potuto prevedere a quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto,
a che padrone tirannico, brutale e stupido dato in potere per sempre;
se avessi potuto prevedere di quale enorme disperdimento di forze del
corpo e dell'intelletto, di quanti turbamenti maligni della salute,
di quante ore di stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia
tormentosa o agitate da sogni spaurevoli mi sarebbe stato cagione
l'abito malaugurato che stavo per contrarre; se avessi preveduto
ch'io sarei stato un giorno certissimo, come ora sono, che infinite
ineguaglianze e fiacchezze del mio stile di scrittore, e radure
e garbugli del tessuto sottile delle idee, e mancanze improvvise
dell'acume critico e della flessibilità del pensiero e della facoltà
d'abbracciar con la mente vasti spazi, non sarebbero state che un
effetto di quell'abito; se avessi previsto nell'avvenire quante volte
avrei fuggito villanamente delle compagnie gentili o rinunziato
a spettacoli d'arte desiderati e a trattenimenti intellettuali
fecondi, non per altro che per soddisfare il bisogno volgare che
stavo per imporre irrimediabilmente alla mia gola e al mio cervello,
condannandomi per tutta la vita a respirare un'aria impura e a legger
libri e a vestir panni e a mandar pel mondo dei fogli impregnati
dell'odore del mio vizio; se avessi potuto antivedere, infine,
quante dure lotte, dalla giovinezza fino all'età matura, avrei dovuto
sostenere per liberarmi da quel vizio, destinate a finir tutte quante,
dopo giorni e mesi di sforzi penosi, con una vile dedizione al nemico,
non lasciandomi altro conforto che quello di veder immuni dalla
mia tabe i miei figliuoli, e amareggiato anche quello dal rimorso
d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di stampar sulle loro guance
dei baci attossicati; ah, se avessi presagito allora tutto questo, con
che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato mozzicone di sigaro
che stavo per cacciarmi fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi
brucia ancora la bocca e la coscienza!
*
Ma già anche prima del sigaro io ero da un po' di tempo sur un brutto
sdrucciolo. Proprio, venivo pigliando la piega del cattivo soggetto.
Che era stato? Cattivi germi, assorbiti qua e là, ammucchiandosi a
poco a poco e andando in fermento, cominciavano a dar fuori; di quei
germi che son come nell'aria e che tutti i ragazzi assorbiscono, salvo
che sien tenuti sott'olio come le sardelle. Scatti di ribellione,
bugiarderia, secchezza d'animo, volgarità di linguaggio, predilezione
pei compagni sbarazzini, e propositi, più che altro, di bricconate;
ma anche qualche piccola bricconata che, sebbene commessa in casa,
avrebbe meritato qualche settimana di carcere correzionale, furono
le prime manifestazioni del serpentello maligno che m'era entrato
in corpo. Fors'anche perchè quell'anno era stato per me un anno di
cresciuta straordinaria, quasi maravigliosa, prevaleva alla virtù
dello spirito l'animalità imbaldanzita. Ma il male non era veramente
profondo, poichè, anche nei giorni peggiori, sebbene rispondessi duro e
arrogante anche a mia madre, pure i suoi rimproveri m'entravano sempre
nel cuore; e più che i rimproveri suoi mi turbava il contegno di mio
padre, che s'era mutato con me: il suo aspetto severo e freddo, il
proposito manifesto ch'egli metteva in atto di non rivolgermi la parola
e di non incontrare il mio sguardo mi facevano soffrire così nel vivo,
che mangiavo in furia molte volte e scappavo da tavola il più presto
possibile, col cuore serrato. Non ebbi nessun castigo, e credo che sia
stato meglio. Credo che tutti i ragazzi passino per crisi somiglianti,
le quali son per l'animo ciò che la tosse asinina e i bachi per il
corpo, e che i parenti non se ne debbano spaventare, nè ricorrere ai
grandi mezzi di correzione, lasciando invece che il male, fatto il
suo sfogo, se ne vada da sè; che è ciò che segue sempre, quando la
natura del figliuolo non è trista affatto; nel qual caso valgon poco o
punto i castighi. Quello che mantenne vivo e cocente in me per tutta
la vita il rimorso d'aver amareggiato mio padre e mia madre in quel
periodo fu appunto il fatto di non esser stato punito da loro come
meritavo. A poco a poco lo stato violento di coscienza in cui vivevo
mi divenne insopportabile. Ero già preparato a un pieno ravvedimento:
non occorreva più che una spinta, e il caso me la diede. Mia madre fu
presa una notte da un grave malore, si mandò per il medico, la casa
fu sottosopra; io la intesi gridare dalla mia camera con accento di
dolore disperato: — Ah mio Dio, morire! Lasciare quel figliuolo ancora
così ragazzo! — Quel grido mi snodò il cuore, scoppiai in pianto,
m'inginocchiai sul letto, ridissi la preghiera che non dicevo più da un
pezzo, supplicando Iddio che non mi togliesse la mamma, — e quando essa
fu fuor di pericolo, io era uscito di malattia.
