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LETTERE
DI
LODOVICO ARIOSTO
CON PREFAZIONE STORICO-CRITICA
DOCUMENTI E NOTE
PER CURA
DI
ANTONIO CAPPELLI
TERZA EDIZIONE
RIVEDUTA ED ACCRESCIUTA DI NOTIZIE E DI LETTERE
ULRICO HOEPLI
EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA
MILANO
NAPOLI — PISA
1887
PROPRIETÀ LETTERARIA
119-87. — Firenze, Tip. dell'Arte della Stampa
AVVERTENZA
Nel presentare una terza ristampa delle Lettere di Lodovico Ariosto, mi
è grato di averle potuto ordinare cronologicamente (cosa che non ebbi
opportunità di fare nell'antecedente di Bologna, 1886), con introdurvi
le nove lettere che venni pubblicando negli _Atti e memorie di storia
patria_ (Modena, 1868-75), ed accrescerle inoltre di sole altre cinque
inedite che riescii a rintracciare da varie parti, più una scritta
dall'Ariosto a nome del cardinale Ippolito d'Este, indicandole ai loro
luoghi secondo il tempo che mi pervennero, ora cronologicamente ed ora
in fine del volume. Tenni però separate le lettere ch'egli scrisse
tanto a nome del cardinale suddetto, quanto a nome di Alessandra
Benucci vedova Strozzi; e in appendice non lasciai di ripetere con
alcune nuove osservazioni ciò che leggesi nell'edizione di Bologna,
aggiungendo finalmente otto privilegi accordati per la stampa
dell'_Orlando Furioso_, tratti dalle rarissime edizioni originali 1516
e 1532 e da documenti in parte inediti, formando essi un degno elogio
al celebre autore, ma che non raggiunsero il vantaggio ch'egli sperava
ricavarne.
Queste lettere riferisconsi in gran parte al suo Commissariato di
Garfagnana, giacchè quelle che scrisse a' suoi parenti ed amici
scarsamente a noi pervennero: e se le prime non possono sempre
interessare per il soggetto e la forma, giova ricordare che furono
dettate colla foga d'un imperioso dovere d'ingrato ufficio che non
permettevagli di formarne minuta o tenerne copia (v. lett. LXXIII, p.
138), ed hanno poi il pregio di mostrarci nell'Ariosto l'uomo abile
ai maneggi di Stato, fecondo di espedienti e zelante in sommo grado
della giustizia, con essersi emendato di quell'adulazione che apparisce
nel poeta di corte, per assumere un linguaggio francamente sincero e
dignitoso.
Le lettere da me ristampate più volte ho un poco riformate alla moderna
grafia, ma non ho minimamente toccate quelle che offro per la prima
volta o che riproduco da altri editori, e così feci pei documenti a
corredo della Prefazione o sparsi nelle note.
Per la Prefazione storico-critica ho cercato giovarmi di alcune
pubblicazioni uscite in questi ultimi vent'anni, e importanti mi sono
state in particolar modo le _Notizie per la vita di L. Ariosto_ del
ch. signor march. Giuseppe Campori (Modena, 1871) perchè tratte da
documenti inediti, e ciò dicasi degli _Studi e ricerche sulle poesie
latine di L. Ariosto_ del ch. Giosuè Carducci (Bologna, 1875), oltre
a vari altri lavori ch'ebbero, come il suddetto, felice impulso a
prodursi pel centenario ariostesco celebrato in Ferrara ed in Reggio
1874-75; chè la fama dell'insigne poeta tende sempre ad estendersi,
conoscendosi che il prof. Schuchardt lesse e commentò all'Università
di Lipsia nel 1872 l'_Orlando Furioso_, poema tradotto in tutte
le principali lingue d'Europa; ed è nostro dovere segnalare le due
edizioni di Parigi illustrate coi disegni del lodatissimo artista
Gustavo Doré, la prima del 1869 col poema imitato in versi francesi da
F. Ragon e la seconda del 1879 con una nuova traduzione del Du Pays:
disegni che, gareggiando colla fantasia del poeta, ci trasportano a
quel mondo di maraviglie che egli con eccellenza d'opera d'arte seppe
rappresentarci, e che noi pure abbiam potuto veder riprodotti col testo
originale e con una degna prefazione del Carducci (Milano, Treves,
1880).
Amo dunque licenziarmi dal cortese lettore col riferire i seguenti
versi che tolgo da alcune stanze di Anton Francesco Grazzini
detto il Lasca, pubblicate per la prima volta dal ch. C. Arlia nel
_Propugnatore, 1885_, vol. XVIII, parte I, p. 358-59:
«Chi ebbe mai più alta e dolce vena
In dir d'arme e d'amor che l'Ariosto?
Tutti i maggior poeti e più fecondi
Gli vanno sotto, e sono a lui secondi.
. . . . . . . . . . . . . . .
Fe' l'Ariosto le _Comedie_ prima,
Come si può veder gioconde e belle,
E le _Satire_ poi di tanta stima,
Che in tutto il mondo se n'udì novelle;
Dopo con chiara e gloriosa rima
Fe' il _Furioso_ che passa le stelle:
E se potesse Aristotil vedello,
Lo terrebbe d'Omero assai più bello.»
A. C.
PREFAZIONE STORICO-CRITICA
INTORNO A LODOVICO ARIOSTO E IL SUO TEMPO
La famiglia degli Ariosti è di antica nobiltà di Bologna, e il cognome
ebbe forse origine da una terra del bolognese detta _Riosto_. Nel 1156
un Ugo figlio di Alberto fu console di Bologna quando questa città
si reggeva a repubblica. La _bella Lippa_ discendeva dalla stessa
famiglia, e il nostro poeta non manca di ricordarla nel suo _Orlando
furioso_[1]. Veduta dal marchese Obizzo III d'Este quando pe' suoi
contrasti col papa dimorava in Bologna, se ne invaghì somma mente, e
la fece sua amica. Conciliatosi poi con Giovanni XXII che nel 1329
scelse per minor male investirlo del vicariato di Ferrara, Obizzo
persuase agevolmente la Lippa a seguirlo in quella città, ov'essa andò
in compagnia de' suoi fratelli Bonifazio[2] e Francesco. Seguìta poi
anche dal cugino paterno Nicolò, la famiglia Ariosti fu trapiantata
in Ferrara, col formarne tre rami che vi ebbero lunga discendenza. La
bella Lippa rimase sempre concubina di Obizzo, e in 20 anni lo fece
padre di 12 figli. Non avendone avuto alcuno dalla moglie Giacoma
Pepoli, morta nel 1341, e desiderando legittimare nel più valido modo
i figliuoli bastardi, aspettò egli che la madre loro fosse in estremo
pericolo della vita, e la sposò (come narrasi) la sera del 27 novembre
1347. Poche ore dopo la povera Lippa era morta; nè potè godere un sol
giorno di quegli onori principeschi, forse tanto ambiti e promessi da
prima; onori che il marchese serbava alla salma di lei con un pomposo
mortorio!
