CAPITOLO VI.

Da New-York al Niagara.

(Appunti di viaggio).

_In treno._ — Scrivo questi appunti mentre il treno vola da New-York a

Buffalo. Il verbo volare dice la velocità e la deliziosa sensazione di

moto ondulato che danno le molle di queste impareggiabili vetture. Non

tremori nè sossulti, ma uno scivolare dolce con alterni, larghi e tenui

sollevamenti come di onda. Seggo ad un tavolino fornito di ogni

bisognevole per scrivere, di fianco ad un'ampia finestra dai vetri puri

e tersi, onde lo sguardo spazia largo sulla fuggente campagna e ne

raccoglie nitidi gli aspetti. Non tutti i viaggiatori godono, s'intende,

di queste singolari comodità, ma tutti se le possono procacciare

mediante il prezzo supplementare di un dollaro al giorno. Il treno ha

una sola classe di posti, ma non già all'uso europeo che ammette ai

treni direttissimi le sole vetture di prima classe, bensì all'americano

che non consente differenze di classe mai. Solo si fanno, ad uso degli

emigranti, che vanno per lavori manuali in gran numero ad una unica

destinazione, certi treni speciali a prezzi ridotti e di modesta ma non

incomoda fornitura.

La linea che sto percorrendo è la New-York Central, la quale rimonta

sulla riva sinistra il corso dell'Hudson, e per Albany capitale dello

stato di New-York, e per Buffalo e costeggiando il lago di Erié fino a

Toledo mette capo a Chicago. Il treno è tutto composto di lunghissime

vetture uscite dai cantieri del Pullmann, di quel Pullmann, che padrone

di una intera città operaia chiamata col suo nome, ascrisse a grande

ventura l'esser nominato cavaliere della Corona d'Italia, tanto sono

ghiotti di onorificenze straniere questi iconoclasti americani che non

ne vollero istituire in casa loro. Sono in viaggio da tre ore, e già ho

potuto notare ed accertare questo fatto caratteristico: che le stazioni,

i ponti, i viadotti, le trincee, tutte le opere stradali nelle quali noi

profondiamo tesori per dar loro in realtà od in apparenza una secolare

stabilità e per abbellirle con disarmonici finimenti, sono qui costruite

con asciutto accorgimento del loro uso e della loro durata. Ciò prova

che gli americani hanno del viaggiare un concetto più progressivo del

nostro. Le nostre opere definitive sembrano attribuire alla industria

dei trasporti uno sviluppo maturo, le loro provvisorie le mostrano non

uscita ancora dal periodo iniziale. Quando si rifletta che è viva e non

decrepita molta gente che potè vedere l'esperimento della prima

locomotiva, e moltissima che ricorda l'incredula ilarità onde ne fu

accolta la notizia, si è indotti a credere che gli americani siano più

giudiziosi di noi. Le rozze e disadorne opere stabili, ed il sontuoso

apparecchio delle vetture, mostrano come essi intendano alla comodità ed

al lusso, dove questi possono indurre un sensibile accrescimento di

benessere, e non curino di attenuare i disagi, là dove la loro

attenuazione non scemerebbe in modo sensibile la somma delle impressioni

sgradevoli.

È chiaro che la noia delle minute brighe che ricorrono nello

attraversare le stazioni non è punto attenuata dallo attendervi in

locali tutti marmi, affreschi e dorature, anzichè sotto una tettoia

ischeletrita e nuda come la baracca di un accampamento. Ed è chiaro del

pari che il viaggiare in vetture spaziose, alte, bene aerate l'estate,

bene riscaldate ma non soffocanti l'inverno, il potervi sgranchire le

gambe camminando su e giù, per via di passaggi coperti, quanto è lungo

il treno, lo stare coi fumatori quando fumate, ed il passare in più

spirabil aere quando avete smesso, il mutare di posto e di vicini,

l'avere sempre in ogni vettura, ad ogni momento, a portata di mano, un

bicchiere d'acqua pura e ghiacciata, il potere scrivere lettere e

telegrammi su carta e con penne ed inchiostro forniti dalla azienda

ferroviaria ed impostarli affrancati mentre il treno corre, sicuri che

alla prima fermata, fosse d'un minuto, essi saranno debitamenti raccolti

ed avviati al loro destino, il trovare all'ore prefisse e senza

dovercisi strozzare per la fretta, nè scendere di carrozza, e non cari,

i pasti quotidiani, e la notte, senza squattrinarsi dei letti dove

dormir fra le coltri, e la mattina un buon lavabo rinfrescatore, ed allo

scendere, un moro che vi spolvera e spazzola i vestiti, sono altrettanti

positivi e ponderabili accrescimenti di benessere.

