CAPITOLO V.

Un'intervista. — Divagazioni. — Altre interviste.

Appena ebbi messo piede in New-York, il direttore di teatro che mi aveva

chiamato in America, mi fece avvertito che la sera stessa sarebbero

venuti ad intervistarmi i redattori teatrali dei maggiori giornali. Già

al mio passaggio in Parigi un corrispondente del _N. Y. Herald_, mi

aveva minutamente richiesto di notizie biografiche e del mio modo di

pensare intorno al teatro moderno. Richiesto, sul secondo punto, non con

domande categoriche, ma per via di una conversazione ch'egli dirigeva

con grazia volubile ed esperta, mettendoci molto del suo e mostrandosi

colto ed arguto conoscitore della letteratura drammatica d'ogni paese.

Mi era rimasto di quel colloquio una impressione graditissima,

quantunque mi fossi più volte accorto di non farci la prima figura,

perchè dell'arte, chi la pratica, non sa parlare con quella larghezza

generalizzatrice che riesce tanto bene a quelli che la considerano fuori

di sè e sono avvezzi a classificarne i modi e le tendenze.

Mi era sopratutto piaciuto il fare sciolto e spregiudicato di

quell'americano che per lunga abitudine aveva preso dai parigini la

prontezza delle sintesi sentenziose nelle quali però, a differenza dei

francesi, non si rinchiudeva, ma che andava invece enunciando con un

accento leggermente canzonatorio, adoperandole come una sorta di

linguaggio abbreviativo da doversi usare ed intendere con molte

restrizioni mentali. Nel suo ragionare e nell'uso che faceva della

copiosa e diversa coltura, c'era una gioviale ironia, e nei suoi

giudizi, sotto la veste dei modi condiscendenti, quasi uno smalto di

generale irriverenza. Non che fosse irriverente a parole, ma si capiva

che nessun nome, per quanto glorioso, lo abbagliasse, e come anche

rispetto alle opere più celebrate e che egli stesso lodava in più larga

misura, la sua ammirazione fosse sempre vigilante e veggente. E di ciò

pareva contento ed inorgoglito.

La cecità ammirativa, da non confondersi colla ostinazione orgogliosa e

coll'esclusivismo settario, è una gioia generosa conceduta a pochi; essa

appartiene agli spiriti contemplativi, solitari, amanti del sacro eroico

silenzio, come lo chiama il Carlyle, e non agli industri spiriti

stimolati ed indoloriti dal continuo contatto colle moltitudini. Ho

trovato di poi negli Stati Uniti, nei non pochi uomini di molta e varia

coltura che mi avvenne di avvicinare, una grande affinità d'ingegno col

mio intervistatore parigino. Quanta originalità nel giudicare le cose

dell'arte e della vita! E a differenza della gran maggioranza dei loro

concittadini, quanta arguzia, quanta inattesa e delicata tenuità nelle

loro osservazioni! Una tenuità non frivola e non superficiale, fatta di

acume penetrante e non so quale freddezza astinente. Una ironia diffusa

su tutte le cose, uno spirito d'esame tranquillo ed inesorabile, una

facondia precisa e gioviale, una leggera diffidenza reticente più spesso

tradita dall'occhio e dalle pause che dalla parola, danno ai loro

discorsi un sapore intellettuale veramente gustoso. Parlo, s'intende,

degli uomini colti oltre il comune, in qual sia ramo di coltura e dati

alle applicazioni scientifiche e letterarie, delle quali non fanno

nessunissima mostra, scevri come sono di quel fare professionale o

professorale, che un poco anche presso di noi e più in Francia ed in

Germania, tradisce il carattere e si mostra al tema dei discorsi, al

frasario, al tono, all'accento, al gesto e perfino al vestire. Quanti

conobbi in America, letterati e scienziati, tutti mi parvero gente del

comun vivere, colla quale, a non conoscerla, potreste discorrere più ore

e più giorni senza nemmeno sospettarne le occupazioni e la notorietà.

Ricordo una sera deliziosa passata all'_Italian Home_ (Istituto italiano

di beneficenza), in New-York. A questa benefica istituzione assiste

gratuitamente un collegio medico italiano assai numeroso, al quale nei

casi gravi e complicati, soccorre con volonteroso e gratuito concorso un

collegio consultivo composto delle più celebrate sommità cliniche della

metropoli. Ogni anno i fondatori, i direttori ed il collegio medico

dell'_Italian Home_, offrono ai professori americani componenti il

collegio consultivo, un modesto e cordiale ricevimento nelle sale a

terreno dell'Istituto. Il ricevimento termina in cena e la cena in

discorsi. Ma questi non sono, come avviene di solito presso di noi,

compassati, solenni e retorici, bensì sciolti, arguti, conversanti e

piacevoli oltre ogni dire. La sera ch'io assistetti alla bellissima

festa, al primo saluto e benvenuto officiale di un direttore italiano,

risposero uno dopo l'altro quasi tutti i convitati americani. Non mi

avvenne mai di notare a banchetti europei una così generale prontezza,

chiarezza, precisione e semplicità di parola.

Presso di noi la facoltà di esprimersi in pubblico in modo dilettevole è

tanto rara che attribuisce a chi la possiede una speciale ed invidiata

notorietà. In America essa è si può dire universale fondamento del

vivere sociale. Le prime scuole la sviluppano e l'educano nei fanciulli

con frequenti esercizi di esposizione orale e di letture ad alta voce.

Presso di noi, la vita pubblica considerata nella sua azione

comunicativa e persuasiva è privilegio di pochi e prende ben presto una

veste professionale. In America essa è di tutti ed è esercitata di

continuo, non ostante la differenza delle condizioni, in una perfetta e

reale eguaglianza di diritti e di relazioni. La molteplicità degli

uffici elettivi, la critica liberissima di tutti i poteri, le

formidabili concorrenze che inducono formidabili associazioni di forze

continuamente scosse e rinnovate, il bisogno continuo di attirare

l'attenzione dei più e di accaparrarsene il consenso fanno della parola

persuasiva e del ragionare chiaro e ponderoso, un istrumento

indispensabile di riuscita in ogni ramo dell'attività umana. Perciò ivi

l'azione non va scompagnata dalla parola ed anzi la parola è principio,

modo e spesso argomento di azione.

