Due italiani in America.
Di due italiani vanno a giusto titolo orgogliosi gli italiani residenti
in New-York. Uno morto ora sono dieci anni, l'altro vivo valido ed
operoso sul limitare della vecchiezza. Fortunosi entrambi, il primo ebbe
immeritatamente contraria, il secondo meritatamente propizia la fortuna.
Quegli sostenne con serena dolcezza la sorte nemica e fu buono e
soccorrevole nell'avversità; questi sostenne con virile semplicità i
prosperi eventi e fu ed è buono e soccorrevole fra gli agi e gli onori.
Tutti e due divenuti cittadini americani serbarono in cuore vivissimo e
sacro l'amore ed il culto della madre Italia. Di uno l'Italia deve
rivendicare il nome alla storia delle invenzioni scientifiche ed
industriali; il nome dell'altro è scritto con gloriose note nella storia
americana della guerra di secessione ed in quella universale delle
maggiori scoperte archeologiche. Il primo si chiamò: Antonio Meucci, il
secondo si chiama Luigi Palma di Cesnola[1].
[1] Raccolsi le notizie del Meucci da parecchi italiani
residenti in New-York che ebbero con lui molta dimestichezza e
da alcune note fornitemi dal Sig. Carlo Barsotti, direttore
proprietario del _Progresso Italo Americano_.
Intorno al Cesnola esiste una copiosa bibliografia. Io mi giovai
qui in special modo del suo libro: _Cyprus its ancient cities
tombs and temples_; di una bella memoria di Tullo Massarani:
_Cipro antica e moderna e il generale Palma di Cesnola_ e di una
diligente monografia del Dottor Luigi Roversi: _Luigi Palma di
Cesnola ed il Metropolitan Museum of art di New-York_. Ma il
maggior aiuto me lo diedero certi racconti ed appunti
preziosissimi che ebbi dal Cesnola stesso durante e dopo il mio
soggiorno in New-York.
*
* *
Antonio Meucci nacque in Firenze l'anno 1804. Emigrò giovanissimo
nell'America del Nord, dove si diede ad esercitare l'arte del
macchinista teatrale, un'arte che richiede mente ingegnosa e pronta ed
industre facoltà inventiva. Tenne in tale qualità parecchi teatri degli
Stati Uniti e nel 1849, fu macchinista capo all'Opera house in Santiago
di Cuba. Ma insieme alla cura delle macchine sceniche, per nativa
inclinazione e quasi a svago dei faticosi lavori, egli attendeva a studi
di fisica sperimentale, applicandosi di preferenza ai fenomeni del
suono. Sia che l'ardore dello studio lo svogliasse del mestiere, o che
questo gli venisse in uggia per la irritazione che induge l'urgenza
degli allestimenti serali (i macchinisti teatrali ogni sera smaniano e
bestemmiano come turchi) o sia che avesse per ignote cause perduto
l'impiego, fatto sta che nel 1851, lo troviamo in New-York esercitare
un'industria che non ha nulla a che fare col teatro. Forse, a furia di
tirar moccoli, gli era venuta l'ispirazione di fabbricar candele. In
Clifton, piccolo villaggio nella Staten Island, mostrano ancora la
casetta e la fornace dov'egli viveva tra barili di sugna e matasse di
stoppini e dove appunto nell'anno 1851 tenne in qualità di commesso e di
manovale Giuseppe Garibaldi, già vantato eroe dei due mondi, profugo e
povero dopo le tragiche glorie dell'assedio di Roma. È bello riportare
qui dalle memorie di Garibaldi il brano che si riferisce a questo
commovente periodo della sua vita.
«Un brav'uomo mio amico, Antonio Meucci fiorentino, si decide a
stabilire una fabbrica di candele e mi offre di aiutarlo nel suo
stabilimento. Detto fatto. Interessarmi alla speculazione non lo potevo
per mancanza di fondi; mi adattai quindi a quel lavoro colla condizione
di fare quanto potevo.
«Lavorai per alcuni mesi col Meucci il quale non mi trattò come un suo
lavorante qualunque, ma come uno della famiglia e con molta
amorevolezza.