*
Erano incominciate le vacanze. Mi invase allora, come accade prima o
poi a ogni ragazzo, il furore delle letture romanzesche; se pure si
può chiamar “leggere„ il divorar l'un sull'altro decine di romanzi,
dalla mattina alla sera, senz'un'ora di respiro, fino ad averne la
mente e la vista offuscate, fino a passar più giorni di fila, come
a me accadeva, senza veder nè le Alpi nè il cielo, sempre coi pugni
sul libro, col mento sui pugni e con gli occhi sul foglio. Cascai
prima sui romanzi del Dumas padre, e il primo di questi fu il _Conte
di Montecristo_, che rimase sempre il mio preferito, non solo perchè
mi parve e mi pare ancora il più maraviglioso per la favola e il più
attraente per l'arte del racconto, ma anche per il fatto che mia madre
mi aveva dato pensatamente il nome di battesimo del protagonista,
per aver letto con molto piacere quel romanzo mentre stava aspettando
ch'io venissi al mondo. Seguirono a quello non so quanti altri, che
poi mi si confusero tutti nella mente in un solo romanzo enorme di
migliaia di personaggi e di avventure d'ogni tempo e d'ogni paese. Ma
questa furia s'arrestò ad un tratto, fortunatamente, per effetto della
lettura d'un libro, che doveva aver poi un influsso straordinario sul
mio pensiero e sul mio cuore, per tutta la vita. Non avevo letto sino
allora dei _Promessi Sposi_ che poche pagine sparse per le Antologie
scolastiche. Non ricordo che alcun professore delle prime scuole ce
ne consigliasse con insistenza la lettura. Misi un giorno la mano
sul romanzo, un'edizione di Vincenzo Batelli di Firenze, del 1827, in
tre volumi, che conservo ancora. Incominciai a leggere. L'effetto fu
maraviglioso. Mi sentii come preso da mille uncini e da mille lacci
sottilissimi, che mi avvolsero e mi strinsero, penetrandomi fin nel più
profondo dell'anima. Fu un diletto continuo e vivissimo, non interrotto
punto, nè quasi scemato dalle digressioni storiche e dalle descrizioni
minute che soglion seccare i ragazzi, rotto spesso da commozioni
violente, che mi strappavano il pianto, accompagnato dal principio
alla fine da un consenso pieno e dolcissimo di tutti i sentimenti e di
tutti i pensieri. Non distinguevo l'un dall'altro, mi ricordo bene,
ma sentivo confusi tutti insieme gli effetti di quell'arte profonda
e semplice, dell'armonia delle facoltà, della misura sapiente, della
logica finissima, della trasparenza cristallina dello stile, di quella
musica grave e delicata, e quasi segreta, che par che venga più dal
pensiero che dalla parola, e suoni nell'anima senza che l'orecchio la
senta. Non poteva essere compiuta la mia ammirazione; ma la simpatia
fu tale da non poter più crescere. Presentii fin dalla prima lettura
che avrei riletto quel libro mille volte, anche da uomo. Una quantità
d'immagini, di sentenze e di frasi mi s'impressero subito e per sempre
nella memoria. Mi rimase nell'animo una serenità, una pace, quasi una
compostezza, che m'era prima sconosciuta; quasi un'armonia sommessa,
alla quale s'intonò per un pezzo la voce di tutto il mio essere. Mi
parve che entrasse nella mia vita un amico, un maestro aspettato da
lungo tempo, e il cuore mi diceva che non ne sarebbe uscito mai più.