Nei paesi dove il parlare in pubblico è di pochi, gli oratori sono

tenuti in pregio più per le qualità formali che per le sostanziali. La

facilità, la continuità imperterrita, l'abbondanza dell'eloquio e

perfino la rotondità enfatica del fraseggiare, meravigliano gli

ascoltatori incapaci di mettere insieme in pubblico quattro proposizioni

continuate. Noi siamo facilmente indotti ad ammirare quello che non

sapremmo fare, per il solo fatto di non lo saper fare. Quante volte non

ci avviene, nelle assemblee, nei circoli, ai banchetti, ascoltando un

facile oratore, di sussurrare nell'orecchio di un vicino fidato: come

parla bene quell'imbecille! E in fondo in fondo, ed in quel momento, la

proposizione contiene più elogio che censura. Non voglio già dire che in

America il numero degli imbecilli sia minore che in casa nostra: certo è

maggiore quello degli imbecilli che parlano bene, ma perchè il parlar

bene è qualità comunissima, nessuno li loda di ciò che ognuno saprebbe

fare al pari di essi.

Eliminata per lunga abitudine la preoccupazione della parola, la

concentrazione intellettuale è intesa tutta al pensare, all'argomentare.

In generale, la facondia degli americani non è un'arte, è uno strumento;

essa è assai più dialettica che oratoria. Non mancano neanche là, gli

oratori sbracciati, pomposi, reboanti e congestionati. Mi parrebbe

ingratitudine non menzionarne uno che fra le innumerevoli eccentricità

ond'ebbe fama in quel paese dove gli uomini eccentrici si contano a

migliaia, possiede anche quella di essere amantissimo dell'Italia. Dico

possiede, ma non so s'egli viva ancora. Io lo conobbi vecchio ed ho come

una oscura reminiscenza d'aver letto che è poco, la notizia della sua

morte. Nel dubbio mi è caro darlo per vivo, tanto più che al mondo non

vive certo il compagno. Mister Francis Train, geografo, come egli scrive

nelle sue carte di visita, ha fatto tre volte il giro della terra, il

tempo in cui non che in ottanta giorni, non lo si compiva a suo modo in

ottanta settimane. Fu una volta candidato alla presidenza degli Stati

Uniti, è creatore di città, scopritore di terre, fondatore di religioni

e profeta. Ha, dice un suo manifesto, il cervello di venti uomini,

l'energia di cento, il magnetismo di un Dio. Lo stesso manifesto enumera

le azioni pratiche e positive ch'egli ha compiute. «Legò insieme i

continenti, colla prima linea di piroscafi fra Boston e Liverpool e fra

San Francisco e l'Australia. Inaugurò il sistema delle tramvie in

Londra. Diede all'America la prima linea ferroviaria fra l'Atlantico ed

il Pacifico. Aprì alla civiltà milioni di acri del più fertile verde

tappeto di Dio e dove scorazzavano tribù selvaggie, insediò popoli

operosi e civili.» Visse dieci anni in volontario silenzio, nel Central

Park di New-York, vestito di bianco, mite e carezzevole ai fanciulli ed

agli animali, non avverso agli adulti, ma ricusando con essi ogni sorta

di commercio e di contatto. La gente accorreva a vederlo ad ogni ora del

giorno passeggiare lungo i viali o sedere sull'erba, solitario,

pensieroso, muto e sorridente. Vecchio, fece ritorno alle vie popolose,

riprese la vita frammezzo alle genti e si diede a prediche e conferenze

morali, sociologiche, scientifiche, umanitarie, ma rifatto inesauribile

discorritore, una sua religione gli inibisce di toccare mai corpo umano,

e di essere toccato. Di questa sua astensione, che non è ripugnanza, non

dà avviso nè motivo. Quando io lo conobbi e gli porsi la mano, egli

portò con rapido moto le sue due mani dietro la schiena ed alla mia

meraviglia non rispose altrimenti che con un sorriso illuminato di bontà

e di cortesia. Parla, a credergli, tutte le lingue ed i dialetti del

genere umano, e non parla ch'io sappia, ma intende tutte le lingue degli

uccelli. I suoi ritratti giovanili, arieggiano, ma con più energiche

fattezze, quelle di Giuseppe Giusti; vecchio, ricorda il buon Pietro

Cossa, se non che i bianchi baffi incerati, il vestire sportivo e

l'immancabile e vistoso ciuffo di fiori all'occhiello gli danno, e Dio

sa che non gli conviene, un'aria posticcia di seduttore impenitente.

Questo meraviglioso uomo è, astrazion fatta dal senso dei suoi discorsi,

il più grande oratore ch'io abbia mai inteso e ch'io possa imaginare; un

magico vocalizzatore di suoni articolati, di accenti, di inflessioni

espressive, sostenute e fatte più intense da magnifici gesti, da

accensioni fulminanti e da carezzevoli soavità dello sguardo, dalla

mobilità dei lineamenti, da subitanei pallori e rossori, da pause

intenzionali, da sorrisi maliziosi, da un lume d'anima effuso su tutta

la persona. Un sordo a vederlo parlare, un cieco a sentirlo,

intenderebbero del suo discorso quanto ne intendono quelli che ci vedono

e ci sentono, e la conoscenza della lingua diventa in tanta

magniloquenza di suoni, un mezzo d'intendimento affatto superfluo. Io

pensai più volte che se il Poë lo avesse inteso, ne avrebbe tratto uno

dei suoi più misteriosi racconti. È un demoniaco dell'oratoria. Non c'è

ascoltatore così refrattario che gli resista, non c'è così acuto spirito

che lo segua. È vuoto il suo discorso o troppo pieno? A sentirlo viene

fatto di domandarsi se egli non dica forse troppe più cose e più alte di

quante la nostra mente possa concepire e contenere. Quando è invasato e

arroventato dal démone, egli coglie i nessi fra qualità ed essenze

disparatissime e trova ed esprime analogie che a nessuno avvenne mai di

avvertire. Il fondamento dell'ideazione non consiste forse

nell'afferrare le relazioni delle cose? Ed il migliore ideatore, non è

forse quello che scopre le più remote ed in apparenza inafferrabili? La

parola: «assurdo» non ha valore permanente fuorchè nelle matematiche

pure; fuori di queste essa esprime solamente il grado attuale della

nostra ignoranza. A tale stregua tutti gli ascoltatori di Francis Train

non possono a meno di riconoscersi grossamente ignoranti in tutte le

cose umane e divine. Ma non sarebbe giusto farne carico proprio a lui,

che solo forse, ci vede addentro e lontano. D'altronde fino a che dura

il turbine delle sue parole, chi lo ascolta, sale con lui oltre i miseri

termini del ragionevole e del razionale. Il moto vorticoso ch'egli

induce nel nostro intelletto sembra spiazzare un lume non mai prima

raggiato sull'universo sensibile e sull'ultrasensibile. Peccato che sia

lume fatuo più presto svanito che balenato. Chi dura al suo discorso

prova una deliziosa crescente sensazione di leggierezza volante. Si

direbbe che gittate via come inutile ingombro tutte le nozioni positive

e con esse la ragione, l'esperienza, la sensazione delle cose reali, il

senso pratico ed il senso comune, la mente vuota e quasi imbiancata a

nuovo, possa finalmente compiere la sua naturale funzione, accogliendo e

rimulinando un pulviscolo caotico d'idee.

