I profughi Polacchi.

“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione all'Europa in pro della

Polonia, dov'era scoppiata nel gennaio quella disperata insurrezione,

che si protrasse fino all'inverno del 1864, e fu poi soffocata, come le

tre precedenti, in un mare di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza

la vista quotidiana di molti giovani polacchi, allievi d'una Scuola

militare di Varsavia, i quali, dopo una rivolta, s'eran rifugiati

in Italia e venuti a stabilire nella nostra città, per aspettarvi

l'occasione e il modo di ritornare a combattere per il loro popolo.

Eran tutti di famiglia signorile, bei biondi robusti, di viso ardito

e grave, su cui si leggeva il pensiero assiduo della patria lontana e

della morte prossima: pochi mesi dopo, infatti, caddero la più parte

sotto il piombo russo, in un combattimento memorabile. La cittadinanza,

a cui ciascuno di essi richiamava al pensiero i molti Polacchi morti

generosamente per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero

nella loro famiglia o fra i loro amici una vittima di quella caccia

feroce data ai colpiti dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata

provocata, li circondava di rispetto e li colmava di cortesie. E alle

cortesie essi rispondevano con viva gratitudine; della quale diedero

una prova gentile, in occasione della morte del sindaco, portando

con le proprie braccia il feretro al camposanto. Di molti di quei

giovani votati alla morte ho ancora nella mente l'immagine, che mi si

presenta sempre accompagnata dal suono armonioso della loro lingua,

di cui raccoglievo curiosamente qualche parola passando accanto ai

loro crocchi, mentre commentavano le notizie giornaliere della guerra

santa che li aspettava. Di uno in special modo mi ricordo, che nessuna

mia concittadina di quel tempo può aver dimenticato: la figura più

bella e più poetica che abbia mai sognato una fanciulla amorosa: un

viso che pareva uscito da un quadro di frate Angelico, coronato d'una

maravigliosa capigliatura bionda, d'un'espressione triste e dolcissima,

non mai rischiarata da un sorriso; al quale corrispondeva la grazia

del corpo alto e snello, un po' curvo, come per effetto d'una cresciuta

troppo rapida: perchè aveva appena diciassett'anni, dicevano: un fiore

di bellezza e d'eleganza femminea, austero non di meno, che pareva

anche più delicato appetto alle altre forti piante della Vistola, in

mezzo alle quali finiva allora di crescere in terra d'esiglio. Lo vidi

una sera al teatro, in sedia chiusa, solo, tutto intento alla commedia,

di cui forse non capiva una parola: alcune giovani signore, che gli

stavan sedute intorno, facevan di tutto per attirar la sua attenzione,

e altre lo guardavano col cannocchiale dai palchi: egli non diede

segno d'avvedersene, nè durante la recita, nè fra un atto e l'altro;

stette sempre seduto con gli occhi fissi sugli attori o sul telone,

come assorto in un pensiero doloroso. Qualche cosa di tragico, certo,

doveva esser seguito nella sua famiglia lontana. Egli pensava forse a

suo padre che si trascinava in catene per le vie della Siberia, o a un

fratello, soldato forzato, che si struggeva dall'ira tra le rupi del

Caucaso, o a sua madre impazzita dal dolore in quella notte tremenda,

in cui le soldatesche del governatore Wielopolski, sguinzagliate come

branchi di briganti, avevano strappato alla Polonia il fiore dei suoi

figli. E forse egli vedeva nell'oscurità delle selve, che la guerra

insanguinava, il suo bel corpo giovanile disteso immobile sull'erba,

lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore.

Giorni d'ebbrezza.

Ma e “chiuse„ e toga e Polonia, tutto andò per aria ad un tratto, e la

fisica e la storia con loro. Furono giorni affannosi e beati, in cui

il sole sfolgorava come se si fosse avvicinato alla terra, e la luna

mi guardava e mi parlava, e le Alpi eran così bianche e la campagna

così verde come non erano state mai nè mai più saranno; giorni in cui i

fiori del mio giardino, mandandomi un'ondata di profumo, mi dicevano;

