CAPITOLO VIII.

Chicago e la sua colonia italiana.

Quando io giunsi in Chicago, la colonia italiana vi era in gran

subbuglio. Un giornalucolo ebdomadario, italiano s'intende, aveva da

qualche tempo preso ad avversare il Conte Manassero di Costigliole

nostro console e non c'è contumelia che non gli vomitasse contro. Il

Manassero non se ne dava per inteso e badava anzi a rattenere lo sdegno

che quelle ingiurie sollevavano vivissime nella maggiore e miglior parte

della nostra colonia a lui devota ed amica. Ma gli ultimi numeri

imputavano al console un fatto determinato e grave. Si trattava della

bandiera che è costume inalberare alle finestre dei nostri Consolati

nella ricorrenza del 20 settembre. Il giornale, sulla fede di una

società operaia, affermava non averla il Console inalberata: parecchie

altre società e moltissimi cittadini giuravano di averla veduta. In

realtà la bandiera era stata issata fino dal mattino, ma essendosi

smosso l'anello a muro che regge l'asta, la si era dovuta levare per

saldarlo. Affare di due ore, dopo di che i tre colori risventolarono

fino a sera. Parlavano onorevoli testimoni e parlava il muro racconciato

di fresco, ma il giornale duro, ripicchiava in nota continua: noi

passammo e la bandiera non c'era, non c'era, non c'era; e mentre la voce

di quelli non giungeva che alla gente del luogo già edotta dei fatti,

l'accusa gazzettiera, a stampa, poteva varcare l'Oceano, arrivare a

Roma, e a comodo di qualche deputato dell'opposizione, sollevare

interpellanze in parlamento. In questi casi torto o ragione, che ne va

di mezzo è il magistrato lontano colpevole, se non di altro, di aver

dato noia al ministro. Per ciò, gli amici non so se meglio dire del

Console o della verità, mettiamo di tutti e due, deliberarono di opporre

alla denuncia del giornale una solenne protesta dell'intera colonia ed a

tale intento indissero per la veniente domenica un _meeting_, anzi un

_massmeeting_ che vuol dire un solenne e pieno comizio.

In attesa del grande evento io impiegai i primi giorni della mia dimora

in Chicago a veder gente e paese, colla scorta di alcuni cortesissimi

nostri connazionali. Della gente del luogo, non conoscevo nessuno. Avevo

bensì una lettera per un certo M.r Gustavo Fucks fervente melomane,

amantissimo degli italiani, ma l'ottimo uomo stava allora in una sua

villa, lontano assai dalla città e dovetti contentarmi di mandargliela

per posta. Lo conobbi più tardi in Nuova York, dove, esempio di costumi

americani, egli venne apposta da Chicago per assistere alla prima

rappresentazione del mio dramma. Tra venire e andare sono tre mila

chilometri di viaggio. Arrivato il giorno della recita, ripartì

l'indomani poichè mi ebbe fatto una breve visita nella mattinata.

Egli assente, l'altro milione e mezzo di abitanti, mi parvero tutti così

affacendati, che stimai bene di non far perdere tempo a nessuno di essi,

in conoscenze nuove. La mattina uscivo di buon'ora, curioso di visitare

la enorme città che è oggi la seconda e sarà, dicono, fra dieci anni la

prima degli Stati Uniti. Ne avevo inteso raccontare e ne avevo letto

cose da strabiliare: sapevo che d'anno in anno la popolazione vi cresce

di un decimo. Nuova York nel suo complesso non è gran fatto dissimile

dalle grandi metropoli d'Europa. In Chicago sapevo fiorire più sincera

la vita americana: fabbriche smisurate e vie interminabili, botteghe

sbalorditive, assordanti stamburamenti ad uso di richiamo. E poi c'era

l'Esposizione della quale già doveva apparire la colossale carcassa fra

parchi e giardini incantevoli, bagnati da quel famoso lago Michigan che

vantano più vasto dell'Adriatico, più navigato del Mediterraneo e così

dolce alla vista e ridente da vincere al paragone quelli dell'Alta

Italia e della Svizzera.

Ahimè! Della Esposizione erano appena avviati i lavori di sterro ed il

vantato parco ed i giardini mi parvero una bassa e umile cosa. Ma i

piani che mi fu dato vedere, tracciavano su quelle bassure un vario

ondeggiamento di colli, vi incidevano valloni, gettavano promontori nel

lago rompendone le monotone spiagge, insenavano il lago fra le terre,

segnavano i limiti di estemporanee foreste, predestinavano insomma

quelle plaghe pacificamente mediocri, ad un vero cataclisma tellurico

prodotto da forze misurate ed infallibili. Bello sulla carta, io

pensavo, ma lavoro di dieci anni. Mi avvidi ben presto come in Chicago

dal detto al fatto e dal progetto all'opera poco ci corre e come una

fantasiosa strapotenza meccanica vi abbia ridotto l'inattuabile ai soli

assurdi matematici.

Ebbi di Chicago due impressioni diverse, una sensuale ed immediata,

uscita dalla vista delle cose e delle genti. L'altra intellettuale o

graduale, nata di cognizioni, di induzioni e di raffronti. A occhio la

città mi parve abbominevole; riflettendoci la riconobbi ammirevole oltre

ogni dire. Non ci vorrei dimorare per nulla al mondo; credo che chi la

ignora, non conosce interamente il nostro secolo, del quale essa è

l'ultima espressione.