«Un giorno però, stanco di far candele e spinto forse da irrequietezza
naturale ed abituale, uscii di casa col proposito di mutar mestiere. Mi
rammentavo di essere stato marinaio, conoscevo qualche parola d'inglese
e mi avviai sul litorale dell'isola ove scorgevo alcuni barchi di
cabottaggio occupati a caricare e a scaricare merci. Giunsi al primo e
chiesi di essere imbarcato come marinaio. Appena mi dettero retta coloro
che scorgevo sul bastimento, e continuarono i loro lavori. Feci lo
stesso avvicinando un secondo legno ed ebbi medesima risposta. Infine
passo ad un altro ove si stava lavorando a discaricare e dimando se mi
si permette di aiutare al lavoro e n'ebbi in risposta che non ne
abbisognavano. — Ma non vi chiedo mercede — io insistevo: e nulla.
Voglio lavorare per scuotere il freddo (vi era veramente la neve) — meno
ancora. Io rimasi mortificato.
«Riandavo col pensiero a quei tempi ov'ebbi l'onore di comandare la
squadra di Montevideo, nonchè il bellicoso ed immortale esercito. A che
serviva tutto ciò? Non mi volevano. Rintuzzai infine la mortificazione e
tornai al lavoro del sego. Fortuna ch'io non avevo palesato la mia
risoluzione all'eccellente Meucci, e quindi, concentrato in me stesso,
il dispetto fu minore. Devo confessare inoltre non essere il contegno
del mio buon principale verso di me, che mi avesse indotto alla
intempestiva mia risoluzione; egli mi era prodigo di benevolenza e
d'amicizia, come lo era la signora Ester sua moglie.
«La mia condizione, non era dunque deplorabile in casa del Meucci, ed
era proprio stato un eccesso di malinconia che m'aveva spinto ad
allontanarmi da quella casa. In essa io era liberissimo, potevo lavorare
se mi piaceva: e preferivo naturalmente il lavoro utile a qualunque
altra occupazione; ma potevo andare a caccia qualche volta, e spesso si
andava a caccia collo stesso principale e con vari altri amici di Staten
Island e di New-York che spesso ci favorivano colle loro visite. In casa
poi non vi era lusso, ma nulla mancava delle principali necessità della
vita, tanto per l'alloggio che per il vitto.»
Lo stesso anno che fu principale di così inverosimile operaio, il Meucci
proseguendo sempre i suoi studi sulle onde sonore e sulla trasmissione
dei suoni lungo le corde, pervenne finalmente ad una vera e propria
invenzione. Composti due coni tronchi di carta, chiuso ognuno dalla
parte superiore da una membrana elastica, fece correre dall'uno
all'altro un filo che metteva capo alle due rispettive membrane. Uno dei
coni consegnò ad un amico dimorante nella casa dirimpetto alla sua;
tenne l'altro presso di sè così che il filo congiuntore dovesse
traversare la via che si trovava essere larghissima. Parlando egli senza
punto levare la voce entro uno dei mezzi imbuti, l'amico dall'altra ne
raccoglieva chiara ogni parola e gli rispondeva allo stesso modo. Quel
primitivo apparecchio ridotto ora ad un balocco per i fanciulli,
conteneva in forma rozza ed iniziale, la trovata del telefono e fin
d'allora ebbe nome di telefono dal suo inventore.
Conscio delle future applicazioni, già piena la mente delle aggiunte e
dei ritocchi, il buon Meucci innanzi di licenziare la scoperta, attese a
perfezionarla con metodo scientifico, finchè mediante il sussidio
dell'elettromagnetismo ottenne che la trasmissione delle vibrazioni
sonore potesse avvenire a grandi distanze.
Io non starò qui a descrivere l'apparecchio ultimo in cui si aquietò lo
spirito acuto e diligente del nostro fiorentino. Lo si trova descritto
in tutti i prontuari delle invenzioni, dove, ben inteso, del Meucci non
si fa nemmeno il nome, tanta oscurità pesa sui fabbricatori di candele.
Ci vollero anni e lustri di studio e di affannosi esperimenti innanzi
che la piccola macchina uscisse dalle mani creatrici compiuta ed atta ad
effetti sicuri e costanti. Intanto la fabbrica languiva e fu dovuta
dimettere. Il Meucci lasciò là casetta di Staten Island e si raccolse in
New-York, dove cominciò a campare di stenti e di speranze.
