I liceisti.

La scolaresca di quel primo corso liceale, molto numerosa, era composta

in gran parte di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi di

giovanotti che avrebbero potuto portar sulle spalle i professori.

Molti erano convittori d'un Collegio Civico, separato dal Liceo, che

venivano a scuola con un berretto militare, e portavano i giorni di

festa una divisa somigliante a quella dei bersaglieri. Mi ricordo che i

più tenacemente studiosi eran quelli di famiglia meno agiata, figliuoli

di piccoli bottegai e di piccoli proprietari rurali, che facevano duri

sacrifici per avviarli alle professioni liberali; il che prova che

anche nel campo scolastico, come nel campo sociale, ha più ardore e più

lena chi combatte per salire che chi lotta soltanto per non discendere.

Fu quella la classe in cui contrassi le prime amicizie durevoli,

furon quelli gli amici che rividi sempre con maggior piacere per tutta

la vita, poichè in quell'anno soltanto cominciarono a stringermi ai

miei condiscepoli dei legami intellettuali. Per tutto un inverno ebbi

vicino un futuro Conservatore delle ipoteche, un generale avvenire, un

vescovo in erba e un rettore predestinato di quello stesso collegio,

del quale era collegiale: altrettanto, buono allora coi compagni ed

esemplare nell'osservanza della disciplina, quanto poi fu amorevole

coi suoi sottoposti e saggio nell'esercizio dell'autorità. Il generale

avvenire sedeva proprio nel mio banco, alla mia sinistra. Era uno dei

più quieti e dei più amabili della classe, un giovinotto robusto, coi

capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni e dolci, sfavillanti

di vita, con due guancie piene e floride che, quando rideva, formavano

due fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione di bontà

infantile. Sento ancora nella mente, come se mi suonasse all'orecchio,

il metallo della sua voce, che pareva quella d'un uomo raffreddato, e

rivedo le sue grosse labbra vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei

mulatti, delle quali osservavo tutti i moti quando, ritto in piedi,

recitava la lezione al professore, ed io gli facevo da suggeritore,

com'egli faceva a me, quando ero io sotto i ferri. Accadeva spesso fra

gli altri di bisticciarsi per un disparere letterario o per un libro

buttato sotto il banco, e di barattarsi qualche parola acre; ma non

seguiva mai con lui, tanto era d'indole mite e arrendevole, e giocondo

d'umore, e affabile di maniere. Era alunno del convitto, e lo vedo

ancora col suo cappello da bersagliere messo un po' di traverso, con un

pennacchio azzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla già virile.

Quante risate abbiamo fatte insieme, nascondendoci dietro i compagni

del banco davanti, quando il professore di lettere italiane attaccava

il ritornello solito del _Barbiere_ e dello stipendio; di quelle risate

deliziose, che hanno il gusto del frutto proibito, e di cui si perde la

facoltà quando non si ha più in faccia qualcuno che ci possa gridare:

— La smetta —! Mi rammento che un giorno il professore di lettere fece

recitare a lui la poesia del Guidi, _Alla Fortuna_, della quale non ho

più in mente che un verso:

Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.

In quella parola “Affrica„ era segnato il destino del mio buon

compagno, che si chiamava Giuseppe Arimondi.

Il bimbo del Consigliere.

Fu in quell'anno stesso che conobbi un altro, allora ancor bambino,

predestinato alla fama in tutt'altro campo.

