CAPITOLO IX.

Due italiani in America.

Di due italiani vanno a giusto titolo orgogliosi gli italiani residenti

in New-York. Uno morto ora sono dieci anni, l'altro vivo valido ed

operoso sul limitare della vecchiezza. Fortunosi entrambi, il primo ebbe

immeritatamente contraria, il secondo meritatamente propizia la fortuna.

Quegli sostenne con serena dolcezza la sorte nemica e fu buono e

soccorrevole nell'avversità; questi sostenne con virile semplicità i

prosperi eventi e fu ed è buono e soccorrevole fra gli agi e gli onori.

Tutti e due divenuti cittadini americani serbarono in cuore vivissimo e

sacro l'amore ed il culto della madre Italia. Di uno l'Italia deve

rivendicare il nome alla storia delle invenzioni scientifiche ed

industriali; il nome dell'altro è scritto con gloriose note nella storia

americana della guerra di secessione ed in quella universale delle

maggiori scoperte archeologiche. Il primo si chiamò: Antonio Meucci, il

secondo si chiama Luigi Palma di Cesnola[1].

[1] Raccolsi le notizie del Meucci da parecchi italiani

residenti in New-York che ebbero con lui molta dimestichezza e

da alcune note fornitemi dal Sig. Carlo Barsotti, direttore

proprietario del _Progresso Italo Americano_.

Intorno al Cesnola esiste una copiosa bibliografia. Io mi giovai

qui in special modo del suo libro: _Cyprus its ancient cities

tombs and temples_; di una bella memoria di Tullo Massarani:

_Cipro antica e moderna e il generale Palma di Cesnola_ e di una

diligente monografia del Dottor Luigi Roversi: _Luigi Palma di

Cesnola ed il Metropolitan Museum of art di New-York_. Ma il

maggior aiuto me lo diedero certi racconti ed appunti

preziosissimi che ebbi dal Cesnola stesso durante e dopo il mio

soggiorno in New-York.

*

* *

Antonio Meucci nacque in Firenze l'anno 1804. Emigrò giovanissimo

nell'America del Nord, dove si diede ad esercitare l'arte del

macchinista teatrale, un'arte che richiede mente ingegnosa e pronta ed

industre facoltà inventiva. Tenne in tale qualità parecchi teatri degli

Stati Uniti e nel 1849, fu macchinista capo all'Opera house in Santiago

di Cuba. Ma insieme alla cura delle macchine sceniche, per nativa

inclinazione e quasi a svago dei faticosi lavori, egli attendeva a studi

di fisica sperimentale, applicandosi di preferenza ai fenomeni del

suono. Sia che l'ardore dello studio lo svogliasse del mestiere, o che

questo gli venisse in uggia per la irritazione che induge l'urgenza

degli allestimenti serali (i macchinisti teatrali ogni sera smaniano e

bestemmiano come turchi) o sia che avesse per ignote cause perduto

l'impiego, fatto sta che nel 1851, lo troviamo in New-York esercitare

un'industria che non ha nulla a che fare col teatro. Forse, a furia di

tirar moccoli, gli era venuta l'ispirazione di fabbricar candele. In

Clifton, piccolo villaggio nella Staten Island, mostrano ancora la

casetta e la fornace dov'egli viveva tra barili di sugna e matasse di

stoppini e dove appunto nell'anno 1851 tenne in qualità di commesso e di

manovale Giuseppe Garibaldi, già vantato eroe dei due mondi, profugo e

povero dopo le tragiche glorie dell'assedio di Roma. È bello riportare

qui dalle memorie di Garibaldi il brano che si riferisce a questo

commovente periodo della sua vita.

«Un brav'uomo mio amico, Antonio Meucci fiorentino, si decide a

stabilire una fabbrica di candele e mi offre di aiutarlo nel suo

stabilimento. Detto fatto. Interessarmi alla speculazione non lo potevo

per mancanza di fondi; mi adattai quindi a quel lavoro colla condizione

di fare quanto potevo.

«Lavorai per alcuni mesi col Meucci il quale non mi trattò come un suo

lavorante qualunque, ma come uno della famiglia e con molta

amorevolezza.