Durante il soggiorno di una settimana, io non vidi in Chicago altro che

tenebre più o meno fitte, fumo, nebbia, sporcizia, ed una sterminata

moltitudine di gente affannata ed accigliata. Fanno eccezione certi

remoti quartieri nei quali spira dalle piccole casette e dai minuscoli

giardini un'aria tranquilla di soggiorno semi agreste e dove fa non

sgradevole mostra una curiosa architettura a sghiribizzi divertente e

puerile onde le case sembrano balocchi ad usi di gente ilare e posata

che ci vive in assoluto riposo mangiando confetti, dondolandosi sugli

immancabili seggioloni a bilico e contemplando oleografie.

Ma da queste inverosimili oasi in fuori, la grassa metropoli mi diede un

senso di oppressione così grave che io dubito ancora se oltre le sue

fabbriche esistano gli spazi celesti. Era nuvolo? Non lo so dire, perchè

il cielo coperto spande una luce eguale e diffusa che non fa ombre,

mentre là a seconda delle ore si allineavano lungo le case più fitti

tenebrori. E non so nemmeno dire se splendesse una larva di sole perchè

la visione delle cose vicine mi giungeva sempre incerta e confusa.

Inclino a credere che quello spazio piano color caffè e latte che si

stendeva lungo le basse falde della città per la larghezza a occhio di

un trecento passi e che andava poi dissolvendosi in un grigione caotico,

fosse il lago, ma non potrei attestarlo con sicurezza. Di certo i

bastimenti, solcavano piuttosto una densa atmosfera che un piano

acquoso.

Ricordo una mattina che capitai sull'alto viadotto di una stazione

ferroviaria. Di lassù, la città sembrava covare un suo ultimo

inesorabile incendio, tanto era avvolta di fumo. Anche in Nuova York,

dal sommo del ponte Brooklyn si vedono salire al cielo a migliaia a

migliaia, colonne di fumo: ma l'aria viva del mare e la nitidezza

asciutta dell'atmosfera fanno sì che ogni getto fumoso si distingua per

molta altezza da tutti gli altri onde tutti prendono un aspetto di

vigorìa disciplinata che allontana ogni idea paurosa, mostrandoli

effetto di volontà ordinate e sapienti. Là vedevo invece un nebbione

grave e rassegato stagnare, nascondendo le proprie scaturigini,

sull'immenso ammasso delle fabbriche nere. Pareva uscito da tutte le

vie, dai tetti e dalle finestre ricadere in ogni dove come se l'aria

intorno lo respingesse. E pareva fumo di incendio covante senza fiamma,

anzi peggio che fumo una sorta di filiggine unta. Non deponeva infatti

quel polverino secco che si leva poi di sui panni alla prima spazzolata,

ma una patina viscosa e penetrante. Forse mi toccò in Chicago una

settimana climaterica, motivo per cui non affermo che le cose siano, ma

che io le vidi tali e di qui forse nasceva l'aria crucciosa ed

ammusonata che leggevo su quasi tutte le faccie. Mi fece senso il notare

come, frammezzo a tanta folla, pochissimi mostrassero di conoscersi a

vicenda e scambiassero, non pretendo scappellate, ma cenni ed occhiate

di saluto. Correvano tutti alla disperata. In Nuova York c'è più gente

che in Chicago e non oziosa, eppure avvertivo per le vie la stessa

nostra speditiva socievolezza. Là mi pareva che tutti fossero come me

perduti, senza compagnia nel formidabile tumulto. O se due persone

discorrevano fra di loro, era un parlare in tono di rammarico, con voce

bassa e nasale senza la menoma varietà di accenti. Un russare fermo.

Dicono che tutti gli americani hanno la voce nasale. Quelli di Nuova

York non mi pare od è ben poca cosa, ma dei Chicaini o Chicaesi che sia,

si direbbe che la voce esca loro dalle narici e che l'articolazione si

faccia nel faringe. È un fatto positivo che moltissimi nasi in Chicago,

sono in continua condizione patologica. Ho veduto in molte vetrine certi

apparecchi destinati a copertura del naso, sorta di cappucci nasali o

nasi finti, ma senza intenzione d'inganno. In opera non ne vidi nessuno.

Ottobre a quanto pare consente ancora, anche ai più delicati, l'uso del

naso naturale, ma il regno degli artificiali doveva essere prossimo e

non mi so perdonare di averne perduto lo spettacolo.

Il carattere principale della vita cittadina a Chicago è la violenza.

Tutto vi è condotto alle estreme espressioni: le dimensioni, il

movimento, i clamori, i rumori, le mostre delle botteghe, gli

spettacoli, lo sfarzo, la miseria, l'attività, la degradazione

alcoolica. Certi manifesti teatrali raffigurano a colorì ed a grandezza

naturale tutti quanti gli attori di una compagnia, ed in eguali

proporzioni le scene principali di un dramma. Passa per le vie una

musica militare seguita da un drappello di generali in gran divisa, la

bandiera che li accompagna, vi annunzia una nuova macina per il grano.

