Uno de' primi incarichi dati da Alfonso I a Lodovico fu quello di

portarsi ad Urbino per condolersi della morte di quella duchessa moglie

di Lorenzo de' Medici il giovine: ma giunto il 4 maggio 1519 a Firenze,

intese che anche il duca d'Urbino era morto, onde non andò oltre;

ed anzi dopo pochi giorni si restituì a Ferrara, ove il 6 giugno lo

vediamo spedire al marchese di Mantova la sua _Cassaria_, ch'eragli

stata richiesta (_pag. 30_). Il 7 luglio diedegli pure notizia della

perdita del cugino Rinaldo: e avendo fatto sapere a Mario Equicola che

trovavasi immerso in litigi (per la contrastata eredità), ringrazia il

15 ottobre questo suo amico che si offriva di assisterlo coll'opera

propria, narrandogli che attendeva a fare «un poco di giunta al

_Furioso_.... ma poi dall'un lato il duca, dall'altro il cardinale,

avendomi l'un tolto una possessione che già più di trent'anni era di

casa nostra, l'altro una possessione di valore appresso di dieci mila

ducati[96], _de facto_ e senza pur citarmi a mostrare le ragion mie,

m'hanno messo altra voglia che di pensare a favole. Pur non resta per

questo ch'io non segua, facendo spesso qualche cosetta» (_pag. 33_).

— Il 16 gennaio 1520 terminò di comporre la commedia intitolata il

_Negromante_ per desiderio di Leone X, e gliela mandò perchè fosse

recitata in quella corte in cui l'anno avanti si era data colla

maggiore splendidezza possibile l'altra sua commedia _I Suppositi_,

avendo la scena dipinta da Raffaello, e stando il pontefice alla

porta per regolare l'entrata degli spettatori, impartendo loro la

sua benedizione! Chè la corte di Leone X, partecipando alla generale

corruzione, era troppo amante dei sollazzi profani; e abbiamo una

lettera di Alfonso Paolucci al duca di Ferrara in data di Roma 8

marzo 1519 che non potrebbe più al vivo ritrarci «i costumi del

secolo e dell'uomo che gli diè il nome» (Doc. XVI)[97]. L'Ariosto

aggiunse al _Negromante_ un nuovo Prologo ove dirige al papa elogi

assai lusinghieri; ma vi mescola con acuta ironìa la liberalità

nell'assolvere di omicidi e di voti,

«E se pur non in dono, per un prezio

Che più costan qui al maggio le carciofole![98]»

È poi importante questo Prologo venendosi per esso a conoscere che

l'autore faceva tesoro dei vocaboli della lingua parlata che più gli

piacevano, e che diede opera a Firenze, a Siena e per tutta Toscana ad

apprenderne l'eleganza e nascondere le forme della pronunzia lombarda.

Di cotale studio si prevalse con sagacia nel suo _Negromante_ che aveva

in gran parte composto dieci anni addietro, e nel quale introdusse

tanti cambiamenti da non vederci più il _consueto idioma_, e cominciò

pure a giovarsene nella ristampa che nel 13 febbraio 1521 pubblicò in

Ferrara dell'_Orlando furioso_, ch'eragli da tutte parti richiesto,

non trovandosi allora alcun esemplare in commercio della prima

edizione. Però un libraio di Verona, che n'ebbe parecchi da vendere

per conto dell'autore, scusavasi di non pagarli per intiero, allegando

una rimanenza: ma l'Ariosto scriveva all'Equicola di verificare la

cosa, «chè troverà che i libri sono venduti e che quel libraro vuole

rivalersi di quelli denari» (pag. 36). Nel frontispizio di questa

seconda edizione il poema dicesi _con molta diligenza corretto e quasi

tutto formato di nuovo e ampliato_, rimanendo però circoscritto ne'

quaranta canti di prima. A rifarsi in parte delle spese di ristampa,

l'Ariosto ne cedè subito col 16 febbraio cento copie al libraio Giacomo

Gigli di Ferrara per il prezzo di sessanta lire marchesane. Il libraio

doveva venderle sedici soldi l'una, avendo così il venticinque per

cento di sconto; e fino a tanto che quelle cento copie non erano

esitate, l'autore non poteva disporre di alcuna delle rimanenti

presso di lui, nemmeno in regalo[99]. Oggi un esemplare della suddetta

ristampa si venderebbe ad altissimo prezzo.

