s'incamminasse a Roma, o almeno alla volta di quella, in segno di
obbedienza. Giunto a Modena, munì l'Ariosto di sua credenziale al papa,
nella quale, esponendo risentirsi di un vecchio malore in una gamba,
chiedea dilazione che gli permettesse di fare il viaggio a piccole
riprese: e raccomandando specialmente all'Ariosto di procurargli un
salvocondotto per tranquillizzarsi del timore di vedersi posto in
prigione a motivo dell'odio di cui insieme col duca si vedea fatto
segno, lo mosse a portarsi in gran fretta e per la quarta volta nella
metropoli del mondo. — Fu detto che messer Lodovico non rinvenne il
papa a Roma, ma in una sua villa di delizie presso il mare; che forse
non ottenne udienza o l'ebbe brevissima e tutta spirante sdegno e
minaccia, e che Giulio II volle far gittare in mare l'Ariosto, il
quale a stento potè salvarsi fuggendo e temendo sempre di essere
inseguito[43]. Una lettera di Benedetto Fantini segretario del
cardinale narra invece che il poeta trovò il pontefice in Castello
a Roma, che ottenne tosto udienza, e, quel che più muove interesse,
riporta il dialogo passato fra i due illustri personaggi (Doc. VII).
Messer Lodovico parlò arditamente in favore del suo principale più che
non parrebbe convenirsi di fronte all'altiera e collerica natura di
Giulio II; e sebbene quest'ultimo rifiutasse di prorogare per iscritto
il termine assegnato nel monitorio e di rilasciare il salvocondotto
richiesto, diede però a voce assicurazioni tali in proposito da poter
credere che l'Ariosto giunse «A calmar la grand'ira di Secondo»,
per servirmi delle sue stesse parole (_Sat_. II). Ma la lettera del
Fantini, la quale manca della seconda metà del foglio, non esclude
che seguitasse a narrare essersi l'udienza risoluta da parte del papa
in uno scoppio d'ira per ulteriori insistenze dell'Ariosto: come
infatti rileviamo da una lettera del cardinale Ippolito in data di
Massa, ultimo d'agosto 1510, diretta ad altro cardinale non indicato
nella minuta che si conserva in quest'Archivio di Stato, ove leggesi
che il gentiluomo (l'Ariosto) mandato come terzo messaggio al papa
per una proroga a presentarsi in Roma, «non solamente potette avere
grazia o conclusione alcuna da Sua Santità, ma fu minacciato d'essere
buttato in fiume se non se le toleva denante, et di fare il simile
a ciaschedun altro delli miei che se li appresentasse, soggiungendo,
se non andassi a Roma, me privaria de li beneficj et del cappello»;
e concludeva col raccomandare la sua causa a quel cardinale[44]. —
Da Modena per altro, avanti di partire per Massa (chè voleva sempre
mostrarsi in viaggio) scrisse al vescovo Costabili ch'era allora in
Firenze di trovargli casa in quella città ove intendeva fermarsi per
quindici giorni, e il vescovo rispondendo di averlo fatto, aggiungeva:
«però con questi uomini, quali guardano al suo avvantaggio, non si è
potuto venire a conclusione se non con il condurla per due mesi. Ma
se la S. V. Ill. anderà di lungo a Roma, non gli sarà altro incomodo
che la spesa, la quale non credo gli gravi; e avendo mandato quella
mess. Lodovico Ariosto innanti, non si potrà giudicare altro che la sia
per andare: quando ancora la non andasse, non sarà che avere la casa
a suo piacere e comodo». Il cardinale si portò infatti a Firenze; ed
essendo sui primi di settembre caduto di cavallo, soffrendone qualche
lesione, n'ebbe scusa sufficiente a non proseguire il viaggio per Roma.
Il Muratori dice che la caduta fu una finzione[45]; e tale a noi pure
sembrerebbe, se, a lode del vero, non avessimo trovata una lettera
del duca, 9 settem. 1510 (Doc. VIII), che ricorda questa lieve caduta.
Ottenne quindi di rimanere a Firenze ove di continuo scriveva al duca
delle lettere _in cifra_. Avendo poi avuto il buon senno di non aderire
agli inviti di alcuni cardinali scismatici che allora trovavansi in
Toscana, prese motivo di allontanarsene, e si trasferì a Parma. Ne diè
avviso al cardinale di Pavia legato pontificio in Bologna che lodò la
prudente risoluzione del cardinale Ippolito, giudicandola meritevole
di tornarlo in grazia del papa; ed egli trovandosi più vicino agli
Stati di suo fratello, andò più volte a visitarlo celato sotto
un'armatura[46] per concertare una forte difesa.