D'allora in poi gli Ariosti ebbero di frequente impieghi autorevoli
e vantaggiosi presso gli Estensi, sapendoli meritare pei loro zelanti
servigi e non per titoli di una parentela salita in tanto orgoglio e
potenza. Alcuni vennero anche fatti cavalieri; e nel 1469 trovandosi
l'imperatore Federico III in Ferrara, diede titolo di conte ai tre
fratelli Francesco, Lodovico e Nicolò Ariosti e loro discendenti[3].
Francesco fu scalco di Borso d'Este, poi ambasciatore ed anche capitano
di Modena; e venendo a morte nel 1505, il nipote e poeta Lodovico
compose a di lui memoria un epitaffio che leggesi fra le sue poesie
latine[4]. L'altro fratello Lodovico fu prima dottore e canonico, indi
arciprete della cattedrale di Ferrara. Il duca Ercole I voleva farlo
anche vescovo di Reggio, ma il papa vi si rifiutò, nominando invece
Bonfrancesco Arlotti ch'era stato spedito a Roma per raccomandare
l'Ariosto[5]. Nicolò, il più giovane dei fratelli suddetti, fu padre
del nostro poeta, e perciò di questo parleremo più a lungo.
Essendo stato molto famigliare di Borso d'Este, Nicolò Ariosto divenne
ancora maggiordomo del novello duca Ercole I, il quale essendosi
impadronito dello Stato contrastatogli a ragione da Nicolò figliuolo
di Leonello, diede incarico all'Ariosto di recarsi a Mantova ove il
nipote erasi riparato presso il marchese Federico suo zio, e veder
modo di avvelenarlo. L'Ariosto non rifuggi di addossarsi l'iniquo
mandato, e provveduto di quanto facevagli di bisogno partì sui primi
del dicembre 1471 col pretesto di presentare al Marchese di Mantova uno
zibetto (animale muschiato). Colà giunto ebbe campo di accordarsi con
Cesare Pirondoli siniscalco di Nicolò d'Este, e con larghe promesse lo
indusse ad accettare il veleno da porre nelle vivande: ma nella sera
destinata all'esecuzione, lo scalco maneggiando il tossico fu colpito
da vertigine, e temendo essersi da sè stesso avvelenato, confessò
tutta la trama. L'Ariosto intanto mettevasi in salvo a Ferrara, e il 18
detto mese Cesare Pirondoli insieme al fratello Galasso, che serviva a
tavola ed era consapevole della cosa, vennero decapitati e squartati in
Mantova[6].
Poco dopo i fatti narrati, e cioè col primo gennaio 1472, il duca
mandava Nicolò Ariosto capitano della cittadella di Reggio, e siccome
eravi altresì il capitano della città, nè facendosi sempre dai cronisti
la dovuta distinzione fra i due capitani o confondendoli insieme,
così alcuni dubitarono che l'Ariosto avesse avuto ancora l'officio
di governatore o podestà (come narra il Baruffaldi)[7], quando queste
cariche erano date ordinariamente a diversi soggetti.
E infatti quantunque l'Azzari[8] scriva che nel 1473 l'Ariosto «era
stato fatto governatore di Reggio,» mostra troppo chiaramente l'errore
involontario in cui cadde, avendoci detto che il giorno 8 agosto
dell'anno stesso fu mandato per governatore della città Antonio Sandeo,
in sostituzione di Uguccione Rangone morto poco prima nell'officio,
essendovi podestà Girolamo Guidone.
Una lettera del capitano Nicolò (Docum. II) ci conferma che le
attribuzioni ch'egli allora sostenne furono soltanto militari: avendo
poi essa la data _Civitatellae Regii, 28 jan. 1473_, possiamo ancora
arguire che il capitano abitava fin d'allora nella cittadella, sebbene
vi continuassero i lavori di riparazioni.
Nel settembre 1473 si unì in matrimonio colla Daria figlia di Gabriele
Malaguzzi Valeri d'illustre famiglia reggiana, che lo fece padre di
dieci figli; il primo de' quali fu il nostro Lodovico, il _favorito
delle Muse_ (come lo chiama l'Azzari), nato l'8 settembre 1474 nella
cittadella di Reggio: avvenimento che torna a splendido vanto ed onore
di quella città che il poeta stesso ricorda con assai compiacenza
pel suo nido natìo. «E perchè il sopraddetto Gabriele (continua
l'Azzari) fu nella poesia molto raro e stimato, perciò l'Ariosto solea
dire d'aver ricevuto l'arte del poetare dall'_utero materno_» e non
dal _vero maestro_, come legge malamente il Tacoli[9] e come viene
riportato dal Baruffaldi[10].
Un'iscrizione che non ha carattere di sufficiente antichità posta
sotto un ritratto di Lodovico dipinto in tela, e posseduto dalla
famiglia Malaguzzi, in cui leggesi _natus Regii.... in camera media
primi ordinis erga plateas_, ha fatto ritenere a qualcuno ch'egli fosse
nato nella casa materna anzichè in cittadella, la quale per essere in
risarcimento eziandio nella rôcca o palazzo del capitano, non poteva
prestargli conveniente abitazione. La data della lettera che abbiam
riferita sembra convincerci del contrario di ciò che narra soltanto
un'iscrizione, che rendesi meno autorevole coll'aggiugnere essere stato
il poeta _manu propria Caroli V imper. laureatus_; incoronazione che lo
stesso Virginio figlio naturale di Lodovico dichiara _una baia_.
Il palazzo di cittadella era un vasto fabbricato, che nel 1505 accolse
Lucrezia Borgia che fuggiva la peste di Ferrara, ed ove partorì un
figliuolo[11]: non è dunque difficile che mentre i lavori progredivano
da una parte, potesse prestare sufficiente abitazione dall'altra.
Questi lavori non erano ancora terminati nel 1496 e pur vi abitava
assai prima la famiglia del capitano, come ne dà prova il rogito col
quale la Daria Malaguzzi assolve i fratelli della dote pagatale in
mille ducati d'oro, pubblicato il 7 maggio 1479, _Regii in palatio
residentiae comitis Nicolai de Ariostis, in Civitatella_[12].