— A te, bel ragazzo! — e ogni musica che suonava nell'aria pareva che

suonasse in onor mio, per accompagnare il canto di trionfo del mio

cuore; giorni in cui la gente affollata al passeggio, che io fendevo

guizzando come un pesce nell'onda e cercando intorno con gli occhi, mi

pareva una moltitudine d'infelici che non avessero ragione d'esistere,

e tutte le cure della vita e gli aspetti umani e le cose vicine e

lontane m'apparivano come a traverso i vapori rossi d'un incendio

che avvampasse l'universo. E v'era nella città una povera strada dove

tutte le case mi parevano templi e palazzi d'un'architettura di sogno,

e in quella strada una casa, che aveva per me la vita e l'espressione

d'un enorme viso umano, il quale mi faceva arrossire e impallidire

fissandomi con l'occhio d'una finestra che mi pareva accesa, e in

quella casa una scala dove vedevo oscurarsi l'aria e danzare i muri

e sentivo tremare le pietre sotto i miei piedi come per una scossa

di terremoto. E v'era un'immagine che m'accompagnava da per tutto, e

mi pareva a un tempo gentile come un fiore e immensa come un mondo,

dolce insieme e terribile, familiare all'occhio e al pensiero, e pure

ravvolta d'un mistero enorme e impenetrabile, in cui si smarriva la

fantasia, come lo sguardo in un abisso di tenebre. E in quei giorni

sdegnavo ogni volgarità, rifuggivo dai giuochi fanciulleschi, cercavo

le braccia di mia madre; mi risaliva la preghiera dal cuore alle

labbra, mossa dal sentimento che non altro che un Dio infinitamente

buono potesse aver fatto il cuore umano capace della dolcezza infinita

che m'inebbriava; e mentre adoravo la vita, vedevo bella anche

l'immagine della morte, perchè mi pareva che neppur essa avrebbe potuto

spegnere la fiamma onnipotente che m'ardeva, e che la vita futura non

potesse esser altro che l'appagamento assoluto e il trionfo immortale

della passione che mi sollevava da terra. E questo basta, perchè, fra

molte altre cose, non ho mai capito come un uomo possa raccontare al

pubblico il suo primo amore.

Un grande dolore.

Mi svegliò da quel sogno un colpo di fulmine.

Una sera, mio padre, sedutosi appena a tavola con noi, si lasciò cascar

dalle mani la forchetta; si sforzò due volte di riprenderla, non potè;

disse: — Non mi sento bene, — e alzatosi a fatica, si mise a sedere sul

sofà, dove rimase qualche tempo immobile, con gli occhi fissi, senza

parlare. Poi volle andare a letto, e v'andò a stento, trascinandosi,

sorretto da mia madre e da uno dei miei fratelli. Si mandò a chiamare

il medico, che accorse subito.

Dalla camera vicina intesi la sentenza terribile.

Era perduto.

Un colpo d'apoplessia gli aveva preso tutta la parte destra del corpo,

e offeso il cervello.

Così si spegneva a un tratto, come una fiamma soffocata, quella mente

acuta e lucida, dotata d'una ragione potente e di squisite facoltà

artistiche, aperta a ogni idea bella e atta a ogni maniera di studio

e di disciplina; così finivano cinquant'anni di lavoro utile, di vita

onesta e feconda, di cure e di sacrifici affettuosi e continui perla

famiglia, prima ch'egli potesse avere alcuna ricompensa dalla buona

riuscita dei suoi figliuoli; finivano con lo sgomento e con l'angoscia

di lasciarci quando avevamo ancor bisogno di lui, e di rigettarci,

lasciandoci, da una condizione agiata nelle angustie e nell'incertezza

dell'avvenire, come se egli non avesse faticato, lottato per tanto

tempo che per renderci più funesta la sua fine!

Da quel giorno la nostra casa non fu più che una tomba, nella quale,

ancor vivo, egli era già come sepolto, già separato da noi più

terribilmente che dalla morte, poichè non avevamo più padre, e ci

rimaneva ancora davanti, come l'immagine stessa della nostra sventura,

la sua larva dolorosa. Parlava ancora, ma con parole sconnesse e

insensate, che ci laceravano il cuore più che il silenzio della morte;

ricordava ancora i nostri nomi, ma dava all'uno quello dell'altro,

come se non vedesse più in noi che delle ombre, e ci ascoltava

con lo sguardo fisso e con la fronte corrugata, facendo uno sforzo

intenso e lungo per raccogliere e riconnettere i congegni spezzati

dell'intelligenza; ma non ci comprendeva più, come se gli avessimo

parlato una lingua sconosciuta o dimenticata, la quale non gli

toccasse più altro che l'udito. E se qualche volta, per pochi momenti,

gli ritornava un barlume d'intelligenza, eran quelli i momenti di

maggiore angoscia per noi, poichè, avendo come a lampi coscienza della

sua sventura, si batteva la mano sulla fronte in atto disperato, ed

esprimeva il desiderio di morire, il rammarico di esser ridotto per

noi un “fastidio„ e un “ingombro„, il tormento che lo straziava di non

poter più parlarci ed intenderci; e questo esprimeva con esclamazioni

rotte e violente e con scoppi di pianto sconsolato, che ci facevano

fuggir singhiozzando.