Il papa aveva intanto cominciata la guerra contro il duca, togliendogli
le sue terre di Romagna, occupandogli Modena ed altre città, mentre
i Veneti minacciavano di ripigliare il Polesine. Molti cittadini di
Ferrara erano corsi nella stretta del grave bisogno ad accrescere le
fila dei soldati del duca Alfonso: lo stesso poeta, sempre bramoso di
quanto promettevagli onore, volle imitar l'esempio di tre altri della
famiglia Ariosto[47], e militò nella compagnia comandata dal principe
Enea Pio di Carpi, come vedesi dalle due lettere scritte da Reggio
nell'ottobre del 1510 al cardinale in Parma (_pag. 12 e 14_), che
anche in questa guerra poteva dirsi di ogni cosa ministro. Ed essendo
riescito al duca nel 24 settembre un vantaggioso fatto d'arme alla
Polesella, con ricacciare i Veneziani che pur tornavano a molestarlo
(Docum. IX), fu in tale occasione che probabilmente si distinse il
nostro Lodovico, impadronendosi, come si narra, di una ricca nave
nemica sul Po[48].
L'esercito della Chiesa guidato dal duca d'Urbino Francesco Maria della
Rovere, nipote del papa, minacciava di un prossimo assedio Ferrara.
Cresceva il pericolo aspettandosi da un momento all'altro la resa della
Mirandola che Giulio II braveggiando e imprecando stava in persona ad
espugnare: perciò invitati i Ferraresi d'ogni ceto e condizione, uomini
e donne, preti e frati (non occupati causa l'interdetto ai luoghi
sacri) di afforzare con terrapieni le mura della città, postisi tutti
al lavoro, questi ripari furono con nobile gara nel dicembre del 1510
condotti a termine[49].
Fecesi una notte dagli uomini d'arme del papa il tentativo di avere una
porta della città; ma il duca fu prima avvertito della cosa, e vennero
respinti. Anche Gio. Giacomo Trivulzio erasi portato coll'esercito
francese in Mantova pronto ad accorrere in aiuto di Alfonso I, che
a tale oggetto aveva pagato al re di Francia trentamila scudi d'oro.
Perciò il papa abbandonò per allora l'impresa di Ferrara, e avuta in
gennaio del 1511 la Mirandola, si ritirò col suo esercito a Bologna,
indi a Ravenna, causa le mosse vittoriose del Trivulzio.
Verso la fine del 1511 troviamo l'Ariosto in Ferrara che con lettera
accompagna a Giovanni de' Medici legato di Bologna, che poi fu papa, un
suo vecchio congiunto arciprete di sant'Agata che voleva rinunciargli
la sopravvivenza al proprio beneficio (_pag. 20_), quantunque Lodovico
con azione veramente generosa e amorevole, a quanto ci narra nella
Satira I (e tutte sette le Satire fanno conoscere la bontà dell'animo
suo), avesse desiderato preferirsi il fratello Galasso o l'altro per
nome Alessandro, che «dalla chierca non abborre»; mentr'egli schivo di
lasciarsi legare da _stole_ od _anella_, doveva chiedere al Medici una
bolla che lo dispensasse colle più ampie clausole dagli ordini sacri.
— Ma Lodovico non andò poi affatto esente da questi legami, potendosi
dire piuttosto che li ebbe entrambi ad un tempo.