Posso dire che la lettura di quel libro segnò per me il passaggio dalla
fanciullezza all'adolescenza.
*
Riandando col pensiero quei primi anni, sono sempre ricondotto, per
ciò che riguarda l'educazione dei figliuoli, alle stesse conclusioni;
non nuove per certo, ma, a mio avviso, non mai abbastanza stampate. Son
persuaso che c'è meno pericolo a lasciare ai ragazzi una certa libertà,
ed anche una libertà larga, che a tenerli a catena, perchè riconobbi
che gl'incatenati, che son come anime compresse, non solo non riescon
migliori, ma peggiori dei liberi, non foss'altro per l'arte più fine
della simulazione, che suole poi essere cagione ai parenti di grandi
disinganni. Son persuaso che è fatica perduta affatto quella gran cura
che metton molti a mantenerli nell'ignoranza di certe cose, delle quali
essi acquistano in ogni modo, per mille vie impossibili a precludersi,
la cognizione precoce; e che, ciò essendo, è perniciosissimo e stupido
il tenere in presenza loro certi discorsi, come quasi tutti fanno,
con parole coperte, nella fiducia che essi non li intendano, poichè
o li intendono, o capiscono se non altro che i loro parenti tengono
dei discorsi che non dovrebbero, ma da cui non sanno astenersi, perchè
ci trovan piacere; onde questi scadono nella loro stima, facendo per
giunta davanti a loro una figura ridicola. Son persuaso che non ci sia
nulla di più dannoso all'intelligenza e alla fibra dei ragazzi che il
costringerli, per mandarli avanti presto, a studi prematuri, perchè,
se anche ci reggono da principio, scontano immancabilmente lo sforzo
più tardi, uscendone con le facoltà fiaccate e spuntate, compresi
d'una sorda avversione per la scuola, e non più sospinti dal bisogno di
leggere e di studiare da sè, per curiosità e per diletto. Son persuaso
che lo spettacolo più nocivo all'educazione loro, il più funesto per il
loro cuore e il loro carattere sia quello della discordia, degli urti
anche più leggieri tra padre e madre, nei quali si sbriciola l'autorità
di tutti e due, ledendo nel ragazzo il concetto della santità
della famiglia, e lasciandogli dei ricordi incancellabili che gli
offuscano più tardi nel cuore le loro immagini, e vi diventan radici
inestirpabili di scetticismo. Son persuaso che è sacrosanta verità
la sentenza del Capponi, che le cose udite, non le insegnate, formano
l'animo dei fanciulli, ossia tutto ciò che di buono e di gentile essi
intendono, che è detto in presenza loro spontaneamente, senza pensare a
loro, per impulso d'istinto e di coscienza; e che perciò ammonimenti,
consigli, prediche, e anche castighi, tutto è fiato e rigore sprecato
se essi non vedono che nei loro parenti corrispondano perfettamente ai
precetti il carattere, la vita, lo spirito dei discorsi impremeditati
e abituali. Ho visto mia madre intesa tutta e sempre alle cure della
famiglia, scevra d'ogni vanità femminile, aborrente dai pettegolezzi,
impietosita d'ogni sventura altrui, caritatevole ai poveri, facile al
perdono con tutti; ho visto mio padre lavorar dalla mattina alla sera
con uno zelo d'impiegato esemplare, occuparsi in tutti i ritagli di
tempo dei suoi figliuoli, e studiare, quanto gli era concesso, tutta
la vita per coltivare il proprio spirito; ho intuito sin da bambino
che mia madre era una donna buona e onesta e che mio padre era un
uomo retto e generoso: questi sono stati gl'insegnamenti più efficaci
ch'io abbia avuto da loro. Fu l'esempio che mi diedero che mi ritenne
sulla buona via ogni volta che fui sul punto d'uscirne; fu il ricordo
delle loro opere che mi fece sempre ripentire e ravvedere d'ogni atto
insensato e ignobile. Tutto il resto, nel campo dell'educazione, è
vuota ciancia e vessazione inutile. Non serve fingere coi figliuoli,
e far due parti, l'una per loro e l'altra secondo il comodo proprio;
è anzi meno peggio il lasciarsi vedere come si è, coi nostri difetti
e con le nostre debolezze; chè, se non altro, così mostrandoci, siamo
stimati sinceri. V'è un modo solo di educare: vivere degnamente. Ma è
difficile, si capisce.