Quel carrozzone, imperiale e reale, tutto bianco lucente a raggi d'oro

che rumoreggia al trotto di quattro giganteschi cavalli bianchi, piumati

ed infiorati, trasporta le carni sanguinolenti uscite dagli squartatoii:

_Armour and Comp._ — Vedo ancora nel bel mezzo di un marciapiede, posata

su di una colonna mozza, una boccia di cristallo, che le mie braccia non

potrebbero cingere, piena fino all'orlo di denti anglo-sassoni. Il

corredo, a farla misera, di ventimila mandibole. Tutti strappati dal

dottor tale, diceva la scritta, il quale dimora qui contro. Già fu

narrata la bella trovata di quel tappezziere di Chicago, il quale

promise di regalare il fastosissimo mobilio di una camera nuziale a quei

due fidanzati che avessero consentito di sposarsi nelle sue vetrine. Li

trovò, fu allestita la scena, intervenne un pastore autentico, _et

fuerunt coniuges_.

In una bottega di parrucchiere ho contato cinquanta seggioloni fissi

dirimpetto ad altrettante specchiere, e serviti da altrettanti Figari.

Il giorno del mio arrivo mi furono mostrati i ruderi ancora fumanti di

una casa bruciata la notte innanzi. Il giorno della partenza (e dimorai

in Chicago una sola settimana), vidi, in quello stesso luogo l'ossatura

ferrea di un nuovo edificio, già levata all'altezza di un terzo piano e

già compiuti i palchi d'ogni piano. Lo sgombero dei materiali

inservibili, e la fornitura dei nuovi, seguono senza riguardi per il

vicinato. Purchè restino libere le doppie rotaie dei tram, il suolo

pubblico appartiene al primo occupante. L'urgenza della vita non

consente delicatezze edilizie. Nel crocicchio delle vie, sui canti delle

case, s'incontrano montagne di pietre tagliate, di mattoni, di travi e

di regoli di ferro, rovesciati là nella furia dello scarico, e

lasciativi finchè il graduale consumo della fabbrica vicina lo richieda.

Al disagio dei passanti non pensa nessuno; si capisce che senza far

teorie e per mero intuìto, ognuno sacrifica le piccole comodità

individuali, al libero esercizio delle grandi forze meccaniche. Chicago

non sarebbe la Città fungo (_Mushroom City_) come la vantano gli

abitanti, se, come avviene presso di noi, le tutele minute

dell'individuo, distogliessero dalla produzione e dallo accrescimento

della ricchezza, una gran parte della attività collettiva. Se le

stazioni ferroviarie dovessero, oltre il nucleo dell'edificio centrale,

cingere con muri palizzate estesissimi terreni, intralciando le

comunicazioni fra i diversi quartieri, non vi sarebbero così frequenti

come il bisogno lo richiede. Se il correre di un treno fra l'abitato, vi

inducesse il nostro preventivo apparecchio di sbarre e di catene e la

vigilanza di mille guardiani, quel gran corpo non sarebbe così

continuamente rissanguato. Nei passaggi a livello fra le case e fra il

movimento urbano, una gran scritta colla parola _Pericolo_ (Danger)

ammonisce la gente di guardarsi attorno. Pensi ognuno a sè stesso. Il

treno irrompe, scampanando come una chiesa nei giorni festivi, nulla

frenando la sua corsa. La vita e la salute sono per chi ha occhi e

mente.

Oh lo scampanare di quei treni! Le finestre della mia camera all'_Hotel

Richelieu_ davano, a quanto mi fu detto, sul lago, ma fra l'albergo ed

il lago, correvano non so se venti o trenta binari di ferrovia. Ho

voluto contare quanti treni passassero in un'ora. Ne ho contati 38, e

tutte le ore si somigliano e la notte somiglia il giorno ed è un

martellare a doppio dove il suono che va perdendosi, dall'un lato,

preludia a quello che ingrossa dall'altro, ed ogni campana ha il suo

timbro, ed ogni battocchio il suo ritmo, onde vi lascio pensare, la

notte, i miei rendimenti di grazie.

Ed i tram? Ve n'ha d'ogni sorta e sugli stessi percorsi. A cavalli, a

vapore, a trazione funicolare, a forza elettrica attinta ai fili aerei.

Il loro movimento giornaliero è calcolato a due milioni di viaggiatori.

Chi attraversa le vie principali, anche nei rari momenti che non ne

passa nessuno, sente stridere sotto i piedi, per certe scanellature

ferrate del selciato, le chilometriche catene d'acciaio che li

trascinano da lungi. Dove la via scavalca su ponti giranti i canali

navigabili che immettono il lago nella città, il tram elettrico

s'interra come una talpa in tunnel profondissimi. La discesa comincia di

lontano; il mezzo della via va sprofondandosi fra muraglioni sempre più

alti, che a grado a grado le scemano la luce del giorno. Quel crescente

crepuscolo vi mette in pensiero; la carrozza non ha apparecchi

d'illuminazione e ci siete pigiati fra gente ignota e varia. Dal

finestrino anteriore vi appare giù in fondo, la bocca nera del tunnel.

Sarà dunque la tenebra chiusa? Ma, all'ultimo barlume di cielo ed al

primo echeggiare della volta imminente, raggia intorno un fulgore che vi

accieca. Il braccio aereo del tram, quello stesso che deriva moto dal

filo sospeso, ne induce la corrente che va ad accendere i globetti fissi

nelle pareti e a mano a mano che procede accende d'intorno e spegne

dietro; onde un retrogrado potrebbe dire che porta bensì luce, ma lascia

tenebre, se non che la luce è buona dove occorre e la tenebra che non

nuoce si chiama risparmio di forza. Ad ogni modo, ed a quando io ne vidi

in Chicago, quel tram fa più chiaro che madre natura, perchè quando

sbuca all'aperto allora lo direste entrato nel chiuso.

