I Bars e l'alcoolismo.

I Bars (spacci di liquori), sono nelle grandi città degli Stati Uniti,

così frequenti come da noi i caffè e le osterie, ma più frequentati. Gli

avventori vi passano e si rinnovano di continuo. I Bars più eleganti

sono annessi ai grandi alberghi. La piazza chiamata: _Madison square_

che è il centro mondiale di New-York, ne conta due fastosissimi; quello

del _Fifth avenue hotel_ (albergo del quinto viale) e quello dell'_Hôtel

Hoffman_. Quest'ultimo è costato, dicono, 100 mila dollari, cinquecento

mila lire. Ha un salone solo, non amplissimo, ricco di celeberrimi

quadri, fra i quali, protetto da un baldacchino che lo fa sembrare una

pala d'altare curiosa in tal luogo, uno vantato per opera del Correggio.

Nel centro, sorge un pilastro rivestito di scaffali pieni di bottiglie

intorno al quale, oltre lo spazio riservato ai giovani di bottega, corre

in cerchio la tavola del servizio. Lungo una delle pareti, sta un banco

per la vendita dei sigari e lungo un'altra una tavola fornita di

sostanziose ghiottonerie. Nello spazio libero, pochi tavolini e poche

seggiole. Gli avventori bevono ritti e sostengono ritti, dal primo al

penultimo, tutti i gradi della sbornia. All'ultimo chi ci arriva,

provvede il pavimento sul quale il bevitore s'abbioscia per morto.

Il luogo, anche nell'ora della maggior ressa, è silenzioso. Gli

americani sono più parchi parlatori che bevitori, e sembrano discorrendo

fra loro, confidarsi continui secreti. I loro organi vocali danno in

note basse e la lingua inglese si presta a meraviglia al parlare fra le

labbra che non risuona ed alle proposizioni elittiche che fanno i

dialoghi rapidi e brevi. Dal banco, non esce voce in tutto il giorno.

Colla bibita richiesta, vi porgono una tessera dove ne è stampato il

prezzo, ond'è rimossa ogni occasione di parole coi garzoni. Le

ghiottonerie sostanziose non sono poste in vendita, ma offerte gratis

agli avventori. Tutti gli spacci di liquori in America danno per

soprappiù della bibita qualche boccone, a stimolo della sete ed a

ritardo dell'ebrietà. Negli infimi stanno sul banco due ciotole piene

l'una di pane sbocconcellato e tostato e di scheggie di cacio l'altro. A

mano a mano che il Bar si fa più elegante, cresce la copia e la qualità

di questi aiuti al bere. I primari imbandiscono: rostbeaf, salumi,

caviale, pesci, pasticcini e certe insalate fantastiche veramente

squisite. Il Bar dell'_Hoffman house_, ammanisce due volte al giorno un

_lunch_ nutritivo e ghiottissimo. Non si pagano che le bibite. Chi

entrasse e pasciutosi si astenesse dal bere, ne uscirebbe senza por mano

alla borsa. Ma la fede pubblica è in New-York così esemplare, che al

solo sospetto di una tale soperchieria, si riconoscerebbe il forestiero,

anzi l'europeo. Non vi sono forse certi servizi d'omnibus sprovvisti di

fattorini? I passeggieri salgono e scendono senza che nessuno richieda

loro il prezzo della corsa, che un salvadanaio nell'interno della

vettura è destinato a ricevere. Le piccole cassette postali disseminate

in gran copia per la città, portano sul piano superiore una minuscola

ringhiera che ne fascia gli orli. Quando la cassetta è piena che di più

non capisce, chi vuole impostare, in luogo di cercarne un'altra, depone

le lettere ed i giornali su quel piano, a portata della mano della

folla. E se così usa è segno che non nascono guai. Ordinamenti civili

fondati sul presupposto della probità universale, mentre segue proprio

il rovescio in casa nostra.