Povero padre mio! Allora soltanto, nelle mie lunghe ore pensierose,

riandando il passato, io compresi tutta la sua bontà, tutte le sue

virtù d'uomo e di padre. Il suo amore per noi avea qualche cosa

d'austero: egli ci amava, ma non ci adorava, e in questo pure era

saggio, e per questo la sua carezza, benchè frequente, ci faceva

l'effetto benefico d'una ricompensa ambita. Egli era stato per tutti

noi il primo maestro. Quand'eravamo ancora bambini, ci conduceva a far

delle lunghe passeggiate in campagna, che per noi erano una festa,

e, strada facendo, ci diceva sempre in forma dilettevole qualche

cosa di utile, accennandoci le bellezze del paesaggio, insegnandoci

i nomi delle piante, stimolando e appagando in mille modi arguti la

nostra curiosità infantile. Egli ci tracciava delle tavole sinottiche

per facilitarci lo studio del latino, c'insegnava il francese, che

sapeva benissimo, e la calligrafia, in cui era maestro, ci faceva dei

quadretti coloriti per farci imparare la nomenclatura italiana degli

oggetti domestici, e ci disegnava delle carte geografiche con un metodo

suo proprio, che gli costavano settimane di fatica. Dotato di molte

e finissime abilità meccaniche, le esercitava continuamente a nostro

vantaggio: ci legava i libri, ci faceva dei giocattoli, ci fabbricava

dei piccoli mobili, ci scolpiva le teste delle marionette, ci dipingeva

gli scenari per il teatrino. E pure essendo padre così operoso e

pieno di pensieri estranei al suo ufficio, era un impiegato, più che

diligente, ardente di zelo; tanto da mandare ogni anno al Ministero

dei grandi progetti di riforme computistiche, intorno a cui lavorava

per mesi e mesi. E non restringeva la sua vita intellettuale nel

cerchio dell'ufficio e della casa: leggeva libri nuovi d'ogni genere,

sapeva a memoria un gran numero di poesie, che recitava mirabilmente,

aveva un'ammirazione appassionata per i grandi scienziati e i grandi

artisti, visitava studi di pittori e stabilimenti industriali, andava

a cercare ogni uomo illustre per qualsiasi merito, il quale passasse

per la nostra città, presentandoglisi senz'altro titolo che quello

d'ammiratore, come un giovinetto entusiastico. Non ho di lui altra

immagine che quella d'un uomo bianco di capelli e di barba; così mi

sembra d'averlo sempre veduto; eppure non mi pareva vecchio, e non mi

passava mai per la mente ch'egli potesse morire prima ch'io fossi un

uomo fatto, tanto era sano, vigoroso, vivace, anche nei suoi discorsi

in famiglia, pieni di ricordi e di idee, di citazioni e d'arguzie. E mi

ricordo che provavo un gran piacere, come a un segno ch'egli mi desse

di dover vivere lungamente, quando, mettendo io nella sua larga mano

tutt'e due le mie, egli, per scherzo, me le serrava come in una morsa,

fino a farmi cacciare uno strillo, che esageravo, per dargli un'idea

più grande della sua forza. Visse lungamente, sì, ma morì troppo presto

per noi, e per il premio a cui gli dava diritto la sua nobilissima

vita. Povero padre mio, mio maestro e mio amico, che m'hai dato

l'esempio di tutte le virtù e colmato di tutti i benefizi, e ch'io non

ho potuto ripagare con una sola prova di riconoscenza pubblica, io che,

certamente, essendo l'ultimo dei tuoi figliuoli, fui il più doloroso,

il più disperato dei tuoi ultimi pensieri!

E mentre dicevo tra me queste cose, di notte, sentivo nella camera

accanto il suo vaneggiamento compassionevole, delle esclamazioni

affannose e senza senso, che m'entravan nel cuore come colpi di

pugnale, e le parole dolci e tristi di mia madre che lo vegliava; le

quali mi facevano soffrire anche più delle sue. Che terribili notti, e

che terribili giorni!

Cambiamento di rotta.

Ma tanta è la forza della vita a quindici anni che l'animo non rimane

prostrato a lungo neppur dai più grandi dolori; dai quali si divincola,

per rialzarsi impetuosamente, come il getto d'acqua vigoroso che

respinge la mano da cui è compresso. Così avvenne a me dopo pochi

giorni. Della condizione mutata della famiglia, in ciò che riguardava

i mezzi economici, non ebbi alcun dolore, anzi non mi diedi nemmeno

pensiero: eppure era mutata per modo ch'io non avrei più potuto far

gli studi universitari senza sacrifizi gravi di mia madre e dei miei

fratelli. Erano disposti a farli, e li avrebbero fatti lietamente;

