Anna Sforza morì di parto nel 1497 senza lasciar prole; e poichè

Alfonso nell'agosto 1500, in cui Lucrezia Borgia restò vedova, non

erasi ancora determinato a riprender moglie, Alessandro VI, che sempre

pensava a più illustri nozze per la figliuola, incaricò il cardinale

Ferrari modenese di scrivere al duca Ercole (18 febbraio 1501) e

proporgli la mano di Lucrezia pel principe ereditario di Ferrara.

Il duca se ne adontò e diede un assoluto rifiuto, essendosi altresì

manifestata la maggior ripugnanza da parte di Alfonso e di tutta

la famiglia d'Este. Ma il papa, ottenuto pure l'appoggio del re di

Francia, insistette tanto col far conoscere i grandi vantaggi di tale

unione e i danni che verrebbero dal ricusarla, che riescì a vincere la

contrarietà del duca: il quale riguardando queste nozze come un ottimo

affare di Stato, pose innanzi delle alte pretese, che vennero quasi

tutte accettate.

Un corteo guidato dal cardinale Ippolito d'Este composto di un'eletta

cavalcata di 500 persone per andare a pigliare la sposa uscì da Ferrara

il 9 dicembre 1501 e giunse a Roma il 23 detto mese, accolto colle

maggiori dimostrazioni d'onore. Roma era tutta in festa, avendo il papa

ordinato che da quel dì incominciasse il carnevale, e ne' seguenti

furono dati spettacoli intesi ad esaltare le due congiunte famiglie

Borgia ed Este. Il penultimo giorno dell'anno fu ripetuta in Vaticano

d'ordine del papa la cerimonia dell'anello che don Ferrante a nome del

fratello pose in dito alla sposa, stando il papa sul trono e avendo

intorno 13 cardinali e il figlio Cesare.

Lucrezia nel colmo della contentezza, dopo aver ottenuto dal papa

quelle grazie che il duca Ercole fece chiedere col di lei mezzo[65],

impaziente di abbandonar Roma, partì il 6 gennaio 1502 con un corteo

da regina, accompagnata sino a porta del Popolo da tutti i cardinali,

ambasciatori e magistrati, e giunse la sera del 31 detto mese al

castello Bentivoglio sul bolognese a 20 miglia da Ferrara. Colà ebbe

la grata sorpresa d'incontrarsi col marito Alfonso che le si presentò

travestito, e trattenutosi alquanto con lei, ripartì nella stessa sera.

La Borgia fece la sua solenne entrata il 2 febbraio in Ferrara ove le

feste nuziali si protrassero con banchetti, balli e rappresentazioni

teatrali per sei giorni[66], e fra i poeti che fecero omaggio de' loro

versi alla sposa, anche l'Ariosto le offerse un epitalamio[67].

Quantunque Alfonso negasse fede alle turpitudini attribuite a Lucrezia,

non poteva certo mostrarsi lieto, almeno in que' primi momenti,

della bella moglie che tutti ammiravano, conoscendola pur sempre

di fama assai compromessa per aver avuto due altri mariti: il primo

(Giovanni Sforza signore di Pesaro) disgiunto da lei per imaginaria ed

estorta dichiarazione d'impotenza, ch'ella offerivasi convalidare con

giuramento; il secondo (Alfonso d'Aragona duca di Bisceglie che l'avea

fatta madre d'un figlio) fatto strangolare sul proprio letto dal duca

Cesare, scacciando dalla stanza Lucrezia la quale non ebbe ardire di

opporsi; e perciò le accoglienze della nuova famiglia di cui veniva

a far parte, riescirono «a dire il vero fredde», come si espresse la

marchesana Isabella d'Este, che inoltre scriveva a Francesco Gonzaga

suo marito: «La Ecc. V. non mi abbia già invidia di non esser venuta

a queste nozze, perchè sono di tanta freddura, ch'io ho invidia a chi

sono rimasti a Mantova»[68]. Però i vantaggi grandi che accompagnarono

cotesto matrimonio[69] fecero presto dimenticare la vita passata

da Lucrezia in Roma ove fu ceco strumento della ferrea volontà del

fratello e del padre.