La straordinaria abbondanza e la comodità dei tram e degli omnibus ed un

poco anche i pessimi selciati, sono cagione che s'incontrino poche

vetture di piazza e pochissime padronali. I piccoli veicoli non si

confanno a quella enormezza di vita irruente. La frequenza degli

ostacoli irremovibili li costringe al passo e la rete delle rotaie e le

profonde affossature del suolo li sconquassano.

Poichè si discorre di veicoli non so tacere di un carro a mano, che mi

occorse di vedere più volte, destinato a propaganda igienico-religiosa.

Dico a mano perchè gli mancava il timone ed era spinto a forza d'uomo,

ma un cavallo ci avrebbe fatto la schiuma. Era una specie di palco senza

sponda, posato su quattro ruote piccole e nascoste, che portava un

armonium assai voluminoso, uno sgabelletto, e cinque leggii massicci di

ferro, reggenti, quello di mezzo un missale e gli altri musica. Andava

intorno sull'imbrunire e procedeva rasente il rialzo dei marciapiedi.

Sulle prime credetti una mascherata. Innanzi al carro, camminava un

branco di gente, in gran parte negri, vestiti con panni luridi, color

bruno, i pantaloni corti, ed il cappello a staio. I due primi reggevano

teso fra due aste un logoro stendardo dov'erano scritti versetti

biblici; degli altri chi batteva tamburelli, e chi salmodiava. Sul carro

in moto, non c'era anima viva: gli attori di quella scena girovaga, ne

erano ad un tempo i motori.

Come il corteo giungeva dirimpetto uno spaccio di liquori, ad un

ristorante non astemio, i porta stendardo piantavano l'asta, i moretti

facevano cerchio ed i sei che stavano al tiro ed alla spinta, tre

davanti e tre di dietro, saltavano sul palco. Questi erano tutti di

razza bianca, faccie sospette ed arie compunte, lunghi soprabiti

_quondam_ neri, cappello a staio dal pelo arruffato. Uno sedeva

all'armonium, un secondo sfogliava il missale, gli altri intonavano il

canto fermo. Prima veniva la lettura di un passo morale, poi una ondata

d'accordi e poi la lettura, i suoni ed il canto congiuravano insieme ad

una dissonanza stridente. Il tutto in tono basso dimesso. Finita la

salmodia, il corteo s'avviava verso altri luoghi di perdizione

alcoolica. Predicano ben inteso al deserto; la gente passa, non guarda,

non approva e non ride, i bevitori non se n'hanno per male, e gli

apostoli peripatetici, non sembrano avvertire nè l'indifferenza della

folla, nè la folla istessa. A che mirano? Che sperano? Gli uni li fanno

santi e gli altri pazzi; ma questo avviene di tutte le imprese insolite

e volte ad intenti remoti. A vederli tanto incuranti di non far colpo,

li sospettai salariati; mi fu assicurato che non sono. Ad ogni modo la

trovata e la sua attuazione hanno pure quel carattere estremo che ho

notato dianzi. E lo stesso carattere estremo ha il vizio che vorrebbero

e non poterono fin'ora nè correggere nè attenuare.

Ho già descritto l'abbrutimento alcoolico dei troppi americani, ma notai

in Chicago e pochi giorni appresso in Cincinnati, un fatto che mi pare

significativo in sommo grado. All'uscita dei teatri, la folla mascolina

si riversa volontieri nei Baar, a bere il Whisky od il Cocktail ed a

rosicchiare a stimolo della sete, certe croste di pane o bocconi di

cacio fresco, serviti _gratis_ agli avventori. Tra lo sgretolare quei

cibi duri e le reiterate bevute, vien fatto di doversi forbire le

labbra. Orbene, molti Baar e non degli infimi in Chicago ed in

Cincinnati, in luogo di dare ad ogni avventore che ne faccia richiesta

quel tovagliolo frangiato, che usa presso di noi, dispongono un servizio

collettivo di forbitura il quale svoglierebbe della nettezza, il gatto

più leccato che sia al mondo. Lungo tutto il banco di servizio corre

dalla parte del pubblico, a mezza altezza, un bastoncino tornito retto

ai capi e nel mezzo da ganci metallici di squisita fattura, e pendono,

per anelli scorrenti, dal bastoncino, più tovaglioli da tavola, i quali

sono rinnovati ogni giorno, e chissà forse due volte il giorno, ma non

più. A questi, come capita, i bevitori si asciugano i baffi e forbiscono

la bocca. Bocca baciata rinnova come fa la luna, dice il Boccaccio, ma

tovaglia così baciata, non rinnova e serba il segno. Fatto sta che la

sera, tra il colore, l'odore ed il madore, quelle tovaglie sono parlanti

e a chi le adopera pareggiano le partite del dare e dell'avere, anzi

credo che rendano più che non ricevono. Ebbene, ho veduto dei signori in

tuba, col pastrano color nocciuola, i pantaloni debitamente rimboccati

all'inglese ed i solini irreprensibili, recarsele alle labbra, come se

fossero pur ora uscite di bucato.

