Gli Italiani negli Stati Uniti.
Ebbi la prima notizia intorno alla condizione degli Italiani negli Stati
Uniti da tre emigranti che incontrai a bordo della _Bretagne_. Stavamo
faticosamente traversando quella plaga oceanica che a bordo chiamavano:
_Le trou du diable_, o _le trou de l'enfer_, in causa della sua
smisurata profondità e che sta ad una giornata di viaggio di qua dai
banchi di Terranuova. La formidabile burrasca equinoziale che ci aveva
tenuti bloccati al chiuso per cinque giorni, s'era alquanto quietata.
Appena il Comandante ebbe fatto levare le chiuse ferrate che ci
imprigionavano, quanti ancora eravamo validi a bordo, una cinquantina
circa, sopra seicento passeggieri d'ogni classe, salimmo sul ponte,
avidi di respirare l'aria aperta e di vedere il grande nemico. Il mare
ondeggiava ancora così alto che se non fossimo pur ora usciti dal
peggio, l'avrei creduto al sommo dalla tempesta.
Alla vista di un'onda larghissima che sorgeva soleggiata all'orizzonte,
un contadino che mi stava vicino gridò a due suoi compagni, in
piemontese e coll'accento mio canavesano:
— Té té, varda la Sèra.
La Sèra (la Serra), è una grande collina morenica che s'allinea ad
oriente lungo il piano d'Ivrea e lo separa dal Biellese.
Mi voltai di scatto, e quelli seguitando a raffigurare nel maroso la
patria collina, vi designavano, nei grossi fiocchi bianchi lucenti al
sole, casali e paesi che nominavano giocondamente a richiamo di affetti
e di memorie.
— Siete canavesani? — domandai loro in dialetto.
— Sì.
— Di che luogo?
Uno era d'Azeglio e l'altro di Caravino. — È canavesano anche lei?
— Sì, di Parella.
— Allora lei è il signor Giacosa che va in America per la sua _opera_.
— Appunto.
Lo avevano appreso dai giornali, sapevano che m'ero dovuto imbarcare
all'Havre il 4 di ottobre e mi cercavano a bordo. Così cominciammo a
discorrere e ci tornammo di poi, quanto durò il viaggio, ogni mattina.
Andavano nel Texas, erano in dodici, di cui quattro donne, ma gli altri
erano rimasti sotto coperta. Avevano tutti ingannato il tedio dei giorni
e delle sere lunghe della burrasca, cantando.
Delle donne una era ragazza, tre avevano seco il marito. I bambini erano
rimasti al paese coi nonni, perchè tutti, ben inteso, contavano di
rimpatriare. Avrebbero firmato, in America, la prima e la seconda carta
di cittadinanza, affermandosi, giusta quanto v'è scritto, disposti a
portare le armi contro la patria d'origine.
Tutti gli emigranti, i tedeschi, gli svizzeri, gli irlandesi, i russi ed
i pochi francesi, firmano quella carta perchè senza di essa non si
acquista il diritto di votare, ed in America chi non ha voto non fa
strada. Ma cittadini americani durante la galera del lavoro, sarebbero
tornati in Italia cittadini italiani. E cittadini italiani sarebbero
prima di essi giunti in Italia i sacrosanti dollari tramutati in moneta
alla effigie di quel Re Umberto, che la prima e la seconda carta avrebbe
loro imposto di rinnegare.
Il capo della brigata, un uomo sulla trentina, bruno, bassotto, pieno e
nervoso, aveva già fatto il viaggio quattro volte. Era partito la prima
volta dal paese, franco appena dalla leva, disperato e scioperato. Si
era imbarcato a Genova sul primo vapore volto alle Americhe, egli non
curava quale, che si trovò essere diretto alla Nuova Orléans. Era subito
andato _cow-boy_ che è come dire un misto di mandriano e di scozzone in
uno degli sterminati _ranchos_ nel Texas. Là, revolver all'arcione e
spesso in pugno, a cavallo da un'alba all'altra, al vento, al sole, alla
pioggia, alla neve, si era rotto alla più selvatica vita che ancora si
viva al mondo da gente bianca ed alla quale i più destri sono tuttavia
gli italiani ed i francesi. Poi di guardiano era salito trafficante,
acciuffando e disperdendo più volte la fortuna, finchè un resto di
nativa disciplina e l'amore dei suoi lontani lo avevano volto ad
industrie meno bellicose. Ora si era assodato in una fattoria di cotoni
e vi prosperava. Due anni or sono, in novembre, mentre stava sul lavoro,
gli prese un giorno la smania di udire la Messa notturna del Natale nel
suo piccolo villaggio canavesano, e partì senz'altro e fu tra l'andata
ed il ritorno un viaggio di due mesi. Venuto di poi l'estate scorsa a
far gente, non in qualità di impresario che vuol trafficare, ma di
parente ed amico cui preme giovare ai suoi, conduceva ora una squadra di
volonterosi cui andava di continuo magnificando la prosperità della
terra promessa. A sentirlo, nel Texas gli italiani sono tenuti in pregio
grande, a differenza di quanto avviene negli altri Stati dell'Unione,
eccettuata forse la California. La stessa cosa mi disse più tardi un
tedesco dimorante in Austin, la capitale del Texas, col quale feci il
viaggio da Buffalo a New-York.
Il Texas, paese agricolo per eccellenza, ha una popolazione ancora
scarsa e diradata. Più vasto della Francia, conta, in tutto, meno gente
che Parigi. La sua maggiore città non ha 20,000 abitanti. La maggior
parte degli abitanti vive nelle fattorie e nei _ranchos_. Là non possono
attecchire le superbe frottole dei Nuovajorchesi, esclamava il mio
compaesano, e seguitava:
— Noi andiamo là per lavorare e facciamo con maggiore assiduità lo
stesso lavoro che fanno gli inglesi, i tedeschi, i messicani e gli
spagnuoli e viviamo la stessa vita. Nessuno guarda dove si alloggia,
come si dorme, nessuno ci fa i conti in saccoccia come usano in
New-York, o va sindacando se il boccone che mettiamo in bocca è pane o
carne, o se è carne di prima o di seconda qualità. In New-York
disprezzano quelle povere anime di italiani che vanno intorno
raccattando cenci e cocci e vuotando i barili delle immondizie, ma se
non fosse di quelli, la bassa città sarebbe in breve così sudicia e
pestifera da non potervi dimorare nemmeno i cinesi. Ci chiamano:
suonatori d'organetti, quasi che in New-York non fossero più i
canzonettisti francesi ed inglesi d'infimo conio ed i clown americani
che gli italiani suonatori ambulanti.