Oratori energumeni hanno pure in America le società di propaganda

religiosa, fuori delle confessioni universalmente riconosciute e quelle

di propaganda igienico-morali intese a diffondere l'uso dei cibi

vegetali ed a combattere l'alcoolismo. Ma la loro grossa e plateale

verbosità si riscontra tanto spesso, benchè con diverse applicazioni in

Europa, che proprio non torna il conto di parlarne. Quel buono e

pudibondo santone di Francis Train mi ha allontanato dal cenacolo

dell'_Italian Home_, dove forse qualche psichiatra avrebbe fatto al suo

caso, ma bisognava pure parlare anche di lui, perchè è altrettanto

insolito all'Europa il suo sproloquio a grande orchestra, quando vi è

insolita l'arguzia penetrante e casalinga dei dottori miei commensali.

I francesi possiedono per lunga tradizione accademica e mondana una

facondia misurata ed incisiva, che li rende gustosissimi parlatori a

commemorazioni, a cerimonie inaugurali, a dissertazioni letterarie ed a

discorsi in fine di tavola. Ma le loro improvvisazioni hanno sempre un

leggiero sapore di formulario e perfino la grazia vi è spesso metodica.

Finchè discorrono da stare a sedere ed a mezza voce, il loro fraseggiare

ha la schietta fragranza dell'impensato e dell'inatteso: ma non appena

sorgono in piedi ed elevano il tono vocale, il loro _eloquio_, anche se

estemporaneo, tradisce le reminiscenze letterarie e si informa _ai buoni

modelli_.

Già in generale tutti quanti abbiamo più spirito a bassa che ad alta

voce, e seduti che in piedi, e l'originalità degli americani di cui sto

parlando, consiste appunto nel non fare differenza nessuna dal

conversare alternato in crocchio, al parlare solo e ritto ad ascoltatori

seduti ed attenti. Li vedo ancora e mi par di sentirli gli oratori

propizianti alla cena dell'_Italian Home_. Si alzavano risoluti,

mettevano le mani in saccoccia come per inibirsi ogni gesto e prendevano

a discorrere dondolandosi leggermente sulle gambe. La varietà del loro

accento non erano mai di accrescimento tonico, ma di attenuazioni. Fino

dalle prime parole si capiva che le idee si porgevano loro nette e

chiare, perchè sono nette e chiare la loro mente e le loro nozioni, ma

affatto impreparate così rispetto all'ordine come rispetto

all'espressione. Nessuno mai di quegli artifizi sviatori che piegano il

discorso verso una arguzia preconcetta. L'arguzia usciva dal naturale

svolgimento del pensiero spontanea e necessaria ma schioppettante in

motti, ma connaturata coll'idea, e circolante, come sangue vivace, per

tutte le membra del discorso. Ogni oratore, tranne il primo, prendeva lo

spunto da qualche proposizione dell'oratore precedente, per modo che

correva dall'uno all'altro una concatenazione di argomenti, cui davano

varietà e rilievo le osservazioni individuali. Come nelle nostre

campagne usano alle merende mandare in giro, d'uno in altro commensale

la coppa colma del vino paesano, così andava in giro a quella cena,

quasi una coppa colma d'idee, dove ognuno pescava quelle più confacenti

alla sua indole e le tingeva poi del proprio colore.

Questo procedimento, dà alla serie dei discorsi un piccante carattere di

giostra intellettuale e rimuove la possibilità ed il sospetto delle

improvvisazioni mandate a memoria. L'uditore assiste per così dire al

lavorìo mentale onde ognuno dalle idee che gli sono proposte, è

costretto a trarre di subito il migliore partito. Le idee già ordinate e

formulate nella nostra mente, non hanno altro organo espressivo che la

parola, mentre invece quelle che vi si vanno ordinando e formulando

associano a sè tutto l'essere nostro, ragiano dallo sguardo, illuminano

il sorriso, ed esitando brevemente nella urgente ricerca del vocabolo

istesso una intensità ed una precisione singolare di significati. Fra i

godimenti intellettuali nessuno è più delicato e vibrante del vedere

nella mente degli altri l'idea affacciarsi, misurare il campo che le è

concesso e poi affidarsi con giovanile baldanza alla parola. Nei

discorsi premeditati le giunture delle idee sono ad arte levigate e rese

invisibili. Ma come nei tram elettrici, l'asta che deriva la forza

scorrendo liscia sul filo conduttore, quando intoppa nei giunti del

filo, ne fa sprizzare una scintilla, così nel pensare e nel parlare

veramente estemporaneo avviene che ad ogni nuovo incontro d'idee, la

proposizione già avviata riceva quasi una scossa che balena nell'occhio

e trema nella voce dell'oratore. E allora la compiacenza del nuovo

sussidio e l'energia intesa a giovarsene si palesano in lui a mille

segni accrescitori ed anticipatori della parola.

Ma questi sono pregi universali del parlare improvvisato, che si

riscontrano in tutti i paesi della terra; mi sono lasciato andare a

notarli discorrendo di oratori americani, perchè in America non mi

avvenne di sentirne pur uno, e ne intesi molti, che non mostrasse ad

indubbi segni una schietta e fresca estemporaneità di parola.