Questo _Parlor-car_ dove sto scrivendo ha due scomparti. Uno, il

maggiore, dato al conversare, l'altro allo scrivere ed alla lettura. Qui

scrivanie fisse e sedie giranti come alle tavole dei piroscafi, là

poltrone mobili che i viaggiatori dispongono a piacimento, o

appartandosi a goder le vedute, o in circoli serrati per conversare, e

tavolini leggieri per servizio di caffè e di liquori. Libri, giornali,

riviste illustrate sparsi intorno a profusione. Gran lastre di cristallo

formano i fianchi del vagone, onde par di viaggiare all'aperto.

Bello e maestoso l'Hudson, largo quanto il lago di Como, corrente fra

piccole montagne frastagliate da mille seni, piombanti qua e là a picco

nell'acque, coronate di foreste impenetrabili, spianate sui fianchi da

morbidissimi prati. È il mese d'ottobre. Le foreste hanno un rosso

colore di fiamma viva, assai più ricco e fastoso del nostro giallore

autunnale, e così robusto che sembra esprimere la pienezza vegetativa

della giovane estate. Si direbbero oleandri o rododendri in fiore. Sotto

il cielo verdognolo del crepuscolo, sui prati smeraldini, sull'acque

grigie e rotte, quella gagliarda fronda purpurea, rende come bagliori di

incendio. Ai nostri occhi è un paesaggio inverosimile ed eccitante. Nel

fiume ondoso come laguna in tempesta, vanno e vengono di continuo

vapori, velieri, zattere macchinose per enormi cataste di alberi e

guizzano temerarie barchette. Fischi, rombi, squilli, grida, voci,

echeggiano di continuo nell'aria. Sulla riva opposta del fiume, passano

ogni dieci minuti convogli interminabili, dal pennacchio fumoso che sale

pei colli e si lacera e svanisce nelle rosse fronde. S'avventano nei

tunnel, ne sbucano, s'imbattono fuggenti per opposti versi, salutandosi

con rauchi ruggiti rabbiosi. Sui promontori, o sulle spianate del monte

qualche villa a guglie dorate, o gruppi di alberghi imbandierati. Nessun

casolare e pochi villaggi, e quei pochi, distesi allineati in desolata

uniformità, le case a dado, tutte d'una forma, di una misura e d'un

colore, altrettante vite individue, senza comunione di vita. In una

stradicciuola fra i prati, vedo camminare un uomo alto, ed un ragazzino

di otto anni forse, tenendosi per mano: s'avviano verso una fila di case

schierate a mezza costa ed hanno l'aria di dimorarvi tanto ci vanno con

passo posato ed abitudinario. A chi attraversa come io faccio, in gran

furia, un paese lontano ed ignoto, tali sprazzi di vita intima e

tranquilla, fanno un senso di malinconica meraviglia. Qui poi al paese

intorno manca ogni aspetto domestico. La campagna solitaria non mostra

visibili traccie dell'opera agreste; non domata, non ingentilita dalle

colture, non scompartita in poderi, non rigata dai solchi, essa esprime

la solennità augusta delle forze primitive.

L'americano è in viaggio accostevole, facile e piacevolissimo compagno.

Non importuno ad attaccar discorso, è premuroso a fornire notizie

intorno ai luoghi, alle industrie, alle genti, alle usanze ed ai

costumi. Non ostante il formidabile orgoglio ond'egli si tiene di gran

lunga superiore agli europei d'ogni nazione, egli non sa nascondere un

senso di riconoscente compiacenza nell'imbattersi in europei curiosi di

visitare il suo paese. Ne ascolta con deferenza le critiche discrete, si

beve beato l'elogio che cerca per modestia di attenuare quasi a ricambio

di cortesia. Brusco e duro, dicono, agli affari, gli ozi forzati del

viaggio lo tornano gaio e senza pensieri.

Nel _dining car_ il caso mi colloca quarto ad una tavola, con tre

signori di magnifico aspetto. Oggi stesso il _New-York Herald_ ha

pubblicato un mio ritratto, e mi ha annunziato viaggiante alla volta di

Chicago. Io desino in silenzio: essi discorrono allegri in inglese, con

quell'accento arrotondato degli americani, che ne rende bensì più chiaro

l'intendimento, ma non quanto basti alla mia scarsa conoscenza della

lingua ed all'assoluto difetto di parlata. Tuttavia ad un punto, più

agli occhi che alle parole, mi pare di accorgermi che essi accennino

alla mia persona. Alle frutta, uno di essi ordina una bottiglia di

Champagne, ed il moro, al suo cenno, ne mesce a me pure.