lo compresi, e me lo dissero; ma compresi pure che era mio dovere

di prendere spontaneamente una deliberazione che li liberasse da

quell'obbligo; di scegliere, cioè, una carriera che mi mettesse in

grado al più presto di guadagnarmi la vita. Addio, dunque, sognati

trionfi del foro! Ma rinunziai al foro senz'alcun rammarico, come

avevo rinunziato al palcoscenico e al circo equestre. Gli entusiasmi

patriottici erano ancora caldi, il periodo delle guerre nazionali

ancora aperto, la mia passione per l'esercito non del tutto spenta:

scelsi la carriera militare. Fu deciso senz'altro che avrei finito

ancora il secondo corso del Liceo, e che ai primi dell'anno prossimo

sarei entrato in un collegio a Torino, per prepararmi agli esami

d'ammissione alla scuola di Modena. E il buon volere, anzi l'allegrezza

con cui presi quella decisione non fu punto turbata dal fatto, che

acquistassi proprio in quei giorni, lucida e ferma, destinata a non più

cadere, la coscienza di poter riuscire, comunque fosse, uno scrittore.

Fu per un caso, come quasi sempre avviene, che mi s'accese quella nuova

girandola, a fuoco perpetuo.

Una mattina il professore di lettere italiane ci fece fare in scuola

un componimento sul tema: _I Promessi Sposi_. Due giorni dopo, avendo

letto tutti i lavori, ebbe la bontà di sentenziare che il meno peggio

era il mio; ma con una frase assai più cortese di questa, seguita da

vari commenti, che terminavano con una falsa profezia. E fu proprio

quella falsa profezia che decise del mio destino. Avrei forse presa,

più tardi, la medesima strada, anche se non mi ci avesse spinto

allora quel piccolo avvenimento; ma è un fatto che soltanto dopo quel

giorno cominciai a studiare e a scrivere col proposito determinato e

con la speranza viva di riuscire a qualche cosa con la penna, e che

da quel momento in poi la mia passione per la letteratura non ebbe

più intermittenze. Le prime cose che scrissi furono dissertazioni in

forma di lettere, dirette ora all'uno ora all'altro dei miei amici;

ma lettere che mi sarebbero costate un occhio se le avessi mandate per

la posta, e che nessuno avrebbe lette fino a metà, se avessi avuto il

coraggio di regalarle a chi mi era servito di bersaglio per scriverle.

Eran quaderni, e trattavano di tutto, senza dir propriamente nulla,

girigogoli di frasi, fughe interminabili di parole, cascate fluviali

di periodi, non altro che esercizi d'immaginazione e di stile, nei

quali cacciavo a forza tutte le mie reminiscenze di letture, e facevo

dei larghi giri di falco per venire a una data immagine o a una data

locuzione, quasi sempre non mia, che mi pareva un fiore o una perla,

e anche votavo addirittura delle sacca di roba altrui, tinta soltanto

dei colori della mia tintoria, e sparpagliata con cert'arte perchè si

confondesse meglio con la merce dei miei magazzini. Ma c'era pure in

quella prosa di cicalone e di ladro qualche cosa di personale, ed era

la musica, che s'è mutata poco d'allora in poi. Con quegli esercizi

mi sfranchivo la mano a scrivere, imparavo a tradurre in parole il

sentimento quale mi spirava nell'animo, a esprimere in modi diversi il

mio pensiero, a snodare e a annodar fra loro i periodi, a maneggiare

con destrezza il materiale di lingua che avevo già accumulato nella

memoria. E di pari passo con la prosa sfrenavo i versi, perchè credevo

fermamente d'avere tutti i bernoccoli letterari. Avevo letto la prima

volta nella primavera di quell'anno le liriche e le ballate del Prati,

e quell'onda sonora di rime, quel barbaglio di lampi e di colori

m'aveva prodotto l'effetto, che suol fare in un giovane la prima

vista d'una grande sala da ballo sfarzosa, in cui turbini una folla

di belle signore infiorate e gemmate. E le mie poesie erano tutte

un'imitazione quasi plagiaria del “superbo signore dei colori e dei

suoni„ tirate via con una facilità di versaiolo estemporaneo, sonore

come concerti di campane e luminose come fuochi di Bengala; inni e

ballate d'un Prati rimbambito. Ma non posso dire il piacere che godevo

in quelle lunghe ore di scribacchiamento diurno e notturno, in cui

mi giungeva importuna l'ora del desinare e della cena, e mi coglieva

come improvvisa la sera, e non avevo più quasi alcun senso della vita

esteriore. E fu una provvidenza per me quella specie di febbrone

letterario perchè, tenendomi così assorto continuamente, mi faceva

vivere fuori della grande tristezza che pesava sulla mia famiglia, e

quasi dimenticar la sventura. Solo di quando in quando mi s'alzava

davanti tutt'a un tratto l'immagine del povero vecchio che giaceva

immobile in un letto all'estremità opposta della casa, e il pensiero

ch'egli non sapeva nulla di quella mia nuova felicità, che non avrebbe

mai letto nulla nè di quello che scrivevo allora, nè di quanto avrei

scritto nell'avvenire, mi faceva posare la penna e restare un pezzo

meditabondo, con gli occhi pieni di lacrime. Ah, come avrei voluto

ch'egli venisse ancora, come faceva nel passato, a portarmi a copiare

qualche tavola dei suoi progetti di riforma amministrativa, e come mi

pentivo amaramente di non avergli qualche volta nascosta la mala voglia

con cui interrompevo le mie letture per obbedirlo, come mi pareva

odiosa in quei momenti la mia ingratitudine, e con che parole dolorose

e supplichevoli ne domandavo perdono alla sua memoria!