Caratteristico mi parve invece in essi, il modo di quella loro

incredulità cui ho accennato fin da principio. Ma la parola incredulità

dice troppo o poco. Meglio che incredulità attuale, vorrei chiamarla:

previsione generica di doversi un giorno ricredere su tutte le cose

attualmente credute. Non si tratta di uno scetticismo che attenui in

essi il consenso e la fede in quanto è oggi tenuto in conto di verità,

no; la verità attuale, rifletta essa le scienze sperimentali o le

politiche, od i modi artistici e letterari (lascio da parte la

metafisica perchè non mi occorse mai di parlarne), la verità attuale

prende nelle loro menti un carattere di tranquilla certezza e le move a

praticarla con sicura energia. Solo sanno, che la verità d'oggi, non è

quella di ieri e non sarà quella di domani, quantunque destinata a

cedere il posto ad una successiva. Alle prime questo pare un linguaggio

anfibologico, ma non è. Non è indifferente pensare che lo spirito umano

proceda per via di successive verità, piuttosto che di successivi

errori. In sostanza la cosa viene a dire che i concetti di verità e di

errore non sono assoluti, ma relativi e negli effetti pratici se ne

induce la conclusione che ognuno deve aver fede nel tempo in cui vive e

prenderlo sul serio ed agire in esso con sicurezza. Ogni verità anche se

transitoria è una forza. I dubitosi non producono bene perchè agiscono

tepidamente. Chi crede che l'azione che egli va compiendo corrisponda al

vero, ci spende attorno la massima somma di energia ed opera senza

esitazioni e senza mollezze. D'altra parte il sapere che il vero non è

eterno nè immutabile, rimove il pericolo degli acciecamenti ostinati e

dell'intolleranza. E perchè la sicurezza è rasserenante e giocondatrice,

quegli spiriti hanno una gaia contentezza del presente ed una gaia

aspettazione del futuro e la loro ironia, scevra affatto di amarezza, si

esercita tanto a spese delle fedi immobili, quanto del dubbio

permanente.

In un punto poi l'ironia di quegli elettissimi fra gli americani, mi

parve singolarmente gustosa. Nella consapevolezza che essi hanno del

concetto in cui noi europei li teniamo, e nel bonario compatimento che

ne fanno. Qui proprio, ho trovato nel loro spirito il segno di una

tranquilla e signorile superiorità ed ho provato più volte al loro

cospetto quella mortificazione che si prova nel riconoscere d'aver male

giudicato di una persona che non si risente del nostro giudizio, ed anzi

con pacata saggezza, se lo spiega e lo perdona.

Un certo, non dirò maligno, ma arguto piacere lo provano a metterci in

discorsi d'arte, nei quali sanno che presumiamo di noi in modo eccessivo

come di cosa che ci appartenga. Ci danno corda, ci stimolano con ingenue

domande e con sorrisi di compiacenza; non vorrei che non si dilettino

del nostro discorso, ma più si dilettano di vederci mordere all'amo e

tener cattedra aperta. È così facile cascarci, anche gli uomini meno

verbosi e meno presuntuosi, viene così naturale a chi si trova in paesi

lontani, di soddisfare minutamente alle curiosità che i forestieri hanno

del nostro paese, e si obbedisce ciò facendo ad un sentimento, dove

entrano in dose tanto eguale, la vanità patria e la cortesia, se pure

quest'ultima non prevale, che proprio c'è poco merito a tendere la

trappola ed a far presa. Ma bisogna anche dire che i trappolatori

mostrano del piccolo e facile trionfo, una compiacenza così misurata e

deferente e la mostrano a così tenui segni, che non c'è modo, anche chi

se n'accorge, d'aversene a male. Tanto più che in fondo, di quella

curiosità e di quella malizia, c'è il riconoscimento di una nostra

singolare perizia e quasi la confessione di una loro inferiorità. Questo

è certo ad ogni modo, che se ai nostri discorsi d'arte fanno la tara,

dimostrano però colla pratica verso la produzione artistica europea, una

predilezione che li rende spesso ingiusti a quella del loro paese. Ho

notato, con molta maraviglia, anche in persone coltissime, una

inesplicabile indifferenza rispetto alla loro arte nazionale, della

quale ignorano o poco apprezzano, gli stessi più celebrati prodotti a

noi ben noti, mentre conoscono ed esaltano molti europei di pari valore.

Il Pöe ed il Bret Harte hanno più larga fama in Europa che in America, e

vi sono assai più stimati. Gente che conosce ed ammira il _Père Goriot_,

les _Contes Drolatiques_, _Consuelo_ e _Lelia_, non serba nessuna

memoria del _Corvo_, dello _Scarabeo d'oro_, del _Romanzo della Mummia_

e degli indimenticabili _Racconti Californesi_. Ciò fa assai più

meraviglia degli ammiratori del Balzac e della Sand che di quelli

dell'Ohnet e del Gaboriau. Che la gente di palato grosso, prediliga i

cibi grossolani e non curi dei delicati, si capisce, ma non riesco a

concepire come gli americani colti e riflessivi possano tenere in poco

pregio le opere squisite e sincerissime del Pöe e del Bret Harte, solo

perchè non provengono d'oltre oceano, ma sono nate e fiorite nel loro

paese.

Nelle classi poi di media coltura, questo esotismo letterario ed

artistico, è davvero stupefacente. Gli uomini eleganti, gli uomini

d'affari anche se politi e curiosi a sfoggio di raffinatezze, di ogni

cosa appartenente all'arte, si mostrano rispetto alla importazione

artistica europea, creduli e magnificanti oltre misura. I nomi che in

alcun modo ottennero fama di qua dell'Atlantico e giunsero a risonare

anche di là, vi sono profferiti con accento di sacro ossequio e

magnificati senza far differenza di qualità nè di gradi. Si discorra di

una celebre mima, di un trasformista di caffè concerto o di Vittor Hugo,

di Giuseppe Verdi o di Alessandro Dumas, sono le identiche esclamazioni

ammirative. E l'ammirazione per questi ultimi è affatto indipendente

dalla conoscenza, nemmeno nominale, delle opere loro. Anche di queste

conoscono, se non altro il titolo, ma non saprebbero a chi attribuirle.

Ho inteso molte persone di conto e perfino dei giornalisti adibiti alla

cronaca ed alla critica teatrale, esaltare il Dumas ed il Sardou e la

_Signora dalle Camelie_ e la _Tosca_, ignorando che quelli ne fossero

gli autori. La _Signora dalle Camelie_, sia detto fra parentesi, non è

nota in America sotto il suo vero titolo. Il pubblico ed il manifesto la

chiamano: _Camille_. Il fiore caro a Margherita Gauthier suona in

inglese _Camellia_. Camille non designa dunque il fiore: e non la

protagonista che seguita a chiamarsi Margherita. Perchè quel titolo? E

come avvenne che il pubblico non cercò mai le sue relazioni col dramma?

