senza
essere più seguitati, vennero a passare il Po a lor piacere ad Ostia, e
andarono verso Piacenza per unirsi col duca di Borbone[120]» comandante
supremo degli Imperiali.
Cotal fine ebbe il valoroso capitano delle _bande nere_ Giovanni
de' Medici. Aveva egli chiesto in quest'anno al duca di Ferrara,
all'amico della Francia per cui combatteva, alcune artiglierie che gli
abbisognavano; e il duca con sua lettera del 2 marzo[121] gliele aveva
negate, mandandole invece in aiuto ai Tedeschi, sebbene non ancora
dichiarato alleato dei medesimi: ed era destino che queste artiglierie
dovessero recargli la sconfitta e la morte avvenuta il 30 novembre
1526 fra le braccia dell'amico suo Pietro Aretino, il quale nelle sue
_Lettere_ ci lasciò interessanti dettagli su gli ultimi momenti del
Medici.
Operatasi, come abbiam veduto, la congiunzione dei due corpi d'armata,
già resi vittoriosi in Lombardia, vennero a Reggio ove fermatisi sei
giorni si diedero ad ogni licenza di corrotta soldatesca. Incerto
il Borbone da qual parte dirigere il suo grande esercito composto di
Tedeschi e Spagnuoli allo scopo di poterlo occupare e pagare, credesi
dal Guicciardini che il duca Alfonso suggerisse al Borbone che la
via unica era di correre a Roma, anche per togliersi al più presto
d'addosso questi nuovi amici, e vendicarsi del papa. Il 6 maggio
1527 piombarono in fatti su Roma che per forza fu presa, rimanendo
nell'entrare ucciso il duca di Borbone «con uno archibusetto _da un suo
soldato_»[122]. E in tutta la città venne dato quell'orribile sacco e
si commisero tanti eccidî e delitti che mai s'udirono i peggiori; «ove
il cardinale d'Araceli fu venduto all'incanto in Campo di Fiore come si
vende un bue, e furono fatte tante altre cose crudeli ed orrende, che
per timore d'essere tenuto bugiardo non ardisco scriverne.... ma ben
dirò che quel flagello venisse dalla giusta mano di Dio per li molti
peccati e scelleritadi ch'erano in quella cittade, e più in prelati che
in laici»[123].
Il papa erasi reso prigione con tredici cardinali; poi fuggì: ma solo
saziando in più volte l'avarizia e ingordigia di quelle orde arrabbiate
col mandare grandi somme di danaro, e con assolverle d'ogni eccesso
commesso, le ridusse a sortire da Roma quasi un anno dopo.
Senza perder tempo il duca Alfonso approfittò della cattività del
papa, e portatosi sotto Modena vide finalmente adempiuto il suo lungo
desiderio, ottenendone la resa il 6 giugno 1527.
Pochi mesi dopo tornava a far parte della _lega santa_, attiratovi
dall'offerta di condizioni assai favorevoli stipulate a Ferrara
col cardinal Cibo che agiva in nome del papa. Ma Clemente VII, poi
che venne l'8 dicembre in libertà, e gli fu proposta la ratifica
dei patti voluti dal duca, «mostrandosi persuaso che Alfonso fosse
stato l'istigatore del Borbone per condursi al sacco di Roma, negò
risolutamente di approvare il concordato»[124], e fece le sue proteste
per l'occupazione di Modena. Il duca chiese allora di bel nuovo la
grazia di Carlo V; indi a rannodare validamente l'amicizia con Francia,
mandò ad effetto il matrimonio progettato tra don Ercole figlio
primogenito di lui e la principessa Renea di Valois cognata del re
Francesco I; matrimonio che fu celebrato in Parigi il 28 giugno 1528.
Trattenutisi gli sposi in Parigi a motivo della peste che ancor
durava in Ferrara, solamente nel settembre si posero in viaggio con
accompagnamento di alcuni principi reali, e fermatisi molti giorni
a Modena fecero il loro pomposo ingresso in Ferrara il 1º dicembre.
A festeggiare queste nozze furono rappresentate alcune commedie in
un teatro che il duca avea fatto costruire nel suo palazzo secondo
l'architettura ideata e diretta dall'Ariosto, il quale vi ordinò una
scena stabile che figurava la piazza di Ferrara colle contrade che
vi fanno sbocco, i suoi _banchi, fondachi_ e _spezierie_; e l'Ariosto
sovente mostravasi
...... sul proscenio a recitar principii,
E qualche volta a sostenere il carico
Della commedia, e farle servar l'ordine[125].