Si avvicendavano intanto i successi della guerra, ora in vantaggio
ora in danno del duca Alfonso, che presso gli Strozzi di Firenze per
accattar denaro avea dovuto impegnare le gioie ed ogni oggetto prezioso
di casa, riducendosi a mangiare in piatti di maiolica fabbricati da
lui, allorchè l'11 aprile 1512 avvenne la sanguinosa battaglia di
Ravenna in cui Alfonso I governava l'antiguardia. Fu grande l'impeto
de' valorosi Francesi comandati dal prode Gastone di Foix, grande la
fermezza nel ributtarli de' gagliardi Spagnuoli capitanati dal vicerè
di Napoli Raimondo di Cardona, incerta per ambe le parti la vittoria,
che infine si decise a favor dei Francesi. Il duca Alfonso influì non
poco a tal esito, avendo saputo cogliere una favorevole posizione dalla
quale fulminava di fianco a colpi sicuri i nemici costretti a passar
vicino alle bocche delle sue micidiali artiglierie per accorrere al
soccorso delle squadre perdenti. Azzuffatisi i due eserciti corpo a
corpo, le milizie del duca chiesero se dovevano cessare da un fuoco che
poteva ad un tempo far strage di Spagnuoli e Francesi, ed egli rispose:
_Tirate senza timor di fallare, chè sono tutti nemici nostri_; e perciò
i morti si fanno ascendere in quella tremenda giornata a diciottomila,
metà circa per parte, tra gente di Spagna, di Francia, d'Italia e della
Svizzera, a causa specialmente della numerosa artiglieria del duca di
Ferrara, il quale fu detto usasse di due cavalli da guerra avvezzati
a scagliarsi di salto sopra i nemici e ucciderli a calci! L'animoso
petto di Gastone di Foix, non potendo tollerare che li Spagnuoli si
ritirassero in ordinanza, gli inseguì con furore; ma rintuzzato di
forza, cadde trafitto, e con lui rimase spento anche il fiore de'
capitani Francesi. — Se Lodovico Ariosto non fu presente a questa
battaglia, v'accorse subito dopo, dicendoci di aver vedute le campagne
rosse del sangue _barbaro_ e _latino_, e per molte miglia il suolo così
coperto di morti, che senza premerli non concedeva il cammino. Fu però
presente al sacco che il giorno dopo si diede alla miseranda città di
Ravenna, ove dai vincitori uscirono crudeltà tali da empiere il mondo
d'orrore[50].
Quest'amarissima vittoria indebolì siffattamente l'esercito francese
per la perdita dei capi, che il duca cominciò presto ad accorgersi che
su di esso non potrebbe più a lungo fondar speranze d'aiuto. Ascoltò
quindi i consigli di Fabrizio Colonna (ch'egli avea fatto prigioniero
di guerra, ma che teneva a Ferrara come amico), e volle tentare di
riconciliarsi col papa[51]. Per gli offici del marchese di Mantova
di lui cognato e per quelli del Colonna ottenne un salvocondotto per
trasferirsi a Roma. Il duca partì da Ferrara il 23 di giugno 1512, dopo
aver rimessi in libertà i Veneziani che teneva prigioni, e dopo aver
mandato avanti Fabrizio Colonna a disporgli accoglienze favorevoli.
Giunse in Roma il 4 luglio, in compagnia dell'Ariosto (se pure non lo
raggiunse dopo), e il papa gioì di vedere il suo nemico prostrarsegli
dinanzi e baciargli i piedi. L'esame delle differenze fu rimesso a
sei cardinali che furono favorevoli al duca: ma il papa voleva ad ogni
modo Ferrara, e gli propose in cambio la città d'Asti tolta allora ai
Francesi, chiedendo ancora gli fossero rilasciati i due prigionieri
don Ferrante e don Giulio. Il duca rifiutò di cedere Ferrara e i
fratelli!... Giulio II amava don Ferrante che aveva tenuto a battesimo,
e bramava poterlo togliere di pena. A quest'ultimo impreveduto rifiuto
inorridì dubitando che il duca l'avesse fatto uccidere di nascosto;
e qui l'ira, a lui sempre sì facile, scoppiò fieramente. Il duca
assicurò che don Ferrante era vivo, ma ripetè perfidiando che non
l'avrebbe ceduto, lagnandosi pure che contro la fede del salvocondotto
gli fossero state nel frattempo occupate alcune città; e, com'era
prevedibile, si lasciarono più nemici di prima. Sul capo del duca
rumoreggiava la tempesta, e giunto al suo alloggio scrisse il 17 luglio
al cardinale Ippolito col falso indirizzo _Ad Alessandro di Cremona_
la lettera in cifra di cui si pubblica la traduzione, nella quale con
animo di inesorabile crudeltà sembra compiacersi di non aver voluto
gratificarsi il papa nemmeno col cedere i due fratelli _prigioni_, e
specialmente _don Ferrante_ (Docum. X). Il papa dal canto suo voleva
vincerla sul duca a qualunque costo, e non ebbe riguardo a dar ordine
che fosse arrestato, facendo prima raddoppiare le guardie alle porte
di Roma e così impedirgli una fuga. Seppelo il cardinale d'Aragona
che in segreto lo riferì ai Colonna; ed essi a ricompensare il duca
«d'aver serbato il suo Fabrizio a Roma»[52] lo travestirono in mezzo a
buona mano di armati, sforzarono la porta di San Giovanni e lo trassero
a salvamento fuori della città, nascondendolo nel loro castello
di Marino. Come il papa lo seppe arse di sdegno, fecelo inseguire
d'ogni parte, ma inutilmente: volle almeno vendicarsi su quelli del
suo corteggio; e non trovando che il conte Lorenzo Strozzi, lo fece
imprigionare: gli altri erano stati avvertiti e fuggirono in tempo.