«Un giorno però, stanco di far candele e spinto forse da irrequietezza

naturale ed abituale, uscii di casa col proposito di mutar mestiere. Mi

rammentavo di essere stato marinaio, conoscevo qualche parola d'inglese

e mi avviai sul litorale dell'isola ove scorgevo alcuni barchi di

cabottaggio occupati a caricare e a scaricare merci. Giunsi al primo e

chiesi di essere imbarcato come marinaio. Appena mi dettero retta coloro

che scorgevo sul bastimento, e continuarono i loro lavori. Feci lo

stesso avvicinando un secondo legno ed ebbi medesima risposta. Infine

passo ad un altro ove si stava lavorando a discaricare e dimando se mi

si permette di aiutare al lavoro e n'ebbi in risposta che non ne

abbisognavano. — Ma non vi chiedo mercede — io insistevo: e nulla.

Voglio lavorare per scuotere il freddo (vi era veramente la neve) — meno

ancora. Io rimasi mortificato.

«Riandavo col pensiero a quei tempi ov'ebbi l'onore di comandare la

squadra di Montevideo, nonchè il bellicoso ed immortale esercito. A che

serviva tutto ciò? Non mi volevano. Rintuzzai infine la mortificazione e

tornai al lavoro del sego. Fortuna ch'io non avevo palesato la mia

risoluzione all'eccellente Meucci, e quindi, concentrato in me stesso,

il dispetto fu minore. Devo confessare inoltre non essere il contegno

del mio buon principale verso di me, che mi avesse indotto alla

intempestiva mia risoluzione; egli mi era prodigo di benevolenza e

d'amicizia, come lo era la signora Ester sua moglie.

«La mia condizione, non era dunque deplorabile in casa del Meucci, ed

era proprio stato un eccesso di malinconia che m'aveva spinto ad

allontanarmi da quella casa. In essa io era liberissimo, potevo lavorare

se mi piaceva: e preferivo naturalmente il lavoro utile a qualunque

altra occupazione; ma potevo andare a caccia qualche volta, e spesso si

andava a caccia collo stesso principale e con vari altri amici di Staten

Island e di New-York che spesso ci favorivano colle loro visite. In casa

poi non vi era lusso, ma nulla mancava delle principali necessità della

vita, tanto per l'alloggio che per il vitto.»

Lo stesso anno che fu principale di così inverosimile operaio, il Meucci

proseguendo sempre i suoi studi sulle onde sonore e sulla trasmissione

dei suoni lungo le corde, pervenne finalmente ad una vera e propria

invenzione. Composti due coni tronchi di carta, chiuso ognuno dalla

parte superiore da una membrana elastica, fece correre dall'uno

all'altro un filo che metteva capo alle due rispettive membrane. Uno dei

coni consegnò ad un amico dimorante nella casa dirimpetto alla sua;

tenne l'altro presso di sè così che il filo congiuntore dovesse

traversare la via che si trovava essere larghissima. Parlando egli senza

punto levare la voce entro uno dei mezzi imbuti, l'amico dall'altra ne

raccoglieva chiara ogni parola e gli rispondeva allo stesso modo. Quel

primitivo apparecchio ridotto ora ad un balocco per i fanciulli,

conteneva in forma rozza ed iniziale, la trovata del telefono e fin

d'allora ebbe nome di telefono dal suo inventore.

Conscio delle future applicazioni, già piena la mente delle aggiunte e

dei ritocchi, il buon Meucci innanzi di licenziare la scoperta, attese a

perfezionarla con metodo scientifico, finchè mediante il sussidio

dell'elettromagnetismo ottenne che la trasmissione delle vibrazioni

sonore potesse avvenire a grandi distanze.

Io non starò qui a descrivere l'apparecchio ultimo in cui si aquietò lo

spirito acuto e diligente del nostro fiorentino. Lo si trova descritto

in tutti i prontuari delle invenzioni, dove, ben inteso, del Meucci non

si fa nemmeno il nome, tanta oscurità pesa sui fabbricatori di candele.

Ci vollero anni e lustri di studio e di affannosi esperimenti innanzi

che la piccola macchina uscisse dalle mani creatrici compiuta ed atta ad

effetti sicuri e costanti. Intanto la fabbrica languiva e fu dovuta

dimettere. Il Meucci lasciò là casetta di Staten Island e si raccolse in

New-York, dove cominciò a campare di stenti e di speranze.