— _Bella Italia,_ — mi dice quel signore, levando il bicchiere. Il

saluto, il nome della patria, l'inattesa cortesia, mi danno una scossa

al sangue. Mi ravvisarono alla imagine pubblicata dal giornale. Quegli

che ordinò lo Champagne è di origine italiana, e non remota. Si chiama

Rapallo (bisogna sentire com'egli pronunzia quel nome) ed è giudice a

New-York. Suo nonno venne giovane in America da quella città ligure onde

portava il nome e non rimpatriò mai più, e già il figlio ignorava

affatto la dolce lingua paterna, figurarsi il nipote. Tuttavia, il

ricordo dell'antica terra Enotria ch'egli non conosce, lo mosse a

salutarmi col biondo vino. Chissà da quale infantile fondo di memorie,

egli trasse le parole: Bella Italia! — Quale suono ebbero per me quelle

parole! — Certo nella nostalgia che mi opprimeva, un vero ed attuale

italiano e parlante con purezza la lingua italiana, non mi avrebbe dato

a vederlo ed a discorrere tanta poetica gioia, quanta me ne diede

quell'americano stupito forse di trovarsi sulle labbra il nome della

avita patria obliata.

_Alla stazione di Buffalo._ — Noto la storia delle origini di questa

città veramente americana. Sul principio del nostro secolo, un quacquero

caritatevole ed immaginoso escogitò un ingegnoso mezzo di far danaro.

Egli mandò in giro con firme false cambiali per il valore di dieci

milioni, che pagò puntuale alla scadenza mediante nuove maggiori

emissioni. Largo, anzi magnifico spenditore, prodigo di ricchezze ai

compagni, impiegò le somme così carpite, alla costruzione di una città

sulle rive del lago Erié. Ma a mezzo dell'impresa, fu scoperta la frode,

ed al quacquero tradotto in giudizio, toccarono dieci anni di carcere.

Spirato il termine della pena, i compagni che nel frattempo avevano

trovato modo di compiere le fabbriche da lui iniziate si recarono in

folla alla prigione ad accoglierlo uscente. Lo portarono in trionfo per

le vie acclamandolo fondatore e padre della nuova città. Se Buffalo

produrrà e meriterà un Tito Livio, come ne saranno narrate le origini?

_Détroit sul lago St. Clair._ — Bella città ridente e pulita senza

stridori di macchine nè fumo di opifici. E delizioso albergo questo

_Russel Hotel_ donde dalla finestra della mia stanza, nello sfondo della

via breve e spaziosa, vedo il lago, ed oltre il lago, i tenui colli

della riva canadese. Città riposante dove nulla colpisce in modo

eccessivo, nè gli occhi, nè la mente, e riposante albergo non servito

Dio grazia, da quei frenetici mori che s'incontrano in quasi tutti gli

altri alberghi americani e vengono tosto a noia per i motti a scatto e

la screanzata famigliarità. Non ostante l'uguaglianza dei diritti

sanzionata dalle leggi, negli Stati del Nord, i mori sono tenuti in

condizione di assoluta inferiorità ed adibiti ad opere servili. Mentre

nella Virginia, nella Carolina, nella Florida, nell'Alabama, nel

Mississipi s'incontra moltissima gente di colore in condizioni civili e

non poca ricchissima, che vive a paro a paro coi bianchi ed anche lì

spadroneggia, negli Stati di New-York, nella Pensilvania, nell'Illinois,

nel Massachusetts perdura, rispetto alla razza negra, un sentimento di

ripulsione violento ed invincibile. Molti alberghi di Boston, di

Filadelfia, di Washington respingono gli avventori negri anche se ci

capitano con gran sfarzo, con un codazzo di servitori ed a suono di

dollari d'oro. E sì che gli alberghi americani, così impersonali come

sono, sanno più di piazza pubblica che di casa privata.