Dodici muli furono presi nel bosco di Baccano carichi de' bauli del
duca: ma i bauli, a derisione, eran vuoti, essendosi le robe occultate
in diversi monasteri. Tre mesi circa restò il duca nascosto finchè
Prospero Colonna venendo in Lombardia con duecento uomini d'arme
per unirsi a Raimondo di Cardona il prese con sè or sotto l'abito
di cacciatore, or di famiglio, or di frate, e così potè deludere la
vigilanza di Antonio della Sassetta che il papa aveva messo fra que'
soldati per iscoprirlo. Dovendo poi il duca dividersi dal Colonna,
per trovarsi soltanto in compagnia dell'Ariosto, narra questi in
una lettera del primo ottobre scritta appena giunto in Firenze, che
sembravagli d'essere uscito allora delle latebre e de' lustri delle
fiere, ormato in caccia dai levrieri (del papa), e di aver passata la
notte antecedente in una casetta di soccorso col nobile mascherato,
l'orecchio intento e il cuore in soprassalto (_pag. 23_). Così finirono
le paure sofferte, e il 7 ottobre il duca passò per Castelnovo[53],
quindi muovendo dalla strada di san Pellegrino arrivò il 14 dello
stesso mese felicemente a Ferrara.
Il gran concetto di Giulio II di cacciare _i barbari d'Italia_ pareva
tradursi ad effetto, giacchè i Francesi incalzati dagli Svizzeri
dovettero ripassare i confini: e il papa gloriandosi d'essersi tolto
dal collo il più forte nemico, sebbene con armi esterne, lo schernì un
giorno il cardinale Grimani, osservando che il regno di Napoli, così
ricca e importante parte della penisola, rimaneva pur sempre in potere
degli Spagnuoli. Per le quali parole l'animoso pontefice, alzato il
bastone su cui sosteneva il cadente fianco e percuotendo con forza lo
spazzo, gridò che, Dio concedente, anche quei popoli avrebbero presto
imitato il glorioso esempio degli altri[54].
Il cardinale Ippolito, rimasto nell'assenza del duca suo fratello al
governo dello Stato, aveva dovuto perdere Reggio, Brescello, Carpi
(ov'era tornato Alberto Pio), Cento, la Pieve e le terre di Romagna,
e così depositare in mano del Vit-Furst, che fu mandato governatore
Cesareo in Modena, anche S. Felice e Rubiera. Già i Lucchesi
approfittando del momento favorevole si erano impadroniti della
Garfagnana: già il duca prevedeva l'ultima ruina della tanto agognata
Ferrara che sola rimanevagli in potere, e dove teneva concentrate tutte
le sue forze per farne gagliardo contrasto, quando nel 21 febbraio 1515
Giulio II morì.
L'11 marzo Giovanni de' Medici veniva eletto papa col nome di Leone X.
L'Ariosto eragli stato amico, e più volte avendo udito ripetergli in
Firenze e in Bologna che non farebbe differenza tra lui e il suo stesso
fratello, corse a Roma _in abito di staffetta_ anche a nome del duca di
Ferrara. Leone X mostrò di udire assai volentieri le parole di omaggio
e congratulazione che gli venivano profferte; prese per mano l'Ariosto,
gli baciò ambe le gote (Satira IV); ma essendo di cortissima vista,
e sdegnando allora di portare l'_occhiale_, mal potè ravvisarlo: così
gli _altri amici_ del poeta, _divenuti grandi nuovamente_, desiderosi
d'imitare il santo padre, mostrarono quasi di non vederlo! (_pag. 24_).
Si fermò Lodovico a Roma all'incoronazione del papa: ma non essendogli
stato offerto alcun posto vantaggioso, com'egli se ne lusingava, lasciò
Roma non avendo ottenuto che l'esenzione della metà della tassa alla
bolla occorrente per succedere allo zio nel benefizio di sant'Agata!