A chi arriva d'Europa, quel mangiare a ufo, dà sulle prime un certo

senso di noia. Viene fatto di cercare intorno chi ringraziare e, non

trovandolo, di ordinare ad alta voce la bibita venale e sanatrice, che

non s'avesse a pensar male. Ma non pensa male nessuno e fate pur conto

che il padrone non ci rimette. All'_Hoffman bar_ la più semplice delle

bevande, dall'acqua in fuori, costa 25 centesimi il bicchierino. Poco a

unità di lira, molto a unità di dollaro. Il centesimo del dollaro vale

un soldo e più. Non dico che quando uno si satolla ci rimetta, ma

nessuno entra in quei luoghi per satollarsi. Gli alcoolisti non toccano

cibo, gli altri ci capitano spinti dalla sete e non vedono l'ora di

rinfrescarsi; se dopo il primo bicchierino, le ben disposte leccornie li

invogliano ad uno spuntino, questo a sua volta li adesca a ribere, e due

bevute pagano il _lunch_.

Già, nel primo soggiorno in America, quel nostro riferire i centesimi

alla lira invece che al dollaro, è cagione di ingrate sorprese alla

chiusa dei conti serali. Le piccole compere si moltiplicano in modo

rovinoso. Un oggetto che da noi costa tre lire, è segnato in quelle

vetrine: 75 cents. Che bazza! È così bello e finito che non più. Subito

entrate a comprarlo, se anche non vi occorre, per non perdere

l'occasione. Chi porge la moneta di un dollaro, tanto tanto s'accorge

che il resto è un po' magro, ma chi paga con un biglietto di due, di

cinque, di dieci dollari, tra la difficoltà di fare il conto e la

vergogna di apparire novizio e la fede, la giusta fede della probità

americana, intasca i copiosi spezzati e si gode uscendo, la beata

illusione di un buon mercato eccezionale. Fragile gioia e costoso

ammaestramento. E la lezioncina si rinnova al ritorno in Europa, dove,

sulle prime, poichè si stette tanto tempo guardinghi per via di quel

dollaro benedetto, il saper ridotta ad un quinto l'unità di moneta vi fa

allentare la sorveglianza ed allargare la mano oltre misura. Così

viaggiando s'impara e si sa che i buoni maestri costano caro.

Torniamo al Bar, dove si affolla innanzi l'ora del pranzo la società

fiorita di New-York. Veramente fiorita, perchè l'uso di portar fiori

all'occhiello è laggiù più comune assai che in Europa. Durante il mio

soggiorno usavano i grisantemi che costavano, quelli doppi, un dollaro

l'uno, come un dollaro l'una costavano le rose. Quegli uomini alti,

robusti, elegantissimi e così regalmente infiorati, sono davvero belli e

nobili. Esprimono al portamento una fierezza non priva di grazia; stanno

eretti sulla persona, ma non impettiti, ritti, non irrigiditi, il loro

saluto è dignitoso ma non asciutto, sono parchi di parole, ma non

ammusonati. Ne è pieno il salone del Bar e l'atrio dell'attiguo albergo

ed il larghissimo marciapiede all'aperto sulla piazza. In quell'ora

diurna una sorsata basta alla sete degli avventori. Avviene bensì di

notare qua e là qualche occhio appannato e qualche andatura meditata, ma

sono casi rari e ad ogni modo, di vere cotte non appaiono traccie.

E non mi occorse nemmeno di avvertire in quei bevitori, l'abito

alcoolico che si mostra a indubbi segni, anche quando chi ne è posseduto

rifugge dal bere. Presso di noi, i bevitori tradiscono il vizio anche

nei momenti di deliberata misura. Nell'atto in cui è loro mesciuta la

sola bibita che si consentono, e più nel recarla alle labbra, il loro

occhio brilla per cupido accendimento. È uno sguardo carezzevole e

prelibatore pieno di tenerezze rattenute e frenato da propositi eroici.

E quando rimettono vuoto sulla tavola il bicchierino che centellinarono

deliziosamente, si capisce che la tentazione e la resistenza stanno sul

filo della loro volontà in equilibrio instabile. Cansano gli sguardi del

tavoleggiante per non essere indotti in peccato; posano il calicino

sull'orlo del banco senza ritrarne la mano, tanto per indugiare la

decisione: nessuno può dire se lo porgano per averlo ricolmo o se lo

depongono sazi. Deciderà l'oculatezza del giovane di bottega o il Dio

supremo dei bevitori e dei giuocatori: il caso.