Una volta, seguitava il mio compaesano, mentre ero _cow-boy_, capitai in
Midland, che è una stazione (non ferroviaria) in un luogo deserto nel
Texas, poco discosto dalla così detta «terra di nessuno» (_no man's
land_). All'osteria fui tirato a giuocare: c'erano parecchi miei
compagni, due o tre negozianti messicani ed un grosso impresario di
Filadelfia.
Io non volevo giuocare, ma tra il Whisky, le occhiate sprezzanti, le
sollecitazioni minacciose e la persuasione di non poterne uscire che a
revolverate, dove, solo contro dieci, avrei avuto la peggio, e la nativa
indole rischiosa che invano mi sforzavo domare coll'ostinato rifiuto,
alla fine ci caddi. Avevo con me il risparmio di due anni ed il frutto
di certi miei piccoli traffichi, in tutto 460 dollari, cioè oltre 2300
lire nostrane in tanti scudi d'oro sonanti come usano in California, nel
Texas ed in generale negli Stati meno popolosi. Poichè dovevo rischiare,
volli che andassero tutti su di un colpo. Li perdetti, ben inteso, e fu
affare finito e sul momento mi parve una liberazione. L'impresario di
Filadelfia, che era stato dei più insistenti a stimolarmi, non aveva
accettata la partita.
Era un ticchio assassino, che per spilorceria armava i pozzi delle
miniere con travi tarlate e fradicie, e se ne vantava, onde già gli
stavano sulla coscienza parecchi disastri. Quel colpo e la serenità con
cui lo sostenni mi valsero la sua stima. Mi si avvicinò, mi porse la
mano e mi domandò in tono quasi affermativo:
— French?
— No. Italian.
Mi guardò incredulo: non gli pareva possibile che un «macaroni» un
«suonatore d'organetto» un «Degos,» come ci chiamano a titolo d'insulto,
potesse gettar via il danaro tanto speditamente; ma si accorse che il
suo dubbio mi irritava e credette: mi serrò un'altra volta e mi scosse
le mani, uscendo in quelle voci nasali fra l'ah! e l'oh! che esprimono
presso gli americani il sommo grado della compiacenza e della
approvazione.
Se invece di gettarlo da pazzo a quelle canaglie, io avessi serbato il
mio denaro per sollevare le miserie dei miei parenti lontani, in luogo
della ammirazione, avrei incontrato il disprezzo di quel trafficante di
carne umana. Gli altri, i miei compagni ed i negozianti messicani, mi
avrebbero ammazzato piuttosto di lasciarmi astenere dal giuoco, ma se
fossi riuscito a cavarmela senza giuocare, non avrei nulla perduto della
loro stima. Qui è la differenza fra l'americano delle regioni agricole,
ed il vero Yankee incivilito. L'assalto alla fortuna è forse nel Texas e
negli altri Stati spopolati più accanito e disperato che nelle città
incivilite presso l'Atlantico, ma siccome non la si può altrimenti
conseguire che a costo di fatiche fisiche e di privazioni grandissime,
non c'è lavoro tenuto per abbietto e non è vergogna il saper indurare,
per scorciatoie, gli estremi gradi della miseria. Forse perchè mancano
le occasioni di minuto e continuo sperpero, la sobrietà, la continenza e
l'economia, non sono tenute in conto di vizii disonorevoli. La mala
riputazione degli italiani nelle grosse città, deriva sopratutto dalla
loro sobrietà e dalle loro abitudini di economia e di risparmio. Lei,
signor Giacosa, esaminerà, sentirà e vedrà se ho ragione e, tornato in
Italia darà, a chi vuole emigrare, il buon consiglio di rivolgersi
piuttosto agli Stati agricoli che agli industriali.
Il buon consiglio io non oso darlo perchè non ho studî ed esperienza che
bastino, ma i fatti esposti, dal mio compaesano mi risultarono
esattamente conformi al vero. Se non l'eccesso di ogni virtù è vizio ed
ogni Arpagone si gabella per parsimonioso. Il maggior carico che gli
americani fanno agli emigranti italiani è di una sordida, degradante ed
insanabile astinenza e del loro acconciarsi ai più umili uffici, ai
lavori più vili e meno rimunerati. Dal vestire, al cibarsi ed
all'alloggiare, la plebe italiana di New-York e di Chicago dà spettacolo
di una così supina rassegnazione alla miseria, di una indifferenza così
cinica rispetto ai beni ed ai godimenti della vita, che ha solo
riscontro, in peggior grado, diciamolo, nei cinesi. Solo riscontro a
voler contare la gente che campa di onesto lavoro; che altrimenti, in
New-York, la bassa città è piena di pezzenti, scamiciati, luridi,
scalzi, sudici, scarmigliati, orribili e terribili, i quali non si sa di
che e come nutriti, non ostante le razzie dei policeman, dormono la
notte sotto le scalette digradanti nelle vie o sotto il ligneo ponte
degli Eleveted o sul nudo lastrico nei vicoli oscuri.
La polizia che dà loro la caccia, e li trasporta, il più delle volte
senza che si sveglino, tanto sono piombati nel sonno alcoolico, alle
prigioni ed ai ricoveri per briachi, sa che gli italiani fra di essi
sono in piccolissimo numero. Lo sa e lo dice. Non è molto, il capo della
polizia di New-York affermò pubblicamente che di tutte, la emigrazione
italiana è quella che dà il minor contingente agli assassini, ai ladri,
ai facinorosi d'ogni specie.