Morto Ercole I il 25 gennaio 1505, Alfonso come figlio primogenito

gli successe nel dominio. Abbiam veduto i supplizi coi quali inaugurò

la sua salita al potere e l'odio implacabile che mantenne contro i

fratelli, che sono indizio di violente natura e di pessimo cuore: i

fatti che veniamo narrando mostreranno altre colpe.

— Il poeta Ercole Strozzi, amico dell'Ariosto[70], era venuto in grande

famigliarità e servitù con Lucrezia Borgia, che spesso lodò ne' suoi

versi, per mezzo della quale sperava di poter conseguire il cappello

cardinalizio: ma la notte del 6 giugno 1508 fu crudelmente assassinato

e deposto morto, involto nel proprio mantello, davanti la casa che

abitava[71]. Alla gelosia del duca per Lucrezia fu attribuita questa

morte: però il Giovio, dicendola procurata da _un personaggio di alto

affare_ per motivo di Barbara Torello sposata di recente dallo Strozzi,

e sapendosi altresì che la donna era amata e sollecitata dal duca[72],

tutto induce a credere che l'assassinio venisse da lui ordinato, come

ebbe a rimproverargli anche il papa, non essendosi pur fatta alcuna

inquisizione per scoprire e castigare i colpevoli[73].

— Un notaro bolognese per certa causa che aveva in Argenta tra un

famiglio di Ercole d'Este ed un balestriere per nome Gaione, li citò

a Roma, sebbene Argenta alla morte di Giulio II fosse stata ricuperata

dal duca. Trovandosi Alfonso I a Migliaro, i suoi quattro consiglieri

di giustizia in Ferrara credettero necessario di non lasciare impunito

l'ardimento di una tale citazione che scalzava di fatto l'autorità

ducale, e tradotti nelle prigioni di Ferrara il notaro e i contendenti,

chiesero con lettera del 3 ottobre 1520 il parere sovrano. Rispose

egli a tre ore della notte seguente al suo segretario Obizzo Remo,

irritandosi e lagnandosi che non avessero data un'immediata condanna

di loro arbitrio, dicendo: «l'assenza nostra serviva benissimo in

proposito, perchè sempre averessimo avuto la scusa accettabile quando

altri si fosse querelato di cosa che fosse stata fatta in Ferrara

essendo noi lontano; e massime che, come sarìa stato vero, sarìa

anco stato ben credibile che non fosse passato di nostra scienza nè

commissione, essendo la cosa sì presta che non aressimo potuto avere

avviso di quella citazione e mandar commissione a quel tempo: sì che

ci pare che tutti abbiate errato. E perchè ci domandate mo il parer

nostro di quel che abbiate a fare, vi rispondemo che non sapemo che

altro commettervi, se non che subito lasciate andare quello notario,

così come l'avete fatto imprigionare, nol dovendo fare: e quando

sarà lasciato, fatelo venire a voi e ditegli che subito che noi avemo

inteso della sua cattura, avemo scritto che _ci dispiace_, e ch'ei sia

liberato: benchè questo impiastro possa mal sanare lo error commesso. A

quelli altri due (il famiglio e il balestriero), se ci è _scusa_ alcuna

legittima o _colorata_, fate che sian dati tre gran squassi di corda

in piazza, e poi siano rimessi in un fondo di torre finchè loro sarà

deliberato altro. Ma fate la nostra ambasciata alli compagni vostri,

come è sopraddetto, _con aggiunta d'un càncaro che vi venga a tutti

quattro nel più brutto del corpo_». Terminata appena la lettera gli