Come stimò che l'invenzione fosse matura ne propose l'esame e l'acquisto
al Grant, presidente della New-York District Telegraph Company: ma
tenuto a bada per due anni con mirifiche promesse, e persuaso dagli
amici ad assicurarsi almeno il brevetto d'invenzione, consegnò
all'ufficio delle patenti di Washington la minuta descrizione
dell'apparecchio, contro ricevuta in piena regola, alla data 23 dicembre
1871: venti anni giusti dopo di aver trovato l'idea primitiva, dopo di
averla in forma rudimentale mandata ad effetto. Dal lungo spazio di
tempo trascorso senza che altri intervenisse con scoperte affini, appare
quanto fosse originale e geniale la prima trovata. E trascorsero altri
cinque anni prima che a nessuno venisse in mente di poter trasmettere i
suoni a distanza. Il Meucci, forte del suo brevetto, aspettava fiducioso
quel colpo di fortuna che sorride di lontano a tutti gli inventori.
Il colpo venne, ma fu una mazzata. Nel 1876 i giornali americani
strombazzarono la meravigliosa scoperta del telefono, opera del prof.
Graham Bell di New-York e la costituzione di una società industriale
intitolata: Bell Telephone Company. Il nostro amico fiuta un latrocinio:
corre all'ufficio delle patenti di Washington, produce la ricevuta ed il
brevetto, e domanda la restituzione delle carte depositate cinque anni
addietro. Cerca, cerca, le carte non si trovano. Meucci ritorna a
New-York, raccoglie gli amici, espone il caso, dimostra l'identità
colposa delle due scoperte, trova generoso patrocinio nella stampa,
mette il mondo a rumore. Inquieta di peggior danno la Bell Telephone
Company gli fa offrire, in secreto, una somma di quattrocentomila
dollari (due milioni di lire), purchè dimetta la rivendicazione di ogni
suo diritto. Era assai più di quanto avrebbe potuto conseguire, data
l'età ormai tarda (il Meucci contava allora 72 anni) da un
fortunatissimo esperimento industriale dell'opera sua. Era
l'avveramento, ad usura, delle sue lunghe speranze di fortuna, ma in
pari tempo la rinunzia ai sogni di gloria, che lo avevano sostenuto e
rasserenato nella miseria. Un americano, avrebbe accettato,
l'impenitente idealista, già educato dal primo mestiere a costruire
castelli in aria e ad appagarsene, rifiutò di netto. Egli voleva il suo,
tutto il suo, non già in dollari sonanti ma in suono di plauso al nome
oscuro ed alla patria lontana. Un amico che lo frequentava in quei
tempi, mi raccontò com'egli andasse ripetendo: È scoperta italiana e non
c'è oro al mondo che la possa americanizzare. La società doveva
chiamarsi Meucci Telephone Company, il nome dell'usurpatore doveva
vergognosamente sparire dai manifesti.
Già la verità aveva fatto strada, s'erano scoperte frodi ingegnosissime
dell'ufficio patenti, si sapeva per quale via sotterranea (e la parola
va intesa alla lettera) gli ufficiali addetti a quell'ufficio
trasmettessero a danarosi compari e fra questi alla Bell Telephone
Company, i documenti, tradissero i secreti affidati alla custodia dello
Stato. Una buona lite avrebbero messo in chiaro ogni cosa e rivendicato
il diritto ed assicurata la prosperità del Meucci. Ma negli Stati Uniti
d'America, peggio assai che presso noi, le liti le intavola chi vuole,
le sostiene chi può. E potere non vuol dire essere armato di buone
ragioni, ma di buona e copiosa moneta. I giornali di New-York, tranne
alcuni pochi agli stipendi degli arruffoni, tenevano le parti
dell'italiano spennato, contro i ricchi ladri connazionali, ma la
procedura trascinava in cavilli indugiatori che davano fondo alle poche
ultime risorse del Meucci. Al certo il buon vecchio, benchè di fibra
tenace, sarebbe morto prima che nemmeno gli albeggiasse di lontano il
giorno della giustizia, se non sopravveniva un fortunato incontro di
casi a mettere dalla sua un nuovo litigante, ben altrimenti poderoso e
destro.