Stette Nicolò nell'ufficio di Reggio fino alla metà del 1481 in cui
fu traslocato capitano a Rovigo. Ciò avvenne in momenti assai critici,
poichè le armi Venete minacciavano impadronirsi di tutto il Polesine.
Il capitano nel 7 luglio 1482 faceva conoscere al duca di Ferrara
che in città non rimanevano che pochi fanti (circa 150), la maggior
parte ammalati, che più non potevano far le guardie alle porte, e che
«si troverebbe a mali termini quando venisse furia alcuna». Di fatto
nel 14 agosto seguente i Veneti entrarono in Rovigo, occupandola in
nome della Repubblica. Nicolò Ariosto non ritornò a Ferrara, come
dice il Baruffaldi, ma si ridusse a Masi villa del Polesine di san
Giorgio, aspettando gli ordini del duca, che forse tardarono, essendo
Ercole I gravemente infermo. In una lettera che Nicolò rivolgendosi
alla duchessa scrive da detto luogo il 30 ottobre 1482 dice essere da
necessità costretto a restare in villa per non avere che mettersi in
dosso; chè forse nella _furia_ dell'invasione temuta non ebbe tempo di
prendere le sue robe. Di là si ridusse colla famiglia a Reggio, come
rileviamo dalla lettera ch'egli vi scrisse il 22 novembre di detto anno
(Docum. III), ed eravi pure nel 1483, trovandosi più volte nominato
dal conte Paolo Antonio Trotti allora commissario generale in Reggio,
mandatovi dal duca ne' momenti più fortunosi del dominio Estense
durante la guerra colla Signoria di Venezia; ed anzi il Trotti in una
lettera del 17 maggio 1483 ricordando ad Ercole I le antiche promesse
fatte all'Ariosto, «avuto etiam rispetto a quello che V. S. ed io
sappiamo, che nelli tempi che si operavano gli amici ciò che ha fatto
per quella, non avendo rispetto, non che all'onore e alla vita, alla
propria anima» (alludendo al tentato avvelenamento di Nicolò d'Este),
lo pregava che al prossimo S. Pietro fosse provveduto d'un officio
utile ed onorevole, a motivo altresì «delli danni incalcolabili che ha
patito a Rovigo, quali in verità lo hanno frusto fino alle ossa; ed è
quì a Reggio con bocche XII e compra sino il sole»[13]. Le condizioni
d'allora non permisero forse al duca di sovvenire tostamente a Nicolò;
ma sappiamo che nel 1486 le terre da lui acquistate nel contado di
Reggio (55 biolche circa), «soggette alle gravezze e servitù rusticali,
le dichiarò immuni e privilegiate in perpetuo in grazia dell'essersi
trasferite in questo suo nobile e domestico gentiluomo»[14]; come
altresì in detto anno fu nominato giudice dei dodici savi, officio che
tenne per tre anni[15], a capo de' quali, e cioè dal febbraio 1489 al
marzo 1492, ebbe il capitanato della città di Modena.
Finalmente nel 1496 passò commissario ducale in Lugo di Romagna,
e vide quelle popolazioni stremate dalla fame, dal contagio, dalle
inondazioni. Ma non fu in sì difficili circostanze che incontrò il
biasimo di tutti; fu un atto d'ingiusto e crudele rigore a cui lasciò
trasportarsi dal suo carattere severo e irascibile.
— Col favor della notte un uomo era solito entrare in una delle più
civili abitazioni di Lugo, accolto dalla donna che amava. Il capo
della famiglia ignorava la cosa; ma venutone col tempo in sospetto,
riescì una volta a sorprendere colui, che dandosi a sùbita fuga
lasciò disgraziatamente il mantello. Colla prova sotto gli occhi del
fallo, il dabben uomo, forse padre o marito, diè luogo ad un giusto
risentimento con parole clamorose, che udite di leggieri in quell'ora
tacita da qualche indiscreto vicino o da chi per caso passava allora
per via, furono riportate al commissario. Il mattino dopo venne questi
chiamato dinanzi all'Ariosto. L'uomo prudente aveva già preso il
partito che più stimava convenire all'onor di sè stesso e de' suoi,
e, interrogato, negò francamente l'accaduto. Il commissario chiese
allora gli fosse consegnato quel mantello che avea rinvenuto, sperando
con quello di poter riconoscere il colpevole; ma essendo stato ciò
pure negato, l'Ariosto giunse al brutale eccesso di far uso della
tortura, e così strappare fra i tormenti una confessione che avviliva
e gettava nella maggior vergogna l'uomo innocente, degno soltanto di
elogio. — Il Baruffaldi[16] dice che il commissario, persuaso di aver
bene operato, ne scrisse al duca; ma che questi lo privò immantinente
dell'impiego (24 novembre 1496), lo condannò a una multa di 500 ducati
d'oro, nè più lo ammise ad altre cariche. Fra le molte lettere che di
Nicolò Ariosto si conservano in Archivio, non abbiamo quella accennata
dal Baruffaldi, nè crediamo probabile ch'ei potesse quasi vantarsi
dell'eccesso commesso. Troviamo invece che il duca lo aveva altre
volte ripreso di usar modi e parole troppo aspre co' suoi dipendenti:
ed egli con lettera del 7 marzo 1482, ringraziando dell'amorevole
correzione «non da principe a servo, ma che sarìa da equiparare a
Cristo quando correggeva gli Apostoli suoi», soggiungeva: «Io non ho
sì poco intelletto, nè son di natura tanto iracondo, Ill.o Signor mio,
ch'io non mi sappia molto ben temperare dove bisogna.... e mi porto con
quella reverenza e carità che si conviene, e che so essere la mente
di V.a Ill.a Signoria.» — Così l'antico adagio, che noi raramente
conosciamo i nostri difetti, trova sempre conferma.
Nicolò nel 1486 ritornato con la famiglia a Ferrara, pose il figlio
Lodovico, in età di undici anni, a scuola di latino, con obbligarlo
più tardi a darsi contro sua volontà allo studio delle leggi, volgendo
testi e chiose, ch'egli chiama _ciance_, pel corso di cinque anni. A
capo de' quali, e cioè nel 1494, accorgendosi il padre che Lodovico
erasi distolto dai gravi studi raccomandatigli per attendere unicamente
a quelli per lui sì graditi della poesia ove il genio fin dall'alba
della vita traevalo a forza e ne' quali avea cominciato a dar saggi
lodevoli; dopo molto contrasto, persuaso ancora da parenti ed amici, lo
pose in libertà.