Come stimò che l'invenzione fosse matura ne propose l'esame e l'acquisto

al Grant, presidente della New-York District Telegraph Company: ma

tenuto a bada per due anni con mirifiche promesse, e persuaso dagli

amici ad assicurarsi almeno il brevetto d'invenzione, consegnò

all'ufficio delle patenti di Washington la minuta descrizione

dell'apparecchio, contro ricevuta in piena regola, alla data 23 dicembre

1871: venti anni giusti dopo di aver trovato l'idea primitiva, dopo di

averla in forma rudimentale mandata ad effetto. Dal lungo spazio di

tempo trascorso senza che altri intervenisse con scoperte affini, appare

quanto fosse originale e geniale la prima trovata. E trascorsero altri

cinque anni prima che a nessuno venisse in mente di poter trasmettere i

suoni a distanza. Il Meucci, forte del suo brevetto, aspettava fiducioso

quel colpo di fortuna che sorride di lontano a tutti gli inventori.

Il colpo venne, ma fu una mazzata. Nel 1876 i giornali americani

strombazzarono la meravigliosa scoperta del telefono, opera del prof.

Graham Bell di New-York e la costituzione di una società industriale

intitolata: Bell Telephone Company. Il nostro amico fiuta un latrocinio:

corre all'ufficio delle patenti di Washington, produce la ricevuta ed il

brevetto, e domanda la restituzione delle carte depositate cinque anni

addietro. Cerca, cerca, le carte non si trovano. Meucci ritorna a

New-York, raccoglie gli amici, espone il caso, dimostra l'identità

colposa delle due scoperte, trova generoso patrocinio nella stampa,

mette il mondo a rumore. Inquieta di peggior danno la Bell Telephone

Company gli fa offrire, in secreto, una somma di quattrocentomila

dollari (due milioni di lire), purchè dimetta la rivendicazione di ogni

suo diritto. Era assai più di quanto avrebbe potuto conseguire, data

l'età ormai tarda (il Meucci contava allora 72 anni) da un

fortunatissimo esperimento industriale dell'opera sua. Era

l'avveramento, ad usura, delle sue lunghe speranze di fortuna, ma in

pari tempo la rinunzia ai sogni di gloria, che lo avevano sostenuto e

rasserenato nella miseria. Un americano, avrebbe accettato,

l'impenitente idealista, già educato dal primo mestiere a costruire

castelli in aria e ad appagarsene, rifiutò di netto. Egli voleva il suo,

tutto il suo, non già in dollari sonanti ma in suono di plauso al nome

oscuro ed alla patria lontana. Un amico che lo frequentava in quei

tempi, mi raccontò com'egli andasse ripetendo: È scoperta italiana e non

c'è oro al mondo che la possa americanizzare. La società doveva

chiamarsi Meucci Telephone Company, il nome dell'usurpatore doveva

vergognosamente sparire dai manifesti.

Già la verità aveva fatto strada, s'erano scoperte frodi ingegnosissime

dell'ufficio patenti, si sapeva per quale via sotterranea (e la parola

va intesa alla lettera) gli ufficiali addetti a quell'ufficio

trasmettessero a danarosi compari e fra questi alla Bell Telephone

Company, i documenti, tradissero i secreti affidati alla custodia dello

Stato. Una buona lite avrebbero messo in chiaro ogni cosa e rivendicato

il diritto ed assicurata la prosperità del Meucci. Ma negli Stati Uniti

d'America, peggio assai che presso noi, le liti le intavola chi vuole,

le sostiene chi può. E potere non vuol dire essere armato di buone

ragioni, ma di buona e copiosa moneta. I giornali di New-York, tranne

alcuni pochi agli stipendi degli arruffoni, tenevano le parti

dell'italiano spennato, contro i ricchi ladri connazionali, ma la

procedura trascinava in cavilli indugiatori che davano fondo alle poche

ultime risorse del Meucci. Al certo il buon vecchio, benchè di fibra

tenace, sarebbe morto prima che nemmeno gli albeggiasse di lontano il

giorno della giustizia, se non sopravveniva un fortunato incontro di

casi a mettere dalla sua un nuovo litigante, ben altrimenti poderoso e

destro.