E non trovandole, come avviene che se ne appaghi? Ho inteso dire che lo

stesso segue anche a Londra. Singolare vicenda del dramma più popolare

del nostro secolo! Oramai nei teatri della razza anglo-sassone, che sono

circa la metà dei teatri del mondo, il nome Camille è legato per sempre

ad una nazione drammatica colla quale non ha nulla ha che fare. Un segno

grafico, un numero, le converrebbero del pari: il titolo è diventato una

mera designazione convenzionale.

Ma ben altro argomento di maraviglia mi furono le rappresentazioni

teatrali in lingua francese cui assistetti negli Stati Uniti. E devo

dire che anche a ripensarci dopo che il tempo e la riflessione mi hanno

fatto capace di tante cose sulle prime inesplicabili, non mi riesce di

darmene ragione. Come mai le famose attrici europee, quali la Sarah

Bernhard e la Duse, possano conseguire in America quel costante,

universale e fruttifero consenso di pubblico che ve le richiama tanto

spesso con immancabile fortuna. Gli americani non sono poliglotti. Al

più le numerose colonie tedesche primeggianti in alcuni Stati del

centro, conoscono e parlano colla propria anche la lingua inglese. Ma la

francese vi è in scarso uso ed in più scarso l'italiana, se ne togliamo

le numerose schiere operaie che non frequentano di certo i teatri a caro

prezzo. E quei rari americani che studiarono il francese e quei

rarissimi che studiarono l'italiano, ne appresero bensì le forme

grammaticali ed impararono a leggere stentatamente qualche libro dallo

stile piano e scorrevole, ma non riescono a parlarlo nè ad intenderlo

parlato. Al mio primo giungere in America, io masticavo a mala pena

qualche parola d'inglese; sempre quando, mi occorreva di conversare con

un americano, lanciavo invariabilmente questa domanda iniziale:

— _Do you speak French sir?_

Di venti volte, diciannove mi sentivo rispondere un: _Ohh noo_, con

tante _h_ all'Oh e tante _o_ al No, da centuplicare la negazione. Quando

capitava la ventesima che mi ribatteva un _yes sir_ (timido, per vero),

io mi ringalluzzivo tutto e mi disponevo a versare sul malcapitato fiumi

di parole, per risarcirmi della parsimonia verbale usata cogli altri. Ma

fin dalle prime, seguiva che il mio interlocutore non interloquisse o lo

facesse con sì penoso sforzo mentale, labiale e gutturale che mi metteva

in pensiero della sua salute. Ed il francese mozzicato che esalava dalla

sua bocca contratta ed a lungo spalancata, mi tornava assai meno

comprensibile che non l'inglese arrotondato di quegli altri, onde gli

proponevo a modo di amichevole componimento che egli parlasse inglese ed

io avrei parlato francese. Ma sì! Il mio francese, e non per mia colpa

ve lo assicuro, riusciva a lui tanto ostico quanto a me il suo e più

ostico assai del poco inglese suggeritomi dagli antichi studi interrotti

e dai recenti frettolosi. Prova e riprova si finiva là dove s'avrebbe

dovuto cominciare, coll'intenderci male nella lingua del paese, quando

pure non si seguitava a non intenderci affatto, e qui il torto era mio

perchè paese che vai lingua che trovi.

Dico dunque che il pubblico americano non intende verbo alle lingue che

la Bernhardt e la Duse parlano e cantano in modo tanto delizioso. Della

Duse questo segue benchè in minore proporzioni anche in Europa, quando

viaggia e recita in Germania, in Russia, in Francia ed in Inghilterra;

ed anche alla Bernhardt è somma grazia se, dalla Russia e forse

dall'Italia in fuori, di mille spettatori, cinquecento intendono a modo

tutte le sue parole. Ma qui esse portano intorno commedie e drammi già

noti in ogni città per via di traduzioni cento volte rappresentate dagli

attori locali. Il pubblico che sa la commedia e ne ricorda i punti

salienti può seguire e gustare la interpretazione dell'attrice, s'anco

questa parli una lingua ch'esso non conosce o poco.

In America, la Bernhardt ad ogni nuovo giro suol portare uno o più

drammi nuovi ed il repertorio della Duse, salvo la _Signora delle

Camelie_, vi era, quando essa vi andò la prima volta, affatto

sconosciuto e si può ben dire che sconosciuto rimane. Come fa il

pubblico a seguire l'azione scenica, a misurare l'efficacia espressiva

dell'attrice, a coordinarla ai movimenti drammatici? Gli impresari

curano che insieme col biglietto d'ingresso ogni spettatore riceva,

mediante un prezzo supplementare, un sunto della commedia o del dramma,

esposto in forma narrativa colla divisione in atti ed in scene. Ma

questo è per lo più redatto bestialmente in modo inintelligibile. Di

tutte le scene dove la protagonista non interviene, l'esposizione è

scarna ed arruffata; di quelle dove essa primeggia, son minuziosamente

descritti, non i movimenti intrinseci, ma i modi interpretativi

dell'attrice ai quali è profuso lo sproloquio laudativo proprio degli

infimi giornali teatrali. Vi si legge ad esempio: «Qui la Tosca (o

Cleopatra o Giovanna d'Arco che si voglia) fa quel famoso gesto, esce in

quel celebrato scatto di voce, cade, sorge, traversa il palco scenico

nel tal modo, col tale atteggiamento che mossero il pubblico europeo ad

irrefrenabili applausi e furono lodati dai sommi oracoli della critica

parigina.» Ma il perchè di quel gesto, di quel grido, di quella caduta e

di quella mossa, non è detto, nè accennato, nè dalla confusa narrazione

del soggetto si potrebbe altrimenti indovinare.