Lodovico allora si ritenne felice, e attese con maggior fervore
agli studi poetici, in compagnia di Alberto Pio principe di Carpi,
di Pandolfo Ariosto suo diletto cugino e di Ercole Strozzi, giovani
anch'essi di raro ingegno, che servivangli a nobile emulazione. Sotto
il celebre Gregorio da Spoleti diedesi tutto agli studi classici,
e riuscì a spiegare i passi più oscuri degli antichi poeti latini,
principalmente di Orazio, di che riscosse molti elogi in Roma al tempo
di Leone X. Già sullo scorcio del secolo aveva composti vari carmi
latini ed era tutto occupato ad accrescerli, quando nel 1500 avvenne la
morte di Nicolò, che Lodovico pianse con un'ode affettuosissima[17].
Dovette allora «coi piccoli fratelli ai quali era successo in luogo
di padre» rivolgere il pensiero e le cure alla numerosa famiglia,
«cambiare Omero in vacchette». Anche il suo carissimo maestro Gregorio
da Spoleti fu costretto abbandonarlo per passare a Milano, indi in
Francia precettore di Francesco Sforza, ed essendo morto altresì
Pandolfo «il _suo_ parente, amico, fratello, anzi l'anima _sua_,»
parve per un momento temere non potesse offuscarsi quel punto luminoso
cui egli mirava per salire in gran fama: ma continuando a vederlo
risplendere, fattosi animo, superò questo ed ogn'altro impedimento
(Satira VII).
Quantunque le sostanze ereditate dal padre fossero di qualche entità,
pure dovendosi ripartire sopra dieci figliuoli, non potevano lasciare
abbastanza tranquillo il primogenito Lodovico che aveva assunto la
cura degli interessi della famiglia; e narrando egli stesso che di
que' giorni la mente sua era carca d'affanni (Satira VII, v. 214), si
rivolse al duca, e potè ottenere nel 1502 di essere nominato capitano
della Rocca di Canossa[18].
Le terre possedute nel reggiano e l'ufficio conferitogli in quella
provincia mossero l'Ariosto a portarsi al _nido natio_, ospitato
dai propri cugini Malaguzzi: e que' luoghi ameni, e specialmente il
Mauriziano ch'ei vagheggia e dipinge coi colori più belli, gli _furono
dolci inviti a empir le carte_ de' suoi versi (Satira V); e perciò i
carmi latini della sua giovinezza salirono a 65 che si hanno a stampa
divisi in tre libri, illustrati di recente dal ch. Carducci[19]. E il
poeta dirigendoli agli Estensi, ai congiunti, agli amici, non lascia
di narrarci ancora i suoi amori, celebrando in particolar modo una
reggiana sotto nome di Lidia, la quale lo costringe a star lungamente
lontano dalla madre carissima, gli fa grato il soggiorno di Reggio
colla sua presenza, glielo rende triste partendo.
Dopo quasi due anni trascorsi per la maggior parte nel reggiano,
Lodovico tornò a Ferrara nel 1503, ove sembrò dimenticarsi di Lidia,
ed ove da una certa Maria che da tempo serviva in sua casa ebbe un
figlio naturale chiamato Giovanni Battista, il quale essendo stato
secretamente mantenuto dal padre presso i parenti materni, partì
giovane da Ferrara per darsi al mestiere delle armi; e tornato poi in
patria, ove ebbe nel 1546 una missione dal duca alla corte imperiale,
vi morì capitano nel 1569. Avendolo Lodovico dichiarato nel testamento
del 1532 suo figlio naturale e contemplato nell'eredità, venne ancora
legittimato nel 1538 ad istanza di Galasso e Alessandro fratelli del
poeta.
Sullo scorcio del 1503 Lodovico rinunziò al capitanato di Canossa e
passò al servizio del cardinale Ippolito d'Este, ch'egli scelse con
poca fortuna a suo mecenate, ma che tanto influì su lo scopo delle sue
poesie.
Ippolito d'Este, figlio d'Ercole I e di Eleonora d'Aragona, nacque
il 20 marzo 1479, e per essere il terzo genito fu destinato alla
Chiesa: volendosi di regola ne' principi che il primo succeda al
padre nel governo dello stato, il secondo cerchi salire in dignità
cingendo la spada, il terzo faccia altrettanto vestendo la stola: ma
bene spesso _la traccia è fuor di strada, e fa mala prova_[20], non
essendosi prima indagata l'indole e tendenza d'ognuno. — Di sei anni
Ippolito vestì l'abito clericale, ricevendo la prima tonsura nel duomo
di Ferrara. Passava appena i sette anni, ed ecco che il re Mattia
Corvino marito di una zia materna d'Ippolito lo nominava arcivescovo
di Strigonia. Il papa non voleva approvare la nomina per l'età ancora
infantile, ma dopo pochi mesi vi si adattò. Il piccolo arcivescovo
partiva alla volta d'Ungheria, facendosi portare in una lettica con
grande accompagnamento affine di prender possesso della sua sede, e
serviva purtroppo ovunque passava a ridicolo spettacolo di profanata
autorità. Padrone troppo presto di sè stesso, insignito di una dignità
di cui solo misurava l'importanza dagli atti continui di un simulato
profondo rispetto, vivendo in una corte straniera, presso parenti che
cecamente lo amavano, nè mai contraddetto in qualunque capriccio,
sortì un carattere altiero, inflessibile, vendicativo, crudele.
Cambiato poi l'arcivescovato di Strigonia nel vescovato d'Agria, che
non l'obbligava a residenza, ebbe nel 1497 l'arcivescovato di Milano,
cui s'aggiunse nel 1499 quello di Narbona e nel 1502 quello di Capua.