I prefetti regi, e con loro i consiglieri di prefettura, erano in

quel periodo mutati spessissimo. Nei pochi anni che trascorsero dalla

guerra di Crimea alla liberazione di Napoli ne passarono in quella

piccola città non so quanti, che ho dimenticati, tranne il Bellati,

governatore, il quale aveva fama di letterato per una bella traduzione

del poema del Milton, e un Consigliere lombardo, il cui nome, che

allora sapevo senza dubbio, m'uscì poi dalla mente, e non lo riseppi

che dopo lunghissimo tempo. La consiglieressa — una giovane signora

d'aspetto buono e di modi schietti e gentili — veniva qualche volta a

casa nostra a render visita a mia madre, conducendo sempre con sè un

figliuoletto di tre o quattr'anni, del quale mi son rimasti impressi

nella memoria gli occhietti vivaci e la forma singolare del viso, dal

mento fuggente a curva di mela, e, anche più del viso, una miniatura di

cappotto color nocciola, che gli stava dipinto, e gli dava l'aria d'un

ometto. È probabile ch'io abbia giocato più d'una volta con lui, con

la condiscendenza d'un fratello maggiore, per liberarlo dalla noia che

son sempre per i ragazzi le visite. Ma non rammento altro che la sua

personcina e le feste che gli soleva fare mia madre, complimentandolo

per quel cappottino prematuro di zerbinotto, che non dimenticò mai

più neppur essa. Chi m'avesse profetato che cosa dovea diventare quel

bambino, e quale influsso esercitar con la sua penna sul mio pensiero,

e che ansie dolorose farmi provare per lui in un momento terribile

della sua vita, gli avrei dato del matto da catena. E fu così. Quel

figliuoletto d'un consigliere di prefettura, che poi fu prefetto,

divenuto trent'anni dopo un pubblicista originale e potente, d'una

arte dialettica maravigliosa, d'uno stile tutto punte e incavi, dal

quale sprizzano le idee fitte e lucide come baleni da un'armatura a

scaglie d'acciaio, ed escon mille suoni acuti e minacciosi come da un

fascio di spade agitate, mi doveva prima e più d'ogni altro accendere

e persuadere dell'Idea, alla quale egli dedicò tutto il suo ingegno e

tutta la sua vita, e che lo condusse ammanettato davanti a un tribunale

di guerra, e dal tribunale all'ergastolo, condannato a dodici anni

di reclusione per un delitto politico, a cui ripugnavano con egual

forza la sua ragione e la sua natura. Ma soltanto assai tempo dopo

ch'io conoscevo l'uomo, seppi che erano una sola persona il direttore

della _Critica sociale_ e quel bambino; non lo seppi che il giorno in

cui mia madre mi domandò: — Ma questo Turati che hanno condannato è

forse figliuolo del Consigliere che abbiamo conosciuto nel 61? — Oh

come sentii più forte l'affetto d'amico e di compagno di fede che mi

stringeva a lui, quando si legarono nella mia mente quel cappottino

color nocciola e la casacca grigia del galeotto!

La resa di Gaeta.

La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di quell'anno, ridestò i

nostri bollori patriottici, dati giù da qualche tempo, senza però

farci andare di miglior voglia agli esercizi militari, che erano stati

istituiti di fresco per tutte le scolaresche del Regno: esercizi che

noi ci ostinavamo a non prender sul serio, benchè studiassimo logica

e ci dichiarassimo pronti a combattere per la patria; come se per

ammazzare gli Austriaci non fosse necessario prima di tutto di saper

caricare il fucile. Ebbi la notizia del grande fatto in un modo e in

un momento comico, di cui si rise nella scuola per un pezzo. C'era

un professore d'istituto privato, noto a tutti, un vecchio gamberone

che pareva un palo del telegrafo, codino fino al punto da lamentare

la caduta dei Borboni; ma generalmente ben visto dalla gioventù

delle scuole, perchè usava accompagnarsi per la strada con qualunque

ragazzo o giovine, che avesse aspetto di scolaro, e di chiacchierare

con lui in tono familiare, raccontandogli aneddoti morali e dandogli

consigli filosofici. Eravamo quattro o cinque liceisti con lui

davanti a un caffè, un dopo pranzo, e si discorreva di Gaeta, di cui

durava l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci diceva egli con un sorriso

compassionevole — non cadrà. Gaeta non fu mai presa, dovete sapere.

Ricorriamo la storia, signorini miei. Noi vediamo che ci si ruppero le

corna i Barbari, che l'assalirono invano i Longobardi e i Saraceni. Poi

se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli, ma non con la forza

delle armi. Vi resistette per sei mesi, sul principio del secolo, il

principe Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito del Massena. E

ci vogliono altri denti che quelli del generale Cialdini per romper

quell'osso. Per anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve

lo dico: per anni! — Proprio in quel punto passò di corsa un giovane

impiegato della prefettura, che ci gridò senza arrestarsi, col viso

radiante: — Gaeta è presa! — Ci voltammo tutti verso il professore,

mettendo fuori in coro un _ah!_ di trionfo, per godere della sua

confusione. Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non scosse neanche