Aspromonte.

Da quella furia di scribacchino mi fece uscire per qualche giorno,

nel mese d'agosto, Garibaldi. Il grido di _Roma o Morte_ ridestò

improvvisamente la fiamma delle mie passioni politiche e mi ricacciò

in mezzo ai miei compagni rivoluzionari a fremere e a vociare

contro “l'uomo di Novara„ e “la sfinge di Parigi„. Noi volevamo, si

sottintende, andare a Roma a qua-lun-que co-sto, e non dubitavamo

neppur per sogno che Garibaldi, il quale moveva allora verso Catania

coi suoi volontari, ci sarebbe arrivato, a dispetto di tutti i diavoli

e di tutti i santi. E non volevamo intender ragioni. A chi ci diceva:

— E se ci assale la Francia? — rispondevamo: — E noi faremo la guerra

alla Francia. — E se ci salta addosso l'Austria? — E ne daremo anche

all'Austria. — Pilade, Oreste, Elettra, a morte tutti. Il giorno

che venne la notizia d'Aspromonte, ci accozzammo una quindicina in

una trattoria, presieduti da un reduce garibaldino del sessanta, uno

sbarbatello indemoniato, che per l'occasione s'era messo in capo il

suo vecchio berretto rosso sdruscito, e, scovata in casa dell'oste una

bandiera stinta e sbrindellata, che non aveva mai visto che il fuoco

della marmitta e pareva un avanzo di venti battaglie, percorremmo la

città cantando l'inno del Mercantini e urlando _Roma o Morte_, fra

lo stupore, i sorrisi e gli sguardi di riprovazione dei cittadini

pacifici, a cui facevamo l'effetto d'un branco di evasi dal manicomio.

Eravamo sopra tutto furibondi contro il colonnello Pallavicini, che era

partito pochi giorni avanti dalla nostra città per andare ad assumere

il comando dei bersaglieri, condotti poi da lui stesso all'assalto

d'Aspromonte; di quei suoi bersaglieri dai quali era partita la palla

fatale che aveva spezzato il piede a Garibaldi; sì, l'avevamo a morte

con quel colonnello Pallavicini, che ci eravamo “scaldato in seno„

per tanti anni, e che ci aveva ripagato della nostra “ospitalità

cittadina„ a quel modo, mordendo a sangue il nostro dio. Qualcuno

parlò di fargli la festa, se avesse avuto la fronte di ritornar fra

noi. La sua promozione a generale inasprì anche di più le nostre

ire, come una provocazione aggiunta all'offese. Si ventilò l'idea

di comprare una sua grande fotografia, che era esposta nella vetrina

d'un libraio, per farne un _auto da fè_ davanti alla Prefettura; ma

ne volevano cinque lire, e preferimmo di spenderle in birra. Salì poi

al colmo la nostra indignazione (e, fuor di scherzo, fu una grande

tristezza) quando vedemmo passare per le vie della città una colonna di

garibaldini prigionieri, che eran condotti a un forte delle Alpi. Come

m'è rimasto impresso quello spettacolo! Saranno stati un centinaio,

fiancheggiati da due file di bersaglieri: i primi in camicia rossa,

uomini maturi la più parte, alcuni coi capelli grigi, e col petto

scintillante di medaglie, figure belle e superbe che camminavano

a fronte alta e a passo risoluto; gli ultimi una frotta di poveri

ragazzi laceri, semiscalzi, dall'aspetto stanco e triste, che diceva

una storia miseranda di digiuni e di stenti; figure di mendicanti,

più che di soldati, che alle nostre grida di: “Viva Garibaldi!„ si

voltavano a guardarci con aria attonita, girando gli occhi intorno come

se cercassero del pane. Ah, che furiose discussioni quella sera, al

caffè, coi nostri amici bersaglieri, che ci chiamavano i _Romaomorti_

e si burlavano dei liberatori di Roma senza scarpe e inneggiavano al

“vincitore di Aspromonte!„ S'affollò gente nella sala, accorse il

padrone, s'andò a un pelo dal fare a pugni. E il nostro nemico, il

vincitore, ritornò finalmente. Lo incontrai una sera a buio, sotto i

portici, vestito da borghese, che andava a passo spedito, guardando

verso la strada, come per raggiungere qualcuno. Gli cedetti il passo,

fremendo, e gli lanciai un'occhiata omicida. Non se ne accorse: aveva

ben altro per il capo. Voltandomi indietro, lo vidi poco dopo uscir di

sotto le arcate e salire in una carrozza patrizia, dove lo aspettava

una bella signora. Le due teste si avvicinarono, la carrozza partì, io

rimasi come un grullo, e Aspromonte restò invendicato.