Ma di questo rifiuto della società, l'opinione pubblica americana non
tiene conto altrimenti, che per armarsi alla difesa, moltiplicando le
prigioni e le sentenze capitali e sperimentando nuovi sistemi di morte.
Quando si parla di stima e di sprezzo, si considerano gli elementi vivi
ed attivi del corpo sociale. Ora, fra i membri organici della società
americana, dobbiamo pur troppo convenirne, gli italiani tengono, nella
pubblica stima, se non il penultimo, il terz'ultimo posto. Al disotto di
essi, non ci sono che i cinesi ed i negri. Il mio compaesano voleva che
questa disistima nascesse da avarizia. Il Yankee, mi diceva, è geloso
del denaro americano che gli emigrati italiani mandano ogni anno in
Italia. Ne mandano infatti assai più che da noi non si creda. Il console
e parecchi banchieri di New-York mi assicurarono, che da quella sola
città, sono spediti in Italia, non per traffichi, ma dagli emigranti,
dai 25 ai 27 milioni di lire l'anno. Bisogna avvertire però che da ogni
punto, si può dire, degli Stati Uniti, il danaro diretto all'Europa,
prende la via di New-York. Ma la somma, vistosa specialmente se si
consideri da chi proviene ed a chi è destinata, non è in realtà così
ingente da impensierire quei formidabili maneggiatori di miliardi presso
i quali chi la possegga (sono in loro moneta cinque milioni di dollari)
comincia appena a contare per ricco. Al più, dato che gli americani
abbiano conoscenza di quell'esodo finanziario, esso nuoce al concetto in
cui tengono gli italiani, per ragioni che nulla hanno a che fare
coll'avarizia. Il denaro spedito alla terra nativa, annulla quasi le
carte di cittadinanza che l'emigrato è indotto a firmare, ed attesta il
fermo e perdurante proposito del rimpatrio. Dove vanno i dollari, va il
pensiero ed il cuore e andrà più tardi, appena lo potrà, la persona.
Un colto signore americano, amantissimo dell'Italia, volendo
giustificare l'antipatia innegabile di molti fra i suoi verso i miei
connazionali, mi diceva un giorno che l'italiano è fra gli europei
affluenti del nuovo continente, quello che meno di tutti si
americanizza. Gli osservai che l'americano così orgoglioso com'è della
sua terra avrebbe dovuto meglio di ogni altro apprezzare una tale
tenacia di sentimento patrio.
— È vero, rispose, ma l'americano non firmerebbe mai atti di
cittadinanza in paese straniero. Il vostro emigrante, poichè non trovò
da vivere in patria, viene a noi e disputa il lavoro e la mercede al
nostro operaio. E sta bene. Non mi lagno neppure di quel tanto che il
lavoratore italiano sottrae al minuto nostro movimento economico,
riducendo le spese a quanto è strettamente indispensabile e tenerlo in
piedi ed in forze, cioè a meno del decimo di quanto guadagna. Ma egli,
onde pareggiare la sua alla condizione dell'operaio nostrano, domanda di
essere accolto cittadino degli Stati Uniti e armato di tutti i diritti
civili e politici, nomina i rappresentanti, i governatori, i magistrati,
gli ufficiali di ogni ordine cui spetterà di fare e di applicare le
nostre leggi. E mentre dispone, al pari di ognuno di noi, del nostro
avvenire politico, morale, sociale ed economico, non si associa ai
nostri sentimenti, non conosce e non cura i nostri bisogni, e dei
diritti civici che lealmente gli conferimmo, fa solo uso per mettersi in
grado di rinunziarli più sollecitamente. Si parla molto della venalità
delle nostre elezioni. Il male è pur troppo reale, ma l'americano che
vende il suo voto, si espone almeno a subirne le conseguenze.
L'indirizzo della politica generale, l'assetto finanziario, le questioni
edilizie, le costruzioni e le tariffe ferroviarie, sono altrettanti
fattori della sua prosperità o del suo disagio avvenire, onde è a
sperare che edotto dalla esperienza, egli verrà grado grado avvezzandosi
ad un esercizio più coscienzioso della sua sovranità. Ma che sperare dal
voto dato da uno straniero, il quale, rinnegata apertamente per
interesse l'antica, rinnega di continuo in cuor suo la nuova patria ed
affretta il momento di abbandonarla? Che importerà a lui se il
legislatore è inetto, se il magistrato è corruttibile, quando sei mesi,
un anno dopo il voto, egli lascierà per sempre il nostro continente? È
lecito, se volete, sospettare di ogni cittadino americano, che egli
venda il suo voto, ma è indubbiamente certo che lo venderà questo
cittadino spurio che frodò scientemente i privilegi della cittadinanza.
Era facile dimostrare che tale stato di cose è più imputabile agli
americani che ai forestieri. Presso di noi la naturalità non si concede
che con voto delle Camere, e tale solenne ed indugiante procedura ne
circonda di mille cautele il conferimento. Di più, essa non riflette che
l'esercizio dei diritti politici. Anche senza di essa lo straniero può
possedere, trafficare e trovar lavoro nella identica misura di un
regnicolo. Essa non diventa mai strumento, anzi condizione
indispensabile della prosperità materiale.
Se i nostri emigranti non sapessero per esperienza che il voto è un vero
argomento di traffico e che il farne traffico può agevolar loro il
collocamento, accrescere le mercedi, ottenere più spedita e più giusta
giustizia, non firmerebbe le carte di naturalità. Il concetto della
cittadinanza non è accessibile nella sua purezza che alle menti colte.