un muscolo, come se non avesse inteso nulla. Cavò di tasca il suo

pezzolone turchino intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio, guardò

in giro per aria come per vedere che tempo facesse, poi disse con la

bonarietà solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la schiena, se

n'andò via tranquillamente, con una mano nell'altra sulle reni. Doveva

esser quello il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti avversi. Noi

rimanemmo mal soddisfatti, si capisce. Ma fummo compensati la sera al

teatro, dove si rappresentava la _Gemma di Vergy_, con illuminazione

“a giorno„ per festeggiare la vittoria. Nel primo atto il tenore negro

fece al pubblico una lieta sorpresa. Al momento di cantar l'_a solo_

Mi toglieste al sole ardente,

Ai deserti, alle foreste,

si slanciò alla ribalta con l'impeto d'un levriere sguinzagliato, e

invece di dire i versi del libretto, cantò una strofa d'occasione,

composta da lui, che m'è rimasta in mente tutta intera, e che voglio

regalare alla storia della lirica italiana:

Là sui merli di Gaeta

Splende l'italo vessillo,

Delle trombe il fiero squillo

Chiama Italia a libertà;

Sulla rupe del Tarpeo

Sorge unanime una voce:

Vien Vittorio, vien veloce,

E l'Italia è fatta già!

Scoppiò un uragano d'applausi, dovette cantar la strofa tre volte; fini

alla terza con una stecca; ma fu attribuita alla commozione, e coronò

il suo trionfo. Felici giorni, anche per i tenori.

Un pericolo e un lutto.

Dopo la caduta di Gaeta, gli avvenimenti che più ci commossero furono

la lettera famosa che scrisse il generale Cialdini a Garibaldi dopo la

gran burrasca parlamentare dell'aprile, e la morte del conte di Cavour.

Benchè anche la parte rivoluzionaria della scolaresca avesse in grazia

il vincitore di Castelfidardo non meno per la prosa poetica dei suoi

proclami che per le sue vittorie, pure quella lettera male ispirata,

la quale svelava un sentimento acre di gelosia e sonava più che

ammonimento d'avversario provocazione di nemico, ci mise il sangue in

rimescolo. Credemmo tutti che ne seguisse un duello. Ricordo le dispute

tempestose che avemmo nella scuola coi compagni devoti al Governo, e

al caffè con gli amici bersaglieri, le botte e le risposte clamorose:

— È una infamia. — È una lezione meritata. — Raccoglieremo il guanto!

— Vi piglieremo a fucilate! — e le altre minaccie, gravide di guerra

civile, che ci lanciammo in faccia per tutta una serata, picchiando

i pugni sui tavolini, su cui ballavano i gelati e le chicchere; e

ricordo pure il senso di viva soddisfazione che produsse in tutti

la risposta pacata e nobile di Garibaldi, la quale troncò la lite e

dissipò ogni pericolo. Quanto alla morte del conte di Cavour, son lieto

di poter dire che anche la triade garibaldina, che aveva combattuto

con tanto furore la sua politica, ne fu addolorata sinceramente. Già

fin dal marzo ci eravamo alquanto riconciliati con lui per effetto dei

discorsi stupendi ch'egli aveva pronunciati intorno alla questione di

Roma: avevamo riconosciuto onestamente che non gli si poteva negare

l'ingegno, e che forse, a modo suo, amava anche lui il suo paese. Non

s'andava d'accordo; ma, da leali avversari, si ammetteva che avesse

reso all'Italia dei servizi non dispregevoli, e che non c'era per il

momento un altro uomo di pari levatura che gli potesse succedere: la

passione di partito, dicevamo, non ci impedisce d'esser giusti. Ed era

di questa opinione anche il professore d'italiano, quantunque per la

sua rassomiglianza con Gustavo Modena egli si credesse in dovere di

professare le idee della Sinistra estrema; ammirò egli pure — in morte

— il gran ministro, e fu felice di provarcelo leggendoci in scuola,

invece di far lezione, le più eloquenti necrologie che si pubblicarono

in quei giorni dolorosi; non solo per rendere l'onore dovuto al grande

morto — diceva — ma per farci imparar lo stile degli elogi funebri,

che erano un genere a parte, come chi dicesse la musica sacra rispetto

alla musica drammatica; al qual proposito citò lo _Stabat Mater_ del

Rossini, che lo condusse a discorrere del _Barbiere di Siviglia_....