Un fiume d'inchiostro.

Rientrai allora nella mia fucina letteraria e non ne uscii più per

il rimanente di quell'anno. Ebbi solo qualche giorno di malinconia,

all'aprirsi dell'anno scolastico, pensando ai miei antichi compagni che

entravano nel terzo corso del Liceo, al quale io avevo rinunciato: un

sentimento come di nostalgia della scuola, ch'io lasciavo prima d'aver

compiuti gli studi, e più che altro di rimpianto degli studi classici

abbandonati, come d'uno scadimento della mia dignità intellettuale.

Ma fu una malinconia presto soverchiata dall'ardor del lavoro, se

può darsi questo nome a quella mia eruzione di parole, che riprese

dopo i giorni d'Aspromonte più copiosa e più violenta che mai. Rimasi

veramente stupefatto quando, molti anni dopo, ritrovai in fondo a un

cassone i miei manoscritti di quel tempo, d'aver potuto rovesciar

sulla carta in pochi mesi un tal diluvio d'inchiostro: racconti,

dialoghi, satire, paralleli di scrittori, pappolate filosofiche: una

specie di _Decamerone_, fra le altre cose, che Dio e il Boccaccio me

lo perdonino. La mia passione prese davvero in quell'ultimo periodo

il carattere d'una malattia mentale, degenerando di letteraria in

libraria, in un bisogno pedantesco e puerile di vedere i miei parti

in forma di volumi stampati e legati, con gran lusso calligrafico

d'intestazioni, di indici e di fregi, e ciò che è più strano, immuni

di correzioni quanto più fosse possibile; tanto che ci lasciavo spesso

intatti dei grossi spropositi per non deturpare la pagina con un

frego. E come non mi spiego da che mi nascesse quella fisima, poichè

non davo a leggere le mie “opere„ neppure agli amici più stretti, non

capisco neppure il perchè di quella smodata produzione, non pensando io

neppur per ombra a dare alle stampe quelle bracciate di prosa. Avevo

bisogno di scrivere, credo, come avevo avuto l'anno avanti il bisogno

di saltare e di arrampicare; erano umori del cervello che dovevan dar

fuori; bisognava che m'affaticassi le facoltà eccitate per castigarle

e renderle atte più tardi a un lavoro pensato e tranquillo. Nondimeno,

mi vergogno ancora un poco, quando ci ripenso, di quella lunga orgia

di letteratura, la quale mi dimostra quanto stessi ancora male a buon

senso in quell'anno, quantunque mi cominciassero a spuntare i baffi. Mi

conforta solo il ricordare che non mi facevo grandi illusioni intorno

al valore intrinseco dei miei finti libri; dei quali, per mia fortuna,

ero io l'unico lettore. Il che non toglieva, peraltro, che io avessi

la certezza, ma proprio la certezza assoluta di riuscire un giorno a

qualche cosa, la previsione netta e sicura che la carriera militare non

sarebbe stata che un episodio della mia vita, che la mia vera ed unica

vocazione fosse quella di metter del nero sul bianco a beneficio del

genere umano. Non era una certezza fondata sui saggi che davo di me a

me medesimo in quel periodo di esercitazione letteraria meccanica; ma

sul presentimento di facoltà che sarebbero poi sorte nella mia mente,

su promesse confuse della coscienza, su non so quale armonia che mi

suonava dentro, non ancor formulata in idee, vaga, profonda, dolce,

continua, su non so che cosa che mi sentivo correre per le vene e

per le fibre e brillare sotto la fronte e nel cuore, e ch'io pensavo

sarebbe sgorgato fuori come uno zampillo di fuoco per effetto d'un

avvenimento inaspettato, dello spettacolo d'una città nuova, della

compagnia di nuovi amici, della vita libera, dal dischiudersi delle

porte dorate della gioventù, di cui stavo per varcare la soglia.

La partenza.