Esso non va confuso col naturale sentimento patrio. Per quei disgraziati
costretti a strappare la vita con tanto e sì duro lavoro, la patria è il
piccolo luogo nativo, del quale hanno in mente, fino dalla primissima
infanzia, il profilo dei monti, i seni dei fiumi, la linea bruna delle
foreste, la varia scacchiera dei campi e dei prati, il viso dei parenti,
degli amici, le case, il pozzo, il cimitero. La patria civile non
rappresenta al loro stretto criterio che balzelli ed impedimenti:
l'esattore, la leva, le carte bollate, le dogane. Difetto di educazione
civica? Ma l'avete molto maggiore voi che vendete il vostro e comprate
il loro voto? Voi avete, in maggior misura di noi, la coscienza della
vostra forza collettiva ed individuale e l'obbedienza agli ufficiali
della legge e sopratutto avete ed è grande onore vostro, in sommo grado,
il rispetto verso l'uomo ed una civile consapevolezza dei diritti della
vita. Qui sta la vera nobiltà degli americani. E qui sta la vera ragione
del misero concetto in cui essi tengono i nostri connazionali, i quali
provocano il loro disprezzo, mediante l'esercizio di virtù eroiche, che
essi non possono nè conoscere nè apprezzare.
*
* *
La prima cosa che mi colpì negli Stati Uniti, astrazione fatta dai
prodigi della meccanica, fu l'aspetto della prosperità universale e
conseguenza di essa l'eguaglianza visibile delle condizioni sociali.
Eguaglianza di vestire, di modi, di abitudini, di relazioni e sopratutto
eguaglianza fisiologica, non oso dire di salute, ma nella salute, di
quel grado di benessere che procede dal copioso e nutriente alimento.
In New-York, verso le sei pomeridiane, quando termina la giornata
operosa, migliaia di carrozzoni sparpagliano per ogni verso dall'alto
della città, la innumerevole folla che gli affari addensano lungo il
giorno nella bassa. Le sei linee parallele di ferrovie aeree hanno
ognuna convogli di cinque o sei enormi vagoni ogni cinque minuti ed ogni
vagone è pieno zeppo di gente seduta e d'altra a sedere sulle ginocchia
dei seduti e d'altra ritta nella lunga corsia di mezzo e nelle brevi
trasversali e sui piccoli terrazzi alle due estremità. Là il milionario
siede accanto al facchino del porto ed è dal conduttore invitato a
levarsi in piedi per dar posto, occorrendo, al suo vecchio domestico. Ma
da qualche elegante banchiere di Wall-Street in fuori il quale si
distingue per lo speciale vestire all'inglese, nessun europeo
giudicherebbe ad occhio che là siano rappresentate le infinite varietà
di professioni, di mestieri, di stato, di fortuna, di coltura e di
educazione, che si possono riscontrare in un popolo intero. Il gentleman
che vi siede a lato e che se appena può spiegarne un piccolo lembo,
legge imperturbabilmente il suo sterminato giornale, può essere del
pari, l'avvocato della più ricca società ferroviaria che sia al mondo, o
il commesso di un negozio di calzature, od il fiaccheraio di City Hall
Park che ha terminato il suo turno di servizio. Al più certe mani
tradiscono l'esercizio delle più grosse arti meccaniche e certi odori
quelli di speciali industrie, ma il taglio degli abiti e le stoffe
attestano in tutti la stessa cura, la stessa abitudine e quasi lo stesso
grado di agiatezza, ed i modi e le parole, lo stesso vigoroso sentimento
della eguaglianza sociale e della dignità personale.
Il forestiero che voglia conoscere sommariamente le abitudini casalinghe
degli americani, percorra la domenica in New-York una intera linea
ferroviaria dell'«Eleveted» e di preferenza quella del nono viale
(_avenue_), la quale partendo dalla punta al mare della città, sale fino
al fiume Harlem con un percorso di circa 20 chilometri. L'intero viaggio
costa cinque _cents_ americani, venticinque centesimi della nostra
moneta. Il palco della ferrovia, seguendo la graduale ascensione del
terreno, rasenta per lo più le case all'altezza del primo piano, se non
che, come giunge a certi avallamenti che solcano l'alta città, li
scavalca, correndo a norma della loro profondità lungo i secondi, i
terzi, i quarti piani e talora oltre i comignoli. Partendo dalla
Batteria cioè dalla punta al mare, il treno attraversa, dapprima la
New-York antica, la _city_ dei traffici, fabbriche altissime date dalla
terra al tetto a magazzini, a studi, a banche, a fondachi d'ogni
maniera. Ogni sera, già lo dissi, quella città plutogena che monetizza
quasi tutte le attività naturali ed industriali degli Stati Uniti, si
spopola interamente. Nessuno vi dorme. L'urgenza degli affari non
consentì che vi si introducessero i miglioramenti edilizi: le vie
rimasero strette e tortuose, le case oscure e disagiate, il lastrico
rotto e sepolto sotto uno strato di mota vischiosa e nera, l'aria
stagnante e fetida.
Ma i denari si fanno nel sudiciume e si godono al pulito. Da ciò, nei
giorni festivi il completo abbandono ed il mortale silenzio di quei
quartieri, uscendo dai quali il treno imbocca i viali fastosi e chiari e
taglia le strade numerizzate che s'aprono in sfondi di piazze e di
giardini o mostrano lontano il grande fiume del Nord, l'Hudson river,
irto di alberi, sparso di vele, solcato da mille vapori, animato dalle
altalene aeree dei «ferry boats» simili ad immani uccelli che sbattono
invano le piccole ali inette al volo. Qui mettono capo le strade della
città elegante, gigantesca metropoli di gaudenti disciplinati i quali
ignorano al certo il proverbio che attribuisce all'ozio la paternità di
ogni vizio, perchè hanno tutti i figliuoli e non ne conobbero il padre
mai. Più in alto, oltre il Central Park dove cominciano gli avvallamenti
che ho detto, sono i quartieri operai e popolari, monotoni, ma larghi,
puliti, agiati, ordinatissimi.