Il duca di Ferrara liberato due volte dai più estremi pericoli colla

morte di Giulio II e con quella di Leone X, si credè il favorito

della fortuna, e fece battere cinque monete d'argento allusive alla

circostanza, due delle quali rappresentavano da una parte la sua

effigie, dall'altra un uomo che toglie un agnello di bocca a un leone

col motto _de manu leonis_, mentre in gran fretta portavasi durante

l'interregno a ripigliare i suoi Stati. Ebbe il Finale, San Felice,

le terre di Romagna, e per interne rivoluzioni anche il Frignano e

la Garfagnana. — Il 9 gennaio 1522 fu assunto al papato Adriano VI,

l'ultimo cardinale fatto da Leone X e precettore di Carlo V, nato

da bassi parenti, fiammingo d'origine. Era in Biscaglia al momento

dell'elezione, e il duca vi mandò un suo ambasciatore a far atto di

ossequio, informarlo dei torti sofferti, e chieder giustizia. Il nuovo

pontefice liberò il duca dalla scomunica, lo lasciò al possesso di

quanto aveva ultimamente ricuperato e lo confermò nell'investitura

di Ferrara, comprendendovi anche il Finale e San Felice per far

credere queste due terre della Camera apostolica, sebbene ritenute

spettanti al feudo imperiale di Modena. Il duca mandò poi a Roma

il suo primogenito Ercole, che in presenza del papa e del sacro

Collegio perorò la restituzione di Modena e Reggio. Il discorso fatto

francamente in lingua latina da un giovinetto di soli quattordici anni,

che ritraea le bellezze della Borgia sua madre, sorprese e interessò

i cardinali i quali gli corsero attorno abbracciandolo come fosse un

loro congiunto. Ma papa Adriano rispose: «Se quelle città, che dici

essere di diritto di tuo padre, le avessi racquistate nel tempo della

Sedia vacante, più facilmente potrei confermargliele; ma poichè le

possiede la Chiesa, acciocchè non sembri che ne sia spogliata, non sono

per darle a nessuno. — Queste parole studiosamente raccolte da Alfonso

l'ammonirono a tempo che cosa dovesse fare, morto il pontefice»[100].

— Anche l'imperatore Carlo V proponeva di restituire Modena e Reggio

al duca purchè gli pagasse cento cinquanta mila ducati: ma il papa

titubava sempre dichiarando di non poterlo permettere; finchè accadde

la di lui morte il 14 settembre 1523. Alfonso I non tardò allora di

mettere in pratica gli insegnamenti di Adriano, e mosse le sue genti

riconquistando Nonantola, indi Reggio e Rubiera. Erasi pure portato

sotto Modena, ma il celebre Guicciardini che n'era governatore e Guido

Rangoni che ne comandava la guarnigione, accresciuta in previdenza

di 1500 Spagnuoli, la mantennero sotto il governo della Chiesa. Il

cardinale Armellino camerlengo in Roma formò un nuovo monitorio contro

il duca come invasore degli Stati ecclesiastici: però il Collegio de'

cardinali tornò a chiudersi in conclave prima che il monitorio fosse

spedito, e il 19 novembre dell'anno stesso Giulio de' Medici divenne

papa col nome di Clemente VII.

Lodovico Ariosto aggravato di spese per la lite colla Camera ducale

e per la ristampa del suo poema avea troppo bisogno dello stipendio

assegnatogli in corte; pur si adattò a vederlo uscir lento od anche

affatto sospeso, finchè durarono le esigenze della guerra: ma gli

dolse accorgendosi che anche in migliorate condizioni la mano del duca

seguitava a tenerglisi chiusa. E tacendo in Milano in mezzo all'armi le

leggi, nè potendo perciò ricavare alcun vantaggio dal beneficio della

cancelleria di quell'arcivescovato, ricorse al duca affinchè lo levasse

di bisogno, o gli concedesse di cercarsi altrove da vivere (Satira V).