Nel 1885, accampando la famigerata Bell Company infondate o almeno

esagerate pretese verso le finanze dello Stato (si trattava di parecchi

milioni di dollari) in conseguenza appunto di certe convenzioni per

l'esercizio del telefono, il Governo degli Stati Uniti deferì la

questione ai tribunali. Faceva comodo al Governo di contestare non

soltanto l'entità del debito, ma il debito stesso. Nulla di meglio che

aprire finalmente gli occhi sulla frode iniziale, nota ai governanti da

più anni, e colpire gli ingordi, ma pure a lungo tollerati, usurpatori.

La frode questa volta fu messa in chiaro ne' suoi più minuti

procedimenti. Intervennero sentenze diverse, e prove e riprove e

controprove, tirate di lungo per lo spazio di tre anni, finchè d'uno in

altro grado di giurisdizione, si pervenne, come Dio volle, al supremo, e

nel 1888 la _Court of the United States_, restituiva al nostro

concittadino il merito della scoperta, sentenziava dovere il telefono,

prender nome dal Meucci, e dimettere quello del Bell, ed assolveva lo

Stato da ogni pagamento verso la fraudolenta Compagnia. Così la

giustizia entrava di straforo nei pronunciati giudiziarii, tarda e

barbina, perchè al vecchio ottantaquattrenne riconosciuto inventore di

uno fra i più meravigliosi trovati del secolo, non fu attribuito nessuna

sorta di compenso. Gli usurpatori s'erano arricchiti, lo Stato la faceva

grassa, il Meucci moriva un anno dopo, nell'ottobre 1889, povero in

canna com'era vissuto. Gli si celebrarono solenni funerali a spese del

governo italiano; il Console d'Italia ne accompagnò la salma al

crematoio, ed una lapide registrò il suo nome sulla casetta della Staten

Island.

Domandate intorno chi sia l'inventore del telefono, e di quelli che

sanno dare una risposta, novantanove su cento, nomineranno anche oggi,

il prof. Graham Bell di New-York.

*

* *

Sul finire del 1860 un giovine ufficiale italiano giungeva in New-York,

gittati, o dispetto o capriccio o voce imperiosa del destino, gli

spallini già conquistati volontario sedicenne sul campo di Novara e

portati con onore su quelli di Crimea combattendo nella legione

straniera al servizio dell'Inghilterra. Si chiamava con un nome patrizio

chiaro nei fasti del risorgimento italiano. Suo nonno, il conte Alerino

Palma di Cesnola e di Borgofranco, profugo dagli Stati Sardi dopo i moti

del 21, condannato in contumacia alla pena capitale, aveva combattuto

col Santarosa per la indipendenza della Grecia, era morto nel 51 in

Atene presidente di quella Corte di Cassazione.

Nel 60 meglio che adesso, l'America era la terra promessa dei cercatori

di fortuna, e se è vero che a conseguire fortuna occorre esserne affatto

sprovvisto, il giovane conte Luigi di Cesnola si trovava proprio nelle

condizioni volute. Possedeva appena di che vivere a stecchetto un

qualche mese, ma in compenso aveva l'ingegno pronto ed aperto, le membra

robuste, il parlare persuasivo, una piacevole franchezza di modi, un

aspetto seducente, e sopratutto una volontà tenace ed accorta di

acciuffare la fortuna, fosse pure per il filo d'un capello e di non

lasciarsela sfuggir di mano.

Cominciò, aspettando le occasioni, di dove cominciano in paese

forestiero quasi tutti gli sfaccendati di media coltura e di attitudini

poco specializzate: dall'insegnamento della propria lingua. Alla quale

aggiunse la francese che i nobili del Piemonte conoscevano allora al

pari e spesso meglio dell'italiana. Ma chi vuole insegnare una lingua,

deve conoscerne almeno due, chi vuole insegnarne due, almeno tre: la

lingua del maestro e quella dello scolaro. A questa il Cesnola s'era

applicato la prima volta durante la traversata oceanica che a tale

intento, ed anche un po' a risparmio di spesa, aveva compito sopra un

bastimento a vela della marina mercantile d'Inghilterra, affidandosi

così al migliore di tutti i maestri: la necessità. Allo sbarcare sulla

terra d'America, dopo un mese di navigazione, egli sapeva tanto

d'inglese quanto basta ai maggiori bisogni della vita. Per strumento

didattico erano scarse nozioni, ma insegnando s'impara, e fra i metodi

didattici, quello che fa dell'allievo in alcune parti un maestro e

stabilisce fra allievo e maestro un continuo ricambio di insegnamenti, è

forse il più pratico ed efficace.