Nel 1885, accampando la famigerata Bell Company infondate o almeno
esagerate pretese verso le finanze dello Stato (si trattava di parecchi
milioni di dollari) in conseguenza appunto di certe convenzioni per
l'esercizio del telefono, il Governo degli Stati Uniti deferì la
questione ai tribunali. Faceva comodo al Governo di contestare non
soltanto l'entità del debito, ma il debito stesso. Nulla di meglio che
aprire finalmente gli occhi sulla frode iniziale, nota ai governanti da
più anni, e colpire gli ingordi, ma pure a lungo tollerati, usurpatori.
La frode questa volta fu messa in chiaro ne' suoi più minuti
procedimenti. Intervennero sentenze diverse, e prove e riprove e
controprove, tirate di lungo per lo spazio di tre anni, finchè d'uno in
altro grado di giurisdizione, si pervenne, come Dio volle, al supremo, e
nel 1888 la _Court of the United States_, restituiva al nostro
concittadino il merito della scoperta, sentenziava dovere il telefono,
prender nome dal Meucci, e dimettere quello del Bell, ed assolveva lo
Stato da ogni pagamento verso la fraudolenta Compagnia. Così la
giustizia entrava di straforo nei pronunciati giudiziarii, tarda e
barbina, perchè al vecchio ottantaquattrenne riconosciuto inventore di
uno fra i più meravigliosi trovati del secolo, non fu attribuito nessuna
sorta di compenso. Gli usurpatori s'erano arricchiti, lo Stato la faceva
grassa, il Meucci moriva un anno dopo, nell'ottobre 1889, povero in
canna com'era vissuto. Gli si celebrarono solenni funerali a spese del
governo italiano; il Console d'Italia ne accompagnò la salma al
crematoio, ed una lapide registrò il suo nome sulla casetta della Staten
Island.
Domandate intorno chi sia l'inventore del telefono, e di quelli che
sanno dare una risposta, novantanove su cento, nomineranno anche oggi,
il prof. Graham Bell di New-York.
*
* *
Sul finire del 1860 un giovine ufficiale italiano giungeva in New-York,
gittati, o dispetto o capriccio o voce imperiosa del destino, gli
spallini già conquistati volontario sedicenne sul campo di Novara e
portati con onore su quelli di Crimea combattendo nella legione
straniera al servizio dell'Inghilterra. Si chiamava con un nome patrizio
chiaro nei fasti del risorgimento italiano. Suo nonno, il conte Alerino
Palma di Cesnola e di Borgofranco, profugo dagli Stati Sardi dopo i moti
del 21, condannato in contumacia alla pena capitale, aveva combattuto
col Santarosa per la indipendenza della Grecia, era morto nel 51 in
Atene presidente di quella Corte di Cassazione.
Nel 60 meglio che adesso, l'America era la terra promessa dei cercatori
di fortuna, e se è vero che a conseguire fortuna occorre esserne affatto
sprovvisto, il giovane conte Luigi di Cesnola si trovava proprio nelle
condizioni volute. Possedeva appena di che vivere a stecchetto un
qualche mese, ma in compenso aveva l'ingegno pronto ed aperto, le membra
robuste, il parlare persuasivo, una piacevole franchezza di modi, un
aspetto seducente, e sopratutto una volontà tenace ed accorta di
acciuffare la fortuna, fosse pure per il filo d'un capello e di non
lasciarsela sfuggir di mano.
Cominciò, aspettando le occasioni, di dove cominciano in paese
forestiero quasi tutti gli sfaccendati di media coltura e di attitudini
poco specializzate: dall'insegnamento della propria lingua. Alla quale
aggiunse la francese che i nobili del Piemonte conoscevano allora al
pari e spesso meglio dell'italiana. Ma chi vuole insegnare una lingua,
deve conoscerne almeno due, chi vuole insegnarne due, almeno tre: la
lingua del maestro e quella dello scolaro. A questa il Cesnola s'era
applicato la prima volta durante la traversata oceanica che a tale
intento, ed anche un po' a risparmio di spesa, aveva compito sopra un
bastimento a vela della marina mercantile d'Inghilterra, affidandosi
così al migliore di tutti i maestri: la necessità. Allo sbarcare sulla
terra d'America, dopo un mese di navigazione, egli sapeva tanto
d'inglese quanto basta ai maggiori bisogni della vita. Per strumento
didattico erano scarse nozioni, ma insegnando s'impara, e fra i metodi
didattici, quello che fa dell'allievo in alcune parti un maestro e
stabilisce fra allievo e maestro un continuo ricambio di insegnamenti, è
forse il più pratico ed efficace.