Gli alberghi americani meritano davvero un cenno speciale. Di gran lunga

più perfetti e più economici dei nostrani, quando il viaggiatore si

pieghi agli usi del paese, essi riescono incomodi e costosissimi a chi

voglia viverci all'europea. I nostri sono informati al pregiudizio

aristocratico anzi plutocratico che governa ancora in Europa quasi tutte

le relazioni del minuto commercio. Presso di noi chi spende il danaro è

persuaso di stare al disopra di quegli che lo riceve in cambio di

prestazioni d'opera e di prodotti. Chi mette mano alla borsa, suole

assumere per lo più una cert'aria di degnazione protettrice e pretendere

dal fornitore, in aggiunta della merce, una dose di riconoscenza. In

America lo scambio del danaro colle opere e coi prodotti non modifica in

nessun modo il profondo sentimento di eguaglianza che è in tutti i

cittadini dell'Unione. Dai più umili ai più fastosi negozi l'avventore è

accolto con grazia, ma senza smancerie premurose. Dove qui s'incontra

una premura servile, là se ne incontra una servizievole. Così

nell'entrare all'albergo non inchini, non sberrettamenti, non sorrisi

adescatori del proprietario o dei suoi commessi. Se all'albergatore

occorrono i clienti, a questi occorrono l'alloggio e la tavola: pari

pari ognuno dà, ognuno riceve. Le ragioni di contatto fra il viaggiatore

ed il personale direttivo e quello di servizio, vi sono ridotte ai

minimi termini. L'albergo americano è ordinato a modo di una grande

macchina ingegnosissima e spedita, che ogni viaggiatore deve saper

mettere in moto. Le prestazioni personali fuori del movimento normale vi

hanno un'azione tarda ed impacciata e conducono ad un aumento notevole

di spesa. Il viaggiatore ha a portata di mano quanto occorre a' suoi

bisogni, ne faccia profitto e basti a sè. Presso di noi il proprietario

od il conduttore dell'albergo, e più il portiere, esercitano sul

viaggiatore, una specie di tutela continua e domestica, che sopperisce

alla sdegnosa ignoranza della vita pratica e alla schifiltosa pigrizia

della gente a modo. Il portiere dei nostri alberghi, deve fare l'ufficio

di un _vade-mecum_ universale. Vi indica i migliori magazzeni, vi

suggerisce la gita più adatta alla giornata, vi consiglia lo spettacolo

preferibile. Gli affidate il biglietto che un amico verrà a ritirare fra

un'ora, gli date l'incombenza di pagare la carrozza che vi ricondusse a

casa, lo chiamate arbitro nelle dispute che sorgessero fra voi ed il

cocchiere, gli richiedete insomma mille piccoli servizi protettori, i

quali vi cansano bensì noia e fatiche, ma vi impediscono la perfetta

conoscenza dei luoghi che andate visitando e vi frustrano in gran parte

della utilità del viaggio. Questo non può avvenire negli alberghi

americani, dove tutto il piano terreno appartiene, non agli ospiti, ma

al grandissimo pubblico, e dove tale è la ressa continua delle genti e

l'urgenza degli affari, che quanti ci tengono uffici speciali, hanno

incombenze preordinate, precise, rigorose, e non possono attendere che a

quelle.

Il piano terreno degli alberghi americani è una succursale della

pubblica piazza. E non parlo dell'atrio solamente, ma delle sale

sontuosissime, date alla lettura dei giornali, al riposo, al conversare,

allo scrivere, degli spacci di liquori e sigari, dell'ufficio

telegrafico, e dei locali per lo più sotterranei destinati alla pudica

pulizia ed igiene pubblica. Vi sono alberghi dove zampilla nell'atrio, a

comodità di quanti passano per la via, una fonte d'acqua ghiacciata

purissima, cui tutti possono attingere senza costo di spesa. Qui

all'_Hotel Russel_ è così data al pubblico una fonte d'acqua gazosa

naturale. Chi aggirandosi per la città è preso da stanchezza, entra nel

primo albergo che gli capita, parlo ben inteso dei maggiori, va alla

sala di conversazione, che apre spaziose vetriate sulla via, e vi si

adagia in comodi seggioloni. Nessuno gli domanda, donde venga nè perchè.

La casa appartiene al pubblico. Gli amici, gli uomini d'affari vi si

danno convegno. Chi vuol scrivere lettere, trova sulle ampie tavole

l'occorrente: quando la carta venisse a mancare ne richiede al commesso

che si affretta a fornirgliene in copia. L'intestazione portante il nome

e la veduta dell'albergo, ripaga al proprietario la spesa con

altrettanta _réclame_.