dispiacque dover perdonare al notaro, e aggiunse l'iniquo poscritto

che segue: «Prima che quel notario sia lasciato, mettete ordine col

nostro collaterale, che trovi due o tre matti, fidati però, che lo

vedano quando uscirà di prigione, per poterlo riconoscere, e poi

l'abbino per spia quando se ne andrà; e in qualche loco ben comodo lo

tirino da cavallo e lo strascinino per li capelli e lo schiaffeggino

gagliardamente, pestandogli il volto e li occhi in modo ch'ei ne resti

segnato e ne senta per un mese.... E potendo eseguir questo in loco da

ciò, straccinogli tutti i panni d'addosso e lascinlo nudo: ma abbiasi

avvertenza di far che quando lo vedranno uscir di castello, non siano

visti da lui, acciochè poi egli non conoscesse alcun di loro in fatto».

La lettera è di pugno del segretario Bonaventura Pistofilo, che in un

brandello di carta staccata vi introdusse di nascosto queste parole

dirette al Remo: «Prego la Mag. V. ed essa sarà contenta pregare

per me li magnifici compagni, che mi perdonino se scrivo cosa che vi

dispiaccia; chè certo l'ho scritto mal volontieri, ed anco ho scritto

meno che non mi è stato commesso». — Non sappiamo come andasse a finire

la scena traditrice preparata al notaro: troviam soltanto memoria che i

magnifici consiglieri di giustizia restarono molto spaventati dell'ira

che avevano involontariamente suscitata, e cercarono discolparsi. Il

duca rispondeva: «Volemo che vi sia licito dir sempre la ragion vostra,

ma noi anco volemo poter dire e scrivere a voi e alli altri quel che ci

pare».

Or questo Pistofilo ci narra nella Vita di Alfonso I, ch'ei «fu

amantissimo della giustizia, la quale molto costantemente e con

grandissima integritade volle che fosse ministrata in tutto il suo

dominio[74]», quando a nome del suo encomiato facevasi strumento per

calpestare la medesima con turpitudine d'inganni e _colorati_ pretesti

che ne salvassero qualche grossolana apparenza!

— Nel 1508 Isabella vedova di Federico d'Aragona, spogliata del trono

di Napoli, licenziata dalla Francia ov'erasi riparata, venne raminga

a Ferrara con molti figli, e ottenne dal duca nato da un'Aragonese

assegnamento e ricovero. Due figlie d'Isabella, già cresciute degli

anni nelle strettezze della vita privata, neglette dai grandi com'è la

sventura, non potendo aspirare nella posizione in cui erano cadute ad

illustri nozze, si posero ad amoreggiare l'una con un mercante, l'altra

con un Pugliese nominato Ferrante. Il duca venne presto a saperlo, e

si lagnò di _questo grande disordine_ col loro maggior fratello don

Ferrante che era in Ispagna, scrivendogli il 9 maggio 1525 e proponendo

gravissimi castighi, unicamente per evitare il _pericolo_ di qualche

scandalo vergognoso. Ritardando la risposta, spediva il 18 luglio altra

lettera in duplicato esemplare, confessando che aveva più d'una volta

pensato di _far strangolare_ i due giovani innamorati e far chiuder

le donne in _separati conventi_, ma che aveva con _forzata pazienza_

voluto aspettare gli ordini del fratello da eseguirsi _contro tutti_,

de' quali sarebbe stato _fedele e severo esecutore_. — Speriamo che

don Ferrante si sarà contentato che i due giovani fossero allontanati

da Ferrara, e che avrà riconosciute le sorelle degne di compatimento.