La domenica, chi li guarda dai vagoni dell'alta ferrovia e conosca la
condizione sociale dei loro abitanti, crede avverato in forma
Anglo-Sassone, il sogno che meritò a Faust il facile perdono. Ogni
famiglia passa l'intera giornata alle varie e spaziose finestre in
sereno e non oziante riposo. Il padre, seduto sulla sedia a dondolo, la
pipa in bocca, legge, legge, legge dalla prima alla ultima linea le
trentadue immense pagine del giornale domenicale ed un altro giornale
illustrato e del pari interminabile, occupa la madre, seduta in un'altra
sedia a dondolo, presso un'altra finestra. Se la famiglia ha un figlio
maschio e la casa una terza finestra, non mancherà il terzo giornale e
tale spettacolo va via via ripetendosi senza rinnovarsi come in una
tappezzeria figurata. Sole si sottraggono a tanta silenziosa e
didascalica felicità le ragazze, ricco sangue fiorito in bionda e rosea
bellezza, le quali, non sedute, ma appoggiate al davanzale, guardano
curiosamente in strada, sorridono ai fuggenti passeggieri dell'Eleveted,
discorrono colle vicine, occhieggiano chi le guarda, rosicchiano
mandorle, e ridono di continuo con sincera freschezza. Già, fra
parentesi, nulla è più aggraziato della balda e procace e gaia
scioltezza delle ragazze americane e della aperta compiacenza con cui
esse incoraggiano e premiano l'ammirazione espressa o tacita dei
passanti.
Quando il treno corre all'altezza dei piani superiori, dove entra più
luce, appare intero l'ordinamento e l'arredo della casa. Belle carte da
parato, pavimenti a tavole, tende ampie, una mobilia copiosa e comoda,
un'aria insomma di solida e quasi raffinata agiatezza, quale non hanno
nelle nostre città di provincia, salvo poche eccezioni, gli alloggi
dell'avvocato, del medico, del giudice, del negoziante. Si tratta, ben
inteso, di gente che vive a giornata, con salari di quattro ed anche di
tre dollari al giorno, la paga ordinaria di un operaio quale tocca al
nostro emigrante. E si tratta di gente assegnata, che non è creduta e
che non crede concedere nulla al soverchio, ma per la quale il
necessario, non deve bastare solamente al non morire, ma al vivere, e
che considera il benessere quale condizione indispensabile della vita.
Vediamoli sotto un altro aspetto.
I Macelli di Chicago sono famosi anche presso di noi. Famosi e favolosi
perchè tutti li immaginano più ordinati e puliti e meccanicamente
perfetti che in realtà non siano. In realtà essi mi parvero la più
colossale sudicieria che mente umana possa concepire. Basti dire che
quegli immensi locali dove certi mesi dell'anno si ammazzano,
dissanguano, tosano, squartano ed insaccano fino a 60 mila capi di
bestiame al giorno, sono tutti fabbricati a palchi, colonne, tramezzi e
scale di legno. I vapori del sangue impregnano tutti i pori delle pareti
e dei soffitti, gli spruzzi, i rivi di sangue inzuppano i trogoli, i
tini, i banchi, le colonne, le tavole del pavimento ove depongono una
mota bruniccia, pestifera, lubrica e vischiosa che le frequenti lavature
non sciolgono e non spazzano, ma fanno più sottilmente compenetrare
colla fibra lignea. E per giunta, locali bassi e insufficienti, onde gli
operai ci stanno pigiati ed i visitatori devono patire stomachevoli
contatti: e poche finestre, dalle quali scende sulle brune pareti una
luce incerta che i vapori esalati dalle acque bollenti e dalle carni
palpitanti oscurano ancora.
In tali ambienti si aggirano centinaia di operai intesi ognuno a
speciali bisogne e costretti dallo incalzarsi meccanico delle successive
operazioni ad un lavoro furioso e senza posa. Quei disgraziati non hanno
nè faccia nè corpo d'uomo. Il viso contratto dall'invincibile disgusto,
da un energico irrigidimento volitivo e dalla ebbrezza sanguigna che li
accanisce, l'occhio continuamente sbarrato dallo sforzo visivo per
discernere nella penombra il punto preciso dove assestare il colpo dello
squartatoio, l'untume rossastro e lucente che invischia loro la fronte e
le gote, il sangue raggrumato che indurisce la barba ed i capelli, i
movimenti rapidi e bruschi onde gettano ai vicini i pezzi squartati,
tutto ciò fra il fumo, il tanfo, gli urli e le strida gorgoglianti, dà
loro un aspetto che non ha nulla di umano, che sta al disotto di quella
stessa animalità ferina che essi distruggono con tanto formidabile
eccidio. E il vestire! Blusa e pantaloni di tela incerata gialla, così
dura che essi devono camminare a gambe larghe e sbracciarsi per il
menomo gesto, e da capo a piedi macchiata, rigata di sangue e colante
sangue, ed immerso il basso dei pantaloni nella poltiglia sanguigna, sì
che ogni passo manda spruzzi, ed il piede staccandosi a stento dal
suolo, rende suono di succhiamento e leva bolle che sembrano vivi
tumori.
Fuggiti a quella bolgia l'orrore e la nausea vi perseguono gran tempo
per le vie soleggiate e nei giardini, vi turbano il sonno e per alcuni
giorni vi svogliano d'ogni cibo che non sia vegetale. Ma se vi basti
l'animo di appostarvi alla estrema uscita di quello intricato viluppo di
corsìe, di staccionate, di palchi, di baracche, di viadotti che occupa
uno spazio di terreno grande quanto Milano, la vista che vi aspetta sul
finire della giornata, vi darà un giusto concetto della multiforme vita
americana.