Non gli mancarono scolari dell'uno e dell'altro sesso: uomini maturi,
giovinotti già dati al traffico ed agli affari e fior di ragazze in età
da marito. Di 27 anni, bello, baldo, nobile, italiano, già soldato nelle
poetiche guerre d'Italia, nessuna maraviglia che presso qualche allieva,
gli soccorresse un sussidio pedagogico non compreso nei precetti della
pedagogia. Pochi mesi dopo l'arrivo in New-York, egli sposava infatti la
signorina Mary, figlia di uno fra i migliori ufficiali della marina
federale, il commodoro Samuel Reid, fanciulla di grande bellezza e di
grande animo, che gli fu ed è compagna impareggiabile.
Intanto, ingrossando il dissidio fra gli Stati del Sud e quelli del Nord
intorno alla abolizione della schiavitù, il Governo dell'Unione
apparecchiava la guerra ormai inevitabile. Si pubblicarono i programmi
degli esami che dovevano superare in Washington gli aspiranti al grado
di ufficiale nelle improvvisate milizie. Il maestro di lingue, che già
ascritto all'Accademia militare di Torino, possedeva in larga misura le
cognizioni richieste, si fa di colpo e con più sicura coscienza, maestro
di tattica guerresca. Un avviso a caratteri cubitali affisso sulla
facciata di una casa in Broadway, la principale via di New-York,
annunziò tosto al pubblico:
SCUOLA DI GUERRA
DEL CONTE LUIGI PALMA DI CESNOLA
CAPITANO NELL'ESERCITO ITALIANO
La fortuna gli porgeva, non il filo d'un capello ma tutta quanta la
chioma. Il corso degli studi si doveva compiere in due mesi al prezzo di
dugento dollari. In poco spazio di tempo il numero degli allievi salì a
settecento. Un giorno si presenta al Cesnola un ricchissimo signore
deliberato di armare a sue spese un reggimento e di farne dono allo
stato.
— Quanto volete per l'istruzione di tutti gli ufficiali?
— Dugento dollari caduno.
— Ma son cinquanta!
— Benissimo. Dieci mila dollari.
— Quali sono i modi del pagamento?
— L'intera somma anticipata.
Il miliardario, tale quale usa nelle commedie, leva di tasca il suo
bravo libretto, ne stacca un buono, vi registra la somma richiesta, lo
firma e lo porge al fortunato istruttore, indi presi i concerti per
l'orario delle lezioni, s'avvia verso l'uscita. Sul presso dell'uscio,
lo coglie un legittimo senso d'inquietudine.
— Io vi ho dato la somma intera: chi mi assicura che voi mi darete
intero il corso delle lezioni?
— I sir. Io signore, risponde il Cesnola.
Lo sguardo, il viso, il gesto, l'accento, le asciutte parole esprimevano
una tranquilla fermezza che tranquillò l'animo dell'americano.
Gli allievi superarono tutti quanti con molto onore l'esperimento
dell'esame. Era naturale che fosse loro domandato dove avessero atteso
agli studi, e naturale pure che nella penuria e nell'urgenza di esperti
ufficiali fosse offerto un grado superiore al provato maestro.
Nell'ottobre del 1861, il Cesnola fu nominato maggiore e dopo due mesi
promosso al grado di tenente colonnello nell'XI reggimento di
cavalleria, cui era affidata l'onorifica mansione di proteggere la
persona del Presidente Lincoln e di guardare le sedi del Governo, in
momenti di gravi subbugli popolari, poichè la popolazione di Washington
parteggiava quasi tutta per i separatisti del Sud. Qui il giovane
patrizio piemontese diede le prime prove, di un coraggio, di una
fermezza, di un accorgimento guerresco, che gli valsero nel settembre
1862 il grado di colonnello ed il comando del quarto reggimento di
cavalleria di New-York, già sulle mosse per il campo della guerra e nel
dicembre dello stesso anno il comando dei sette reggimenti di cavalleria
addetti al decimoprimo corpo d'esercito, condotto dal generale Franz
Seigel.