— Più tardi il duca si mostrò molto sollecito in procurare che una di

queste Aragonesi per nome Giulia facesse un matrimonio che secondava le

sue viste col marchese di Monferrato. Ma l'infelice principessa pochi

giorni dopo le nozze celebrate in Ferrara videsi spento il marito di

veleno; poichè essendo egli l'ultimo dell'illustre famiglia Paleologa

e mancando senza figli, il Monferrato doveva passare sotto il dominio

del marchese di Mantova cognato di Alfonso I. L'ex regina Isabella,

che costretta a vivere di una sprezzante elemosina era divenuta pia

sollevando il cuore all'altezza del sacrificio, provò tanto orrore

di questo delitto di avvelenamento che la condusse fra non molto

alla tomba. Prima di morire aveva raccomandato con lettere al figlio

suo primogenito le disgraziate sorelle, ed egli che allora trovavasi

governatore in Granata le chiamò presso di sè, liberando il duca dal

pensiero di cercare alle medesime altre ragguardevoli nozze.

Non aggiungeremo nuovi fatti, ritenendo gli esposti anche di troppo

valevoli a farci conoscere il carattere del duca, che certamente non fu

il migliore di tutti i suoi fratelli, senza parlare di don Sigismondo

morto nel 1524, «perchè essendo stroppiato dal mal francese, poco potè

adoperarsi in mostrar suo valore»[75].

Alla morte di Giulio II il duca erasi affrettato al tempo della

sede vacante di ricuperare le sue terre di Romagna e la Garfagnana,

ma dovette presto desistere udendo l'elezione di Leone X, per non

compromettersi col novello papa, «che essendo cardinale avea così

ben dissimulato che era creduto mezzo santo; ma riuscì poi tutto il

contrario. Il detto duca andò a Roma alla sua coronazione e tornossene

a Ferrara assoluto dal monitorio di papa Giulio, con un'amplissima

bolla di papa Leone che gli promise molto ed osservò poco»[76].

— Trattava il duca coll'offerta di qualche somma di riaver Modena

dall'imperatore Massimiliano, cui era stata consegnata, «il quale

per essere nello spendere troppo profluso avrìa venduto poco manco

ch'io non dico i denti per aver denari». Il papa sotto colore di

agevolare il negozio accettò Modena in suo nome, sborsò quarantamila

ducati all'imperatore, e fece formale promessa di restituirla al

duca entro certo tempo a fronte del rimborso della somma pagata:

«Non scrivo il termine prefisso a redimerla perchè il predetto duca

mio Signore mai non lo potè sapere: chè se ben fu detto che era X

anni, la copia dello strumento celebrato sopra ciò avea vacuo il

luogo nel quale doveva essere dichiarato esso tempo!»[77]. Anche

«il card. Ippolito stando in Roma, ottenne dal papa un breve per la

restituzione di Reggio fra cinque mesi, con che il duca cessasse di

fare il sale in Comacchio. Il duca mantenne la promessa; ma il papa

in mille modi sempre l'ingannò»[78], fino a fargli depositare nelle

mani dell'imperatore i quarantamila ducati del prezzo di Modena;

senza poter però avere nè l'una, nè l'altra città. Nel 1518 il duca

andò a Parigi a prestar omaggio al re Francesco nell'alleanza che

questi fece col re d'Inghilterra e così implorare più validi uffici

all'adempimento delle promesse del papa, ritornando a Ferrara il 20

febbr. 1519. Era in Parigi quando Raffaello Sanzio vi spedì il ritratto

di Giovanna d'Aragona uscito dallo studio di lui; e il duca ne provò

tale soddisfazione, che in data 29 dicembre 1518 ordinava al suo

segretario Obizzo Remo: «Scrivete a Roma a Monsig. d'Adria che faccia

sollecitare la mia pittura che fa Raffael da Urbino[79], e che o per il

Paulucci o per altri faccia parlare ad esso Raffael, e dirgli che noi

desideriamo d'aver il cartone di quella pittura che esso ha mandato qua

al Rev. Legato, su la quale è ritratta la signora viceregina di Napoli,

e che avendolo ci farà piacere gratissimo a donarcelo: circa che usi

il prefato Mons. quella maniera e mezzo che pare a S. S.ria alla quale

reputiamo che basti far noto il nostro appetito, conoscendo la prudenza

e desterità di Sua Sig.».