Alla stregua dunque delle sensazioni immediate, Chicago non è piacevole,

e chi ci arriva diritto d'Europa, se gli capita addosso il nebbione

fumoso che è toccato a me, la trova abbominevole addirittura. Ma la

misura che ne trae delle energie volitive, intellettuali e fisiche di

cui l'uomo è capace, la nozione di un assetto sociale semplice e

progressivo, la vista di tante vie aperte alla operosità umana, lo

spettacolo di tanta ricchezza naturale e del suo moltiplicarsi nel

lavoro, lo conducono insieme ad un concetto così chiaro, così largo e

così poderoso della vita attuale, e ad un così sicuro presentimento di

quella avvenire che gli fanno ben presto scordare il disgusto sofferto,

se non arrossirne.

Dal momento che ne sono partito, Chicago è venuta sempre più

ingrandendosi e nobilitandosi, nella visione ideale che ne serbo.

Ricordo i particolari disagi e tutti i minuti fatti intorno ai quali si

esercitava la mia critica vanitosa di raffinato, ma nella impressione

generale che mi resta della grande città questi non trovano modo di

intervenire. Il nome di Chicago non me li richiama alla mente e per

scriverne ho dovuto cercarli di proposito nei ripostigli della memoria.

Se le reminiscenze classiche si potessero applicare ad un popolo sciolto

dagli impacci tradizionali, vorrei dire che Chicago mi diede l'idea di

una romanità meno formale della nostra antica, e di tanto più larga di

quanto la terra è cresciuta da Roma in poi. Già i suoi abitanti hanno un

acutissimo orgoglio cittadino e volentieri daterebbero l'era presente

dalle prime origini della città che ancora qualche testimonio vivente

può ricordare. Come gli americani in generale si tengono da più degli

europei, così gli abitanti di Chicago si tengono da più di ogni altro

americano; orgoglio che attirò su di essi l'antipatia delle città ormai

storiche degli Stati Uniti. New-York maschera con un ostentato disprezzo

l'inquietudine che le cagiona la sua rivale dell'Ovest alla quale

contese per alcun tempo e dovette alla fine cedere la sede della

Esposizione Colombiana. Chicago avverte queste gelosie inquiete e

s'industria di meritarle sempre più. Essa ricava dalla fede imperterrita

nel proprio destino, un sentimento di dignità civica che si direbbe

uscito da fasti secolari.

Ne citerò un esempio d'indole quasi letteraria.

Tutti ricordano una sommossa di anarchici seguita in Chicago parecchi

anni or sono. Il governo dell'Illinois al cui stato appartiene Chicago,

non ci andò con mano leggiera: per quattro policeman uccisi, quattro

anarchici salirono le forche. Ma non bastò la punizione dei colpevoli e

si volle onorare con un monumento le vittime del dovere. Noi facciamo

sempre le statue «ad personam» ed abbiamo inoltre fissata una specie di

gerarchia statuaria che non consente bronzi nè marmi ai gradi minori.

Là, nel _Lincoln park_ dove sorge il monumento al generale Grant, fu

eretta, poco discosto da quello una statua raffigurante l'infimo fra gli

ufficiali della legge: il policeman.

Il piedestallo reca la data della sommossa e questa iscrizione veramente

romana:

IN THE NAME OF THE PEOPLE OF ILLINOIS

I COMMAND PEACE.

NEL NOME DEL POPOLO DELL'ILLINOIS

IO COMANDO PACE.

*

* *

Da quando sono venuto dicendo parrebbe uscirne che a Chicago non torni

proprio il conto di andarci, perchè le impressioni sensuali ed immediate

ne sono sgradevoli ed alla sua nozione intellettiva devono bastare i

molti libri che ne trattano in disteso. A me non preme di mandarci

nessuno, ma ognuno vede meglio coi suoi occhi che con quelli degli

altri. Certo i libri che ci si mettono di proposito, raccolgono più

notizie che non possa raccogliere il comune dei viaggiatori, ma dalla

vista delle cose reali ognuno di noi, per un processo inconsapevole,

trae per l'appunto quelle notizie, che meglio quadrano al nostro ingegno

e lo mettono in moto. Il libro deve di necessità esporre i fatti in

ordine successivo e li espone poi sempre in quella mostra che meglio

torna ai ragionamenti dell'autore. La realtà li colloca nel loro ordine

simultaneo e voi ci ragionate di vostro.

I libri mi avevano raccontato di Chicago assai più cose che io non ci

abbia veduto e molte maraviglie che non ebbi nè modo nè voglia di

accertare. Imparerete dal libro che la popolazione salì in sessanta anni

da cento abitanti ad un milione e mezzo, che nell'incendio del 1871

andarono distrutte 17,500 case, che i capi di bestiame uccisi

nell'annata, ammontano a dieci milioni, e ad un miliardo le scatole di

carne conservata, senza contare quella spedita in barili; che vi

arrivano in media ogni giorno cento e settantacinquemila forestieri. Ma

quando leggete che un livello di un intero quartiere della città, fu

portato per risanarlo, cinque, sei, otto, metri, più alto che non fosse,

la nozione ideale non è, e di gran lunga, comparabile a quella che esce

dalla misura dei luoghi, dalla vista delle fabbriche. Le quali furono

sollevate di peso, e tenute in bilico, fino a che il suolo salisse a

ricaricarsele. E scommetto che chi legge si rappresenta qui delle

casette a due piani e chissà non di legno. La mente per darsi pace, se

la lasciate fare, ricorre al più facile. Bisogna vedere quali moli

fossero e di qual peso, e come intrecciate, ed in quante ressero alla

prova, o meglio ci furono messe, perchè non ne andò sfasciata, nè guasta

neppur una.