Nel ritorno passò per Firenze e accadendovi le feste di San Giovanni
sentì vaghezza di fermarvisi a conforto dello spirito amareggiato dal
disinganno di Roma. In Firenze incontrò Alessandra Benucci rimasta
vedova da poco tempo di Tito Strozzi di Ferrara, e quella beltà che
non eragli _nè peregrina nè nova_ lo innamorò sommamente. Di que'
spettacoli tenne poco ricordo, e poco gliene calse:
Sol _gli_ restò immortale
Memoria ch'_ei_ non vide in tutta quella
Bella città di _lei_ cosa più bella[55].
E la Benucci accolse e gradì l'amore del poeta, riempì degnamente il
vuoto ch'egli aveva nel cuore, gli fu dolce stimolo a completare il suo
poema che _aveva bisogno di grande opera_, nè era _limato nè fornito
ancora_ (_pag. 22_); ed anzi fu detto ch'ella esigesse ogni mese un
canto ricorretto del _Furioso_. L'Ariosto si trattenne in Firenze
quasi due mesi nella diletta compagnia della donna amata, _ne' cui
begli occhi e nel sereno viso_ andava errando il suo ingegno, ch'egli,
vestendo immagini colle grazie d'Anacreonte, chiedeva di poterlo
raccogliere colle labbra[56].
Verso la fine del 1513 essendosi il cardinale Ippolito ridotto a
Ferrara, anche l'Ariosto fu obbligato a seguirlo, e così fece poco
dopo la Benucci. Ivi terminò di rivedere il suo poema, che nel 1515
cominciò a stamparsi da Giovanni Mazzocco del Bondeno, con essere colà
pubblicato il 22 aprile del 1516 in 40 canti; avendo prima chiesto
e ottenuto privilegi che lo guarentissero da ristampe arbitrarie. Ne
mandò subito un esemplare al cardinale cui era dedicato e che allora
trovavasi a Roma: e quando al ritorno del medesimo a Ferrara, che
fu il 7 giugno[57], aspettavasi ringraziamenti e favori per averlo
sì altamente celebrato con tutti quelli di casa d'Este, udì invece
chiedersi dal cardinale: _Messer Lodovico, dove mai avete trovato tante
corbellerie?_ Le quali parole, se pur furono veramente pronunziate,
come passarono in tradizione, non possono ritenersi dirette che in
via di scherzo, e per ostentare noncuranza delle lodi a lui prodigate:
poichè sappiamo che il cardinale aveva cognizione del poema avanti che
andasse alla stampa[58], la cui spesa sarebbe stata da lui assunta,
come sembra apparire dalla lettera scritta al cognato marchese di
Mantova in data 17 settembre 1515 nella quale chiede di poter estrarre
da Salò nientemeno che mille risme di carta esenti da dazio per farne
l'edizione[59]. È però indubitabile che il poco grato mecenate, se
intendevasi di matematica e filosofia, non aveva certo alcun gusto
poetico, avendo detto all'Ariosto che non faceva degni di mercede gli
elogi datigli _a piacere e in ozio_, e che avrebbe preferito fossegli
_stato appresso_ per adempiere alle commissioni che a lui piacesse
affidargli. Di che il poeta risentitosi, séguita nella Satira II
a lamentarsi del cardinale, che dopo averlo mandato tante volte a
correre in fretta per monti e balze a scherzar colla morte, mostra
poco apprezzarlo, non sapendo smembrar starne in aria sulla forchetta,
mettere il guinzaglio a' cani e sparvieri, nè potendo adattarsi a porre
o cavar speroni, ch'erano i servigi riconosciuti dal suo signore.
Lamenti forse alquanto esagerati, se pur fu vero che il cardinale
facesse a tutte sue spese l'edizione prima del _Furioso_, o non avesse
soltanto procurata l'esenzione del dazio della carta di cui occorsero
sole duecento risme; conoscendosi ancora che tanto il cardinale quanto
il duca Alfonso acquistarono parecchi esemplari del poema.