Nulla di simile segue di quegli uomini poderosi, nei quali primeggia

sempre, sia volta al bene o al male, la maggiore delle forze virili: la

volontà consapevole. Al tono con cui ordinano la bibita predinatoria, si

capisce che quella sarà l'unica di quell'ora, come al tono con cui

ordineranno più tardi la prima delle serali, si capirà che ne verranno

delle altre molte.

Chi s'appostasse presso il banco di un Bar nelle ore diurne sarebbe

indotto a credere che la strombazzata incontinenza alcoolica degli

americani sia una fiaba; chi ci capitasse alle dieci di notte, ne

indurrebbe il disfacimento finale della razza americana. Contemperando

le due impressioni opposte, ne esce pur sempre un senso di

inquietitudine rispetto all'avvenire e di stupore malinconico rispetto

al presente, ma insieme di ammirazione per la energia volitiva, la

resistenza fisica di quel popolo. Dicono infatti che a differenza dei

nostri, gli alcoolisti americani poichè passarono la notte intera

piombati nella attonitaggine alcoolica, si trovano all'alba desti e

destri a lavori di computo minuziosi e severi. Gli impiegati delle

dogane, vegliano tra il Gin ed il Whisky, ma ne scuotono ad ora fissa il

torpore ed ammammolati al discorrere sono acutissimi a far conti.

Conobbi laggiù un uomo di molti e grossi affari, un impresario teatrale

più volte milionario a milioni di dollari, generalissimo di un esercito

danzante, cantante, suonante e recitante, scaglionato in parte nei vari

Stati dell'Unione, in parte accantonato nei presidi teatrali d'Europa e

navigante, in parte, a sue spese, attraverso l'Oceano, il quale fino

dalle dieci della mattina sapeva d'alcool come un carettiere. E

seguitava l'intera giornata e la sera, a tracannar liquori ed a fumare

sigari inverosimili, il che nulla gli ottenebrava la mente che mostrava

ad ogni occorrenza pronta ed accorta ad affari disparati e ferma a

subite decisioni. Lo vidi attendere alle prove di un'opera in musica

spettacolosa. Sedeva in platea coll'aria cascante di un apopletico, le

labbra sporgenti per reggere al peso del grosso avana, ma sonnolento

all'aspetto e tardo al parlare ed al gestire, aveva l'occhio ad ogni

cosa: agli attrezzi, alle scene, al vestiario, ai cantanti. Ogni cinque

minuti gli erano attorno i suoi commessi a parlargli piano all'orecchio,

a dargli lettura di un telegramma, a fargli firmare una carta, ed egli

passava d'una persona all'altra e d'una in altra faccenda, senza tradire

nè sforzo, nè impazienza, nè stanchezza. Di quando in quando usciva

dalla sala, e fattosi nell'atrio, imboccava la porticina del Bar annesso

al teatro, dove gli mescevano, al primo vederlo, il consueto

bicchierino.

Ricordo una notte che viaggiavo in sua compagnia nel suo magnifico

vagone privato, una vera palazzina su ruote con due camerette padronali,

una per i domestici, una cucina, un salone da pranzo ed un salottino da

studio. Dopo una cena squisita inaffiata di Champagne, ch'egli non

beveva perchè a tavola era astemio, ci eravamo ridotti nel salottino a

discorrere. Parlava lento, con voce bassa alquanto nasale, ragionando in

termini commerciali dello stravagante e pittoresco mondo degli artisti

di teatro. Le grandi attrici, i virtuosi di fama mondiale, le cantanti

principesche, le ballerine, le mime, tutta quella gente vertiginosa,

piena di esaltazione, di seduzione, di sessualità e di peccato,

passavano ne' suoi discorsi come elementi numerici di operazioni

aritmetiche, si riducevano quasi a derrate trafficabili delle quali egli

conosceva, i luoghi di miglior produzione e di più fruttifero consumo. E

tra un'attrice e una cantante, tra una stagione teatrale in Boston ed un

concerto a Filadelfia, erano grosse sorsate di Whisky che ingollava

dalla fiaschetta tenuta a portata di mano sul tavolino. E bevi e bevi!

Non m'esce dalla memoria quel vagone sontuoso, quel treno fuggente nella

notte e sprizzante scintille che andavano ad incendiare le alte erbe sui

margini della strada e quell'uomo contegnoso, briaco e sensato ed il suo

ragionare da contabile.