In _Umanità_.
Mi parve di aver fatto un gran salto in su nella gerarchia scolastica
quando invece di alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno
d'Umanità, — benchè non capissi punto in quale significato fosse usata
quella parola; anzi appunto perchè non lo capivo: cosa frequente anche
fra i grandi.
Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata di nuovi professori,
la più parte giovani e bravi; tre dei quali nella mia classe, che
corrispondeva alla quarta del Ginnasio attuale. Il solo professore
di lettere italiane e latine non era nè giovane nè bravo, sebbene
non mancasse nè di coltura nè di buon volere; era uno di quei molti
insegnanti a cui manca l'arte specialissima dell'insegnamento, rara
a trovarsi perfetta, anche fra gli uomini di gran levatura, come le
voci di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe stato un buon
professore di Liceo. A quello poi non mancava soltanto l'ispirazione,
ma addirittura il calorico animale; una tinca fredda, l'avrebbero
chiamato in Toscana. Per questo rispetto era un vero originale, e
perciò ne faccio lo schizzo. Egli insegnava letteratura come avrebbe
insegnato computisteria; nessuna quistione d'arte o di storia
letteraria, nessuna bellezza poetica lo faceva mai uscire neppure
un momento dalla sua quiete beata, nè alterava la grave monotonia
della sua voce che rassomigliava al rumore d'una macchina da cucire,
nè la placidità immobile del suo buon faccione di padre guardiano.
E in questa maniera otteneva effetti maravigliosi. Pareva che con
la sua voce si espandesse nella scuola un'esalazione continua di
cloroformio, che assopiva gli spiriti più vivaci, domava a poco a poco
i temperamenti più irrequieti e otteneva una disciplina di convento. In
anni posteriori conobbi parecchi altri insegnanti della stessa natura;
ma nessuno dotato d'una tal potenza addormentatrice. Era contento di
noi, diceva che eravamo una scolaresca tranquilla. E sfido: egli ci
recideva ogni forza di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio
immaginare che buon pro facessero la letteratura italiana e la latina
servite in una tal salsa di papavero.
C'era per altro chi ci svegliava. Era il professore d'aritmetica,
un omino tutto nervi, con una bella testa riccioluta, elegantissimo,
pieno d'ingegno e d'argento vivo; il quale si fece poi un nome nelle
matematiche. Questi insegnava mirabilmente; ma era impaziente come
un poledro stallino e rabbioso come un gallo andaluso. Inclinato per
la sua natura violenta a picchiare, ma rattenuto dalla prudenza, ed
anche dalla buona educazione, aveva trovato, per sfogarsi, qualche cosa
di mezzo tra la percossa, che era proibita, e gli epiteti forti, che
non gli bastavano: il pizzicotto; ma non quello semplice, che sarebbe
stato una bazza: una specie di pizzicotto rotatorio. Quando lo scolaro
chiamato alla lavagna non capiva le sue spiegazioni, egli s'alzava,
gli afferrava il braccio sotto alla spalla con l'indice e il pollice, e
stringeva e torceva fin che quegli capisse. In quell'esercizio, ch'egli
faceva certo da parecchi anni, le sue dita avevano acquistato una forza
di tanaglie. Era un'idea sua che la matematica si dovesse inoculare in
quella maniera, come il vaccino. Dopo due mesi di scuola eravamo quasi
tutti segnati, tanto che ai primi calori, quando ci andavamo a bagnare
nel torrente, i suoi alunni si riconoscevano fra quelli delle altre
classi, alla bollatura, come i giumenti delle mandre argentine, e si
poteva anche distinguere fra di essi, alla maggiore o minore estensione
e intensità di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione che
avevan per la scienza. E ciò non ostante, gli volevan tutti bene perchè
del suo insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci faceva veder
le stelle, ma anche capir l'aritmetica, ed era anche giusto, perchè
pizzicottava signori e poveri diavoli con egual vigoria. Per nulla al
mondo l'avremmo voluto cambiare con un professore di mano più dolce, ma
di metodo didattico meno efficace; tanto è grata la gioventù scolastica
a chi le agevola lo studio, anche martirizzandole le carni.