Primi studi di lingua.

In quello stesso mese di giugno seguì nella mia vita di studente un

piccolo avvenimento, che ebbe per me una importanza straordinaria,

e che noto soltanto per i miei lettori di quindici anni; per i quali

appunto mi par necessaria una breve prefazione.

Nelle scuole classiche, allora come ora, non s'insegnava, nel senso

proprio della parola, la lingua italiana, come se per il solo fatto

d'esser nati in Italia tutti i ragazzi dovessero naturalmente saperla,

o come se bastassero a farla imparare quelle poche letture di scrittori

italiani, disordinate, frammentarie e superficiali, che si facevano

a scuola e in casa; delle quali, come d'ogni semplice lettura, resta

tanto meno di lingua nella memoria quanto più è assorbita l'attenzione

dal contenuto. I professori ci correggevano nei componimenti gli

errori grossi, suggerendoci la frase e la parola da sostituire al

modo errato, e consigliandoci ogni tanto di leggere i buoni autori:

e questo era quanto facevano per insegnarci quella lingua, che da

nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo imparare. E neppure

dalla loro bocca non potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo tutti

piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se fossero stati di qualunque

altra regione, fuorchè toscani), essi non possedevano un vocabolario

molto più ricco che non fosse il nostro; parlavano corretto e non

altro. Che un ragazzo non nato in Toscana, e più se nato ai piedi

delle Alpi, non potesse imparare in altro modo la lingua italiana, non

parlata da alcuno intorno a lui, che studiandola come avrebbe fatto

d'una lingua straniera, ossia formandosi a poco a poco, per via di

ricerche e d'appunti, un corredo di vocaboli, di frasi e di costrutti,

da imprimersi nella memoria a uno a uno, a modo di date e di sentenze,

non passava per il capo a nessuno. Procedendo dunque di classe in

classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza

di lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a

rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico

che s'era usato nelle prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano

misero, scolorito, rachitico, senza forza e senza finezza, e senz'alcun

sentore di distinzione fra il linguaggio accademico e il familiare,

come lo scriverebbe un francese o uno spagnuolo che avesse studiato la

nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per capire e farsi

capire senza far ridere.

Mi trovavo a questi termini quando mio fratello maggiore mi mise sotto

gli occhi le Poesie del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva in

capo una prefazione del Correnti e in coda un dizionarietto di modi

toscani — e mi disse: — Leggi questo, se vuoi imparare la lingua. —

Del Giusti non avevo ancora letto che due o tre poesie, sparse per le

_Crestomazie_ scolastiche. Le lessi per la prima volta dalla prima

all'ultima. Fu come una festa. Non saprei paragonare il piacere che

n'ebbi se non a quello che si prova da fanciulli quando ci è messa

in mano la prima scatola di colori o il primo strumento di musica;

un piacere puramente artistico, e questo quasi tutto filologico, nel

quale non entrava che in minima parte il pensiero satirico e politico

del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro. Quella grande

ricchezza di modi nuovi per me, familiari ed efficacissimi, quella

varietà di scorci e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di

legature eleganti e flessibili fra idea e idea, quella profusione

di gemme e di perle fini, infilate l'una sull'altra, incastonate nel

verso con quel garbo, fatte come saltar nelle mani con quella lestezza

e con quella grazia; che esprimevano mirabilmente mille cose ch'io

non avrei saputo neppure adombrare con la parola, e ch'erano come

risposte inaspettate a mille domande curiose accumulate da un pezzo

nella mia mente, mi misero il cervello in ebollizione. Quelle parole,

quelle frasi mi risplendevano agli occhi come fuochi di mille colori,

mi suonavano all'orecchio come le note d'un coro di voci argentine,

mi si imprimevano nella memoria, e quasi nell'animo, come sguardi e

lineamenti di creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel pensiero