Una volta, alla ventesima bevuta forse, accennai sorridendo a levargli

di mano la fiaschetta e arrischiai il dubbio che il troppo bere gli

potesse nuocere. Mi rispose con affabile sicurezza:

— Provatevi a propormi un affare e vedrete se ci vedo chiaro.

A un punto lo credetti vinto. Le parole che gli venivano sempre più

lente, gli morivano sulle labbra e lo vidi assopito cogli occhi aperti.

Le scosse del treno, lo sballottavano come un corpo inerte che non

seconda i movimenti. Teneva, rammento, le mani posate aperte sulle

ginocchia quasi a puntellare il busto che non cadesse all'avanti. Così

ciondolava sui fianchi. Provavo un senso di inquieto disgusto, e già

stavo per andarmene nel salone accanto, quando sentii i freni a mordere

le ruote ed il treno fermarsi brusco. Entrò un moro fattorino della

stazione, con un dispaccio. L'impresario subito desto, lo aperse, lo

lesse, cercò sul tavolino un modulo telegrafico, vi scrisse rapidamente

cinque o sei righe e lo consegnò al moro che lo facesse spedire. Come il

treno fu in moto mi disse:

— Ho scritturato Tamagno.

Dicono che a differenza dei nostri, gli alcoolisti americani, poichè

durano anni ed anni al vizio, un bel giorno piantano il segno e si

comandano di ristare. Un atto violento di volontà li guarisce per

sempre. Dicono; ma è poco credibile, o credibile di pochi e ad ogni modo

se questo miracoloso rinsavimento salva l'individuo dalle estreme

degradazioni, è lecito temere che i figli generati nel periodo

dell'incontinenza, portino, nascendo, i germi di un progressivo

indebolimento. Se vi ha paese cui siano necessarie le società di

temperanza questo è l'America. Ma nel loro zelo virtuoso esse danno in

pratiche barocche e puerili e si alienano colla intolleranza l'animo

della gente veramente temperata. Il caso intanto sembra tenere le parti

dei bevitori. Durante il mio soggiorno in America, i giornali fecero un

gran parlare di un'agape astemia bandita dai bigotti e più dalle bigotte

dell'astinenza, dove, per non so quale inquinazione delle acque, tutti i

commensali furono assaliti da coliche violentissime e ne morirono

parecchi. Pensiamo, le risate degli alcoolisti!

Anche le leggi intervengono, uscendo dall'ambito loro, a governare i

costumi. Ma quando la legge esorbita, l'inganno e la frode le stanno ai

fianchi. In parecchi Stati dell'Unione è inibita la vendita delle

bevande fermentate. Ma la sorveglianza dei pubblici ufficiali si ristà

alla forma dei recipienti, onde avviene che si spaccino impunemente

vino, birra e liquori, colla sola avvertenza di tenerli entro i bricchi

e le caffettiere invece che nelle bottiglie e di mescerli entro le

chicchere, invece che nei bicchieri. Gli Stati che non inibiscono in

modo assoluto la vendita delle bevande alcooliche, ne limitano lo

spaccio ai soli giorni feriali. La domenica, nella stessa New-York, sono

chiusi tutti i Bar e le birrerie. Chiusi, intendiamoci, in apparenza e

la porta maggiore; ma se vi prenda sete del più velenoso fra i liquori,

rivolgetevi a bassa voce e con rinforzo di qualche moneta d'argento al

primo _policeman_ in cui v'imbattete. Egli vi indicherà con un gesto il

passaggio secreto che mena al Bar più vicino. Così per voler soverchiare

il suo compito, la legge si chiarisce insufficente e diventa argomento

di corruzione civile. A Gloucester nello Stato di Massachusetts, la

derisione della legge fu condotta, nel tempo ch'io stavo in America, ai

termini estremi. Una birreria molto frequentata di quella città, soleva

la domenica affiggere alle pareti delle sue sale dei cartelli con questa

scritta: _In respect for the law ask for Ambrosia_ (Per rispetto alla

legge, domandate: Ambrosia). S'intende che a chi domandava Ambrosia, era

mesciuta birra, ma la maestà della legge era salva ed il birraio non ci

pativa.