Un altro professore valentissimo, anzi perfetto, era quello di storia;
il quale provava mirabilmente col fatto come il miglior mezzo di
tener la disciplina sia la fermezza del carattere e la dignità delle
maniere. Egli aveva tutti i giorni lo stesso viso e lo stesso umore,
come un uomo in cui non potesse alcuna passione; non pizzicava, non
gridava, quasi non rimproverava neppure: e non di meno, credo che se
ci avesse fatto lezione il re d'Italia in persona non avrebbe ottenuto
maggior silenzio e maggior rispetto. Entrato lui nella scuola, non
rifiatava più nessuno; un suo sguardo severo bastava a rimettere a
dovere i più audaci; non lo udimmo dire in tutto l'anno una parola più
forte dell'altre. E le sue lezioni eran piacevoli, benchè leggermente
colorite di rettorica e fatte con intonazione un po' predicatoria. A
renderlo autorevole e simpatico giovava molto anche il suo aspetto,
poichè era il più prestante professore della famiglia, un giovane
bellissimo, di statura alta e di portamento maestoso, vestito sempre
con grande eleganza, e privilegiato d'una capigliatura e d'una barba
d'un biondo d'oro, che eran l'ammirazione di tutto il bel sesso e
l'invidia di tutta la gioventù brillante della città; e non lasciava
trasparire per questo il menomo segno di compiacenza vanitosa o
d'orgoglio, chè anzi, s'egli aveva un difetto, era quello di non
rallegrar mai la scuola con un sorriso, e di dire anche gli scherzi,
rarissimi, e sempre relativi alla sua storia, con una gravità di
magistrato. Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo per lui,
tanto che una sua parola di lode, un semplice _bene_ o anche solo un
cenno approvativo del capo davano pure ai più apatici una soddisfazione
grandissima. Mi ricordo che fui veramente afflitto e morso dalla
vergogna una volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva
informazioni: — Potrebbe fare; ma, Dio buono, è tanto distratto! — e
che da quel giorno stetti in iscuola come una statua.
Proprio l'opposto di lui era una povera anima di professor di
francese, un'effigie di fattor di campagna cinquantenne, tarchiato
e sanguigno, che non riusciva a farci chetare un minuto, e che noi
tormentavamo barbaramente, andando alle volte otto o dieci intorno
al suo tavolino, con la grammatica in mano, col pretesto scellerato
di chiedergli spiegazioni, che chiedevamo apposta tutti insieme ad
alta voce. Quando capiva il gioco, perdeva i lumi, scattava in piedi,
e si metteva a sprangar calci da tutte le parti e a inseguir l'uno
dopo l'altro per darci il resto, saltando in giro per la scuola
come un mulo infuriato, fin che andava a ricader sulla sua seggiola
sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi e di banditi. Povero
professore! E portava per nostra meritata disgrazia degli scarponi di
montanaro, che ci sollevavano da terra come palle di gomma, lasciandoci
le traccie dell'inchiodatura nei dintorni dell'osso sacro. Ma non
ci faceva entrare il francese da nessuna parte. Colpa meno sua che
della consuetudine stupida, non ancora smessa affatto, di non dare
nelle scuole la grande importanza dovuta allo studio di quella lingua
necessaria a tutti; la quale moltissimi debbono studiare in furia più
tardi sotto la stretta del bisogno, imparandola male per sempre, e dopo
aver fatto una lunga serie di figure ridicole.
Tenorino fallito.