Mezz'ora dopo cessato il lavoro si spande fuori del recinto una folla
signorile di gentleman che uno dei nostri damerini principianti
prenderebbe a modello di eleganza sportiva. Sono bei giovani alti e
biondi, coi baffetti incerati, i solini ingommati, le vistose cravatte,
le giacchette a scacchi all'inglese, il pastrano color nocciuola dalle
costure sovrapposte, i calzoni chiari, il piccolo cappello duro, o
uomini maturi in soprabito nero ed in tuba, e tutti così composti e
gravi e che li direste usciti da un club aristocratico dove si giuochi
nobilmente al Macao o da un concerto di musica classica a venti lire il
biglietto. Chi più riconoscerebbe in quei raffinati i macellai e gli
scorticatori di poc'anzi, i quali deposti i gialli indumenti e
disgrassatesi le mani, le braccia ed il viso, si dispongono ora a godere
al pulito i danari guadagnati nel sangue e nel sudiciume? Essi
sopportano il ripugnante e faticosissimo lavoro, ma non saprebbero
rinunziare a quegli agi che reputano necessari alla vita da quanto il
materiale sostentamento e l'alloggiare al coperto. Macchine finchè
l'opera dura, vogliono riprendere al suo cessare una umanità superiore a
quella dei negri e dei pelli rossi. Noi riconosciamo noi tutti il
progredire di una razza dai suoi moltiplicati bisogni? Nati da un popolo
che ignora l'ozio, essi accettano la disuguaglianza delle fatiche, a
patto di raggiungere una relativa eguaglianza di beni. Membri di una
società che sa utilizzare tutte le attività umane, l'avvenire della
famiglia non li impensierisce; come il padre lavorò e lavora,
lavoreranno i figliuoli e l'oggi non ha minori diritti che il domani.
Apprezzano e praticano il risparmio del soverchio, ma il loro soverchio
comincia oltre l'agiatezza, non oltre la povertà. Le privazioni che
degradano l'uomo, che gli lesinano un sostanziale nutrimento, che lo
espongono ai rigori delle stagioni, che lo disarmano contro le asprezze
della vita, che lo umiliano nel cospetto dei suoi simili, sono a loro
giudizio veri e proprii delitti di lesa umanità. E vi riconoscono il
segno di una razza inferiore e decaduta.
*
* *
Diamo ora uno sguardo sommario ai quartieri italiani di New-York ed alla
vita, l'infima vita di troppi italiani in Chicago. Ho detto che a
New-York la bassa città non vive che ai traffichi e che la sera tutti
l'abbandonano. Ciò è vero in generale degli americani, non dei cinesi e
degli italiani dei quali i confinati quartieri stanno appunto nella
città bassa, presso i cinque punti, dove sono le viuzze più strette e
malsane e le più orribili e rovinanti catapecchie.
È impossibile dire il fango, il pattume, la lercia sudiceria, l'umidità
fetente, l'ingombro, il disordine di quelle strade. La gente ci vive
all'aperto, segno, dato il clima inclemente, che peggio sono i locali
interni, dei quali io non vidi se non quanto mostravano le buie botteghe
e che mi svogliò d'ogni maggiore curiosità. Anche là come in Napoli il
cielo è ragnato dalle frequenti distese di panni sciorinati tra l'una
casa e l'altra. Ma quali panni ed usciti da quale bucato! se pure non li
stendono al sole per seccarne il lordume. Uomini cenciosi, sucidi,
sparuti, vanno intorno faticosamente d'una in altra bottega o si
aggruppano all'entrata di quelle birrerie dove è loro servito il
fondugliòlo inacidito delle botti di birra smaltite nei sani quartieri
alla gente sana. Sul passo degli usci, sui gradini delle scalette, su
sgabelli di legno o di paglia nel bel mezzo della via, le donne mettono
in mostra tutta quanta la loro compassionevole vita domestica.
Allattano, cuciono, mondano le verdure avvizzite, solo condimento della
loro minestra, lavano i panni negli unti mastelli, si strigano e
ravviano a vicenda i capelli. Ciarlano, ma non fanno il cinguettare
allegro ed arguto delle viuzze di Napoli, bensì un non so quale
cruccioso pigolìo che stringe il cuore.
A volte un ingombro di carrette (in quelle strade le vetture non passano
mai), le costringe a levarsi ed a raccogliere in furia quelle poche
robe, e allora sono urli e bestemmie del carrettiere e strilli ed
improperî di tutto lo sciame femminile. Passano certe vecchie sfigurate,
portando a stento i cestoni delle immondizie. Vana fatica! Tutto quanto
vi circonda: i panni che la gente indossa, le mercanzie esposte, le
frutta, gli erbaggi, le carni ingiallite ed incartapecorite che pendono
all'uncino presso le beccherie, i mobili che s'intravvedono negli aperti
stambugi, perfino i sordidi biglietti di banca italiani ed americani
allineati nelle vetrine dei frequenti banchieri, perfino i mostruosi
ritratti di Re Vittorio, di Garibaldi e di Umberto e le bandiere
tricolori che pendono a quasi tutte le finestre ed inquadrano l'entrata
delle botteghe e vi fanno svolazzo, ogni cosa, ogni cosa non dovrebbe
essere gettata al mondezzaio? Quelle bandiere vi danno insieme un senso
di tenerezza e di vergogna patria. Quella gente così duramente provata,
ha dunque mente ancora alla remota terra nativa e frammezzo a tante
urgenti e dolorose realtà può essa ancora compiacersi della sua immagine
simbolica? Ma non umiliano esse ad un tempo la patria che riduce i suoi
figli ad appagarsi per minor danno, di così squallida miseria? Gli
innumerevoli strozzini che invescano quei disgraziati e li dissanguano,
primo e permanente argomento della loro abbiezione, adornano anch'essi
con bandiere le immonde tane cui danno il nome di Banche. E a più
vistosi drappi, più accorte trappole. Stanno sulla soglia del banco,
fissando sui passanti un dolce sguardo adescatore e sorridendo loro con
cupida bonarietà.
Ma la vista più dolorosa è quella dei bambini gettati seminudi
all'aperta via. Chi non conosce il clima di New-York non può concepire
la tristezza di tale spettacolo. Io visitai quelle strade verso la metà
di novembre e le piccole creature non indossavano che la camicia.
L'ultima domenica di novembre avemmo in New-York uno squilibrio di
temperatura di 30 gradi. Il mezzodì erano 18 gradi centigradi sopra, la
sera 12 sotto lo zero. Uno strato di ghiaccio vivo incrostava le strade.