Ho assistito in una piccola città di cui non ricordo il nome, tra

Cincinnati ed i laghi centrali, ad una stupefacente rappresentazione

della _Tosca_ in lingua francese. Una città nata appena, anzi sul primo

nascere, e nata e nascente, non da un nucleo centrale che vada via via

allargandosi e sviluppandosi e salendo di villaggio in borgata e di

borgata in città, ma invece a pezzetti sparsi ed interi, frammezzati

anche nei quartieri centrali da larghe distese di terreni coltivi. Uno

schietto prodotto americano ultra incivilito ed ultra primitivo: un

tratto di via sontuosa con palazzoni mirabolanti e botteghe

metropolitane e tram e telefoni, poi un campo seminato oltre il quale la

via ripigliava imperterrita le sue urbane gradigie. Sotto le finestre

del mio fastoso albergo una banda di pellirossi cenciosi, pennuti e

magnifici suonava delle arie di operette. Dietro le invetriate del

_Window_ sporgenti si vedevano rosicchiar confetti le stesse eleganti

signore che oziano in quotidiana mostra dietro le verande di New-York e

di Chicago. Per le vie passano attillati nel soprabito a doppio petto e

col cappello a staio, uomini membruti capaci di spezzare uno scudo coi

denti e colle dita e di sollevare un peso di cinque quintali. Una

processione massonica spiegava al vento stendardi e labari a immagini

simboliche e sfoggiava sul petto degli iconoclasti repubblicani croci e

medaglie da disgradarne i diplomatici peruviani delle farse. Un numeroso

stato maggiore di generali in grande parata, con elmi a pennacchio,

spallini ed alamari d'oro lucente, sbatacchiando lunghi e curvi

sciaboloni e soffiando come mantici entro inverosimili trombe dorate,

precedeva un'insegna dove era magnificato non so quale estratto di carne

della ditta _X, Y and Company_. Da tutti gli aspetti, da tutte le

azioni, da tutti i suoni, si rivelava nella sua macchinosa impazienza

l'America milionaria, brutale ed incompiuta.

La compagnia della Sarah Bernhardt vi dava una recita sola. Giunta sul

mezzodì da Cincinnati, doveva ripartire per Détroit in treno speciale,

non appena terminato lo spettacolo. Ho fatto anch'io durante quindici

giorni quella vita di zingaro principesco. Accompagnavo la compagnia per

assistere alle prove di un mio dramma. Si viaggiava dalla mezzanotte

fino a giorno inoltrato, a volte fino al mezzodì. La Bernhardt colla

famiglia, aveva un vagone regale con due o tre cabine, un salone, una

cucina ed un delizioso terrazzino a invetriate. M.r Abbey l'impresario

occupava un altro vagone poco dissimile, del quale cedeva a me un

minuscolo quartierino composto di una cameretta col suo bravo letto, di

uno studiolo e di un gabinetto di toelette. Al resto della compagnia

erano dati due vagoni Pullman. Quando si dimorava due giorni nella

stessa città il convoglio fermo in stazione su qualche binario appartato

era il nostro albergo. Al primo giungere si correva in teatro per le

prove: lo spettacolo cominciava alle otto di sera e terminava verso le

undici.

Quella sera dunque, gli attori stavano vestendosi per la _Tosca_, quando

l'impresario venne ad avvertire si sollecitasse la recita dovendosi

partire alle undici precise. Bisognava quindi che lo spettacolo

terminasse poco dopo le dieci. Cominciare subito non si poteva perchè

ancora mancava il pubblico, gli intermezzi bastavano a stento ai

mutamenti di scena e di arredi; unico rimedio sfrondare il dramma senza

pietà, cucire insieme a dispetto del senso artistico e letterale tutte

le scene dove interviene la protagonista, menar di forbici in tutte le

altre e parecchie sopprimerle addirittura. A queste amputazioni i

comici, i suggeritori ed i _régisseurs_ hanno una grande destrezza e

sono parati ad ogni momento. Ci si piega di mala voglia la Sarah

Bernhardt, dotata com'è di una rigorosa coscienza artistica e

rispettosissima del testo letterario. Ma questa volta l'urgenza

imperiosa ne vinse gli scrupoli ed anzi il disgusto dello sconcio

inevitabile, la indusse in una rabbia demolitrice che non conobbe più

freno nè legge. Poichè profanazione doveva essere, avesse almeno una

artistica enormezza. Così una virago poichè vide la sua casa demolita da

una banda di facinorosi, impotente alla difesa, nel furore disperato

mette di sue mani il fuoco alle travi perchè meno duri l'orrore della

distruzione.

Non posso ridire lo scempio che si fece di quella povera _Tosca_. Gli

atti erano presi d'assalto come una fortezza smantellata e da ogni parte

rovinavano come massi smossi o come tese di muraglie rovesciate, brani

di dialogo e scene intere. I personaggi scorazzavano pazzi attraverso un

dramma insensato. A mezzo d'una scena, per saltare di un colpo nella

successiva se il personaggio che vi doveva agire non era presente, uno

degli attori che stavano recitando, si faceva sulle quinte e lo chiamava

per nome ad alta voce. E quello accorreva ed usciva a casaccio in un

dialogo improvvisato a soggetto, finchè non gli riuscisse di afferrare

un capo del filo drammatico mille volte spezzato e mille volte

riannodato a nodi grossi e lenti. Io stavo in poltrona godendomi il

delirio frenetico dei comici e più la bevuta larga degli spettatori.

Quando fummo alla scena famosa della tortura, dove la Tosca smania ed

urla alle grida ed ai gemiti del suo Mario, la Bernhardt dimenandosi e

contorcendosi come un'ossesso, in luogo di profferire le parole

angosciose del testo, prese a nominare strepitando i personaggi del mio

dramma, finito di provare poco innanzi che cominciasse la recita.

Dovetti fuggire per non smascellarmi dalle risa, mentre il pubblico

rapito e commosso non si ristava dagli applausi e dalle acclamazioni. E

tutti quanti, tenevano in mano e leggevano negli intermezzi il loro

bravo sunto sceneggiato nel quale non era cosa che discordasse

dall'azione che andava scatenandosi sul palcoscenico, e concordavano

invece nella assoluta e fondamentale assurdità dell'uno e dell'altra.

S'intende bene che un tale massacro artistico non potrebbe impunemente

seguire nelle grandi città colte e civili dove i teatri accolgono

insieme col grosso dell'indigena, anche il fiore della popolazione

forestiera ed i pochissimi americani poliglotti. New-York, Boston,

Filadelfia e più ancora Washington, mandano alla prima rappresentazione

di un dramma francese, un pubblico intenditore ed esigente. Ma alle

seconde e alle successive occorre il sussidio della traccia riassuntiva

che fa incomprensibile a tutti quello che era solamente incompreso dai

più.