a una a una, come per cercarne la virtù segreta; godevo a staccarle

dalla strofa e ad assaporarle pure, come a spiccare dei fiori da una

pianta e a odorarli l'un dopo l'altro a occhi chiusi. Il mio amore per

la lingua nacque da quella lettura. E fu un amore non punto eccitato

dalla coscienza d'aver delle facoltà di scrittore o dalla speranza

d'acquistarle, chè a questo allora non pensavo punto: fu come la

passione di chi raccoglie monete preziose o conchiglie rare per il solo

piacere di osservarle e di palparle, senza neppur pensare di mostrarle

agli amici. Mi comprai un grosso quaderno legato, e vi cominciai a far

delle note; feci lo spoglio di tutte le poesie, trascrissi quasi tutto

il dizionario; in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi passavano le

ore come minuti in quel lavoro piacevolissimo, come a studiare una

lingua nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto fino allora che

una nozione confusa. Mi pareva d'imparare ad un tempo lingua, musica, e

pittura, e di diventare da un giorno all'altro, per effetto di quello

studio, più intimamente, più patriotticamente italiano. E tanta parte

aveva in quella passione questo sentimento, benchè non ne avessi allora

una ben chiara coscienza, che sentii la prima volta in quei giorni il

bisogno di correggere la mia pronunzia, giovandomi della conversazione

d'un bersagliere, nativo di Siena, poeta improvvisatore e caporale:

altra piccola miseria, questa della pronunzia italiana, di cui non

si davano alcun pensiero gl'insegnanti di lettere; ai quali si poteva

leggere un verso del Petrarca nel seguente modo, per citare un esempio:

Giuvine dona soto un frasco louro,

senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente, poichè la passione

della lingua era mossa, il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia

del Giusti. Cercai altre miniere, e m'abbattei per mia ventura sul

Guerrazzi, del quale avevo già letto bensì vari libri, ma soltanto

con l'occhio del patriotta, non inteso ad altro che a pescarvi delle

invettive contro i tiranni da innestare nei componimenti d'effetto.

Ma dal Guerrazzi, preso all'amo del suo stile immaginoso e forte, non

mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando forte, portavo via

il pezzo, e oltre al trascrivere, mandavo a memoria pagine intere,

che recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora guerrazziano

nell'anima, ora sindaco della città da ventitrè anni; il quale in

quell'esercizio gareggiava con me, e mi vinceva, perchè sapeva a

menadito tutti i più bei passi dell'_Assedio di Firenze_, e li diceva

con un garbo squisito. Poi feci nella passione della lingua delle

volate come quelle che facevo nell'amore. Passai dal Guerrazzi al

Guadagnoli....

Furori ginnastici.

Ma che mosca senza capo è mai un uomo di quindici anni. Figurarsi

che quella gran passione filologica fu troncata di colpo, a metà

delle vacanze, dall'apparizione dei fratelli Guillaume. Non era mai

venuta nella città una grande Compagnia equestre: tutto quell'apparato

spettacoloso di cavalli, di attrezzi, di maglie e di vestiti variopinti

m'infiammò d'entusiasmo per l'acrobatica, e mi fece ricadere in piena

fanciullezza. Il mio buon padre, che mi contentava in ogni cosa, mi

fece fare un trampolino, e mi comperò corde, anelli, trapezi e cerchi,

come s'io avessi dovuto rizzar baracca di saltimbanco. E questo feci,

a un di presso. Chiamai a raccolta tutti i miei compagni che avevano

tendenze d'acrobati, e mi diedi con loro allo _sport_ circense con

una passione sfrenata. Furono esercizi e camiciate da pazzi, con

conseguenti capitomboli, ammaccature, torsioni e rotture di testa e

scalmane da cavalli. Ma era anche quello “furor di gloria,„ poichè,

facendo le mie prodezze, m'immaginavo sempre di “agire„ davanti a una

moltitudine spettatrice, che io vedevo e di cui sentivo gli applausi,

come un allucinato. Sul serio, covai per qualche tempo l'ambizione di

diventare un direttore di circo equestre. Mio padre mi rimproverava

d'andare all'eccesso. Io gli rispondevo: — _Mens sana in corpore sano_;