Accadde allora che la Garfagnana, già prima in possesso degli Estensi,

poi de' Lucchesi al tempo di Giulio II e de' Fiorentini a quello di

Leone X, volle per alimentato sobbollimento ritornare sotto al suo

antico signore: e facendosi reiterate istanze per avere un commissario,

il duca vi elesse l'Ariosto, segnandone il decreto il 7 febbraio

1522, come può rilevarsi dalla Lettera del poeta per noi pubblicata a

_pag. 207_. Il Micotti così racconta la rivoluzione della Garfagnana:

«Bernardino Ruffi commissario de' Fiorentini in Castelnovo, stordito

dall'avviso della morte di Leone, temendo di sollevazione per l'affetto

che questi provinciali portavano alla casa d'Este, dubitando di sè e

delle cose sue, si racchiuse nella rôcca di Castelnovo dove abitava,

non permettendo ad alcuno l'ingresso: ma li principali del castello,

che pur volevano liberarsi dai Fiorentini e restituirsi al loro

legittimo signore, non trascurando l'occasione somministratagli dalla

morte del papa, mandarono Gio. Pietro Attolini medico, del quale il

commissario si soleva servire nell'indisposizione d'una sua figliuola,

a procurare che, sotto pretesto di visita e d'aver a trattar seco

interessi di rilievo, fosse aperta la porta della rôcca; il che da

lui eseguito, benchè con difficoltà ottenuto, i cittadini principali

armati entrarono nella rôcca dove era il commissario, e gl'intimarono

che nel termine d'un'ora dovesse partire, altrimenti l'avrebbero

precipitato dalla finestra. Il commissario impaurito per sì improvviso

accidente, privo d'assistenza e temendo lasciarvi la vita, stimò buon

consiglio partirsi subito, come fece l'8 dicembre 1521. Scacciato il

commissario fiorentino, con ogni prestezza spedirono al duca Alfonso

l'avviso di quanto era successo: il quale avendo sommamente gradita la

fede e l'amore de' sudditi, scrisse anche un'amorevol lettera a Gio.

Pietro Attolini.... Fu poi mandato a governar la provincia Lodovico

Ariosto ferrarese, il famoso poeta e prudentissimo ne' maneggi di

Stato[101]. In memoria d'essersi liberati dal dominio di papa Leone e

de' Fiorentini, per pubblico decreto il Consiglio ordinò, che sempre

ne' tempi avvenire il settimo giorno di dicembre si solennizzasse

con luminarie e processioni di tutto il clero e popolo, e che il dì

seguente, giorno della liberazione, dedicato all'immacolata concezione

della Santissima Vergine, si celebrassero messe ed offici a spese del

pubblico. Fece anche il Consiglio scolpire in grosso macigno un'aquila

grande, intesa per la serenissima casa d'Este, che tiene un leone sotto

gli artigli, preso per papa Leone, e porre sopra la porta di Castelnovo

in mezzo a molt'arme che vi sono»[102].

L'offerta di andare al governo della Garfagnana fra un popolo rozzo,

turbolento ed inquieto, diviso da fazioni, guasto da spessi mutamenti

di padroni, pieno di banditi per l'opportunità di varî confini, non

poteva piacere all'Ariosto; ma presentando d'altra parte molti vantaggi

pecuniarii per tasse e diritti inerenti alla carica[103], vinto dal

bisogno, l'accettò. Ignorando quanto tempo sarebbe stato lontano da

Ferrara, incerto della sorte che lo attendeva, fece il 12 febbraio il

suo testamento, si disgiunse con dolore dalla Benucci, e in compagnia

del figlio Virginio partì alla volta di Castelnovo ove giunse il dì

20 dello stesso mese. Narra il Garofolo che Lodovico «nell'andare

al commissariato.... convenendogli presso a Rodea passar per mezzo a

una compagnia d'uomini con armi che sedevano sotto diverse ombre, non

sapendo chi si fossero, andò oltre non senza qualche sospetto per esser

quelle montagne allora molto infestate da ladronecci per le fazioni

di certo Domenico Morotto e di Filippo Pacchione capitali nemici. Ora

essendo passato avanti un tiro di mano, colui ch'era capo loro dimandò

al servitore ch'era più addietro degli altri, chi fosse il gentiluomo;