Preposto a così ingente corpo di milizia gli spettava di pien dovere il
grado di generale; ma intervenne uno di quegli atti di giustizia
distributiva non infrequenti allora ed oggi nella repubblica dell'Unione
americana. Toccarono a lui, il comando effettivo, le fatiche ed i
pericoli, ed al signor Seward figlio del ministro degli affari esteri,
il titolo di generale ed i relativi stipendi. Il generale Seward seguitò
ben inteso a dominare in Washington mentre la brigata che portava il suo
nome, conseguiva sanguinose vittorie sotto gli ordini del colonnello
Cesnola, contendendo ai Sudisti, i passi del Maryland e della
Pensilvania meridionale. Il nostro generoso compaesano, sfogava
l'interno rodimento in picchiate da orbo, sulle spalle del nemico.
Segnalato a Brandy Station per prodigi di valore (sono parole del
_New-York Times_) gli fu affidata la difesa di Belle Plains, e poco
appresso quella delle gole di Averil dove sgominò nel maggio 1863, il
corpo d'esercito del generale Wasburne facendogli 2732 prigionieri e
meritandosi d'essere portato all'ordine del giorno dell'esercito
unionista.
Dopo tali prove, credeva per fermo di aver conseguita la promozione a
generale di brigata; il generale Gregg nominò invece immeritatamente un
suo proprio fratello. Questa volta il Cesnola se ne dolse aperto con una
fiera lettera di protesta che il Gregg tenne per atto di
insubordinazione e punì cogli arresti sotto la tenda. Seguiva così
disarmato la colonna che aveva guidato tante volte alla vittoria, ma gli
era inibito di combattere con essa.
In tali condizioni pervenne il 17 giugno 1863 alla battaglia di Aldie,
una delle tante che insanguinarono durante la guerra di secessione lo
stato della Virginia. Il nemico ingrossava da presso, quando il generale
Kilpatrick, che comandava i diversi corpi unionisti ivi raccolti, ordinò
una carica al quarto reggimento di cavalleria N. Y. Il reggimento
protestò unanime, soldati ed ufficiali che non avrebbero mosso un passo
se non lo guidava il suo colonnello. Cesnola misurando il pericolo ed il
disonore di un ammutinamento, supplica allora dal Kilpatrick il permesso
di porsi disarmato com'era alla testa dei suoi soldati. Questi, che era
stato estraneo alla punizione e forse la disapprovava in cuor suo,
acconsente. Il Cesnola salta in sella, in difetto di sciabola, agita
alto il frustino e slancia il cavallo pancia a terra seguito dal
reggimento fremente ed urlante di entusiasmo. Respinto, per disparità di
forze, torna quattro volte all'assalto. Alla terza una palla lo colpisce
al braccio sinistro, ma non ne sfredda l'ardore. Mentre raccoglie i
soldati per lanciarsi alla quarta il generale Kilpatrick, ammirato di
tanto eroismo, lo avvicina, si leva la sciabola dal fianco, e gliela
porge dicendogli: «Ritornamela rossa di sangue.» Ma nella mischia, il
valoroso, ferito gravemente da sciabola al capo ed alla mano destra cade
ed è preso prigioniero.
Come avviene nelle lotte civili, le ire fra i due campi avversi furono
in quella memorabile guerra, tenacissimi e crudeli contro il diritto
delle genti e le ragioni della civiltà. Agli unionisti, più forti, più
disciplinati, più fiduciosi nella vittoria finale, durò tuttavia, benché
scarso, qualche senso di pietà o forse di rispetto umano; ma i
separatisti del Sud fecero aperta prova di una selvaggia inumanità. La
prigione di Libby in Richmond dove furono rinchiusi oltre mille
ufficiali dell'esercito unionista, restò per assoluta insufficenza di
spazio e per sevizie, famosa nella storia delle iniquità e della
barbarie. Pigiati in locali corrotti e malsani, senza letti, senza
tavole, scarso e guasto il nutrimento, laceri, fra insulti e percosse,
molti di quei prigionieri morirono, quasi tutti ammalarono gravemente e
fra questi il Cesnola. Il quale per lo spazio di circa un anno seppe
mostrarsi fra i continui patimenti, così intrepido e sereno come già tra
le fatiche ed i pericoli.
Finalmente, intavolate scambievoli trattative per ricambio e riscatto
dei prigionieri. Il quarto reggimento di cavalleria New-York potè
intervenire in favore del suo colonnello. Riporto qui nel suo testo
l'istanza fatta al Ministero della guerra in Washington.