Non gli mancarono scolari dell'uno e dell'altro sesso: uomini maturi,

giovinotti già dati al traffico ed agli affari e fior di ragazze in età

da marito. Di 27 anni, bello, baldo, nobile, italiano, già soldato nelle

poetiche guerre d'Italia, nessuna maraviglia che presso qualche allieva,

gli soccorresse un sussidio pedagogico non compreso nei precetti della

pedagogia. Pochi mesi dopo l'arrivo in New-York, egli sposava infatti la

signorina Mary, figlia di uno fra i migliori ufficiali della marina

federale, il commodoro Samuel Reid, fanciulla di grande bellezza e di

grande animo, che gli fu ed è compagna impareggiabile.

Intanto, ingrossando il dissidio fra gli Stati del Sud e quelli del Nord

intorno alla abolizione della schiavitù, il Governo dell'Unione

apparecchiava la guerra ormai inevitabile. Si pubblicarono i programmi

degli esami che dovevano superare in Washington gli aspiranti al grado

di ufficiale nelle improvvisate milizie. Il maestro di lingue, che già

ascritto all'Accademia militare di Torino, possedeva in larga misura le

cognizioni richieste, si fa di colpo e con più sicura coscienza, maestro

di tattica guerresca. Un avviso a caratteri cubitali affisso sulla

facciata di una casa in Broadway, la principale via di New-York,

annunziò tosto al pubblico:

SCUOLA DI GUERRA

DEL CONTE LUIGI PALMA DI CESNOLA

CAPITANO NELL'ESERCITO ITALIANO

La fortuna gli porgeva, non il filo d'un capello ma tutta quanta la

chioma. Il corso degli studi si doveva compiere in due mesi al prezzo di

dugento dollari. In poco spazio di tempo il numero degli allievi salì a

settecento. Un giorno si presenta al Cesnola un ricchissimo signore

deliberato di armare a sue spese un reggimento e di farne dono allo

stato.

— Quanto volete per l'istruzione di tutti gli ufficiali?

— Dugento dollari caduno.

— Ma son cinquanta!

— Benissimo. Dieci mila dollari.

— Quali sono i modi del pagamento?

— L'intera somma anticipata.

Il miliardario, tale quale usa nelle commedie, leva di tasca il suo

bravo libretto, ne stacca un buono, vi registra la somma richiesta, lo

firma e lo porge al fortunato istruttore, indi presi i concerti per

l'orario delle lezioni, s'avvia verso l'uscita. Sul presso dell'uscio,

lo coglie un legittimo senso d'inquietudine.

— Io vi ho dato la somma intera: chi mi assicura che voi mi darete

intero il corso delle lezioni?

— I sir. Io signore, risponde il Cesnola.

Lo sguardo, il viso, il gesto, l'accento, le asciutte parole esprimevano

una tranquilla fermezza che tranquillò l'animo dell'americano.

Gli allievi superarono tutti quanti con molto onore l'esperimento

dell'esame. Era naturale che fosse loro domandato dove avessero atteso

agli studi, e naturale pure che nella penuria e nell'urgenza di esperti

ufficiali fosse offerto un grado superiore al provato maestro.

Nell'ottobre del 1861, il Cesnola fu nominato maggiore e dopo due mesi

promosso al grado di tenente colonnello nell'XI reggimento di

cavalleria, cui era affidata l'onorifica mansione di proteggere la

persona del Presidente Lincoln e di guardare le sedi del Governo, in

momenti di gravi subbugli popolari, poichè la popolazione di Washington

parteggiava quasi tutta per i separatisti del Sud. Qui il giovane

patrizio piemontese diede le prime prove, di un coraggio, di una

fermezza, di un accorgimento guerresco, che gli valsero nel settembre

1862 il grado di colonnello ed il comando del quarto reggimento di

cavalleria di New-York, già sulle mosse per il campo della guerra e nel

dicembre dello stesso anno il comando dei sette reggimenti di cavalleria

addetti al decimoprimo corpo d'esercito, condotto dal generale Franz

Seigel.