Dallo studio mi distrasse disgraziatamente in quell'inverno l'illusione
risuscitata d'avere una bella voce di tenore, in grazia della quale
avrei dovuto fra due anni lasciar la filosofia per darmi alla musica;
e l'idea del cambiamento non mi atterriva. È quello l'episodio della
mia adolescenza che, a ricordarlo ora, mi fa ridere più saporitamente
d'ogni altro alle mie proprie spalle. Illusione “risuscitata„ ho
detto, perchè l'avevo avuta già tempo prima, essendomi inteso dire fin
da piccino che avevo una bella voce, in special modo da mia madre,
che spesso mi faceva cantare; ma non m'ero mai curato gran fatto di
quel supposto dono della natura. Mi nacque la passione del canto e la
speranza di poter far fortuna con l'ugola soltanto in quell'inverno,
nel quale mio padre mi condusse varie volte a sentir l'opera in musica;
e fu una frenesia vera, come quella dei soldati e della pittura,
e che durò dei mesi. Solfeggiavo per tutta la giornata, in casa e
per la strada, e per le scale della scuola, e perfino nel teatro,
mentre cantavano i miei maestri, e in tutti i luoghi e i momenti in
cui potessi non essere udito cantavo con quanta voce avevo in canna,
come se mi fossero già pagate le note un marengo l'una. Una vocina
passabile l'avevo; ma una miseria, e mancavo d'orecchio: stonavo
come un ubbriaco. E capivo bene che, così come era, la mia voce non
meritava nemmeno di esser coltivata per spasso, nè per metallo, nè per
estensione. Ma con la maravigliosa facoltà che ebbi sempre d'ingannar
me stesso mi persuadevo che da una settimana all'altra, per effetto
di cause diverse, la voce mi sarebbe venuta come la volevo. Dicevo:
— Mi verrà quando smetterò di fumare; — poi: — quando non berrò più
che acqua; — poi: — quando non mangerò più dolci, che son quelli che
mi rovinano, non altro, — e quantunque dopo ciascuna prova seguitassi
a strillare come un uccello spennato vivo, pure persistevo a sperare,
accagionando il difetto ora a un raffreddore, ora a una infiammazione
di gola, ora all'aver troppo forzato il soffietto. E questa passione
tirava con sè un corteo di altre piccole ridicolaggini. Non solo facevo
dei gargarismi dalla mattina alla sera, ma imitavo il passo e il gesto
dei cantanti; non solo imparavo a memoria, ma mi copiavo in bella
calligrafia i libretti d'opera; e non cantavo soltanto in città, ma
per sfogare più sfrenatamente le mie forze vocali facevo apposta delle
corse in campagna, dove abbaiavo agli alberi per dei quarti d'ora, e
mettevo in fuga uccelli da tutte le parti. Ma, ahi! (l'interiezione è
imitativa) non ci guadagnavano nulla nè la trachea, nè l'orecchio; mi
s'andava anzi sciupando sempre peggio quel filo di voce, che non era
al tutto sgradevole prima ch'io fissassi il chiodo di fare il tenore.
Infine, mi sentii tanto trattare dai miei compagni di chiavistello
arrugginito e di galletto strozzato, e vidi anche nella mia famiglia
dei così manifesti segni di sazietà di quel diluvio di stecche false di
cui empivo la casa, che mi persuasi di dover rinunziare alla “carriera
lirica„ e smontai l'organetto. Ma se perdetti ogni illusione riguardo
alla voce, mi rimase sempre un gusto così vivo, anzi una passione
così calda per il canto, che anche ora una nota dolce e potente mi fa
impallidire dalla commozione, e una voce bella udita di sera per la
strada mi fa pedinare il cantante anche per un miglio, ed è quello il
dono di natura che, dopo il dono dell'ingegno, invidio di più a chi lo
possiede, e ritengo il canto uno dei mezzi più efficaci di educazione
dell'animo, e l'ho per uno dei più dolci conforti della vita.
Il Cinquantanove.