In questo teatro venne data per la prima volta _La Lena_ dell'Ariosto,
e il principe don Francesco, altro figliuolo del duca, recitò in
persona il prologo della medesima, come pure diversi gentiluomini non
mancarono di sostenervi la parte di attori: chè Alfonso, e quindi tutti
di sua corte, si dicevano amanti di questi spettacoli; e il teatro era
riescito assai vago e bello: vanto gradito di messer Lodovico.
La commedia suddetta fu pure susseguita dalla rappresentazione della
_Cassaria_ ridotta in versi dallo stesso autore, e dicendo egli nel
prologo che fu data altra volta vent'anni addietro, viene a confermarsi
che la prima recita accadde, come già si disse, nel 1508. — _La Lena_
ebbe altresì una seconda rappresentazione nel 1531 con un nuovo prologo
ed una _coda_ di due scene aggiunte in fine.
Il 20 giugno 1529 fu stabilito in Barcellona un trattato di pace e di
confederazione tra Carlo V e Clemente VII, obbligandosi fra l'altre
cose l'imperatore di far rientrare in potere del papa Modena, Reggio e
Rubiera, e di aiutarlo a togliere Ferrara al duca Alfonso, dichiarato
ribelle della Chiesa. Nel 5 agosto fu altresì firmata in Cambrai la
pace col re di Francia, rimanendo l'Italia abbandonata per intiero
all'Austria. A queste notizie il duca doveva stimarsi irreparabilmente
perduto: ma come fu preservato altre volte in momenti non meno gravi e
supremi, un raggio di speranza non tardò anche allora di arridergli.
Sceso Carlo V per la prima volta in Italia, fu il 5 novembre in Bologna
a stabilire d'accordo col papa una pace generale. Nel viaggio passò
per Reggio e Modena, e il duca tenne a sua grande fortuna di poter
incontrarlo, accoglierlo e servirlo con ogni maniera di magnificenza,
esporgli le proprie ragioni, e lusingarsi prima di lasciarlo al confine
di averne guadagnato il favore.
Da Bologna il papa fece intimare le volute restituzioni ad Alfonso; ed
egli rispose che si sarebbe sottoposto alle decisioni dell'imperatore;
gettando con azzardo l'ultima àncora di sua incerta salvezza. In
febbraio del 1530 avvenne in quella città per mano di Clemente VII
l'incoronazione di Carlo V a imperatore e re d'Italia. Avrebbe il duca
desiderato trovarvisi in mezzo a tanti altri principi concorsi allo
splendido corteggio; ma il papa nol volle. Ottenne poi di potervi
andare nel marzo, e dopo molte dispute fu stipulato un compromesso
delle vicendevoli pretese nel giudizio di Carlo V da essere pronunciato
fra sei mesi. Nel frattempo Modena fu consegnata all'imperatore che vi
si recò in compagnia del duca, indi passarono entrambi a Mantova ove
Alfonso I conseguì colla spesa di cento mila ducati d'oro l'intiera
investitura di Carpi. — Nell'accompagnamento di molti gentiluomini
che il duca ebbe in questi viaggi è molto probabile vi fosse compreso
l'Ariosto; essendo poi certo che nel mese di novembre passò col
medesimo a Venezia, come si rileva da una lettera che Lodovico scrisse
dopo il suo ritorno a Ferrara il 22 gennaio 1531 a nome d'Alessandra
Benucci vedova Strozzi (_pag. 323_). Non comprendiamo poi come il
Baruffaldi[126] possa credere che il poeta si portasse a Venezia «per
attendere ad una nuova ristampa del suo _Furioso_», quando il poema non
fu ivi riprodotto nel 1530 una sola volta ma quattro, essendo ancora
per uscirne una quinta pubblicata in gennaio dell'anno seguente, e
quando tutte cinque, compresa quella dei Sessa citata dal Baruffaldi,
seguono il testo vecchio e non portano correzioni dell'autore:
unicamente il tipografo Zoppino ferrarese introdusse per la prima volta
nella sua edizione veneta del 1530 in-4º le figure in legno ad ogni
canto.