Preposto a così ingente corpo di milizia gli spettava di pien dovere il

grado di generale; ma intervenne uno di quegli atti di giustizia

distributiva non infrequenti allora ed oggi nella repubblica dell'Unione

americana. Toccarono a lui, il comando effettivo, le fatiche ed i

pericoli, ed al signor Seward figlio del ministro degli affari esteri,

il titolo di generale ed i relativi stipendi. Il generale Seward seguitò

ben inteso a dominare in Washington mentre la brigata che portava il suo

nome, conseguiva sanguinose vittorie sotto gli ordini del colonnello

Cesnola, contendendo ai Sudisti, i passi del Maryland e della

Pensilvania meridionale. Il nostro generoso compaesano, sfogava

l'interno rodimento in picchiate da orbo, sulle spalle del nemico.

Segnalato a Brandy Station per prodigi di valore (sono parole del

_New-York Times_) gli fu affidata la difesa di Belle Plains, e poco

appresso quella delle gole di Averil dove sgominò nel maggio 1863, il

corpo d'esercito del generale Wasburne facendogli 2732 prigionieri e

meritandosi d'essere portato all'ordine del giorno dell'esercito

unionista.

Dopo tali prove, credeva per fermo di aver conseguita la promozione a

generale di brigata; il generale Gregg nominò invece immeritatamente un

suo proprio fratello. Questa volta il Cesnola se ne dolse aperto con una

fiera lettera di protesta che il Gregg tenne per atto di

insubordinazione e punì cogli arresti sotto la tenda. Seguiva così

disarmato la colonna che aveva guidato tante volte alla vittoria, ma gli

era inibito di combattere con essa.

In tali condizioni pervenne il 17 giugno 1863 alla battaglia di Aldie,

una delle tante che insanguinarono durante la guerra di secessione lo

stato della Virginia. Il nemico ingrossava da presso, quando il generale

Kilpatrick, che comandava i diversi corpi unionisti ivi raccolti, ordinò

una carica al quarto reggimento di cavalleria N. Y. Il reggimento

protestò unanime, soldati ed ufficiali che non avrebbero mosso un passo

se non lo guidava il suo colonnello. Cesnola misurando il pericolo ed il

disonore di un ammutinamento, supplica allora dal Kilpatrick il permesso

di porsi disarmato com'era alla testa dei suoi soldati. Questi, che era

stato estraneo alla punizione e forse la disapprovava in cuor suo,

acconsente. Il Cesnola salta in sella, in difetto di sciabola, agita

alto il frustino e slancia il cavallo pancia a terra seguito dal

reggimento fremente ed urlante di entusiasmo. Respinto, per disparità di

forze, torna quattro volte all'assalto. Alla terza una palla lo colpisce

al braccio sinistro, ma non ne sfredda l'ardore. Mentre raccoglie i

soldati per lanciarsi alla quarta il generale Kilpatrick, ammirato di

tanto eroismo, lo avvicina, si leva la sciabola dal fianco, e gliela

porge dicendogli: «Ritornamela rossa di sangue.» Ma nella mischia, il

valoroso, ferito gravemente da sciabola al capo ed alla mano destra cade

ed è preso prigioniero.

Come avviene nelle lotte civili, le ire fra i due campi avversi furono

in quella memorabile guerra, tenacissimi e crudeli contro il diritto

delle genti e le ragioni della civiltà. Agli unionisti, più forti, più

disciplinati, più fiduciosi nella vittoria finale, durò tuttavia, benché

scarso, qualche senso di pietà o forse di rispetto umano; ma i

separatisti del Sud fecero aperta prova di una selvaggia inumanità. La

prigione di Libby in Richmond dove furono rinchiusi oltre mille

ufficiali dell'esercito unionista, restò per assoluta insufficenza di

spazio e per sevizie, famosa nella storia delle iniquità e della

barbarie. Pigiati in locali corrotti e malsani, senza letti, senza

tavole, scarso e guasto il nutrimento, laceri, fra insulti e percosse,

molti di quei prigionieri morirono, quasi tutti ammalarono gravemente e

fra questi il Cesnola. Il quale per lo spazio di circa un anno seppe

mostrarsi fra i continui patimenti, così intrepido e sereno come già tra

le fatiche ed i pericoli.

Finalmente, intavolate scambievoli trattative per ricambio e riscatto

dei prigionieri. Il quarto reggimento di cavalleria New-York potè

intervenire in favore del suo colonnello. Riporto qui nel suo testo

l'istanza fatta al Ministero della guerra in Washington.

Impressioni d'America · 第 14 / 21 题