Venne finalmente il giorno della partenza per Torino. Parrebbe ch'io

avessi dovuto lasciar con dolore quella casa dov'ero entrato bambino e

donde partivo giovinetto, e quella piccola città, che era per me come

la città nativa, dov'ero vissuto quattordici anni, dov'ero cresciuto

così sano e forte e lasciavo tante memorie. Eppure questo non fu. La

prima età ha di questi momenti di duro egoismo, in cui la furia d'uscir

del guscio, l'ebbrezza di mutare orizzonti e di slanciarsi nella vita

preme con tanta forza su tutti gli altri affetti, da cacciarli quasi

dal cuore. Quella città, che doveva diventarmi poi così cara, mi si

era fatta in ultimo intollerabile. Vi conoscevo tutti i visi, avevo

impresse nella mente le facciate di tutte le case, potevo rammentare

per ordine tutte le botteghe di tutte le strade, e questa conoscenza

di tutto mi dava un senso di sazietà d'ogni cosa: perfino dall'aspetto

dei dintorni bellissimi, che m'erano stampati nel cervello sentiero

per sentiero e albero per albero, mi veniva un tedio infinito: mi

dibattevo fra quelle mura come un falchetto in una stia da uccellino;

sentivo una tale smania d'andarmene che il solo odore del fumo della

strada ferrata, alle volte, mi faceva fremere come fa l'amante al

profumo d'un fiore regalatogli dalla sua bella. E ciò non ostante

non m'è rimasta nella memoria alcuna traccia dei particolari della

partenza: non mi ricordo neppure degli addii dati in casa, nè di chi

m'abbia accompagnato alla stazione, nè dello stato d'animo, triste o

lieto, in cui mi ritrovavo all'ultimo momento. Mi ricordo soltanto che

il giorno prima della partenza chiamai a raccolta nel cortile quelli

che rimanevano dei miei antichi compagni scamiciati di gioco e di

milizia, e che distribuii fra tutti, perchè ne facessero un regalo ai

loro fratelli piccoli, quanto mi era restato in casa dei miei trastulli

della fanciullezza: stampe colorite, che rappresentavano soldati

francesi e italiani, casette e figurine di presepio, e trombe e daghe

di legno dei miei tempi bellicosi. Solo allora, quando vidi portar via

quella roba che m'era stata un tempo così preziosa, provai un senso

di tenerezza e di mestizia, come se in quel punto si fosse spezzato

il legame che teneva ancora unito in me il giovinetto al fanciullo,

e quei giocattoli fossero stati una parte viva di me, che morisse in

quel punto, e la portassero a seppellire. V'è da quel momento un buio

nella mia memoria fino a quello in cui mi trovai solo in un vagone, sul

treno che andava a Torino, con una grande sacca coricata sul sedile,

dentro la quale c'era tutta la compagnia dei grossi burattini dalle

teste di legno, scolpite dal mio buon padre, che avevan deliziato non

solo la mia, ma anche la fanciullezza dei miei fratelli, e che mia

madre m'aveva affidati con molte raccomandazioni perchè li portassi

a un mio nipotino di Torino. Vedo ancora quella vecchia sacca da

viaggio ricamata a colori vistosi, e quasi risento sotto le mani le

teste dure di quegli antichi amici, che facevan gobba da tutte le

parti. E a questo ricordo mi vien sulle labbra un sorriso d'ironia

malinconica. Sì, proprio, in quella sacca era chiusa l'immagine del

mio avvenire. Ahimè! Che cosa ho fatto altro nella vita che far ballare

dei burattini? E non ho nemmeno la coscienza d'essere stato un grande

burattinaio. Eccomi qui, coi capelli bianchi, già preparato a un'altra

partenza, e mi pare d'aver di nuovo accanto quella sacca. Allora

c'era chiuso il mio avvenire, ora c'è chiuso il mio passato. _Vanitas

vanitatum_: ecco il fondo delle cose, e la conclusione di tutto. Quando

queste parole, che sogliono rattristar l'animo e offender l'orgoglio

dell'uomo, gli son diventate un conforto, vuol dire che il suo cammino

è finito.

Un mistero.