La retta nei grandi alberghi americani, varia dai tre ai cinque dollari

il giorno, cioè dalle quindici alle venticinque lire. Ma quando si pensi

che in parecchi Stati dell'Unione il _minimum_ dei salari è fissato

appunto in tre dollari al giorno, si deve riconoscere che quei prezzi

non sono cari. Quando poi si ponga mente alle comodità raffinate ed al

vivere lauto cui corrispondono, essi appaiono modicissimi. In New-York,

costa tre dollari al giorno, la dimora, il vitto ed il servizio, al

_Fifth avenue hotel_, o Albergo del quinto viale, uno dei più centrali,

dei più sontuosi e dei meglio riputati della città. Nell'alloggio, è

compreso, per lo più il bagno quotidiano. Per tre dollari al giorno, io

ho qui una camera stupenda, un gabinetto uso guardaroba, un gabinetto di

toeletta ed uno da bagno, dove è sempre copiosissima ad ogni ora l'acqua

fredda e la calda. Il letto è congegnato in modo, da tramutarsi durante

il giorno in un finto armadio. La cassa dell'intelaiatura dove stanno il

saccone e le materassa, sorge girando su cardini e va ad agganciarsi

alla spalliera a capo del letto, mostrando sul fondo, una larga

specchiera. La camera prende così un aspetto signorile di salotto o di

stanza da studio.

Ognuno può fare i suoi pasti all'ora che gli fa comodo. Dalle sette alle

nove della mattina è sempre lesta una prima colazione, che comprende a

scelta: the, caffè, latte, cioccolatte, carne fredda e verdure in aceto.

Dalle undici della mattina alle due pomeridiane è pronto il desinare,

che non è dato identico a tutti gli avventori, ma che ognuno può

ordinare a piacere purchè si contenga nei limiti di una lista

copiosissima, la quale comprende dai cinquanta ai sessanta piatti

diversi. A nessuno è fissato il numero dei piatti. Gargantua, potrebbe,

volendo, assaggiarli tutti quanti, come potrebbe, quando gli bastasse lo

stomaco, desinare alle undici, ridesinare alle dodici, e ridesinare al

tocco. Tutto l'ordinamento mangiatorio di quegli alberghi è fondato,

come già vedemmo nei Bars, sulla buona fede del pubblico. A me,

sull'entrare nelle sale da pranzo, nessuno ha mai domandato nè il nome

nè il numero della camera. Entravo e sedevo a mensa, ciò voleva dire che

ne avevo acquistato il diritto. Per farla breve, alle quattro è servito

un lunch e dalle otto alle dieci di sera una cena, sempre copiosa e

lasciata sempre agli avventori la composizione del pasto. Sono però

fuori della prestazione normale, le bevande spiritose. Servono in

abbondanza e senza aumento di spesa il the ed il caffè caldi e freddi,

ma chi voglia pasteggiare a vino o birra deve far conto a parte e far

bene i conti colla propria borsa. A noi europei quel gran costo delle

bevande di cui soliamo accompagnare il cibo, riesce gravissimo. Gli

americani per lo più, sono a tavola d'albergo, bevitori d'acqua pura o

d'acque minerali, o di decotti. A pranzi d'invito mescono allegramente i

vini rarissimi di Francia e di Spagna, o certi nuovi prodotti di

California, che già rivaleggiano cogli europei. In famiglia o sono

astemii del tutto o temperatissimi bevitori. Virtuoso preludio a viziose

intemperanze. Quel posto in Paradiso che si conquistano coll'astinenza

dinatoria, lo riperdono la sera ai Bars, od ai Clubs, dove il demonio

prende le sue rivincite ad usura.

Ho incontrato negli alberghi delle minori città una curiosa usanza: ad

ogni sesso è data una speciale porta d'ingresso. _Gentlemen's entrance_

da una parte e _Ladies' entrance_ dall'altra. E parlo, s'intenda bene,

della vera porta d'ingresso all'albergo aperta sulla via, per modo che

il cartello spartitore dei sessi lo possano leggere quanti vi passano. A

tanto arriva dunque la bigotteria dei costumi americani? Eppure se v'ha

paese dove la provvidenza legislativa ed il carabiniere esercitino sui

costumi una vigilanza continua e rigorosa, questo è l'Unione americana.