Un vago sospetto di queste cose ce l'avevo innanzi di recarmi in

America. A bordo poi della _Bretagne_ m'era venuto per le mani uno di

quei sunti, quello appunto della _Tosca_ e n'ero rimasto atterrito. Non

appena l'impresario m'ebbe annunziato le interviste di tanti redattori

teatrali, pensai tosto di giovarmene, interrogandoli a mia volta, ed

ammonendoli del barbaro scempio che si fa in America delle opere

drammatiche importate d'Europa. In massima, non ho nessun gusto per le

interviste. Esse non servono per lo più che a far dire o ad attribuire

cose scempie ad uomini che saprebbero a scriverne ed operarne delle

sensate. Ammetto e comprendo le interviste politiche provocate ad arte

dall'intervistato ed intese a propalare quella dose di verità o di

falsità che giova al momento ed a promuovere le smentite autorevoli sul

punto più vero. Ma se l'equivoco può giovare qualche volta alla

politica, all'arte nuoce sempre e quello che un artista pensa dell'arte,

deve apparire dalle sue opere e non risultare dal processo verbale di un

interrogatorio. Di solito poi le interviste letterarie ed artistiche,

hanno una applicazione _ad hominem_ del tutto sconveniente. Un signore

che non conoscete, viene di punto in bianco a domandarvi per mandarlo

alle stampe, che ne pensiate del tale autore e della tale opera; cose

che è tanto facile argomentare a priori: si pensa male dell'uno e peggio

dell'altro, onde l'intervista non fa che distillare veleno zuccherato.

Nulla è più indiscreto del costringere un galantuomo ad essere o finto o

scortese e quello che da sè non direbbe, farglielo gridare dai tetti a

comodo professionale di un giornalista. Senza contare che quando non

diffama una terza persona, l'intervista riesce troppo spesso

diffamatoria all'intervistato, se pure non cumula le sue diffamazioni.

In questa sorta d'inchieste a me non avvenne mai di trovar poi stampato

quello che veramente avevo detto. Non è molto, un valoroso critico

francese, poichè m'ebbe oltre un'ora tempestato di domande categoriche,

mi fece annoverare fra i romanzieri italiani viventi Cesare Cantù, ch'io

non avevo neppur nominato e che era morto due anni addietro.

Non ostante questa avversione fondamentale, l'idea di trattenermi in

discorso di teatro, coi meglio redattori teatrali di New-York mi dava

piacere e ne speravo un gran bene. C'era bensì la difficoltà della

lingua, ma era appena arrivato e mi duravano molte illusioni sul

francese degli americani, e devo pur confessarlo sul mio proprio

inglese. Ad ogni modo pregai un colto e gentilissimo giornalista

italiano, il signor Salvatore Cortesi, da due anni residente in

New-York, perchè mi assistesse al cimento. Alle otto di sera cominciò la

sfilata. Avrei voluto e speravo di poter raccogliere ad un tempo due o

tre di quei signori, che sarebbe stato un mezzo assai più comodo, più

sbrigativo e profittevole di allargare la conversazione e di volgerla a'

miei fini. Ma non ci fu verso. Venivano, uno alla volta, aspettando il

secondo che il primo se ne fosse andato, ed il terzo, che se n'andasse

il secondo. Entravano, salutavano, sedevano:

— Do you speak French sir?

— Oh, noo!

Allora porgevo loro un bicchierino di Whisky e il buon Cortesi spiegava

come non ostante la mia profonda conoscenza, diremo, letteraria, della

lingua inglese, non avessi l'abitudine di parlarla, e si profferiva

interprete. Quelli gradivano e cominciavano l'inchiesta.

— Mister Giacosa è italiano? Quanti anni? Ha scritto un dramma in lingua

francese? Dove dimora in Italia? Quando ne partì? Ha fatto buon viaggio?

Ha sofferto durante la burrasca? Bella New-York? Ha veduto il ponte di

Brooklyn? Gli piace? Che cosa pensa di Sarah Bernhardt? Conosce

Mascagni? Che ne pensa? Conosce Tamagno? Che ne pensa? Favorisca dirci

il titolo del suo dramma. Storico? Epoca? Racconti il soggetto.

E non c'era modo di sviarli un palmo dal loro interrogatorio, formulato

in domande asciutte, con una compitezza di modi grave ed astinente, con

un linguaggio professionale e quasi abbreviativo. Mentre io rispondeva

ad una domanda, essi registravano la traduzione che il Cortesi aveva

fatto della precedente. Terminata l'inchiesta, gradivano il secondo

bicchierino, salutavano me ed il Cortesi con forti strette di mano e se

ne andavano com'erano venuti con ineffabile impassibilità. Cinque volte

mi toccò rispondere a domande su per giù equivalenti, cinque volte

dovetti io esporre per sommi capi il mio dramma, ed il buon Cortesi

voltarne in inglese la narrazione. Di che si giovarono le mie cognizioni

linguistiche assai più che dalla lettura del manuale di conversazione e

di una settimana passata a tradurre: _l'ombrello del mio vicino_, ed _il

temperino del mio maestro_. Perchè a udirlo raccontare sempre compagno,

così com'io l'esponevo con disperata uniformità, mi si fissavano in

mente molti termini dapprima ignorati, e quasi proposizioni intere. E

devo pure aggiungere ad onore dell'intelletto umano il quale sa fare

diverse le cose somiglianti, che dai cinque identici racconti uscirono

l'indomani altrettanti relazioni affatto dissimili l'una dall'altra e

dissimili tutte dall'originale.

Alle nove e mezzo, il quinto redattore se n'era andato, io cascavo dal

sonno e morivo dalla voglia, dopo tante notti vegliate a bordo sui sofà

della sala da pranzo, di riposare finalmente in un buon letto in terra

ferma. Si rimase un quarto d'ora in attesa se mai capitassero altri, poi

il mio ottimo interprete prese licenza e mi lasciò solo. Già stavo

spogliandomi quando picchiarono all'uscio e mi portarono un biglietto di

visita. Era il sesto. E mi mandava col biglietto di visita, una

letterina dell'impresario che gli fissava l'intervista per le dieci di

sera. Impossibile rimandarlo, tanto più che l'indomani io dovevo partire

per Chicago dove si trovava allora la compagnia. E poi mi confortava il

pensiero che partito il Cortesi il nostro colloquio sarebbe stato di

necessità assai breve e tale da potersi sostenere colla mente insonnita.

Avanti dunque.