Così quando il Reclus registra i 471 chilometri quadrati di terreno

attribuiti per legge dello Stato al territorio municipale di Chicago, ed

aggiunge che tale immensa distesa non è però ancora interamente

fabbricata, al pensiero del lettore si affacciano i famosi piani

d'ingrandimento delle nostre città, destinati a giacere anni ed anni

lettera morta negli archivi municipali. Ma chi percorra quelle plaghe

scoperte, vi trova segnata la misura di ogni singolo edificio, e

visibilmente tracciate le vie di là da venire, con stecconati e

marciapiedi, e scritto su tavole affisse il nome ed il numero di ogni

via, onde la città promessa gli si rappresenta imminente, sì che egli

può imaginarne le forme e l'ordinamento e trarre dalla visione di

un'opera appena concepita e già simultaneamente in mille punti diversi

avviata a compimento, la nozione di una attività senza esempio.

Per finirla, noi impariamo dai libri, che Chicago è ad un tempo, il

maggiore emporio che sia al mondo di ricchezze naturali ed uno dei

maggiori centri di produzione industriale, ma chi non ne vide in

movimento le genti e le cose, non può comprendere come quei due elementi

della prosperità sociale, vi si compenetrino di continuo in modo

indissolubile. Nelle altre città, vi sono quartieri diversamente

improntati dalle diverse funzioni della vita. Qua i depositi di

mercanzie ed il loro movimento, là il lavoro industriale, altrove il

traffico del denaro, o i minuti spacci, e ristretti in certi quartieri,

il lusso, l'eleganza, e quanto riflette le diverse maniere di godimento.

Il forestiere che non muovono speciali curiosità, dimora e s'aggira per

lo più in questi ultimi rioni privilegiati e cosmopoliti, ai quali soli

è applicabile la sentenza: tutto il mondo è paese. E perchè le cose non

vanno a lui, egli le ignora, o se le cerca, ne riceve altrettante

conoscenze separate, che la ragione potrà in seguito coordinare, ma che

male combinano insieme in un concetto complessivo.

Ben altro segue in Chicago, dove tutta la vita e tutti i modi e le

ragioni della vita, sono ad ogni momento ed in ogni luogo, e quasi nella

stessa misura, presenti ai sensi del visitatore. Non occorre cercare, e

non è possibile non vedere. Non vi sono quartieri privilegiati, se non i

più eccentrici cui ho accennato di sopra, dati alle dimore riposate ed

agli ozii domenicali. Fuori di questi, dovunque andiate, i carri

mastodontici, che fanno tremare le case, il fumo che vi accieca, i

fetori che vi tolgono il respiro, gli ingombri di mercanzie che vi

sbarrano il passo, le montagne di sacchi ammucchiati nei piccoli

cortili, il trambusto degli scarichi, la violenza dei facchini, i fischi

e lo scampanare di cento convogli interminabili, la furia della gente,

vi comandano insieme di avvertire l'azione contemporanea e la

complessità formidabile di tutte le forze terrestri ed umane. E mentre

concepite così quale posto tenga, nella vita del mondo, questa città

nata ieri, sentite sorgere in voi un sentimento che non è di sola

stupefazione alla vista di tanto lavoro e di tanta ricchezza, ma anche

di rispetto per le loro legittime applicazioni e derivazioni. I

quartieri bancari di Parigi, Londra, New-York, ci richiamano in mente la

definizione che il Dumas figlio diede degli affari «Les affaires c'est

l'argent des autres» dove è inclusa l'idea delle finzioni e delle

trappolerie onde nascono le fortune estemporanee.

In Chicago, anche un uomo ignaro affatto, come io sono, della scienza

economica, avverte la probità di una ricchezza fondata sulla presenza

corporea delle cose utili all'uomo. Si capisce che l'attività umana, vi

è tutta intesa ad accrescere il valore reale delle cose e che le

ricchezze individuali procedono da veri contributi dati alla prosperità

universale.

*

* *

A differenza dei tedeschi, dei francesi e degli spagnuoli, i figli nati

in America di padre italiano, non di rado ignorano del tutto e spesso

storpiano in barbaro modo la lingua paterna. Ai francesi giova

l'influenza canadese e la loro imperturbabile sicurezza; ai tedeschi ed

agli spagnuoli, l'importanza numerica, l'attività industriale e la

compattezza delle loro colonie. I nostri emigranti, non si assodano, per

lo più, durevolmente sulla terra americana, ma vi passano come in luogo

di pena. Ne consegue che i pochi veramente americanizzati hanno con essi

relazioni superficiali ed effimere. Si può dire che nella America del

Nord, fatta eccezione di New-York e forse di San Francisco, vi sono

bensì molti italiani, ma una vera e propria colonia italiana non c'è. Le

ragioni di questo fatto sono molte e complesse: nè io mi lusingo di

conoscerle tutte nè di saper ordinare con criteri scientifici quelle che

conosco. Accenno alle più evidenti che indussi laggiù dal continuo

discorrere con gente esperta.

Prima ragione è la irresistibile attrattiva del nostro paese, che è

davvero il più bello del mondo, ed il modesto concetto che abbiamo, in

generale, della agiatezza, e quindi i modesti bisogni, ed una

inclinazione, anche nella gente meno colta, alla quietudine

contemplativa. Il genovese, ha fama di essere il popolo più attivo ed

industre d'Italia. Ora chi percorre le campagne liguri si imbatte in

mille minuscoli poderetti cui la gente del luogo dà un nome che ricorda

l'America. Una casupola ed un chiuso d'olivi quanto basta a camparci due

persone parsimoniose, sono il premio finale che spinge oltre i mari e

sostiene nelle più dure fatiche, i figli della più forte razza d'Italia.