Il 24 giugno 1519 in età d'anni 41 morì per conseguenza di un aborto

Lucrezia Borgia[80]. Narrano gli storici di casa d'Este, ch'ella

«lasciate le mondane pompe.... impiegava la mattina in orazioni» e che

venendo a marito e trovando in Ferrara che «le gentildonne e cittadine

usavano abiti ne' quali mostravano le carni nude del petto e delle

spalle, così essa signora introdusse il portare e l'uso di gorgiere che

velavano tutta quella parte, dalle spalle sino sotto li capelli»[81]. —

E dobbiamo credere che Lucrezia, lasciate fra qualche tempo le mondane

pompe, conducesse in Ferrara gli ultimi anni di sua vita ossequiente

al suo sposo, «e non solo nel vestire, ma anco ne' costumi e religione

fosse al popolo di ottimo esempio, esercitando opere pietose «verso

i poveri e i letterati, che sono spesso una medesima cosa»[82],

specialmente dopo essere rimasta priva del suo più valido sostegno per

la morte del papa avvenuta il 18 agosto 1503, cui seguì la rovina degli

Stati acquistati a furia di rapine e tradimenti dal duca Cesare, che

terminò col cadere anch'esso morto in una imboscata il 12 marzo 1507,

combattendo da valoroso in Pamplona al soldo del cognato di Navarra.

E fu pure Lucrezia celebrata da tutti i poeti e uomini dotti che

l'avvicinarono in Ferrara, compreso l'Ariosto il quale nell'_Orlando

furioso_ (XLII, 83) giunse persino a collocarla per bellezza e onestà

al disopra dell'antica Lucrezia. Ma il Bembo, oltre di averla cantata

in versi e dedicatole nel 1504 il suo dialogo d'amore, _Gli Asolani_,

concepì per lei una decisa passione, ed essa accolse nel cuore più che

amicizia per lui, come può vedersi dalle lettere che scrisse al Bembo

e che si conservano autografe con una ciocca de' suoi biondi capelli

nell'Ambrosiana di Milano ove furono pubblicate nel 1859 da Bernardo

Gatti.

L'animo della duchessa di Ferrara in mezzo al suo quieto e riposato

vivere fu turbato nel 1510 dalla notizia della morte del suo primo

marito Giovanni Sforza, il quale essendosi nel 1504 ammogliato con

Ginevra Tiepolo, n'ebbe l'anno dopo un figlio per nome Costanzo che

confermò l'ingiustizia colla quale lo Sforza era stato da lei separato

con un processo da cui ebbe origine ogni maggior biasimo di Lucrezia in

quell'orrido passato di Roma.

Anche l'abbandono in cui lasciò nella cara età di due anni il figlio

Rodrigo avuto dal suo secondo marito Alfonso d'Aragona, senza mai più

curarsi di vederlo, e che morì di 13 anni in Bari presso una sua zia;

«quali si fossero le circostanze che costrinsero Lucrezia a tenerlo

lontano da sè, è certo ad ogni modo che questo infelice fanciullo

lasciò sulla figura di lei un'ombra sinistra»[83].

Nel 1519 il duca, al quale erano riesciti poco utili i bagni d'Abano

«per curarsi dai malori contratti in giovinezza,» ammalò gravemente.

Leone X spedì il vescovo di Ventimiglia con 600 uomini nel Mirandolese

con ordine di occupare Ferrara se avveniva la morte che si credeva

inevitabile di Alfonso. Essendo questi risanato, si volle che il papa

macchinasse con un Giberto (od Uberto) da Gambara suo protonotario

di corrompere con denari Rodolfo Hello capitano della guardia de'