e udito ch'era Lodovico Ariosto, subito si mise così com'era armato

di corazza e di ronca a corrergli dietro. Lodovico vedutolo venire si

fermò, non ben sicuro come avesse a seguire il fatto. Colui giuntogli

presso e riverentemente salutatolo, gli disse ch'era Filippo Pacchione,

e gli domandò perdono se non gli avea fatto motto nel passar oltre,

perocchè non sapeva chi egli fosse; ma che avendolo inteso dipoi, era

venuto per conoscerlo di vista come molto prima l'aveva conosciuto

per fama: e nel fine fattogli cortesi inviti umilmente si licenziò

da lui»[104]. Questo fatto ammesso per vero dal Baruffaldi potè solo

a nostro giudicio accattar origine da qualche segno di rispetto che

taluno de' faziosi o fautori di essi ebbe poi ad usare verso l'Ariosto

(com'è detto a _pag. 80_), convertendolo in un incontro occorsogli

presso Rodea (Roteglia) _nell'andare al commissariato_ (ossia nel suo

primo viaggio); e ciò allo scopo di accrescere alla vita del poeta

una nuova situazione d'interesse drammatico. Incontro che non potrebbe

ammettersi fuorchè in un viaggio successivo e in una stagione diversa

dalla invernale del febbraio, in cui que' luoghi sono quasi sempre

coperti di neve e poco acconci in allora a _sedere sotto l'ombre_

(non già degli alberi che avevano ancora da rinnovare le foglie); e

giacchè inoltre l'Ariosto stesso, cui dobbiamo attenerci, non mancò

in un'elegia[105] di esporci questo suo viaggio accompagnato da

rabbiosa procella d'acqua e venti che prendeva ognora maggior possanza,

ferivagli come acuto strale il volto, e col fango impediva al suo

cavallo di affrettarsi per la via alpestre e lunga. Sembrava, egli

dice, che il cielo meritamente lo punisse d'essersi dipartito dalla

sua donna, di aver chiuse le orecchie alle preghiere di lei, di aver

promesso di assumere un carico che tanto lo allontanava da Ferrara. Era

pentito, ma non gli era lecito ritornare indietro: solo il cuore mille

volte ogni giorno sarà costretto di farlo!

Giunto a Castelnovo, capoluogo della Garfagnana, l'Ariosto cominciò

subito le fastidiose cure del suo governo, udendo ognora accuse e

liti, furti e omicidi; pregando gli uni, minacciando gli altri, e

scrivendo ogni giorno al duca per consiglio ed aiuto[106]. Obbligato

a lasciare in abbandono i dolci suoi studi per _aver sempre villani

alle orecchie_[107], sol dopo un anno fece il _primo motto alle Muse_,

dirigendo al cugino Sigismondo Malaguzzi la Satira V ove descrive la

vita ch'egli colà conduceva, e che riceve bel riscontro e accrescimento

di fatti dalle Lettere di lui che qui si producono. Alcune di esse

dànno prova della bontà del suo cuore, altre della sua giustizia e

imparzialità, molte della sua sagacia e accortezza politica, la maggior

parte della mala condizione di quella provincia. E perchè il duca

immerso in cure più gravi non gli prestava il braccio forte ch'egli

richiedeva, e lasciavalo con pochi balestrieri incapaci di affrontare

i banditi e gli assassini ch'erano più di loro (_pag. 200_), così

l'Ariosto si mostrò ridotto all'alternativa di dover proporre misure

estreme di ferro e fuoco sopra le sostanze de' banditi, loro congiunti

e aderenti (_p. 163_), e così contro i campanili, le canoniche e per

fino le chiese, che in causa delle immunità ecclesiastiche servivano

loro di sicuro ricovero[108]. Poco propenso verso i preti, che per

negatagli autorità dai vescovi e dal duca non poteva castigare se

mancavano (_pag. 103_), li fa colpevoli di favorire i malfattori;