Fu anche Vescovo di Ferrara nel 1503, di Modena nel 1507. Alessandro
VI lo nominò cardinale diacono di santa Lucia in Silice il 21 agosto
1493 di soli quattordici anni, e fu anche arciprete della Basilica
Vaticana, come pure prevosto della ricchissima Abbazia della Pomposa di
Ferrara: deplorabile abuso d'allora, e neppur tolto a' giorni nostri,
di cumulare tante dignità e tante rendite ecclesiastiche sopra un solo
uomo, che inoltre mostrava di seguire intieramente il genio dell'età
corrottissima, senza curarsi delle cose sacre. Erano in fatti sue cure
gradite le cacce[21], le mostre militari, i convegni gioviali, l'amor
delle donne, i ricchi e pontificali conviti ne' quali durava la maggior
parte della notte. Nel 1504 fece bastonare un messo del papa che gli
portò un monitorio che non gli garbava: prepotenza arditissima sotto
Giulio II. — Lo spirito delle cose mondane era allora molto esteso in
corte di Roma. Nelle lettere di cardinali amici d'Ippolito s'incontrano
spesso descrizioni di cacce fatte in Romagna, inviti a partecipare ad
altre che si preparavano, e domande di falconi e di levrieri, di cui si
lamenta la scarsità in Roma. Una lettera del cardinale Marco Cornaro ha
tutto il garbo di que' gentili e profumati viglietti soliti scambiarsi
fra due persone galanti: «Ho avuto piacer grande a intendere quanto
mi scrive V. S. Rev. di quelle due nobilissime madonne, l'una madonna
Clara Pusterla, l'altra madonna contessa Borromea sua sorella; e tanto
più quanto che essa V. S. Rev. mi scrive detta contessa esser fatta
molto bella, e l'una e l'altra, insieme con li suoi magnifici consorti,
essere state a piacere con quella. Se dette madonne non fossero
partite, pregherìa V. S. Rev. si degnasse raccomandarmele; a una delle
quali essendo servitore V. S. Rev., io desidererìa essere servitore
all'altra, per fare compagnia ad essa V. S.». — La passione delle armi,
unita ad un certo valore, portò il cardinale Ippolito ad una non comune
intelligenza delle cose di guerra; nel che rese importanti vantaggi al
duca Alfonso I di lui fratello nella guerra coi Veneziani e con papa
Giulio II. Ci narra il da Porto[22] che il cardinale Ippolito era «il
più disposto corpo con il più fiero animo che mai alcuno della sua
casa avesse, e sopra questa guerra (coi Veneti) d'ogni cosa ministro.
Piacciono a costui gli uomini valorosi, e quantunque sia prete, ne
ha sempre molti d'attorno». Trovandosi nel 1509 colle genti di suo
fratello sotto Padova, facevasi condurre «alla guisa di Dario sopra
una carretta per lo campo, benchè armato ed in abito di soldato»; e
queste foggie, sì poco convenienti a un personaggio del suo carattere,
ripetevansi sovente, ed erano da tutti con dispregio osservate. — Delle
donne ebbe amicizia troppo intima con parecchie. Secondo il Gordon[23]
fu rivale col duca Valentino negli amori con Sancia vedova di Goffredo
Borgia. Amò una certa Veronica che da Brescia gli scriveva il 23 giugno
1508, raccomandandosi a lui «tante volte quanti sono i pensieri che
nascono il giorno a quanti sono gli amanti riamati»; e prorompendo in
dire: «oh quanti sono!» finisce umilmente baciandogli «le belle manine,
lo prega di nuovo voglia ricordarsi di sua bassezza, e si dichiara
quella fedel serva che tanto ama e adora Sua Signoria». — Dalla Dalila
Putti di Ferrara ebbe un figlio naturale per nome Ippolito: da un'altra
donna ebbe Isabella, maritata nel 1529 con Giberto Pio di Sassuolo.
Ma l'amore, anzi una cieca brutale passione spinse il cardinale ad un
iniquo delitto, e macchiò d'infamia eterna il suo nome. — Erasi egli
perdutamente invaghito di una damigella della corte di Ferrara, la
quale, com'è solito delle donne lusinghiere, non contenta di accogliere
le istanze del cardinale, mostrò gradire moltissimo anche quelle di
don Giulio fratello bastardo di lui. Il cardinale se ne accorse, e
sollecitando la donna a dichiarargli la cagione di sì nuovo capriccio,
confessò ella di non aver potuto resistere agli occhi bellissimi di don
Giulio, che giudicava bastevoli a vincere il cuore di tutte le donne.
La vanità puerile del cardinale restò umiliata e nel vivo trafitta;
onde lasciandosi trasportare dall'impeto della gelosia e dell'invidia
macchinò un'atroce vendetta. Il 3 novembre 1505 don Giulio era andato
di buon mattino alla caccia; e il cardinale, forse travestito,
in mezzo a quattro de' suoi staffieri, si portò alla campagna di
Belriguardo, attendendo coll'insidia dell'assassino che il fratello
fosse di ritorno. L'infelice don Giulio restituivasi tranquillamente
a Ferrara ignaro della sorte che lo attendeva, quando ad un tratto
videsi assalito e stramazzato di cavallo. Il cardinale lo circondò
de' suoi uomini che lo ammortirono di percosse, e, cosa incredibile
ma pure certissima, _stando egli proprio a vedere_[24], fecegli con
acuti stecchi cavare ambidue gli occhi. Compiuto appena il delitto, il
cardinale, sperando allontanare da sè il primo sospetto nell'animo del
duca, corse a dargliene avviso come di cosa che allora vociferavasi
per la città; e poco dopo don Giulio veniva portato in palazzo,
deforme nel viso, tutto coperto di sangue. A quest'orribile vista che
nella famiglia degli Estensi ritraeva in parte quanto di più crudele
rappresentaronci i greci «di Tiesti, di Tantali e di Atrei»[25], fu
detto che il duca Alfonso salì in ira tale, che rovesciò la tavola ove
trovavasi a mensa; e conoscendo a più indizî onde il fatto procedesse,
cacciò da sè il cardinale, ingiungendogli di sortire dai confini. Allo
sgraziato don Giulio si apprestavano intanto le cure maggiori: l'occhio
sinistro, non essendo stato intieramente staccato dall'orbita, rimesso
al posto, riacquistò col tempo un poco di luce; il destro era affatto
perduto.
Sparsa la fama di tanto abominio e dei risentimenti del duca, il
cardinale fu sollecito di prevenire le gravi conseguenze che doveva
aspettarsi dal papa: e perciò, avendo fatto fuggire que' suoi
famigliari, scrisse l'8 novembre a Beltrando Costabili protonotario
apostolico e oratore ducale a Roma, che si presentasse a Giulio II e
che, baciatigli i piedi a nome di lui, gli esponesse il caso occorso
per opera de' quattro famigliari a motivo di certe inimicizie passate
con alcuni domestici del fratello don Giulio, e che intendendo i primi
che vi era pure _qualche differenza_ tra esso cardinale e il fratello
medesimo, non avevano creduto fare ingiuria al loro padrone. Che
però egli ne provava il più grande dolore ed affanno, e che, sebbene
fosse persona ecclesiastica, non restava di fare ogni opera per avere
i malfattori nelle mani, i quali sino allora non si erano potuti
trovare. Terminava poi con raccomandarsi alla _solita desterità_ del
reverendo oratore; cui fu agevole in questa parte accomodare la cosa.
Ed è a rimarcare che la minuta della lettera stessa preparata da un
segretario, e che rinvenimmo nel nostro Archivio, ha correzioni di mano
del cardinale che ne moderano artificiosamente l'importanza: chè dove
diceva _cercarono estinguergli la luce degli occhi_ mutò in _batterono
negli occhi_, vi soppresse le parole _delitto e cosa facinorosa_, ed a
_scelleranza_ sostituì _scandalo_ (Doc. IV).