Tedeschi di esso duca per farlo uccidere, e che il capitano fingendo

di accondiscendere per cavare due mila ducati di mano al protonotario,

scoprisse la cosa al duca, il quale ordinò se ne formasse un processo

che si conserva in Archivio. «Ed è da notare che il detto papa

Leone avea di bocca sua parlato con uno altro Tedesco (Gianni di

Malines), che era internunzio in questa materia, ed esortatolo a fare

diligente officio; assolvendolo, anzi persuadendolo che non peccava,

ma meritava ad aiutare la Santa Sede apostolica ad avere Ferrara,

la quale gli dava ad intendere che era occupata dal detto duca

Alfonso immeritamente»[84]. Il Muratori dà piena fede al tentativo

di assassinio contro il duca ed al processo che questi ne fece fare

«in forma autentica, coll'esame di varie altre persone consapevoli

del fatto, e con inserirvi le lettere originali del Gambara»[85]:

ma noi che pel fatto del notaro bolognese conosciamo come Alfonso I

calpestasse la giustizia e volesse giudici che ne salvassero soltanto

l'apparenza, moveremo qualche dubbio sulla verità della cosa, e tanto

più giacchè ora non troviamo in Archivio che un semplice abbozzo di

processo, o meglio narrativa, scritta dal segretario del duca Obizzo

Remo, mancante di ogni firma, delle lettere del Gambara e di qualunque

altro documento originale, ed ove in mezzo a molte stranezze non si

parla però mai di uccidere il duca, ma solo di farlo prigioniero e

occupargli a tradimento Ferrara (Doc. XII).

Il 2 settembre del 1520 morì il cardinale Ippolito fratello del duca

per aver mangiati troppi gamberi arrostiti e bevuta troppa vernaccia,

di cui aveva sempre «i fiaschi Nel pozzo per la sera in fresco a

nona»[86]. Così a papa Martino IV furono fatali «L'anguille di Bolsena

e la vernaccia»[87].

Leone X ormai palese nemico di Alfonso I fece lega nel 1521 con Carlo

V per discacciare i Francesi che nel 1515 erano tornati in Italia;

e perchè il duca si portò colle sue genti a soccorrerli e liberarli

dall'assedio di Parma, spingendosi ancora alla ricupera del Finale e

san Felice, il papa prese motivo di scomunicarlo così come aveva fatto

Giulio II, essendo stata eguale nell'un papa e nell'altro la brama di

estendere il poter temporale anche a vantaggio dei loro nipoti, e di

rivendicare Ferrara, tanto più che l'annuo censo, che si pagava alla

Chiesa fu ridotto a minima cosa pel matrimonio della Borgia.

Continuavasi con ardore la guerra contro i Francesi, «e perchè esso

papa Leone era entrato in un'impresa nella quale era necessario molta

spesa, non potendo con l'entrate ordinarie supplire al bisogno, fece

in una volta sola trentuno cardinali, dalli quali tirò grossa somma

di denari, senza rispetto alcuno di simonia»[88]. Ottomila Svizzeri

guidati dal cardinale Sedunense vennero in aiuto del papa e degli

imperiali; sicchè alla fine i Francesi furono costretti a perdere di

nuovo Milano e ritirarsi d'Italia. Il duca fu pure spogliato delle

terre che aveva riacquistate, e tornò a vedersi ridotto al solo

possesso di Ferrara, col sopraccarico dell'esercito del papa che veniva

a stringerlo d'assedio e lo minacciava d'imminente eccidio.... Ma la

sorte lo salvò un'altra volta mediante la morte di Leone X avvenuta il

primo dicembre 1521, non senza sospetto di veleno.