— al che egli ribatteva argutamente che, intanto, era un principio

bell'e buono d'insania di mente il rompersi la testa per sanificare

il resto del corpo. E il corpo, infatti, salvo le enfiagioni e le

sbucciature, era sano: crescevo come un girasole, ero un lupo a tavola,

un ghiro a letto, e gareggiavo coi facchini del Banco, per bravata, a

portar dei sacchi di sale di dieci miriagrammi, che avrebbero stroncato

il mio professore di filosofia. Ma quanto a nutrir la _mente sana_

di studi, era un altro discorso: non mi ricordo d'aver mai avuto in

tanta avversione la carta stampata quanto in quel periodo: ero sulla

via di diventare un fortissimo e agilissimo cretino. Ma è proprio

vero che le malattie della vanità guariscono da sè stesse: poichè

non era altro, per tre quarti, quella mia smania di ballar per aria.

Ed ecco come guarii, con molta soddisfazione di mia madre, che stava

sempre col batticuore di vedermi portare in casa a quattro braccia. Il

mio esercizio prediletto era quello del salto col trampolino; la mia

ambizione suprema, quella di riuscire a saltare una diligenza, come

avevo visto fare a un pagliaccio del circolo Guillaume (un semidio). Ma

per arrivare a tanto bisognava imparare a far il salto mortale, come

il semidio lo faceva, ed io smaniavo di farlo: smaniavo, ma non mi ci

provavo, perchè non c'era da scherzare: era troppo facile di rompersi

il nodo del collo. Un giorno, nella compagnia solita dei miei fratelli

d'arte, fra i quali m'arrogavo il primato, che m'era concesso, come a

proprietario degli attrezzi, s'imbrancò un mio condiscepolo, assai più

svelto e più ardito di me, che si provò a fare quel salto. Ci riuscì

alla prima, fra l'ammirazione di tutti; io fui ricacciato fra gli

artisti di second'ordine, e n'ebbi una gelosia mortale. Cento volte,

da me solo, mi decisi a tentare la prova, e stetti ritto per dei quarti

d'ora sull'alto del trampolino, coi pugni chiusi e con gli occhi fissi

sulla sabbia sottostante, nell'atteggiamento d'una Saffo in calzoni

sul punto di fare il gran tonfo, aspettando l'impulso del coraggio, e

dandomi delle spronate vocali: — Andiamo! — Animo! — Su! — Ma l'impulso

non venne mai. Tutto ben considerato, avevo una sola spina dorsale, e

non conveniva arrischiarne l'integrità. E allora mi persi d'animo, e

smisi. Smisi le gare con gli amici e le ambizioni di gloria ginnica;

ma non perdetti l'amore degli esercizi fisici; i quali accompagnai

sempre, non di meno, con l'immagine del circo e della folla plaudente,

composta specialmente di signore e di signorine. E quell'amore mi durò

per tutta la prima giovinezza, pigliando molte forme diverse, fra le

quali quella del gioco del pallone, della palla e delle boccie; del che

fui così soddisfatto da benedire anche quelle prime pazzie, perchè son

fermamente persuaso di dover in gran parte alla ginnastica la salute

vigorosa che ebbi fino all'età matura, e quindi la rara serenità di

spirito, la maravigliosa facilità di godere d'ogni più piccola cosa

e di pigliare la vita lietamente, e d'esser contento di vivere in

qualunque stato: serenità che non mi lasciò mai, se non a rarissimi e

brevissimi intervalli, finchè non fui colpito da quelle grandi sventure

che sconvolgono anche i temperamenti più sani, come gli uragani

atterrano anche gli alberi più forti.

Fisica e storia.

C'è quasi sempre nella nostra giovinezza un anno straordinario,

che, quando ripensiamo a quel tempo nell'età matura, ci si presenta

alla mente come all'occhio dell'oratore pubblico uno di quei volti

singolari, i quali attirano la sua attenzione fra gli altri mille

dell'uditorio e lo costringono a riguardarli cento volte, come se

s'innalzassero al di sopra di tutti e fossero rischiarati d'una luce

più viva. Tale è per me il secondo anno di liceo, che incominciò nel

novembre del 1861.

Principiò bene in grazia di due nuovi professori, che m'è sempre grato

ricordare, e che nomino per sentimento di gratitudine e per dovere di

cittadino, perchè nel campo ristretto del loro ufficio fecero tanto

bene a tanta gioventù da meritare che chiunque possa, anche dopo mezzo

secolo, li onori pubblicamente. Erano molto giovani tutti e due; l'uno

professore di fisica, l'altro di storia.