Si scoperse in breve che uno de' famigliari colpevoli chiamato
Francesco Verdezino si era riparato a Venezia. Il duca chiese in favore
di averlo in sue forze; e se da principio gliene fu data speranza, il
governo veneto dichiarò poco dopo che per le raccomandazioni avute in
contrario dal cardinale, il quale era riguardato come buon figliuolo
della serenissima Repubblica, non sarebbe consegnato. Venne quindi
scritto dal duca al suo ambasciatore Sigismondo Salimbeni in data
2 dicembre 1505, di far intendere alla Signoria di Venezia, che non
avesse rispetto all'interposizione del cardinale, ch'egli era pure
figliuolo ed anzi primogenito di quella, e perciò meritevole di essere
preferito e in amore e in compiacenza, ad impulso altresì della causa
giusta che lo moveva in confronto dell'altra del proprio fratello: ma
ogni preghiera rimase inutile, benchè dèsse fede che non piglierebbe
sulla persona del malfattore alcuna risoluzione che non fosse a grado
della Repubblica (Doc. V).
La collera del duca durò poco per altro; ond'egli, abbandonate le
esigenze, tornò ad avere il cardinale in somma grazia e favore.
L'ingiustizia colla quale perdonavasi al medesimo, lasciando impunita
e dimenticata l'offesa commessa sopra don Giulio, trasse questi
a concertarsi coll'altro fratello don Ferrante di far uccidere il
cardinale e il duca; l'uno per vendicarsi, l'altro per impadronirsi
dello Stato di cui aveva ambizione. Ma il cardinale temeva, e
vegliava gli andamenti di don Giulio: videlo in grande intimità con
il detto fratello, con Albertino Boschetti conte di san Cesario e con
Franceschino Boccaccio da Rubiera camerlingo di don Ferrante; onde
avvertito il duca del sospetto che in lui erasi destato, furono tosto
imprigionati il Boschetti, il Boccaccio e due staffieri dello stesso
don Ferrante, che fra i tormenti confessarono la congiura. Alla notizia
dell'arresto don Giulio fuggì in Mantova presso il marchese Francesco
Gonzaga cognato di lui. Gherardo Roberti capitano de' balestrieri e
genero del Boschetti, con certo Gianni prete di Guascogna, cantore ed
intrinseco del duca, entrambi complici della trama, fuggirono l'uno
a Carpi, l'altro a Roma. Don Ferrante non curò di mettersi in salvo,
e chiamato al cospetto del duca se gli gettò ginocchioni, domandando
perdono di un attentato che non fu condotto ad effetto. Il duca non
ebbe pietà pel suo fratello. Avendo inteso ch'ei diede ascolto alle
insinuazioni di don Giulio per vendicarlo del cardinale Ippolito,
l'assalì al viso con una bacchetta che allora trovavasi in mano, e
percuotendolo e gridando di volerlo eguagliare a don Giulio, giunse
con inaudita barbarie a cacciare ancora a don Ferrante un occhio
dalla testa[26]! Il marchese di Mantova consegnò poi vilmente don
Giulio, e si ebbero pure gli altri due fuggitivi. Vennero decapitati
il Boschetti, il Roberti, il Boccaccio nel giorno 12 settembre 1506:
messi in quarti, si attaccarono alle porte della città, e le teste
confitte in tre lancie stettero gran tempo a terrore dei riguardanti
sopra la torre della Ragione. Il prete Gianni fu collocato in una
gabbia di ferro fuor della torre del castello, esposto alla vista del
pubblico, di mezzo verno, con un par di calze di tela e un grigio su
la camicia, oltre ad avergli tagliate sul vivo le unghie[27]; poichè,
essendo prete, forse Roma nel consegnarlo diede il _veto_ di ucciderlo.
Dopo sette giorni fu però strozzato dentro la gabbia, «significandosi
che l'avesse fatto di sua posta»[28]. Del cadavere fu fatto abominevole
strazio, attaccandolo per i piedi ad una carretta, trascinandolo per
la città, poi sospendendolo per l'un de' piedi a un alto stilo sopra
del ponte di Castel Tedaldo in Po, fin che disfacendosi cadde da sè
stesso nell'acqua. A don Giulio e don Ferrante il duca fece erigere un
palco nella corte del castello, ed invitata a spettacolo la nobiltà
del paese, i due sfortunati fratelli coll'impronta nel viso delle
sevizie sofferte salirono su di quello in compagnia del carnefice: le
loro teste già stavano per essere recise con orrore e raccapriccio di
tutti; quando il duca, a farsi proclamare principe clemente, fratello
amorevole, fece loro grazia della vita, condannandoli a perpetua
prigione: «don Giulio in un fondo di torre, e don Ferrante di sotto da
lui, con finestre di tre doppie di ferro»[29].
Non era ancor bene accertato chi fosse la donna che destò la forsennata
gelosia del cardinale Ippolito. Il Frizzi[30] la dice una damigella per
nome Angela, la prima tra le molte che Eleonora d'Aragona all'epoca
del suo matrimonio col duca Ercole I condusse seco da Roma e che era
ancora sua parente. Il Litta[31] afferma invece che questa damigella
era Isabella d'Arduino gentildonna napoletana. Ma i due scrittori non
osservarono che tanto l'Angela che l'Isabella, se vennero a Ferrara
coll'Aragonese nel 1473, dovevano trovarsi all'epoca dei fatti che
narriamo presso i cinquant'anni; età non atta a destar siffatte
passioni. Oltre di ciò l'Isabella fu anche l'amica del duca Ercole I,
la madre di don Giulio, poi da tempo la moglie di Giacomo Mainetto.
Niuno certo crederà che le lodi date da una madre agli occhi di suo
figlio e che non potevano suscitar gelosia, fossero riguardate dal
cardinale non solo «come poco cortesi, ma altresì come una sentenza che
chiudeva a lui l'adito alle grazie dell'avvenente napoletana», come
il Litta continua a chiamarla. Non può dunque esser questa la donna
che cerchiamo scoprire; ma conoscendo che dopo le nozze di Lucrezia
Borgia con Alfonso d'Este celebrate in Roma nel gennaio 1502, fra le
damigelle che accompagnarono la sposa vi fu pure un'Angiola Borgia sua
parente (chiamata anche sorella del cardinale Borgia), che si fermò a
Ferrara, ed era dotata di straordinaria bellezza[32], non esitiamo di
riconoscervi la donna da cui ebbe origine l'empio fatto del cardinale.