ma dice al tempo stesso che non ponno fare altrimenti (_pag. 222_),

essendo invalsa presso tutti la tema della loro vendetta se non li

nascondono (_pag. 171_), e dicendosi minacciati della vita se parlano

(_pag. 236_). Per ovviare in parte a tanti disordini, l'Ariosto

concluse il 20 giugno 1523 a nome del duca una lega colla Repubblica

di Lucca, che mandò il suo bargello agli ordini del commissario

(_p. 164_)[109]; fece pubblicare alcune gride (_pag. 309-317_);

ebbe accrescimento di uomini d'armi: ma ciò fu di poco o momentaneo

profitto, chè le ottantatre terre di cui componevasi la provincia

alzavano le corna divise dalla sedizione (Satira V). L'Ariosto qualche

volta parlava alto e risentito (_pag. 213-216_); minacciava fuggirsi di

notte abbandonando l'officio, e concludeva: «Ognuno è di malavoglia,

e dicono mal di me, ma più di V. S. (_pag. 183_), che pigli li loro

denari e lasci abbandonate le rôcche (_pag. 229_); chè almeno, poi

che quella non li vuol difendere, gli dèsse licenza e li ponesse in

libertà, che si potessero dare a chi fosse atto a poterli difendere e

tener in pace» (_pag. 234_). Parole arditissime, ma giuste e degne del

maggior elogio, come l'altre: «fin che starò in questo ufficio non sono

per avervi amico alcuno, se non la giustizia».

Alla notizia dell'elezione al papato di Clemente VII, conoscendosi

le inimicizie passate tra gli Estensi ed i Medici, _parve che a tutti

fosse tagliata la testa_ (_pag. 199_), chè, non credendosi abbastanza

rassodato il governo del duca, era da molti preveduto un prossimo

tramestìo di padroni: di qui l'ardimento a nuovi disordini da una

parte, di qui il pretesto a lasciarli correre od anche favorire

dall'altra, non esclusi gli ecclesiastici. A ciò poi diedero fomento

anche le _bande nere_ del famoso Giovanni de' Medici, che venute

a contesa coi marchesi Malaspina di Lunigiana fecero scorrerìe e

occuparono nel 1524 alcuni luoghi della ducale provincia, accrescendo

seguaci alla _parte italiana_ che rappresentavano di fronte alla _parte

francese_ sostenuta dal duca.

Dopo essere stato due anni in quell'officio, l'Ariosto dichiarò che lo

muterebbe volentieri in un altro dove fosse più vicino al duca, «come

sarebbe il commissariato di Romagna» (_pag. 209_): desiderando forse

di cancellare in Lugo con dolcezza e bontà la memoria sfavorevole che

vi era rimasta del padre pel fatto che abbiam riferito a _pag. XVII_.

— L'amico Bonaventura Pistofilo, erasi offerto di procurargli la carica

di ambasciatore ducale presso Clemente VII; ma il poeta dirigendogli la

Satira VI ringraziando del cortese pensiero, non si mostrò allettato

dall'onore nè persuaso del maggior vantaggio che gli si prometteva;

chiedendo piuttosto di essere chiamato a Ferrara, ove trovavasi la

Benucci, ed ove ogni cinque o sei mesi era costretto di andare a

passarne uno, per non morir dalla noia in Castelnovo[110].

Sui primi d'aprile del 1525 il duca si decise a richiamare l'Ariosto

presso di sè, facendolo sostituire nel commissariato da Cesare Cattaneo

ferrarese. Il 26 detto mese l'Ariosto chiese di poter rimanere anche

un po' di tempo nell'ufficio per esigere gli assegnamenti suoi del

_quartirone_ passato, e il giorno dopo scrisse dolendosi ch'era stata

fatta una grave ingiuria al figlio Virginio che teneva presso di sè,

quando a motivo della sua partenza non avrebbe potuto ottenerne la

dovuta riparazione. Sulla prima domanda il duca rispose il 3 maggio

che essendo stato tanto a fargli intendere questo suo desiderio, non lo

poteva compiacere perchè il Cattaneo designava di mettersi veramente in

cammino per la Garfagnana «fra tre o quattro giorni alla più lunga»,

onde bisognava lasciare che altri gli procurasse la detta esazione.