Il primo, Giovanni Cossavella, un bel biondo sanguigno, forte e sano

come una pianta di montagna, d'un viso aperto e simpatico, che diceva

a primo aspetto l'animo e l'ingegno, era un insegnante impareggiabile,

nato fatto, come direbbe Tito Livio Cianchettini, per travasare idee

dalla propria “nell'altrui recipiente testa.„ Il far lezione era per

lui un vero godimento dell'intelletto e dell'animo, che gli faceva

scintillar gli occhi, vibrar la voce e scattare il gesto come a un

oratore di tribuna. Aveva nell'esposizione un ordine matematico e

una chiarezza cristallina, sentiva la poesia della sua scienza e ne

trasfondeva il sentimento nella scolaresca, ci rendeva amena la fisica,

quanto la letteratura, con un'eloquenza viva, colorita, ondulata,

direi, per esprimere la varietà piacevole delle sue intonazioni;

eloquenza, per altro, che anche quando scoppiettava in motti

arguti, non usciva mai un momento dal suo soggetto. Ed era modesto

senz'affettazione, indulgente senza debolezza, familiare con noi, senza

incoraggiarci alla licenza, buono e fermo, sempre sereno ad un modo,

tutti i giorni dell'anno, come se, salendo sulla cattedra, gli fuggisse

dalla mente ogni pensiero e dall'animo ogni sentimento che non fosse

quello della sua scienza e del suo dovere.

L'altro, una figura smilza e pallida di abatino patrizio, era

meno vivace nell'insegnamento; ma anch'egli, in forma diversa,

efficacissimo. Faceva lezione come avrebbe celebrato la messa, con una

dignità sacerdotale che c'imponeva rispetto e c'ingrandiva mirabilmente

il concetto dell'importanza della storia. Quando ci esponeva le

condizioni d'un grande trattato di pace o d'alleanza, lo faceva con

una tale gravità di viso e d'accento, che stavamo tutti ad ascoltarlo

raccolti e silenziosi, come compresi della solennità del momento

storico, come se avessimo visto in mezzo alla scuola i principi e

gli ambasciatori dei vari Stati, seduti intorno al tappeto verde, a

discutere le sorti dell'Europa. Annunziava le dichiarazioni di guerra

in maniera che ci faceva battere il cuore come alla lettura della

scena dell'_Adelchi_, dove il messo di re Carlo lancia il guanto a

Desiderio, e quasi esclamare in cuor nostro: — Che necessità tremenda!

Quanto sangue umano si sta per versare! — In fine, trasportava così

bene la nostra immaginazione nei luoghi e nei tempi remoti, che,

dopo la scuola, discutevamo sui grandi avvenimenti di dieci secoli

fa come su fatti di storia contemporanea, accalorandoci per Federico

Barbarossa e per Giovanni delle Bande Nere come per Napoleone III e per

Garibaldi. Non scherzava mai; teneva lo sguardo raccolto come un prete

all'altare, parlava sotto voce come se ci confidasse dei gelosissimi

segreti politici, e non lodava mai chi sapeva, restringendosi a fare

col capo un atto lento d'approvazione, come per dire: — Non spetta a

me di lodarla; ella ha aggiustato gli affari d'Europa; i popoli gliene

saranno riconoscenti. — E non c'è da riderne, perchè era un'arte che ci

teneva attenti e ci faceva studiare. Si chiamava Bartolomeo Fontana.

Non ne ho più saputo nulla dopo quell'anno; ma non ho mai aperto un

libro di storia senza che mi sorgesse davanti l'immagine di lui, col

viso grave e con gli occhi bassi, nell'atto di “celebrar„ la lezione.

Posso dire in tutta coscienza che se non son diventato uno storico

illustre la colpa è d'un altro; non sua.

Avvocato!

A quel professore di storia debbo le mie prime soddisfazioni di

vendiparole. Egli ci aveva esortati a far di quando in quando

dei “lavori di diligenza„ che dovevano essere sunti narrativi di

un periodo storico, chiusi da qualche considerazione generale.