Chi non ha inteso parlare della tutela che le leggi americane concedono

alla donna? La denuncia che una donna faccia di una violenza patita, si

tratti pure di dolci violenze, è ritenuta, quando non vi siano

testimonianze in contrario e quando l'accusato non riesca a dimostrare

l'alibi, quale prova sufficiente del fatto. Presso di noi, in difetto di

prove concomitanti, il solo diniego dell'accusato vale quanto la sola

affermazione dell'accusatore, anzi in realtà vale di più perchè essa

basta ad escludere il reato che questa vorrebbe stabilire. Per dirla in

termini giuridici, noi ammettiamo sempre in favore dell'accusato, la

presunzione _juris_ dell'innocenza, mentre in quest'ordine di reati,

l'americano ammette la presunzione _juris_ della colpabilità. Ho inteso

molti americani dirmi ridendo che in viaggio, l'inquietudine del

trovarsi soli in due di sesso diverso, propria in Europa del sesso

debole, negli Stati Uniti si riscontra quasi esclusivamente nel sesso

forte. Un uomo danaroso, sia egli giovane o vecchio, che si trovi in

vagone a tu per tu, con una donna, specie se la donna è bella, o

s'incantona, si atteggia a pudibondo riserbo, e tiene gli occhi bassi

come farebbe una educanda, o emigra senza più nel vagone accanto anche a

costo di starci a disagio. La cosa va intesa alla grossa e bisogna farci

la tara, ma in sostanza la famosa _flirtation_ americana, fa i suoi

conti sui rigori legislativi e spesse volte un bel sorriso non è che il

primo atto di una procedura giudiziaria in via criminale.

I costumi secondano la legge. In nessun'altro paese, la separazione dei

due sessi è così coercitiva come negli Stati Uniti d'America. — Vi sono

spettacoli dati alle sole donne, vi sono Club esclusivamente femminili,

vi sono caffè e trattorie nelle quali le donne sole possono entrare. Se

un uomo ci capita per sbaglio o per ignoranza degli usi locali, ne lo

sfrattano con garbo, ma inesorabilmente. E non è a credere che ciò

avvenga per timore di intemperanze libatorie. New-York e le altre città

dell'Unione sono piene di trattorie promiscue ed astemie dalle quali è

bandita ogni bevanda fermentata; dove non si pasteggia che acqua e

decotti. Questi ristoranti femminili sono dunque veramente androfobi per

sistema.

Tali continue e patenti cautele, farebbero sospettare che l'uomo

americano sia affetto di un erotismo insanabile ed irrefrenabile al

quale convenga nell'interesse pubblico ed in special modo dello stato

civile, opporre i rigori della legge e materiali impedimenti. Invece, a

giudicarne di quanto segue nelle vie, nelle vetture pubbliche e nei

luoghi di promiscuo ritrovo, io sarei indotto ad attribuirgli una

pacatezza erotica rassicurante. — In Europa, dal minore villaggio alla

maggiore città, quando passa per la strada una donna bella, i più si

voltano a guardarla con ammirazione. Non parlo di propositi e di atti

indiscreti ed irriverenti, ma di quella briosa compiacenza che prende

delle cose belle quel tanto che appartiene all'aria ed alla luce. Questo

non vidi mai seguire in New-York, nè in Chicago, dove gagliardissimi

giovani, imbattendosi in fior di ragazze, non le degnano di uno sguardo

e le oltrepassano senza avvertirne la bellezza. La quale a farlo apposta

è tale che non è facile riscontro nei nostri paesi. E non si dica che

quelli sono uomini seri ed affaccendati, perchè una occhiata ammirativa

non fa perdere tempo e non svia dai pensieri abituali se non le menti

corrotte. Anzi quelle facilità di accensione estemporanea, che lampeggia

e svanisce, è propria delle genti operose e sane. E non posso nemmeno

attribuire quella astinenza a rispetto, perchè l'ammirazione non è

cupidigia e mentre il compiacersi della bellezza è un movimento naturale

dell'anima, il rifuggirne è spesso indizio di avvedutezza viziosa ed il

non ammirarla è ingratitudine. Sebbene la donna americana sia più

spregiudicata e senta di sè più fieramente che in generale l'europea,

essa non sdegna apparire ed assapora l'omaggio. Rammento che un giorno

mentre camminavo in compagnia di un inglese, lungo il quinto viale che è

ora il più elegante di tutta New-York, ci passò accanto una di quelle

beltà radiose che spandono intorno la primavera. Ai modi ed al vestire

si capiva che non era una cercatrice d'avventure e molte persone la

salutavano con rispetto. Le donne americane, le giovani, sono più briose

delle nostre; più fiorenti di salute, alte e snelle, esse lasciano

apparire nell'andare spedito ed in una non so quale giocondità diffusa

per tutto il viso e la persona, la contentezza di vivere. Il mio

compagno era un uomo corretto e manierosissimo, ma a quel fulgore di

bellezza non potè impedire che gli sfuggisse, a mezza voce, piuttosto

pensiero vibrante in parole che apostrofe, questa esclamazione:

— _Oh how pretty!_ Oh quanto bella!

La donna, già passata, l'intese, si voltò, e con moto parimenti

irriflessivo rispose ridendo:

— _Am I?_ Lo sono io?

E seguitò affrettando la sua strada: nè l'atto insolito, nè le parole

invogliarono l'inglese a seguirla tanto il sorriso era stato misurato e

la licenza onesta.