E come l'hanno conseguito, non c'è promessa di maggior ricchezza che ne

indugi il ritorno.

L'emigrato tedesco e l'irlandese, come hanno fatto un po' di peculio, lo

gettano nelle industrie che li arricchiscono e alla patria non ci

pensano più. Ma la terra, il cielo ed il clima d'America non sono da

meno da quelli di Germania e d'Irlanda, e d'altra parte l'emigrato

tedesco trova negli Stati Uniti più centri importantissimi d'industria

interamente germanici e città quasi tedesche, come Milwaukee sul lago

Michigan che innonda l'America di birre deliziose, ed altre dove

l'elemento tedesco è prevalente, come in Chicago. E l'irlandese trova

nella lingua ufficiale degli americani, come una continuità di patria,

senza contare i mille aiuti ed i mille conforti che procedono

dall'intendere e dal farsi intendere a modo.

E qui è da cercare un'altra ragione della tenue compattezza delle nostre

colonie.

Gli operai degli altri paesi trovano arrivando in America, moltissimi

centri patrii d'industrie dove allogarsi e dove attingere le nozioni

necessarie alla nuova vita ed all'evenienza aiuti e consigli. I nostri,

devono ricorrere e per collocamento e per imparare la vita, e per farsi

intendere, o per mettere al sicuro (Dio sa quale sicurezza) i risparmi,

e spedire il danaro in Italia, a gente che fa di tali uffici, una

speciale professione. Di qui una caterva di piccoli traffichi parassiti,

di piccole agenzie senza nome, di minuscole banche, di locande

protettrici, le quali vivono di seconda mano sul guadagno degli

emigranti, giovandosi della loro sospettosa ignoranza e dello

sbalordimento in cui li mette l'enorme vita americana. I consoli i quali

sanno e vedono e commiserano, vorrebbero mettere riparo a tanto danno.

Ma gli ufficiali del governo, ispirano alla povera gente un rispetto più

vicino alla paura che alla fiducia.

Gli emigranti dell'alta Italia, tanto tanto si piegano a crederci o ne

fanno le mostre, ma i meridionali i quali sono in maggior numero, ne

hanno un sacro terrore addirittura. Quando il Console domanda loro:

— Dove avete messo il vostro danaro?

— Lo dato al compare.

— Perchè non lo mettete ad una cassa di risparmio?

— Lo tiene il compare.

— E se il compare se lo mangia?

(Sorriso beatamente sicuro).

— E ne mandate a casa?

— Ne manda il compare.

— E come fate per il cambio?

— Ci pensa il compare.

E non se ne esce: il compare fa, disfa, prende, tiene in serbo, mette a

profitto (per suo conto si intende) e qualche volta scappa.

Allora il poveraccio torna al Console per soccorsi, e come questi gli

dice: Avete visto il compare? quello si stringe nelle spalle ed esclama:

Chi l'avrebbe creduto! Uno del paese! Ma ora ce n'ho un altro, che è un

fiore di galantuomo.

Queste cose laggiù, le raccontano tutti. Tutti ben inteso quelli che non

ci vivono sopra ed i Consoli ne sono scorati. Mi fu raccontato di

compari che del danaro avuto in deposito, non solamente non danno

interesse, ma ritengono ancora una parte, sia pur minima, a titolo di

compenso per la cura che ne hanno. Altri si fanno pagare il cambio in

carta italiana, quando l'argento e l'oro europeo perdono sulla carta

degli Stati Uniti. S'intende che non sono tutti bricconi, nè la maggior

parte; i più esercitano con probità l'industria parassita che

l'ignoranza del nostro popolo e le nostre condizioni economiche hanno

reso necessaria. Ma l'esercizio larghissimo di questa industria non

lascia di essere un elemento dissolvente. L'attività applicata ai

prodotti della terra, alle trasformazioni meccaniche della materia, al

movimento ed allo accrescimento della ricchezza, ha in America un campo

d'azione così vasto che tutti ci trovano posto, onde è raro che la

prosperità degli uni impedisca o scemi quella degli altri. Invece, il

campo di quel minutissimo traffico è ristretto a poche migliaia di

lavoratori. Ogni nuovo sensale o banchiere o compare che sia, usurpa a

tutti gli altri una particella della loro clientela e dei loro guadagni.

Ognuno tira l'acqua al suo mulino, ma quando l'acqua è poca ed i mulini

sono troppi, i mugnai fanno baruffa! E quanto allargata ed allargantesi

di continuo, così da invelenire anche la gente che non macina di quella

farina e non ne campa.

Sono ire senza fine e senza misura, che non si restano ai soli rivali

interessati, ma colpiscono l'amico del rivale, il fornitore, il medico,

il barbiere del rivale, il ristorante dove il rivale usa a desinare.