Quanto alla seconda lettera, aggiungeva: «Vi significamo che avemo

inteso con grave nostra dispiacenza il caso accaduto, e ci dispiace

che un nostro suddito sia stato tanto ardito e insolente che abbia

avuto animo di far violenza ad un figliuolo d'un nostro commissario

che in quel loco rappresenta la persona nostra, e commetteremo

efficacissimamente a messer Cesare che ne faccia quella severa

dimostrazione che merita la natura del caso in sè e la fede e diligenza

che voi avete usato in servizio nostro. E state sicuro che noi avremo

altrettanto caro che voi conosciate che desideramo e volemo che si

faccia esecuzione di questa cosa, quanto voi stesso arete ch'ella si

faccia. Infra tanto consolatevi, e state sano».

L'autorità dell'Ariosto continuò in Garfagnana a tutto il mese di

maggio, e il 5 giugno 1525 non essendo ancora arrivato in Castelnovo

il Cattaneo, il duca scriveva a messer Lodovico: «lodiamo che lo

aspettiate e facciate ogni opra per abboccarvi seco e instruirlo in

quel che occorre per l'ufficio, e sarà anche bene per esiger li vostri

crediti e avanzi».

Il Cattaneo giungeva poco dopo alla sua residenza, così descrivendosi

dal Carli le circostanze di una tale elezione: «Seguivano ancora (1524)

in provincia le sedizioni e i ladronecci, non passando mese che non si

contassero questioni, violenze, oppressioni e simili ingiustizie, senza

che la diligenza e l'autorità del governatore Ariosti bastasse a porvi

il conveniente riparo: ove dimorandovi egli di malissima voglia, faceva

di continuo instanza all'A. S. d'esserne rimosso; ma ciò non ostante

non ne venìa consolato. Discorrevasi ogni giorno nell'anticamera ducale

questo fatto fra molti di que' cavalieri assistenti con varietà di

pensieri, quando un Cesare Cattaneo gentiluomo ferrarese ritrovandosi

a sorte in corte, nell'udire le rappresentate doglianze dell'Ariosti,

rispose aver quello poco spirito, mentre con l'autorità non sapea

liberar la provincia da quella sediziosa peste de' fuorusciti: darsi

egli vanto, quando gli fosse sostituito, di estinguerne il veleno

nel primo mese. Parole che riferite al duca, fu dall'A. S. tantosto

determinato che fossero ridotte all'effetto, per far prova se il vanto

fosse veritiero o bugiardo: che però fattolo a sè chiamare, dichiarollo

governatore di questa provincia, e con la solita spedizione delle

patenti qua inviollo a dar la sospirata muta all'Ariosti, che tutto

assorto nelle dolcezze di Parnaso, non bastava ad applicare ai rigori

di Marte e d'Astrea.

«Ricevuto il Cataneo dai provinciali con dimostrazioni d'allegrezza

nella solita residenza della rôcca di Castelnovo, fece egli tantosto

pubblicare un editto, che qualunque bandito per qual si sia delitto

uccidesse in provincia il compagno, fosse certo d'ottenere subito la

remissione del bando _gratis_ e senza ben minimo dispendio; di che

restarono di tal sorte spaventati i fuorusciti, che nel breve spazio

d'un mese sgombrarono tutti la provincia e si dileguarono, lasciandola

in una perfettissima quiete. Invenzione così ammirata da tutti, che

celebrato per l'Italia restonne il Cataneo famoso, applaudito qual

Cesare vincitor senza pugna, e trionfante senza contrasto; e ne sarebbe

restato in Garfagnana il suo nome immortale, quando non l'avesse

poscia egli oscurato con ingiustissime operazioni e con vergognose

estorsioni.... onde citato a comparire (nel 1527) a Ferrara....

spaventato dalla reità della propria coscienza negò la comparsa.... e

partitosi dallo stato contumace.... fu dopo la formazione del processo

dichiarato bandito»[111].

Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note · 第 4 / 32 段