Quella città, non più riveduta che due volte in trentaquattro anni,

e non ricordata che raramente, e di sfuggita, e senz'affetto, nel

tempo della gioventù, ha preso poi nel mio spirito, nell'età matura,

una vita intensa e quasi risplendente, mi è diventata oggetto fino

a questi giorni di sempre più frequenti e più vive riflessioni. E in

questo non è nulla di singolare, perchè, meditando l'uomo sul mistero

di sè medesimo, via via che invecchia, sempre più assiduamente, è

naturale che risalga sempre più spesso col pensiero ai propri principi,

e quindi ai luoghi dove passò l'infanzia. Ma singolare è che a quella

città io ritorni sempre più sovente nei sogni, e strano, inesplicabile

per me che questi sogni siano tutti lo svolgimento d'uno stesso fatto

doloroso, e impossibile ad un tempo. Mi ritrovo nella strada maestra,

fiancheggiata da un capo all'altro da un doppio ordine di portici

bassi, in un'ora che non è nè di giorno nè di notte, poichè i portici

è la strada sono qui oscuri, là rischiarati da una luce di crepuscolo,

altrove come ingombri d'una nebbia fitta, che ora si squarcia, ora si

riaddensa; ma è l'ora della passeggiata domenicale, poichè va e viene

gente da tutte le parti, e le botteghe son chiuse. In ogni sogno sono

arrivato allora allora, con un vivo desiderio di ritrovare gli antichi

amici molti dei quali vivono ancora; mi caccio tra la folla, e vo

innanzi cercandoli con lo sguardo, curioso e impaziente. Ma cammino

e cammino, e non ne incontro nessuno, e non rivedo neppure, fra tutta

quella gente, uno solo dei tanti visi noti, che mi si presenterebbero

nella realtà, e che dovrei incontrare per questo anche in sogno.

Invano ricorro da un capo all'altro i portici di destra e di sinistra,

osservando i crocchi davanti ai caffè, le brigate che passano e i

gruppi che stan fermi alle cantonate, dove sempre ne vedevo qualcuno,

quando vi passavo da ragazzo: non riconosco anima viva. È tutta una

popolazione sconosciuta, come mi sarebbe quella d'una città dove non

fossi mai stato. Vedo spesso venir verso di me, in quella luce incerta

di foresta, una persona che mi par di quelle ch'io cerco, e dico tra

me, rallegrandomi: — È il tal dei tali! — ma, andandogli incontro,

m'accorgo d'aver sbagliato: è un altro, un ignoto. A poco a poco la

folla si dirada, percorro lunghi tratti deserti, fiancheggiati da

edifizi non mai veduti, da alti muri di fortezza o di carcere, da

case e da muri di cinta in rovina; mi trovo in mezzo alla campagna,

solo; rientro un'altra volta sotto i portici, dove non suona più il

passo che di pochi solitari: corro dietro all'uno, corro incontro

all'altro: nessun amico, nessun conoscente; nessuno mi riconosce,

nessuno mi guarda; chi svolta a destra, chi svolta a sinistra, tutti

scompaiono. Corro a casa degli amici più stretti, agli uffici dove

sono impiegati, a quella tal farmacia, in quel dato caffè che so che

frequentano: non c'è nessuno, non c'è che sconosciuti; suono, picchio,

chiamo, domando ad alta voce: — Il tale? Il tal altro? — Nessuno sa

nulla. Affannato, addolorato, mi rimetto a correre per la via maestra,

infilo i vicoli laterali, giro e rigiro in mezzo a case che riconosco,

non so come, benchè non sian più quelle d'una volta, per crocicchi e

per piazzette che si allargano e si restringono come se gli edifizi

dintorno danzassero, per vicoli che s'allungano e si perdon nelle

tenebre, intorno a vecchie chiese che si trasformano al mio avvicinarsi

in cattedrali enormi, e da per tutto incontro, fiancheggio, raggiungo

delle ombre umane; ma da nessuna parte rivedo un amico, un conoscente,

un viso del passato. E questa corsa angosciosa dura fin che mi

risveglio, col cuore pieno di tristezza. Da anni e anni faccio sempre,

con poche variazioni, questo medesimo sogno. È impossibile che non ci

sia una ragione. L'ho cercata molte volte, meditando a lungo; ho anche

letto dei libri di onirologia scientifica, con la speranza di cavarne

qualche lume a scoprire il mistero: non ci ho trovato nulla che mi

giovasse. Eppure, dico, una ragione ci ha da essere, nella mia vita,

nella mia coscienza, che so io? una ragione che dispero di ritrovare,

ma che son persuaso non possa essere che triste, e legata strettamente

con altri misteri dell'anima, tristi del pari, che non mi saranno

svelati mai. Per questo non la cerco più da qualche tempo. Ora se una

voce soprannaturale mi dicesse: — La so, — e mi domandasse: — La vuoi

sapere? — risponderei: — Voglio ignorarla. — Sarà una superstizione

indegna d'un uomo; ma è così. _Ho paura non so di che_, come l'Osvaldo

dell'Ibsen. E non di meno desidero sempre di rifare quel sogno, tanto

è cara al mio cuore, tanto mi par bella anche non popolata che di

spettri, tanto mi attira e mi affascina quella piccola città alpina,

dove l'età più felice della mia vita si chiuse con la morte del più

saggio e dolce amico ch'io abbia avuto sopra la terra. Cuneo è la

città, e pronuncio con sentimento di riverenza e di gratitudine questo

nome, il quale mi desta la visione d'una città immensamente lontana,

posta quasi ai confini del mondo, che si disegna in contorni azzurri

sulla bianchezza d'un'alba luminosa.

Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori · 第 10 / 52 题