Sempre quando irrompono dal Canadà e dall'Alasca, i tremendi cicloni che
dall'Atlantico manda già rabboniti alle coste occidentali d'Europa,
New-York trapassa di colpo dalle arsure estive ai rigori invernali. La
bufera non si annunzia con tuoni e lampi che d'altronde i fragori della
industre città e la strettezza di quelle strade non lascerebbero
altrimenti avvertire. Il turbine si scatena improvviso nella placida
gaiezza dell'aria soleggiata. Pensate quei bambini! Chi riesce a
superare quelle prove mortali potrà adulto sfidare tutti i mari e tutti
i deserti, ma quanti ci restano al primo urto, o trascinano per una
fiacca giovinezza acciacchi senili, finchè un alito di brezza li spegne!
Tali miserandi spettacoli non s'incontrano ben inteso che in quelle
poche strade dove si agglomera la feccia della emigrazione italiana, pur
preferibile di cento volte alla feccia della irlandese la cui
degradazione procede da stravizi, non come avviene dei nostri, da virtù
disperate, da pregiudizi economici e da ignoranza. E non è a credere
nemmeno che là dimorino tutti nè, non di gran lunga, la maggior parte
degli italiani. Sono italiani in Nuova York ed in Brooklyn, gran parte
dei muratori, degli scalpellini, degli stuccatori, degli imbianchini,
moltissimi parrucchieri e garzoni di caffè, quasi tutti i negozianti di
frutta, dai maggiori fissati in ghiotte e sontuose botteghe, a quelli
che vanno intorno colle paniere e col carrettino, e fino a pochi anni
addietro, tutti i lustrascarpe. Costoro dimorano per lo più dispersi,
come il lavoro richiede, nei vari quartieri della città e, dall'aria
borghese in fuori che i più non sanno o non vogliono pigliare, vivono su
per giù da quanto gli americani. Se non che una certa minuziosa cura di
risparmi, una frugalità che rasenta la privazione, quel meticoloso
disputare il centesimo, il vestire trasandato, l'alloggiare in molti
nello stesso locale non spazioso nè comodo, e mille altre pratiche
parsimoniose, fanno sì che i più schifiltosi americani riconoscano in
essi, già migliorata se vogliamo al proprio contatto, quella stessa
razza che ammorba le strade di Baxter e di Mulberry e vi pianta in
lacere e lercie bandiere il segno della propria nazionalità.
Chicago non ha, ch'io sappia, quartieri dati in modo speciale agli
italiani, onde lo spettacolo della nostra miseria, va cercato un po' da
per tutto e più nell'esercizio di certe infime industrie che solamente i
nostri connazionali patiscono di esercitare. La più comune, consiste nel
ribruscolare fra il lezzume ammassato presso i grandi depositi di
cereali, le concerie, gli scali d'imbarco e le stazioni ferroviarie. È
industria di vecchie donne delle nostre provincie meridionali andate in
America col marito e coi figliuoli. Questi attendono all'arte loro od ai
negozi; esse passano, piova o nevichi, l'intera giornata fra le
spazzature per riportarne la sera, a farla grassa, il valore di pochi
centesimi. Cartaccie, ritagli di cuoio, cenci, chiodi, bullette, pezzi
di lamiera, fili di ferro, quanto è ultimo vilissimo rifiuto della
grossa vita industre e meccanica, tutto raccolgono ed insaccano. Un paio
di ciabatte, una blusa a brandelli, un'ampolletta con dentro il
rimasuglio di ignoti rimedi sono ai loro occhi veri tesori. Chi può
fissare l'estremo limite del servibile e dell'inservibile? Calzeranno le
ciabatte, indosseranno la blusa: l'eterno femminile non ha, in esse,
esigenze di vestire. E al primo malore ingoieranno il rimedio, persuase
di ficcargliela al medico del rione. Non le nutrisce anche il
mondezzaio? Io ne vidi addentare gustosamente certi avanzi di patate
succherine raccattati fra la spazzatura. Dio sa, quelle patate da quanti
giorni erano cotte e come inacidite! Sedani, carote, cavoli vizzi e
raggrinziti, mele fradicie, quanto le più povere cucine diedero per
disperazione al corbello dello spazzaturaio, è loro pasto quotidiano.
Hanno i loro punti fissi, sui quali vantano un rispettato diritto di
possesso e che occupano ogni giorno in squadre di cinque o sei ed anche
più. Uscendo dall'albergo io solevo per entrare in città costeggiare un
tratto di ferrovia, indi un praticello triangolare dato appunto a mucchi
sempre rinnovati di tritumi e di immondizie. Ci passavo la mattina per
tempo: le vecchie erano già al lavoro; ce le ritrovavo tornando verso il
mezzodì: riuscivo verso le due, rincasavo verso le sei, le vecchie erano
sempre là curve, sedute, inginocchiate nel fango o nella polvere.
Raspano e sparnazzano come le galline. A volte ci stanno a piedi nudi
per giovarsi del tatto e dare l'occhio intanto a punti discosti. Poco
innanzi che io giungessi a Chicago, ne era morta una di tetano per
essersi lacerato un piede ai denti di un foglio di latta. Ho voluto
discorrere con esse. Quella cadenza lunga e smorzata della parlata
napoletana, era così triste, in quel luogo, sotto quel cielo, uscendo da
quelle misere labbra! Domandai loro se non avrebbero guadagnato di più
rimanendo in casa, a far calze, a rammendare panni, a qualsiasi altro
mestiere.
— E questo, chi se lo piglia? — rispose una, mostrandomi il mucchio.
Ecco il secreto di tanta tribulazione: il timore che alcuna infinitesima
particella di ricchezza vada perduta. Guadagnerebbero di più a più sani
e puliti lavori, ma quel minuscolo valore le attira. È l'adorazione
cieca e materiale delle cose, astrazion fatta ad ogni pratica
applicazione.
Potrei raccontarne per delle ore, ma passando di uno in altro patimento
e dalla vecchiaia alla infanzia, sarebbe sempre la stessa miseria.