L'ambizione d'entrargli in grazia era così viva in tutti che i “lavori

di diligenza„ piovevano ogni settimana a dozzine sul suo tavolino,

e gareggiando fra di noi a chi scrivesse più roba, c'era chi gli

rovesciava addosso delle mezze risme di carta, ch'egli mandava a

prendere dal bidello; il quale usciva qualche volta carico come un

somaro. L'aria del tempo voleva che ogni scritto scolaresco terminasse

con una sonata patriottica. Io feci al primo di quei lavori una chiusa

di questo genere, che ebbe qualche fortuna. Ciò bastò perchè vari

compagni ricorressero a me abitualmente per farsi fare la tirata finale

del loro “sunto„. Le richieste mi titillarono l'amor proprio, divenni

un fabbricante di _chiuse_: chiuse rimbombanti d'amor di patria, tirate

con le mani e coi piedi, code di frasoni cucite ai lavori non con

filo bianco, ma con spago da imballatura, veri petardi di rettorica,

furfanterie letterarie da non averne un'idea. Con l'esercizio continuo

acquistai in questo mestiere indegno una destrezza spaventevole: avrei

potuto aprir bottega e guadagnarmi il pane. Ne insuperbii. Ma è strano

che da questo buon successo non nacquero punto in me la speranza e il

proposito di diventare uno scrittore; ma sorse invece l'idea d'aver la

vocazione dell'avvocatura.

Infatti, lo stile di quella prosaccia era più da improvvisatore che

da letterato, apparteneva esclusivamente al genere oratorio, e al più

basso. L'idea, a poco a poco, mise radici, e vegetò rigogliosa. Sì,

ero nato per tuonare alla sbarra, per grandeggiare nel foro; nessun

dubbio oramai; mi maravigliavo d'aver sentito così tardi la voce

della natura. Era quella, dunque, la mia nona incarnazione: prima

bandito, poi soldato, pittore, prete, tenore, matematico, commediante,

direttore di circo equestre.... avvocato! E abbracciai la nuova

illusione con lo stesso ardore con cui avevo abbracciato le altre otto.

Ricordandomi il gran colpo che m'aveva fatto il discorso in difesa

del generale Ramorino dell'avvocato Brofferio, mi diedi a leggere i

_Miei tempi_ (che si pubblicavano allora a fascicoli), il cui stile

oratorio mi pareva giustamente il meglio atto a formar l'eloquenza

d'un aspirante alla toga, e studiai a memoria tutti i frammenti di

discorsi parlamentari che l'autore riferisce in quell'opera, e li andai

recitando nel giardino e nel cortile, con una gran mimica curialesca,

fingendo che fossero arringhe in difesa di accusati, e vedendo, dico

vedendo proprio la gabbia, i giudici, l'uditorio, i carabinieri, tutti

rintontiti dalla mia parola. Mi diedi a frequentare la Corte d'Assise,

e marinai una volta la scuola per andar a sentire il vecchio avvocato

Sineo, venuto da Torino, che mi avvampò d'entusiasmo. Poi presi a fare

delle arringhe per conto mio, in difesa di mascalzoni immaginari e

di Ramorini ideali. M'infervorai a tal segno, in fine, che un giorno

dichiarai il mio pensiero a mio padre: avevo scelto la mia carriera,

non avevo più bisogno che del suo consenso. Egli sorrise, e dopo esser

stato un po' sopra pensiero, acconsentì, dicendomi che agli studi

universitari, in ogni modo, io ero destinato, che potevo studiar leggi,

se tale era mio desiderio. — Va bene — concluse — sarai avvocato. —

Mi parve di esser laureato in quel punto, e che dovesse cominciare il

giorno dopo ad affluir la clientela. Diedi l'annunzio ai miei compagni,

come d'una cosa fatta, e cominciai, nel discuter con loro, a fare i

gesti avvocateschi di sciogliere il braccio dalla toga e di aggiustarmi

sul petto le facciuole, e in casa, nei momenti d'ozio, a palpare

con amorevole familiarità i codici di mio fratello. Oh, finalmente,

avevo trovato la mia strada! E intanto, per esercitarmi sempre più

all'improvvisazione, giù “chiuse„ a rifascio.

Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori · 第 9 / 52 题