Quanto a Lodovico Ariosto, al quale è tempo di far ritorno colla nostra
narrazione, venuto al servigio del cardinale, ed essendo questi stato
eletto vescovo di Ferrara nell'ottobre 1503, gli offerse tributo di
alcuni versi latini pieni di adulazione, e che terminano con lodarlo
di castità[33]! Due anni dopo accadde il tristo caso narrato; ed
il poeta conoscendo che sarebbe stato impossibile levarne la colpa
dal cardinale, cercò renderla men odiosa al medesimo componendo
un'_Egloga_[34] nella quale parla dell'ordita congiura, col tacere i
motivi che vi diedero origine: e accrescendo i falli di don Giulio, e
designandolo di _mente invida, ingordo di adulterii_ (che pur sono due
de' principali difetti del cardinale), nega persino ch'ei fosse figlio
di Ercole I, ma bensì di chi ebbe l'Isabella Arduino in custodia,
per ridurre almeno il delitto del suo signore sopra chi non eragli
fratello. Fa di Lucrezia Borgia la _donna casta_, dicendo che quanti
la conobbero prima di essere venuta a far parte della famiglia d'Este,
lodavano più della bellezza leggiadra, l'ingegno altissimo, _l'opere
sante e l'inclita onestà_ di lei; cose tutte che sono in onta del
vero, e, ci duole il dirlo, indicano nell'Ariosto, almeno in quel primo
periodo, il cortigiano bramoso di raggiungere un favore che, volendosi
ad ogni costo comperare, era dall'accorto ed avaro venditore tenuto
sempre a più alto prezzo.
Il poeta mostrò poi ricredersi in alcuni casi, dirigendo nel 1514 al
cardinale un capitolo che, lungi dall'esaltarlo per casto, lo dice
anzi trafitto più di una volta dalla fiera punta d'amore e non anche
allora sanato[35]. Così nel _Furioso_ loda la pietà del duca Alfonso
per aver risparmiata la vita ai fratelli don Ferrante e don Giulio: e
qui nettamente ricorda che _i miseri pur sono suo sangue, della sua più
cara famiglia_[36].
Era nel 1486 venuto alla luce in Venezia l'_Orlando innamorato_ del
conte Matteo Maria Boiardo, ristampato nove anni dopo coll'aggiunta
del terzo libro nel suo stesso castello di Scandiano; e l'Ariosto
rapito dalla lettura di quel poema, ove con vena inesauribile
d'immaginazione s'intrecciano meravigliose avventure d'amore alle più
splendide prove di valorosi paladini, rivolse ogni studio ai romanzi
e poemi cavallereschi, traducendone alcuni de' spagnuoli e francesi
nella lingua italiana per proprio esercizio. E perchè l'_Orlando
innamorato_ rimase imperfetto per la morte dell'autore, s'accinse egli
a continuarlo, trattovi fors'anche da un sentimento d'affetto verso il
luogo natìo, che facea riguardargli il Boiardo come suo conterraneo.
Nel 1507 Lodovico aveva condotto molto avanti il suo _Orlando furioso_,
ed essendo stato spedito a Mantova per consolarsi del felice parto
della marchesana Isabella a nome del cardinale di lei fratello,
gliene lesse una parte che le «fece passare due giorni non solo senza
fastidio, ma con piacere grandissimo»[37].
Al duca Ercole, morto il 25 gennaio 1505, è dovuto il merito di aver
promosso in Ferrara il teatro italiano con aver ordinato al Boiardo,
a Niccolò da Correggio, al Collenuccio, al Pistoia, al Guarino ecc.,
componimenti drammatici originali e tradotti specialmente da Plauto e
da Terenzio, che faceva recitare talora da' suoi gentiluomini in una
sala di corte sopra impalcato mobile adorno di bel scenario[38]; il che
venne pure meritamente seguitato dal nuovo duca Alfonso I in tempo di
carnevale e in altre feste straordinarie. E perchè l'Ariosto era stato
sempre inclinato all'arte comica ed aveva già scritto la _Cassaria_
e più tardi i _Suppositi_, due commedie in prosa (che poi ridusse in
versi), vennero esse recitate, la prima nel 1508 e l'altra nel 1509,
intramezzate di danze moresche, canti e suoni, con ottenere entrambe
le commedie il più gradito successo, avendo altresì il medesimo autore
declamato il prologo dei _Suppositi_; sicchè il duca diedegli incarico
di soprintendere agli spettacoli teatrali di corte.
Al cominciare del 1509 venne stabilita la lega di Cambrai tra Giulio
II che ne fu il promotore, l'imperatore d'Austria, il re di Francia
Luigi XII e il re Ferdinando d'Aragona contro la Repubblica veneta. Fu
chiamato a farne parte anche il duca di Ferrara Alfonso I, che nel 19
aprile di detto anno nominavasi dal papa confaloniere della Chiesa.
Il duca per mostrarsi ossequiente al re di Francia andò a trovarlo a
Milano, ove allora era giunto col proprio esercito, e gli disse della
carica conferitagli, e che l'avrebbe accettata o rifiutata come meglio
fosse piaciuto al medesimo. Il re rispose di contentarsene: ma una
tale deferenza essendo stata riportata al papa, «n'ebbe tanto sdegno,
che l'amor che prima portava al duca Alfonso cominciò a convertirlo
in odio»[39]. L'Ariosto fu allora spedito per la prima volta a Roma
affinchè di concerto cogli amici prelati trovasse modo di pacificare
il papa; rilevandosi altrettanto da due _Rapporti di mess. Lud.
Ariosto da Roma_ molto corrosi dal tempo e mancanti di data, ma che
certamente si riferiscono a questa cagione. Leggesi in essi che il
duca doveva necessariamente portarsi a Roma e dichiarare in persona
al pontefice ch'egli «non era per corteggiare alcuno il quale volesse
alzar la cresta contro Nostro Signore.... che le cose passeriano
pessimamente quando non vi andasse e presto.... facendo intendere in
secreto al Cristianissimo il bisogno di andare a Roma per le cose sue
con i Veneziani, per esser liberato in perpetuo di quella obbligazione
(_del sale_); perchè la protezione di S. M. non può liberare se non
_de facto_, ma il papa può obbligare e liberare di ragione.... che la
natura del papa è che quando comincia a voler male ad uno, sèguita in
infinito.... che cadauna volta che andrà al re di Francia, dovrà anche
andare a S. Santità per espurgare ogni sospicione che avesse conceputa
di tale sua andata ecc.». Non abbiamo notizia che il duca si portasse
per allora a Roma; e forse le ostilità incominciate di sùbito colla
sconfitta dell'esercito veneziano a Ghiaradadda per opera dei Francesi
il 14 maggio 1509 fecero rivolgere il pensiero degli alleati a cose di
maggior importanza.
