La direttrice mi presentò varii altri personaggi notevoli dei due
sessi: prima una bambina bionda, piccolissima, che aveva tutto il capo
bianco di diavoletti, messile dalla mamma, per mandarla arricciolata
a una processione di non so che Santo che si doveva far la sera nel
sobborgo. Era una bambina celebre per un motto pronunciato un mese
innanzi in casa sua; dove, essendo morto un suo zio verso l'ora del
desinare e piangendo tutta la famiglia senza mettersi a tavola, lei,
che non capiva la morte e sentiva la fame, s'era lagnata del ritardo, e
all'osservazione del babbo — che era ora di piangere e non di mangiare
— aveva risposto: — _ma prima mangiamo e poi piangeremo_ — ma con tale
accento di franchezza, con così manifesta coscienza di dire una cosa
ragionevole, che tutti n'avevan dovuto sorridere, anche nel dolore. Io
le rivolsi qualche domanda, a cui non rispose. — Scòtiti, — le disse
la direttrice, — di' qualche cosa. — E allora, dopo uno sforzo mentale
visibilissimo, essa mi disse con un filo di voce: — Mio padre s'è
tagliato i capelli.
Stavo per rallegrarmi di quell'avvenimento quando me ne fu presentata
un'altra, un triennio ambulante, bruna come una gitanella, che aveva
le lacrime agli occhi, e pareva molto afflitta. — È orfana di padre
e di madre, — mi dissero; — è entrata ieri, è ancora malinconica;
non c'è modo di farla sorridere. — Nemmeno il _papà_, che le stava
accanto in quel momento, era riuscito a rasserenarla. Teneva la testina
chinata sopra una spalla in un atteggiamento d'abbandono stanco, come
una malata, e pareva che non vedesse e non udisse nessuno; pareva un
viso su cui, per natura, non potesse spuntare il sorriso. Mi dissero
che aveva un fratello gemello, entrato nell'asilo con lei, ma che era
allegro, e giocava con gli altri. La direttrice mandò una maestra a
cercarlo, e questa ritornò poco dopo col bimbo per mano. Non si può
dire la dolcezza del sorriso sfuggevole che brillò negli occhi alla
sorella al primo vederlo, nè la grazia amorosa e triste con cui gli
s'avvicinò e gli appoggiò il capo sul petto mettendogli un braccio al
collo, come se lo ritrovasse dopo una lunga separazione in mezzo a una
moltitudine di gente sconosciuta, e volesse dirgli: — Non te n'andar
più, non lasciarmi più sola, non ho che te a questo mondo.
La maestra mi presentò una bimba con due occhi celesti splendidi,
una figurina di poetessa ispirata, dicendomi a bassa voce: — Ha molto
ingegno.... e un'ambizione! — ed io dissi, con voce anche più bassa: —
Ha degli occhi bellissimi. — Quella se n'andò; ma tornò poco dopo, e,
tirata la maestra in disparte, le parlò nell'orecchio; poi scomparve da
capo. Punto dalla curiosità, domandai che cosa avesse detto. — Guardi
che astuzia! — rispose la maestra ridendo; — mi domandò: che cosa
ha detto quel signore dei miei occhi? E me lo domandò perchè l'aveva
inteso. — Per prudenza, essa le aveva risposto: — M'ha detto che si
vede dai tuoi occhi che devi esser buona. — Ma era stata prudenza
inutile, perchè la furbacchiola non aveva chiesto che una ripetizione,
approvata dall'autorità, del complimento.
E non fu quella la sola osservazione che potei fare sulla precocità
della vanità femminile, poichè tutte le bambine belle che mi
presentarono, — assuefatte come son tutte a sentirsi dir belle da
parenti e da conoscenti, — dopo che m'avevan risposto alle domande
solite del nome e dell'età, si capiva che stavan lì ad aspettare il
complimento solito; si vedeva dalla sospensione d'animo che sollevava
un poco il loro piccolo petto e dal tenue flusso di sangue che il
palpito affrettato del coricino mandava alle loro guance contratte da
un leggerissimo sorriso forzato. E perchè appunto per questo io non
dicevo nulla, mostravano sul viso, quando se n'andavano, una vaga ombra
di delusione. E me ne dispiaceva; ma la prudenza.... Anche Gabriele
d'Annunzio, forse, avrebbe taciuto.