Chi entri nei Bar entro le dieci di sera ci trova un po' più fitta la

stessa folla che dicemmo dianzi, ed a primo vedere non avverte nel suo

aspetto nessun notevole mutamento. Sono pur sempre quegli uomini, alti,

asciutti, eleganti e regalmente infiorati, se non che a guardar bene, la

loro compostezza apparisce ora più dovuta a sforzo volitivo che a grazia

naturale. Non stanno più eretti sulla persona ma impettiti, non ritti ma

impalati, le loro faccie hanno un'espressione violenta, si direbbe che

bevano con disgusto, costretti. Durano gran tempo inerti tra la folla

come in piena solitudine, ignari di quanto li circonda. Nessuno più

discorre, nemmeno sottovoce, col vicino. Quel luogo chiaro, pieno di

gente taciturna, è più sinistro delle nostre infime taverne.

Ricordo di essere entrato in compagnia di alcuni europei nel Bar

dell'_Hoffman house_ la notte delle elezioni dello Stato di New-York. I

due partiti che si contendevano il governo avevano posto il loro

quartier generale nei due alberghi quasi attigui della piazza: _Madison

square_. I democratici al _Fifth avenue hotel_, i repubblicani

all'_Hoffman house_. Tutta la sera la gran piazza era stata gremita di

popolo in attesa delle notizie elettorali che una specie di lanterna

magica rifletteva in caratteri cubitali sulla immensa parete nuda di un

teatro. Alternavano, ricordo, le notizie delle elezioni cogli annunzi

industriali: — Il tal candidato ebbe in Albany 10 mila voti. — E subito

dopo: — Se volete delle solide calze andate in Broadwai al tal numero. —

Ogni annuncio di voti era accolto, a seconda delle parti, da strida, da

clamori, da imprecazioni e da fischi. Entrammo nel Bar verso l'una dopo

la mezzanotte. C'era una tal ressa che tutti i presenti si puntellavano

a vicenda. Credevamo di trovarci l'eco delle recenti battaglie, dispute

e concioni, i soliti segni della concitazione pubblica. Era un silenzio

glaciale. Tutta gente in tuba, in soprabito nero, un fascio di milioni

se non pure di miliardi, ed un aspetto funereo che metteva freddo

nell'ossa. I repubblicani avevano vinto, eravamo fra i trionfatori.

Questi dunque gl'inni della vittoria? Sulle prime, nel pigia pigia

dell'entrata, noi stranieri ed ignari ci guardavamo ammirati di così

misurato contegno. Ma poi! Occhi smarriti ed imbambolati, labbra

cascanti, una rigidezza scomposta nei lineamenti, pallori inquietanti e

su tutti i visi l'unghiata formidabile del veleno.

L'ultimo giovedì del novembre si celebra negli Stati Uniti il

_Thanksgiving day_ (giorno della resa di grazie), la festa bandita ogni

anno dal Presidente dell'Unione, per ringraziare la Divinità dei beni

concessi nell'annata. Erano quel giorno in New-York gli studenti delle

due università di Yale e di Princeton, le più celebri d'America,

convenuti per una gran gara al pallone che aveva divisa in due parti

tutta quanta la città imperiale. Fino dalle prime ore della mattina, i

quartieri centrali, in luogo di mostrare là squallida nitidezza che è

attributo i giorni festivi di tutte le città americane, disertate dagli

abitanti, erano più del solito popolosi e chiassosi. Si leggeva su tutti

i visi una aspettazione gioconda e quella disposizione alla

dimestichezza comunicativa che i giovani portano con sè dappertutto ed

irradiano anche sulla gente matura. L'immensa metropoli pareva mutata in

piccola città universitaria, tanto si associava alla vita degli

studenti. Tutti i cittadini d'ogni età e d'ogni condizione, uomini e

donne, portavano o sui cappelli, o sul braccio, o alla cravatta, o

all'occhiello i colori di una delle due università, a seconda delle

simpatie e delle scommesse. Yale era gialla. Princeton azzurra. Davanti

le case, gli alberghi ed i clubs, immensi carozzoni scoperti, a quattro,

a sei cavalli, infiorati ed inghirlandati di giallo o d'azzurro le

ruote, i sedili, la groppa e la criniera, aspettavano le comitive

dirette al campo della gara. Le brigate degli studenti scorazzavano da

padrone tra la folla che si apriva plaudente ed augurante al loro

passaggio. Era una festa tutta gentilezza, dedicata al fiore della

gioventù americana.