Le leggi e le consuetudini corrispondono più spesso a necessità passate

che ad attuali. Si capisce che un popolo venuto formandosi alla maniera

che tenne l'americano dovette in tempi non remoti essere sfrenato e

violentissimo, e si capisce che i suoi reggitori abbiano per contenerlo

raccomandato alle leggi la gentilezza dei costumi. Vige ancora in

America una specie di galateo coercitivo la cui osservanza è affidata al

policeman. Eppure chi ci sia dimorato alcun tempo deve riconoscere che

quel popolo è di gran lunga più educato e contegnoso del nostro. Le

vistose cautele sono infatti delle città e dei quartieri vecchi e fuori

mano. Dove più urge la vita e splende la pulitura moderna, la

promiscuità dei sessi, non sembra nè illecita nè pericolosa. Uomini e

donne entrano nei modernissimi alberghi americani, per la stessa porta e

nessuno cura sapere dove si spartiscano.

_Détroit._ — Non volli, non avrei saputo ieri, raccogliere le mie

impressioni sulle cascate del Niagara. Ancora mi pareva di sentirne

negli orecchi e nella mente il rimbombo. E anche oggi ancora rintronato,

so meglio dire la veduta che le sensazioni ch'io n'ebbi. A chiuder gli

occhi rivedo l'immenso semicerchio dell'acqua e la piccola boscosa

isoletta che lo rompe in due branche disuguali. La vedo sotto il

pulviscolo acqueo che le addensa intorno quasi un nimbo lunare e dà ad

ogni suo profilo un tremolio adamantino. Quell'isolotto segna il confine

fra l'Unione e il Canadà.

A sinistra dell'isola, la cateratta, larga un dugento metri, appartiene

allo Stato di New-York, quella a destra, larga oltre i seicento, ai

possedimenti inglesi. La prima rompe in linea retta, la seconda

s'incurva a ferro di cavallo, e prende infatti questo nome. Sulla riva

dell'Unione è la piccola città di Niagara Falls, dissimile affatto dalle

sue consorelle americane e non altrimenti industriosa che per passaggio

e soggiorno di forastieri contemplativi: una città, che sa di villaggio

sul fare ad Interlaken e dell'altre stazioni svizzere di soggiorno

estivo; grandi e sontuosi alberghi, botteghe di curiosità locali

riferite alle cascate, vetture e guide per le gite d'obbligo ai punti

più rinomati. Un ponte sospeso attraversa il fiume dirimpetto alle

cascate delle quali ancora riceve gli spruzzi ed il vento. Alto sul pelo

dell'acque oltre gli ottanta metri esso è così leggero che al primo

passo che ci movete ne tremano le corde, le tavole, ed a voi l'animo ed

il piede. Il soffio dell'acque lo fa oscillare di continuo: i giorni di

vento esso rulla come una nave, a segno che i pedoni si reggono a stento

ed i cavalli imbizzarriscono dalla paura. Dal mezzo del ponte si gode la

più ampia e piena veduta delle cascate che dalle rive non appaiono

intere. Bellissimo sotto il ponte e per lunga tratta a valle di esso il

fiume ribollente incassato fra le sponde altissime, precipitoso ed

esprimente una forza scomposta più minacciosa in vista e spaventevole

che non sia quella del gran salto.

Dalla riva Canadese dove sorge sull'orlo della cascata un sontuoso

albergo sempre avvolto di nebbia iridescente, lo spettacolo è veramente

magico. Il muggito formidabile, il tremito continuo della terra, la

gigantesca lama verdognola che pare immobile sull'abisso, la nivea

schiuma che ribolle nel fondo, le nuvole che ne vaporano di continuo, le

roccie brunite dalla secolare politura e rilucenti quale metallo, il

volo inquieto di grossi uccelli attirati dal vortice aereo e rifuggenti

con sforzi disperati e disordinati, i mille arco-baleni, vi danno

insieme una sensazione angosciosa e deliziosa di annichilimento come se

foste parte inerte della colossale rovina. La notte al chiaro di luna

quella vista ha una seduzione mortale.

Nella bianchezza lunare la forza incomparabile dell'acque assume tutti

gli attributi della lascivia e della morbidezza; l'ampio silenzio

circostante lascia che sul rombo diluviale che esce dal gorgo, guizzino

come saette colorate su fascio luminoso, mille suoni sottili e

discontinui come cicaleggi di goccie intermittenti, singhiozzi di

rigagnoli ingorgati, parole sommesse di acque sviate dal salto che

sembrano rallegrarsi d'averla scampata, e non so quali subitanei battere

d'ali.