Nell'agosto dell'anno stesso il cardinale Ippolito era andato al campo
sotto Padova, e l'Ariosto scrivevagli da Ferrara le notizie che allora
correvano per la città, facendogli ancora conoscere i lamenti che non a
torto facevansi dal popolo per le colte di denaro che il duca ordinava,
mostrando però sempre buona dose di adulazione quando soggiunge: «se V.
S. fosse in questa terra, non seriano queste cose» (_pag. 8_).
Da un'Orsolina di villa san Vitale ebbe l'Ariosto in questo tempo
l'altro figlio naturale per nome Virginio che fu legittimato nel 1520 e
in più valido modo nel 1530. Fu molto amato dal padre che lungamente lo
tenne presso di sè, l'istruì con sollecitudine nel latino, poi lo mandò
allo studio di Padova ad apprendere il greco, raccomandandolo al Bembo
colla lettera del 23 febbraio 1521 (_pag. 282_) e colla Satira VII.
Il 16 dicembre l'Ariosto fu inviato di bel nuovo a Roma _con molta
fretta, mutando ognora vetture_ e con pericolo di affogarsi per le
acque cresciute fin su le ripe de' fiumi, affinchè chiedesse soccorso
al papa contro la flotta che i Veneziani avevano spinta sul Po a
danno del duca: «Poi nè cavalli bisognàr nè fanti»[40], giungendogli
la notizia della vittoria che ne ebbero sei giorni dopo le armi del
duca dirette dal cardinale, come dalla lettera che pubblichiamo in
data 25 dicembre 1509 (_pag. 9-11_). La qual lettera ha la speciale
importanza (di cui non s'accorse il Tiraboschi, che pur la vide e la
cita) di farci conoscere che il _Furioso_ poteva dirsi allora condotto
al suo termine, quantunque non completato, poichè in essa si dice
che il poeta _averà istoria da dipingere a nuova laude_ del cardinale
_nel padiglione_ ove succedono le nozze di Ruggero e Bradamante, che
formano il soggetto finale del poema; padiglione che porta figurate
e dipinte la nascita e le imprese d'Ippolito d'Este. Ora se questo
semplice cenno fu tenuto sufficiente per farsi comprendere dal
cardinale, è da inferire che questi avesse già piena conoscenza del
poema; come altresì è da inferire che provasse compiacenza delle lodi
a lui profuse, se l'Ariosto si diede premura di annunciargli la nuova
occasione di accrescerle, come infatti troviamo aver fatto colla stanza
97 introdotta nell'ultimo canto in cui dipinge la vittoria sulla flotta
veneta, «la quale tanto più fu onorata e memoranda quanto manco si è
inteso che alcuno imperatore o capitano, stando in terra, abbia mai
presa armata in acqua»[41]. — Ma noi vedremo più avanti qual fosse la
ricompensa serbata alle gentili sollecitudini del poeta.
Avvenuta nel febbraio 1510 la morte del cardinale Cesarini abate
commendatario di Nonantola (il quale pochi mesi prima erasi portato
a quell'abbazia per accomodare alcune differenze d'investiture
scadute e che fu colà dall'Ariosto visitato, _pag. 5_), il cardinale
Ippolito, insaziabile di benefizi ecclesiastici, corse a Nonantola
e nel 5 marzo sforzò que' monaci, che in numero solamente di sei ne
formavano l'intiero capitolo, ad eleggerlo commendatario. Del quale
arbitrio arditissimo sdegnossi altamente Giulio II, dicendo che il
cardinale d'Este «voleva suscitare una prammatica al modo di Francia»,
e minacciò di fargli contro un _grande processo_. Ad allontanar la
procella e trovar modo che restasse al cardinale l'agognata abbazìa,
fu spedito per la terza volta l'Ariosto a Roma, raccomandato colla
lettera che produciamo a pag. 305, da doversi intendere diretta al
vescovo d'Adria Beltrando Costabili, il quale nel 25 maggio scriveva
al cardinale Ippolito: «Ieri giunse mess. Ludovico Ariosto, e dipoi
desinare lo introdussi a Nostro Signore, al quale espose quanto egli
avea commissione molto accomodatamente, e parse che Sua Santità
accettasse la giustificazione di V. Rev. Sig., ma circa a darli
l'abbazìa non si risolse altramente, come più appieno quella intenderà
per lettere di esso mess. Lodovico». Consisteva la giustificazione nel
dar tutta la colpa ai poveri monaci, mostrando che avessero eletto il
cardinale di loro libera volontà, e tentando ricuperare il diritto che
un tempo avevano di farlo, e che poi si volle serbato al pontefice.
Il Tiraboschi nella sua _Storia della Badìa di Nonantola_ tace che il
cardinale esercitasse in ciò alcuna pressione, e aggiunge solo che i
monaci sperarono forse che il cardinale sostenuto dal duca suo fratello
potesse render valida ed efficace l'elezione. Ma il papa ebbe nuove
informazioni che confermarono in colpa il cardinale, come si dimostra
dalla lettera del Costabili 10 giugno 1510 (Docum. VI), e nominò abate
Gio. Matteo Sertorio modenese suo cameriere segreto.
I felici successi de' Francesi in Italia fecero temere al papa che
potessero valere ad estendere di troppo il loro dominio fra noi, e
perciò ritiratosi dalla lega di Cambrai, dopo aver ricuperato alcune
terre della Chiesa, si unì alla Repubblica di Venezia dichiarando che
voleva liberare l'Italia dal giogo straniero, chiamando però altri
stranieri in aiuto. L'8 giugno 1510 fece intimare al duca di Ferrara,
come suo feudatario, di non molestare i Veneziani, di separarsi dai
Francesi e di non fabbricare più sale in Comacchio a pregiudizio delle
saline di Cervia ritornate al papa. E perchè il duca stimò di maggior
interesse rimanere nell'alleanza di Francia, il papa lo fulminò il 9
agosto di una scomunica estendibile a qualunque gli porgesse aiuto e
che lo dichiarava decaduto; «con tutta l'altra serie (dice il Muratori)
di maledizioni e pene spirituali e temporali e parole pregnanti, che
inventate contro i più perversi eretici passarono poi in uso per
sostenere i fini politici contro de' cattolici»[42]. Al cardinale
Ippolito fu pure intimato di portarsi immediatamente a Roma, sotto pena
della perdita de' suoi beni ecclesiastici.