Così d'uno in altro le inimicizie ingrossano e s'intrecciano, e vanno ad

intristire tutte le funzioni della vita. Aggiungete le nostre soavi

tradizioni patrie così piene di rancori, d'invidie e di superbi

provinciali, aggiungete le poco riguardose abitudini americane, e la

sconfinata libertà della stampa, e le non infrequenti macchierelle e

talvolta le macchiaccie originarie, che alcuni emigranti, in special

modo fra le persone colte, sperano invano di lavare nella traversata

oceanica e che sono loro rinfacciate al primo por piede in terra

d'America, e potrete farvi un'idea dei mille pettegolezzi litigiosi che

disgregano di continuo quelle nostre colonie. Non mancano gli spiriti

equi che se ne rammaricano. Ho inteso in Chicago, medici, professori,

artisti, negozianti lagnarsi di quei dissidi come di gravissima

disgrazia. Perchè degli italiani colti ed illuminati se ne trovano molti

in ogni città. Se non che essi alieni dalle beghe, finiscono con

appartarsi in circoli ristretti e coi connazionali non hanno altri

rapporti che di consiglio nei casi gravi, o di soccorsi spiccioli, o di

concorso alle opere di beneficenza od alle manifestazioni officiali

della colonia. Si capisce che quando adoperassero altrimenti l'onda dei

pettegolezzi li travolgerebbe.

Il _mass meetings_ cui ho assistito in Chicago, mi ha dato la misura del

pericolo che li minaccia.

Vi assistevano forse un trecento persone: operai, capi-squadra,

esercenti, negozianti, dottori, professori, una rappresentanza eletta e

sincera della emigrazione italiana. Intendevano, come ho detto, di dare

al Console un attestato di stima e di sgravarlo da immeritate accuse.

Fino a che si trattò di mettere in sodo il fatto della bandiera e di

attestarne la presenza alle finestre consolari fin dalle prime ore della

mattina, furono buone ragioni e dette con serietà misurata. Poi vennero

gli elogi al Console sinceri e serii ancor essi: se non che già il tono

oratorio s'era fatto più alto. Alla fine passarono per così dire alla

parte polemica, a dichiarare cioè le ragioni delle animosità verso il

rappresentante del patrio governo, a confutare e a confondere i

denigratori. Confondere, a distanza perchè i denigratori non erano

presenti e l'assemblea era tutta per il Console, ma di ragione avrebbero

risaputo ogni cosa.

Quest'ultima parte del trattenimento fu certo a criterio d'arte la più

bella. Quali filippiche e quanta magniloquenza! E quale vocabolario! Le

parole: ladro, buffone, falsario, spergiuro, galera, sputo, fango,

forca, ricorrevano come gli _imperciocchè_, gli _adunque_ ed i

_verbigrazia_ nei discorsi accademici di una volta. Ma la sostanza

vinceva la forma. Essa rivelava una tale comica e fitta rete di vanità,

di bizze, di intrigucci, di dispetti, di piccinerie, da fornire materia

ad un Goldoni di non più visto capolavoro.

Era discorso di cose che non avrei saputo imaginare mai. Se il Console

fosse intervenuto al ballo della società: Lancieri di Firenze? — Sì —

No. — Era entrato a braccio del presidente. — Ma non aveva bevuto il

Champagne e ne aveva bevuto invece due bicchieri al ricevimento della

società: Piemonte Reale. — Non è vero: dei Carabinieri del Volturno. —

Chè, scambiate col Console di prima! — E avanti di quel passo, con

incidenti gustosi a scatti e motti di un'arguzia lepida e mordente.

Ricordo un toscano, sulla sessantina, alto, asciutto e brioso con

dignità. Era presidente di una di quelle società dal titolo militaresco

della quale non mi torna il nome, come non giurerei che i nomi riferiti

dianzi siano proprio i veri — ma somigliano. Parlava con quelle

deliziose sgrammaticature del contado toscano, che sembrano accrescere

purezza all'accento e proprietà alle parole. Aveva un'eloquenza furba e

reticente, si lanciava con foga in un periodo rotondo e poi quasi per

subito accorgimento critico lo voltava in ridere con allusioni accennate

appena e lasciate in sospeso. Ma quanto non diceva con parole esprimeva

cogli occhi e con una certa scossettina del capo tutta malizia. Di

quegli accenni a cose taciute io ben inteso non afferravo che

l'intenzione generica, ma l'uditorio non ne perdeva una briciola, e se

ne deliziava.

Durante la scena io andavo pensando che quella gente erano in gran parte

lavoratori accaniti, pieni di forza e di coraggio e leggendo loro sul

viso le traccie di fatiche e di privazioni eroiche, mi dicevo che in

ultimo quel poco spasso era loro ben dovuto come cosa salutare ed

esilarante. Ma poi ripensandoci e ricordando certi scatti veramente

irosi e occhiate piene di rancore e le mille viperette guizzanti tra i

fiori della grossa rettorica, già edotto dai discorsi di persone

benevoli e posate, consideravo il danno che recano a questi esiliati i

livori quasi domestici, ed il disgregamento nelle maestranze. Lontani

dalla casa, mal secondati dalla gente del luogo, mal forniti, mal

parlanti la lingua del nuovo paese, esposti alle cupidigie di cento

speculatori, ignoranti le leggi locali, la disunione li disarma sempre

più e li mette in discredito. Se in luogo di spartirsi nelle minuscole

società dei Carabinieri, dello Stato Maggiore, dei Bersaglieri e dei

Cavalleggieri, si raccogliessero in una sola Società degli Italiani e la

volgessero ad agevolezze di lavoro, a tutela nelle controversie

giudiziarie, a collocamento dei risparmi quotidiani, la colonia si

assoderebbe, ed acquisterebbe credito e forza.

Impressioni d'America · 第 13 / 21 题