Nell'estremo pericolo ond'era trascinata la sua famiglia, Alfonso I non

poteva contentarsi di cadere onorevolmente colle armi alla mano, chè il

suo carattere maligno e vendicativo traevalo a dirigere una _Lettera

latina all'imperatore Carlo V e agli altri principi cristiani_ piena

di lagnanze ed accuse gravissime contro Leone X; lettera che tradotta

in italiano faceva stampare in Ferrara e in Venezia nel mese di

novembre 1521. La corte di Roma non tardava dal suo canto a formare una

_Risposta alla invettiva di don Alfonso_ inviandola alla stessa Maestà

Cesarea, nella quale non solo difendeva la fama vilipesa del pontefice,

morto nel frattempo, ma aggiungeva querele infinite contro il duca

e gli Estensi, facendola pure stampare in Roma il 6 gennaio 1522

unitamente alla _Lettera_ del duca[89]. Per la somma rarità ai nostri

tempi di queste pubblicazioni, che sfuggirono al Roscoe nella sua _Vita

di Leone X_[90], e per l'interesse storico che possono avere, ne daremo

in appendice alcuni estratti (Docum. XIII e XIV).

Lodovico Ariosto frattanto non sarebbe stato del tutto scontento del

servizio del duca, che poco molestava i suoi studi e che toglievalo

di rado da Ferrara ove sempre a motivo della donna amata rimaneva

il suo cuore (Satira IV), se per la morte del cugino Rinaldo Ariosto

accaduta il 7 luglio 1519 non avesse subíta una manifesta ingiustizia.

Non lasciando il cugino suddetto figli maschi legittimi[91], Lodovico

e i suoi fratelli, rimasti eredi _ab intestato_ del defunto, andarono

in possesso della ricca tenuta nella villa di Bagnolo, detta _delle

Arioste_, concessa a livello dal duca Ercole I a Francesco Ariosto

padre di Rinaldo, allorchè dopo alcuni giorni ne furono dal Fattore

generale del duca[92] Alfonso Trotti indebitamente spogliati,

dichiarando quei beni feudali devoluti alla Camera ducale. I fratelli

Ariosto supplicarono al duca, che, essendo stato «dal suo Fattore lor

fatto così espresso e manifesto torto, si degnasse dar loro qual si

volesse altro giudice dal Fattore in fuori, dinanzi a cui s'avesse a

conoscere e decidere di ragione questa causa. Non poterono ottenerlo,

anzi S. Ecc. li rimesse pure a detto Fattore. Onde non potendo essi

farne altro, furono sforzati cominciare la lite in Camera, dove fu

agitata, e instrutto il processo, pubblicati li testimoni e condotta

la causa sino alla sentenza: alla quale instando essi, il Fattore

per l'odio che portava _gratis_ a mess. Lodovico, e per rispetto di

lui a tutti gli altri fratelli, non comportò mai che se ne potesse

vedere il fine»[93]. L'odio di Alfonso Trotti fu creduto derivare da

due sonetti satirici contro il medesimo, «i soli (dice il Polidori)

in cui trascorresse la musa italica di Lodovico»[94] e vennero in

luce soltanto nel 1741 per averli trovati di suo pugno fra le carte

possedute dal seniore Baruffaldi. Ma non siamo però certi che fossero

composti dall'Ariosto, il quale dice che l'odio portatogli dal Trotti

era _gratis_, e cioè senza avergliene dato motivo (se pur non fu

simulato per coprire gli ordini del duca), mentre anzi il poeta lo

ricorda nel suo _Furioso_, XLI, 4. — Crediamo invece che appartengano

all'autore della serie de' sonetti maledici contro Cosmico, i

quali trovansi stampati fra le _Rime_ di Antonio Cammelli detto il

Pistoia (Livorno, 1884, pag. 223 e segg.); e chi li confronterà coi

due creduti dell'Ariosto, speriamo che assolverà il nostro autore

dall'attribuitogli trascorso.

Di Rinaldo Ariosto pubblichiamo una Lettera assai confidenziale, in

data del 7 giugno 1505, posseduta prima dal Mortara, che la disse

_bellissimo documento_ per conoscere la qualità del morbo ond'egli ebbe

a morire[95]; permettendoci però noi di osservare che dall'epoca della

lettera alla morte di Rinaldo passarono più di quattordici anni (Doc.

XV).

Lettere di Lodovico Ariosto Con prefazione storico-critica, documenti e note · 第 3 / 32 段