Miseria, non povertà, perchè il misero stato di quei disgraziati non
procede da insufficienza di mezzi. Così in Chicago come in Nuova York,
la gente valida guadagna, soldo più soldo meno, dai tre dollari al
giorno, e molti arrivano ai quattro e taluni ai cinque. Il dollaro vale
cinque lire e venticinque centesimi. E non è a credere che il prezzo
delle derrate cresca in proporzione della unità di moneta, così che il
valore commerciale del dollaro in America, pareggi quello della lira in
Italia. Questo dicono molti, ma non è. Certi oggetti di lusso, costano
il doppio, il triplo del prezzo nostrano, ma sono rarissimi. I nostri
guanti a cinque lire ne costano dodici a Nuova York, il cappello a
cilindro inglese che si paga a Roma 25 o 30 lire, costa a Nuova York 10
dollari. Costano un dollaro l'ora le vetture di piazza. Ma la retta nei
primissimi alberghi, di gran lunga più comodi, che i migliori europei, e
più abbondante il vitto e libera l'ora dei pasti, non è più cara che in
Europa. In Europa il prezzo varia dalle 12 alle 15 lire al giorno, a
Nuova York è di tre dollari al _Fifth avenue hotel_, che è vantato fra i
più splendidi degli Stati Uniti.
Se poi dagli splendori della vita elegante, scendiamo agli agi della
comune, le differenze di costo si fanno anche meno sensibili. E quanto
agli oggetti di primissima necessità, non c'è od è minima differenza.
In complesso la vita costa di più, perchè raccoglie una maggiore somma
di bene. Il nostro emigrante poichè accetta di tribolare in America,
quanto tribolava in Italia, se la cava con 25 o 30 soldi italiani al
giorno. Ma appunto questo suo volontario tribolare, è cagione che
l'americano lo derida e lo disprezzi. Nè i molti italiani che vivono con
più umana larghezza bastano a cancellare la triste impressione lasciata
da quei nichilisti della vita.
Dei caratteri proprii di ogni razza, il comune delle genti non sa e non
può considerare che gli estremi: quelli soli sono essenzialmente
differenziali, e quelli soli informano il concetto che si fissa nelle
menti dell'universale. Le profonde differenze etniche non possono essere
avvertite da quel popolo, che nacque e cresce mediante la fusione di
tante razze disparate anzi degli elementi più indomabili, più
incontentabili, più audaci, più smaniosi de' godimenti, più anelanti
alla piena vita che fossero e siano in ogni razza. Perciò agli occhi
degli americani, l'italiano che veste, alloggia, si nutrisce ed a suo
tempo riposa al pari di essi, è un cittadino della Unione il quale parla
una lingua diversa dalla loro. Ma quell'essere rassegnato, umile, domato
dalle astinenze, accanito ad un lavoro senza posa, che in tanto emporio
di beni, possedendo i mezzi di conseguire la sua parte, ne fa volontaria
rinuncia, che accetta di abitare nel lezzo quando potrebbe al pulito,
che degrada col lurido vestire la nobiltà delle forme umane, che riduce
insomma ad un _minimum_ appena compatibile colla vita i bisogni della
vita, quello non è un uomo della loro razza, anzi della loro umanità.
D'onde viene? — Dall'Italia. — Tali sono dunque gli italiani? — Ecco
formata la leggenda.
Che sanno essi della famiglia lontana, dei figli e delle mogli i quali
aspettano la lettera con quei pochi quattrini per comperare il pane e
pagare il fitto di casa? E del bisogno imperioso di raccogliere un
peculio onde riscattare le terre vendute? Essi ignorano le urgenti
strettezze che fanno eroica la rassegnazione di quei disgraziati. Ma le
conoscessero pure, io credo tuttavia che non terrebbero in gran conto
quello speciale eroismo. Ogni popolo chiama virtù e pregia sopra tutte
le qualità che meglio si confanno colle sue naturali inclinazioni, che
più direttamente conferiscono all'adempimento dei suoi destini. Il
popolo americano sa e sente che egli deve ancora compiere la conquista
del suo sterminato continente e popolarlo e dissodarlo. Ora ai
conquistatori giovano sopratutte le qualità attive. A me parve di
scorgere che gli americani compatiscano ai vizi attivi più di quanto
pregino le virtù passive. Ma a voler chiarire la cosa andrei troppo per
le lunghe. Ho voluto mostrare come fosse spiegabile e dal loro punto di
vista giustificabile, il misero concetto in cui gli americani tengono
molta parte della emigrazione italiana.
Ma noi che ne conosciamo le condizioni domestiche dobbiamo fare di quei
nostri connazionali ben altro giudizio. Se il concetto della vita
terrena è più elevato, più alto, e più umano in America che in Italia,
non è colpa loro. Siamo noi che scriviamo i libri e le riviste, siete
voi che li leggete, quelli cui tocca pensarci. È innegabile che parte
della loro miseria è frutto di ignoranza. Ma è certo altresì che la
maggior parte dei loro patimenti sono un esercizio di virtù ardua e
forte. È bello ragionare di etica sociale chi è sicuro dell'oggi e del
domani, di sè e dei suoi.
Dal mio piccolo paese canavesano, partirono il Marzo del 93 per
l'America, tre ottimi lavoratori, lasciando a casa, mogli, figliuoli e
debiti. Laggiù, appena sbarcati, si allogarono nella miniera di
Primerose, in Pensilvania. La paga era buona: sfido! Nessuno del luogo
osava più scendere in quei pozzi che già una volta una vena d'acqua
aveva allagato, affogandovi dentro gli operai. Ora la vena, saldata, non
dava che stille e s'erano ripresi i lavori. I direttori sapevano il
pericolo ma, _business is business_, la duri fin che può. E la durò
poco. Il 20 di Aprile, si ruppe un'altra volta la vena, e quanti erano
sotto ci rimasero. I miei compaesani erano stati sul lavoro otto giorni;
vale quanto dire che non lasciarono un quattrino. Io conosco le loro
famiglie e vedo ora di che morte vivono. Mentre stavo descrivendo la
disgustosa abbiezione di tanti nostri emigranti, non potevo trattenermi
dal pensare che se quei tre infelici avessero avuto tempo di dare ad
altri il tristo spettacolo che altri diedero a me, a quest'ora i loro
figli e le vedove avrebbero assicurato per la vita, un pezzo di pane.