L'anno dopo il cardinale chiese a messer Lodovico di seguirlo in
Ungheria. Addusse egli motivi giusti di salute (catarro e debolezza
abituale di stomaco) che non permettevangli d'intraprendere un lungo
viaggio, nè affrontare un cambiamento di clima che poteva riescirgli
funesto; come fu anche dichiarato dal Valentini modenese medico dello
stesso cardinale. Queste ragioni non furono ammesse: ma persistendo
l'Ariosto nel suo rifiuto a partire, anche per fare un'ammenda della
soverchia servilità del passato, il cardinale se ne adontò, commettendo
l'imperdonabile risoluzione di congedarlo da sè, togliendogli ogni
assegno, sino a due beneficî ecclesiastici che gli avea procurato,
e dei quali volle fatta rinunzia a favore di altri suoi famigliari
designati da lui. Dovette solo conservargli quello su la cancelleria
di Milano perchè in società col Costabili di Ferrara, e perchè
pochi mesi prima aveva scritto a Ruffino Berlinghieri suo vicario
in Milano[60] le lettere in favore dell'Ariosto da noi riportate a
pag. 306, 307. — D'allora in poi Lodovico non comparve più innanzi al
cardinale, che mostrò averlo in dispetto, mentre il nostro poeta sempre
buono e cortese, ad onta dell'ingratitudine sofferta, continuava ad
offrirsi al suo primo signore per servirlo «di càlamo e d'inchiostro
in Ferrara, ove con chiara tromba farebbe sonar alto il suo nome»
(Satira II); dubitando quasi di non aver detto abbastanza per appagarne
l'orgoglio! Al novembre del 1517 l'Ariosto pensò di trasferirsi a Roma
per assicurarsi con una bolla papale, or che mancavagli il favore
del cardinale d'Este, i beneficî di Milano e sant'Agata (Satira I),
tentando ancora di procacciarsi altrove un impiego, poichè vedevasi
negletto a Ferrara. Di ciò fu avvertito il duca Alfonso, il quale
riflettendo all'enorme vergogna che sarebbe derivata alla casa d'Este
col permettere che il poeta che l'aveva sì altamente celebrata si
trovasse costretto a chieder servigio presso altra corte, lo nominò il
23 aprile 1518 fra' suoi famigliari coll'assegno di otto scudi al mese,
oltre il vitto per tre domestici e due cavalli.
Alfonso I, che in parte abbiamo imparato a conoscere, nacque il
21 luglio 1476 da Ercole I ed Eleonora d'Aragona. «Fu piuttosto
maninconico e severo che lieto e giocondo.... si dilettò d'aver
cognizione di tutte quelle cose che non solamente a S. Signoria, ma
anco a private persone son convenienti.... e della maggior parte di
quelle arti, che sono ad uso e necessità degli uomini, sapea più che
mezzanamente parlare, e di molte eziandio di propria mano lavorare, non
mediocre nè volgarmente; delle quali, sendo poi anco duca, si prese
spasso ed esercizio.... Ebbe profondissimo giudicio di artiglieria,
e fu inventore di nuove forme di essa a farle più comode e più
perfette che fin al tempo suo state non erano; e fecene fare gran
quantitade»[61]. l'imperatore Napoleone III conferma questo merito di
Alfonso «nell'aver dato opera ad un'artiglieria stupendamente mobile
ed efficace»[62], con riportare un brano delle _Memorie_ di Fleurange,
che in due armerie vide circa trecento grossi cannoni appartenenti al
duca, ove dice «non trovarsi tra suoi maestri di getto chi operasse
meglio di lui». E mostrossi pure appassionato ed esperto in adoperarli,
come abbiam veduto alla battaglia di Ravenna, e come troviamo che
fece all'espugnazione di Legnago, scrivendo il primo di giugno 1510
al fratello cardinale, ch'egli era diventato cannoniero vero, che
i suoi cannoni tiravano benissimo con il _diavolo_ da 35 a 40 colpi
il giorno (risultato assai raro in que' tempi), e che se non avesse
sentito affanno per la notizia allora giuntagli della pace conclusa dal
papa coi Veneziani, rompendo la lega di Francia, mai sarebbe stato più
contento (Doc. XI)[63].
Nel 1491 Alfonso si unì in matrimonio con Anna Sforza sorella del duca
di Milano, e a festeggiare per tre giorni queste nozze in Ferrara
fu ripetuta nella sera del 13 febbraio la commedia de' _Menecmi_ di
Plauto, «con tanto modo et gratia, che da tutti fu commendata.... e
il fine della commedia fu, che essendosi riconosciuti Menechino et
il fratello, e volendo ritornare con lui a casa, esso Menechino fece
mettere alla crida tutti li soi beni, dicendo volerli dare per 1700
onze d'oro, con la moglie sopra il prezzo», come rileviamo da una
lettera al duca di Milano scritta il giorno successivo da Ermes Maria
Sforza e da Gio. Francesco Sanseverino i quali accompagnarono con
altri 200 fra gentiluomini e cortigiani la sposa a Ferrara[64], e la
sera dopo fu recitato anche l'_Anfitrione_ tradotto da Plauto, con
intermezzi in ambe le commedie di danze, canti ecc.