Nel caso di una torre che scende come un pozzo fino al letto inferiore

del fiume, un apparecchio meccanico vi cala nella voragine a mezza

altezza e vi depone sopra una rovina di massi giganteschi fra i quali

serpeggia un sentiero lubrico e scosceso. Sotto una pioggia torrenziale

che non ha difesa di ombrelli, poichè vi s'avventa contro, così dal

basso e dai fianchi come dall'alto, quel sentiero conduce ad uno stretto

tunnel scavato nella roccia sotto il piano della cascata. Ad un punto,

per una larga apertura della parete rocciosa, si vede la massa fluviale

passarvi dinnanzi ad arco, vicinissima. La sensazione che nasce in

quella vista è profonda, ma lo spettacolo non ha nessuna grandezza. Fa

sgomento quel sapersi sotto a tanto volume di acque, ma di queste

l'occhio non misura nè l'impeto nè la mole. Una lastra spessa di vetro

verdognolo darebbe all'occhio una identica immagine. Tolto il cielo e le

sponde lontane e l'abisso, circoscritta la massa acquea dagli orli

rocciosi del finestrone, quella veduta, che par tanto immaginosa a

parlarne, s'immiserisce ben presto fino a ricordare gli apparati

scenici. — Dopo due minuti, il lembo d'acqua vi pare immobile, tanto ne

sono uniformi gli aspetti successivi, ed il frastuono, non echeggiato da

ostacoli lontani, non vibrante nell'aria aperta, vi dà la sensazione di

una sordità per istupidimento. Al più giova entrare in quel tunnel ed

affacciarsi a quella sezione di Niagara, per avere all'uscita,

centuplicata l'impressione della grandezza. Ma ai grandi spettacoli

naturali, non occorrono artifizi ingranditori, e non torna il conto di

camuffarsi in veste di palombaro per scompartire il Niagara in

casellarii, quando lo sgomento estetico che ne sperate procede dalla sua

immensità.

L'inverno, il Niagara attira più gente che l'estate. Ma lo spettacolo

delle cateratte ghiacciate è più curioso che imponente. Gli Europei cui

sono famigliari i grandi spettacoli alpini, parlano di quella vista in

tono di leggiera canzonatura. Ben altri fiumi di ghiaccio, e correnti

fra altre sponde e più profondi e minacciosi, e più poderosi motori

dell'animo e della mente, rompono a valle dalle creste del monte Bianco

e del monte Rosa. Tuttavia nelle cateratte ghiacciate è bello vedere il

fiume ancora copioso, scorrere sotto la crosta trasparente, ed udire il

rombo della caduta risonare come in tubo metallico, nelle immense

caverne di ghiaccio. Gli albergatori s'intende, s'industriano là pure,

come in Svizzera, di snaturare le bellezze naturali con razzi di luci

diverse che rinfrangendosi nelle conche, sui dorsi e sulle guglie

cristalline, improvvisano visioni paradisiache od infernali ed allettano

le menti posate e poco immaginose dei praticoni americani col fascino

del soprannaturale.

Ma già minaccia alle cateratte del Niagara una trasformazione più reale

e durevole. Per quanto sembrino sconfinate le miniere di carbone ancora

intatte nelle viscere della terra americana, già ne è calcolato il

possibile rendimento e la durata di esso, e già si pensa con

inquietitudine al giorno, in cui quei serbatoi avranno esaurita la forza

dei soli secolari. Allora converrà imprigionare tutte le acque cadenti e

già si sta meditando di anticiparne l'uso a risparmio di carbone. Fu

calcolato che la forza sviluppata dalle cateratte del Niagara,

basterebbe a mettere in moto tutte le macchine che sono in America.

Dieci anni fa, si diceva: tutte le macchine del mondo, il che prova

quanto sia stato in dieci anni l'incremento delle industrie negli Stati

Uniti. Di questo passo, il valore estetico delle cascate, non tarderà

molto a convertirsi in valore meccanico e chissà che le ciclopiche

turbine destinate a ricevere tanto urto ed a trasformare in forze

formidabili e sminuzzabili all'infinito, non daranno ai sensi educati a

riceverla, una impressione estetica altrettanto intensa quanto

l'attuale. Noi cominciamo ora, ad avvertire la bellezza artistica delle

macchine, che ai nostri padri parevano la negazione dell'arte. La

bellezza delle cascate del Niagara consiste già in gran parte, nella

loro espressione di forza senza pari.

Impressioni d'America · 第 11 / 21 题