La gara seguì, stupendo e ordinatissimo esercizio di forza e di

destrezza. La sera, le vie ed i teatri brulicavano di studenti, ma il

fiore d'America s'era avvizzito e spandeva odore d'acquavite.

Irrompevano a forza nei teatri e vi spadroneggiavano con durezza. Non vi

portavano il motteggiare delle nostre scolaresche in festa, le quali se

disturbano l'attenzione delle pacifiche platee, danno in compenso

spettacolo di salace giocondità, ma un tempestare assordante in nota

unica e continua, che esprimeva l'immobilità delle loro menti

intorpidite. Non sorrisi, nè risate. La loro prepotenza non attenuata da

nessuna grazia, pareva di soldatesca conquistatrice. Per le vie

barcollavano briachi di una ebrietà tenebrosa senza raggio di gaiezza. I

meno funerei stamburavano a voce, curando di camminare in misura, ma la

voce ed il passo erano affatto indipendenti l'uno dall'altra e si

accordavano solamente nel ribellarsi ognuno per suo conto al rudimentale

impulso volitivo ond'erano mossi. La voce rendeva suono di tamburo

allentato per funerali, un suono così scomposto e stentato che pareva

esprimere il delirio di un paralitico. Quale differenza dalle nostre

canzoni bacchiche briose ed audaci e dalla esaltazione sottile e verbosa

che sale al cervello dai nostri vini! Ed il passo! Un bimbo di tre anni

avrebbe stramazzato a terra il più vigoroso di quegli atleti. A tarda

notte molti giacevano come corpi morti, sui marciapiedi.

Questa brutalità di vizio appartiene in eguale misura alle classi ricche

ed alle povere, anzi tenuto conto della qualità delle bevande e del loro

potere innebriante il quale cresce in ragione inversa della bontà, si

può ritenere che sia maggiore in quelle che in queste. È noto che dai

clubs più fastosi, molti fastosissimi soci, poichè vi entrarono a piedi,

escono nelle ore piccine portati a braccia dai domestici, i quali li

cacciano in carrozza e giunti a casa li spogliano e li mettono in letto,

senza ch'essi diano segno alcuno di rinvenimento.

Io giudico che l'americano sia più amante dell'ebrietà che del bere. La

proposizione può parere paradossale, ma non è. Non mi avvenne mai di

vedere un americano, intendo degli alcoolisti, centellinare un

bicchierino di liquore e mostrare di assaporarne l'aroma. Si direbbe

anzi che al loro palato disgusti l'acredine alcoolica e che costretto

all'ufficio di imbuto esso si affretti a liberarsi dell'ingrata

sostanza. Essi non bevono, tracannano. A vederli accostare alle labbra

il calicino e versarlo di scatto, si capisce che la colonna liquida deve

piombare serrata nelle fauci senza diffondersi a toccare le papille.

L'atto non è infatti accompagnato da nessun segno di compiacenza. Cupi e

fissi bevitori essi giungono all'ebrietà senza passare per l'ebrezza. La

loro ebrietà non è una cima, è un pozzo; non vi salgono grado grado,

inconsapevoli: vi si avventano con deliberato proposito. Bisogna dire

che alle loro menti, pur tanto energiche e sempre affaticate dietro i

traffichi ed i guadagni, faccia difetto l'energia che sa comandare il

riposo e sospendere l'applicazione intellettuale. Da ciò il bisogno

violento di paralizzare con aiuti esteriori l'attività cerebrale. O

forse consci della invincibile seduzione alcoolica che tanto tanto li

trascinerebbe alle ultime cotte, nella loro impazienza delle sensazioni

estreme, amano a risparmio di tempo, arrivarci di un colpo. È la stessa

sessualità grossa che ho già notato altra volta e che si palesa per

mille vie, sdegnosa delle delicatezze indugiatrici, amante di quanto è

enorme ed eccessivo.

Impressioni d'America · 第 9 / 21 题