Era un giovane sui trent'anni molto elegante, ed all'aspetto più aperto

e più comunicativo dei suoi compagni.

— Do you speak French sir?

— Oh noo!

— Do you speak Italian?

— Ohh nooo!

— But I do not speak English-at-all.

— Oh you speak very-well!

E si mise a sedere accanto al fuoco, coll'aria di una vecchia

conoscenza, soddisfatta dell'incontro. Gli offersi il Whisky più

coll'atto che colle parole, e m'industriai di persuadergli che proprio

non mi era possibile sostenere una conversazione in inglese, e posso ben

dire che ogni mia proposizione, era una prova luminosa della mia

sincerità. Ma egli studiandosi di pronunziare chiaro e spiccando con

benevola lentezza ogni parola, seguitava a dirmi tutto sorridente che

avrebbe voluto conoscere la mia lingua come io conoscevo la sua, che

tutto stava cominciare, che se a me non dava noia, egli avrebbe avuto

piacere di trattenersi con me più di quanto sarebbe occorso a due

spediti parlatori. Mi offrì un eccellente sigaro d'Avana, ne accese uno

di suo, e prese ad interrogarmi.

M'ero svegliato del tutto e in fondo sentivo che la scena era gustosa

per sè stessa, ed il mio interlocutore piacevole ed interessante. Finchè

si rimase sulle prime inchieste: il viaggio, l'arrivo, l'impressione che

mi aveva fatto New-York; fino a che infine egli potè metterci molto del

suo, le cose andavano a maraviglia. Io accennavo in modo approssimativo,

egli afferrava, integrava e suggeriva, ridevamo insieme dei miei

spropositi ch'egli correggeva con molto garbo, ne scattavano

osservazioni piene di sapore; mi dilettava lo studio ch'egli faceva ad

esprimerle in forma elementare e rimanendosi in una poverissima copia di

vocaboli, e glie ne ero grato; insomma, mi persuadevo sempre più che la

parola non è il solo nè il migliore mezzo di comunicazione fra gli

uomini e che intanto nel caso nostro se avessimo tutti e due parlato

speditamente, non sarebbe uscita dai nostri discorsi quella corrente di

simpatia che usciva dallo sforzo scambievole e dal comune desiderio di

vincere la stessa prova.

Ma quando venne la volta del dramma, mi sentii proprio cascar l'animo.

Mai e poi mai avrei saputo raccontarne disteso l'intreccio. Il suo non

era giornale del mattino, usciva, mi disse egli stesso, sul mezzodì: gli

suggerii di leggerne l'esposizione sui giornali mattinali che l'avevano

intesa dal Cortesi. Mi rispose ridendo che ciò non gli conveniva, e che

d'altronde tutti ne avrebbero fatto una relazione monca e confusa.

— Preferisco capir male quello che mi dite voi, che bene il male che

avranno capito quegli altri. —

Allora mi venne un'ispirazione. L'albergo dove ero alloggiato, si

chiamava l'_Hôtel Martin_: il proprietario era un francese. Suonai il

campanello e domandai al cameriere se fosse in casa il padrone. Mi

rispose che il padrone era uscito, ma che c'era il maître d'hôtel, il

direttore della tavola.

— È francese il maître d'hôtel?

— Sissignore.

— Pregatelo di salire.

Il mio giornalista capiva e se la godeva sorridendo incredulo. Venne il

maître d'hôtel, in abito nero e cravatta bianca, grave, grasso, pelato e

nobile. Lo pregai di sedere, di stare a sentire attentamente quello che

gli avrei raccontato e di raccontarlo a sua volta in inglese;

proposizione per proposizione a quel signore lì presente. Mi fece un

cenno di condiscendenza e cominciai il racconto. Ne fu subito

sbalordito, tradusse alla meglio la descrizione della scena, guardandomi

però con aria sospettosa, fiutando qualche mal tiro. Rassicurato,

raccolse tutte le sue forze per seguire il filo della narrazione; ma

quanto più egli si faceva attento ed intento, tanto più sentivo salire

in me una ilarità irrefrenabile e la vedevo luccicare di gioia infernale

nella pupilla dell'arguto americano. E già mi crucciavo della risata

imminente, quando il malcapitato interprete si levò e con una faccia

attonita, sincera e quasi umile, come di uomo che vede cosa al disopra

di ogni sua concezione, mi disse queste testuali parole:

— Monsieur, jamais je ne pourrai raconter ça à monsieur, je suis a

New-York depuis trois mois, mon anglais se borne aux beefteaks, aux

pommes de terre, aux omelettes et aux vins de Champagne. Ainsi vous

permettez... — E se ne andò senz'altro.

Per farla breve, dopo aver riso tutti e due dell'avventura, con una

fraternità degna di più chiare comunicazioni verbali, il dramma lo

raccontai io. E lo raccontai in inglese, richiamandomi alla mente parole

e frasi del buon Cortesi, ricorrendo al gesto, ai passi, ai moti, alle

figurazioni sceniche. Eravamo tutti e due eccitati e vogliosissimi, io

di esprimere, egli di comprendere e nell'intenso raccoglimento mentale

avveniva a lui di preavvertire certi svolgimenti dell'azione, di

cogliere, prima ch'io li enunciassi, certi movimenti dell'animo dei

personaggi; e la certezza di essere compreso, raddoppiava in me

l'efficacia espressiva, mi faceva audace ad arrischiare termini

posseduti in modo dubbioso e che il più delle volte si trovavano

azzeccare proprio nel segno.

Com'ebbi finito, era passata da un pezzo la mezzanotte; egli si levò,

elogiò con effusione il mio dramma ed il mio racconto, prese il cappello

ed una scatoletta che aveva deposto entrando sopra una seggiola presso

l'uscio, e mi disse ancora qualche parola, che o soverchia fiducia nel

mio inglese, o dimenticanza, profferì tanto serrata ch'io non l'intesi.

Credetti mi ringraziasse e m'inchinai complimentoso. Quale non fu il mio

stupore quando lo vidi girare le chiavette delle due lampade a gaz che

brillavano sulla caminiera! In un attimo nella tenebra lampeggiò un

fascio di luce bianca e vivissima, udii lo scatto di una molla e

compresi che egli aveva sparato la sua macchinetta fotografica. Riaccese

il gaz, mi ringraziò e se ne andò contento lasciandomi contento di lui,

e quasi soddisfatto di me.

Impressioni d'America · 第 10 / 21 题