A questo tempo era certamente seguito il matrimonio dell'Ariosto colla
Benucci, poichè vediamo ch'egli di suo pugno scriveva lettere in di lei
nome ai parenti della medesima colla più grande intimità. — Dovendo poi
tali nozze rimanere avvolte nel segreto, essendo _periglioso il dirlo
altrui_ per non perdere le rendite ecclesiastiche de' suoi beneficî,
il nostro autore non palesò in quelle lettere il proprio nome (chè
una gli fu aperta con frode, — _pag. 289_), accennandosi soltanto pel
_cancelliero_ di madonna Alessandra. Costretto a vivere da lei separato
di casa (_pag. 296_), era non ostante sì al colmo della letizia, che
la sovrabbondanza del cuore diffondendosi nella fronte e negli occhi,
traevalo a darvi sfogo con un'elegia, nella quale tace la cagione
ond'è mosso ma deve assegnarsi al pieno conseguimento della donna che,
sebbene inoltrato degli anni, amava con trasporto giovanile; facendoci
pur conoscere in altra ancor più espressiva elegia di aver fruito
in antecedenza di qualche _furto d'amore_, non si sa poi con qual
_dea_[127], e come altresì lascia dedurre da parecchi de' suoi sonetti.
Stando al Litta, da questo matrimonio sarebbe nata una figlia l'8
novembre 1531, cui fu posto il nome di Lodovica. Se ciò è vero, convien
dire che morisse assai presto, non facendone l'Ariosto parola nel suo
ultimo testamento.
Carlo V pronunciava intanto sentenza nella lite tra il papa e il duca
di Ferrara, nella quale si confermava a quest'ultimo il possesso di
Modena, Reggio e Rubiera, purchè chiedesse perdono a Clemente VII
d'ogni mancato riguardo, portasse a settemila ducati d'oro l'annuo
censo di Ferrara, e pagasse all'imperatore per la nuova investitura
che gli avrebbe fatto di Modena altri cento mila ducati per una
volta tanto. Il duca ne fu molto lieto; nè gravandogli la spesa,
poichè facendo allora mercanzia si trovava assai danaroso[128], fu
sollecito all'adempimento delle condizioni; mentre il papa strepitava e
dichiarava che lui vivente non avrebbe mai approvato quel lodo.
Nell'estate di detto anno 1531 essendosi Alfonso portato ai bagni
d'Abano, vi andò seco l'Ariosto ove ammalò di febbre. Voleva subito
restituirsi a Ferrara, ma il cavalier Obici, che pur trovavasi ai
bagni, lo persuase a seguirlo nella vicina città di Padova e fermarsi
in sua casa finchè fosse ristabilito. Quivi ebbe un'altra febbre che fu
dichiarata terzana; e mentre attendeva a riaversi sopraggiunse il duca
che il volle a Venezia con lui, come lo stesso Ariosto c'informa in una
lettera scritta a nome di Alessandra (_pag. 325_).
Ritornato nel settembre a Ferrara, il duca ebbe avviso che il papa
radunava degli uomini d'arme che si dicevano destinati a ricuperar
Carpi ad Alberto Pio. Disponendosi perciò a farne buona difesa, chiese
all'uopo soccorso a don Alfonso Davalo marchese del Vasto comandante le
truppe imperiali in Mantova, e spedì tosto l'Ariosto a concertarsi col
medesimo. Il nostro poeta lo trovò in Correggio in casa della celebre
Veronica Gambara, ov'era passato a porre il suo quartier generale; ed è
facile il comprendere quanto il poeta vi fosse accolto con ogni festa e
favore, avendolo il marchese, grande estimatore degli uomini d'ingegno,
regalato al partir suo di un bellissimo lapislazzoli, di una catena
d'oro e di una pensione di cento ducati l'anno per sè e suoi eredi,
stipulata per atto notarile fatto in Correggio il 18 ottobre 1531, e
come apparisce dalla lettera dell'Alessandra Benucci vedova Strozzi che
pubblichiamo (_pag. 327_).
Questi apparecchi fecero dimettere al papa il pensiero d'invadere
gli stati d'Alfonso. Sembra per altro che si tramasse una nuova
congiura per ucciderlo con tutta l'Estense famiglia: ma venendo, come
sempre, scoperto il funesto disegno, Bartolomeo Costabili, vecchio di
ottantaquattro anni, fu sui primi del 1532 decapitato, e la testa ebbe
infissa in un'asta su la parte più alta del castello.