Cessato il furore tenorile, ebbi un'altra e ben più potente distrazione
dagli studi; la quale, per fortuna dell'Italia, durò assai più lungo
tempo dell'altra. Il colpo più funesto al latino lo diede in quell'anno
scolastico Vittorio Emanuele, e per l'appunto il primo di gennaio,
col discorso memorabile del “grido di dolore„. Entrò da quel giorno
nella scolaresca uno spirito di divagazione patriottica, che non
riuscirono a frenare neppure i professori più autorevoli; chè anzi
lo sovreccitarono spesso, anche facendo scuola, con allusioni agli
avvenimenti, e con digressioni politiche, che scappavan loro di bocca
come il vino spumante dalla bottiglia. Era come diffuso per l'aria un
odor di polvere; il suono delle trombe dei bersaglieri, che passavano
vicino al Ginnasio, ci faceva balenar gli occhi e fiorir sotto la penna
agitata le sgrammaticature; anche i vecchi professori più sconquassati
prendevan nell'andatura qualche cosa di belligero, e noi non ridevamo
più per la strada nemmeno delle guardie nazionali panciute, che
facevano tre passi sur un mattone. Crebbe ancora il fermento sulla fine
di febbraio, quando nella nostra piccola città, fatta sede del maggior
deposito dei Cacciatori delle Alpi, cominciarono ad arrivare a frotte
i giovani emigrati, la più parte lombardi e veneti, di ogni condizione
sociale; i quali portarono come un'onda di sangue ardente nella vita
cittadina, e diedero quasi un nuovo aspetto alle strade, ai caffè, a
tutti i luoghi di ritrovo pubblico, dove a ogni passo s'incontrava un
viso sconosciuto e s'incrociava lo sguardo con due occhi scintillanti
d'alterezza e di speranza. Molti di quei visi, parecchi dei quali erano
predestinati all'onore del marmo e del bronzo, mi sono rimasti scolpiti
nella memoria come visi d'amici intimi. C'erano fra quel migliaio e
più di nuovi venuti dei campioni della guerra del '48 e della difesa di
Roma; c'erano dei futuri pittori celebri, come l'Induno, il Pagliano,
il De Albertis; c'erano il Cairoli e il Bertani, e il De Cristoforis,
del quale dovevo legger poi con entusiasmo, alla scuola di Modena, il
_Trattato della guerra_. Ma non ricordo d'aver inteso allora i loro
nomi, che erano ancora fiori di gloria in boccio. Il solo nome che
correva sulla bocca di tutti era quello del Cosenz, comandante, che
rammento d'aver visto più volte in Piazza d'Armi, quando i volontari
non vestivano ancora l'uniforme, comandare gli esercizi col tubino
e col soprabito nero, come un capo di barricate: una figura svelta e
dritta come uno stocco, con un viso grave di filosofo, che molti per
le vie salutavano rispettosamente, ricordando le sue prodezze eroiche
di Venezia. E anche rammento, quando scomparve sotto il cappotto bigio
ogni apparente differenza di condizione sociale fra gli emigrati,
lo strano effetto che faceva nel popolino il sentir dire dell'uno e
dell'altro di quei soldati semplici: — Questo è un avvocato. — Quello
è un medico. — Quello là è un professore. — Quello lì è un signorone.
— Ciò che valeva più d'ogni discorso o articolo di giornale a dare
alla gente incolta un'idea della grandezza degli avvenimenti che si
preparavano, e faceva rivolgere dalle signorine a quei rozzi cappotti
certi sguardi di curiosità romantica, dei quali prima d'allora non
avevano onorato mai la “bassa forza„. Beati giorni, che risplendono
come zaffiri nella corona delle nostre più care memorie.
*
L'agitazione della scolaresca giunse al colmo nel marzo, quando,
richiamati alle armi i _contingenti_, si videro arrivare i bersaglieri
delle classi congedate, uomini fatti, anneriti dal sole dei campi, con
le tuniche logore, coi cappelli spelati, con le scarpe contadinesche,
molti con le medaglie di Crimea dai nastri sbiaditi: d'aspetto così
grave la più parte, che parevano i padri dei soldati in servizio, di
cui venivano a ingrossare le file. E qui mi ricordo d'un fatto, che
mi fece un gran senso, e che prova come neanche in Piemonte, e neppure
per le guerre più popolari, ci sia mai stato un grande ardore guerresco
nei vecchi soldati che erano strappati ai figliuoli e ai loro campi e
mandati a farsi ammazzare; quantunque poi, per sentimento del dovere,
si portassero così bravamente che l'entusiasmo non avrebbe potuto fare
di più. Era una sera di domenica. Un gran numero di quei richiamati,
ancora senz'armi, passeggiavano a coppie e a drappelli per la strada
principale, affollata di gente. A un certo puto vidi sventolare
una bandiera, aprirsi la folla e venire avanti un folto stuolo di
cittadini, ordinati in quattro file, che cantavano l'inno del Mameli;
tutti signori in cilindro e in pastrano, fra i quali riconobbi con
piacere alcuni dei professori del Ginnasio: quello di matematica il
primo. Mentre mi passavano davanti, da un gruppo di vecchi bersaglieri
che mi stava accanto uscì qualche apostrofe a voce alta, in tuono di
sarcasmo: — Già, è comodo di cantare! — Loro cantano e noi andiamo a
dare la pelle. — Vengano con noi a battersi invece di far del baccano.
— Il drappello s'arrestò, disordinandosi; i dimostranti risposero;
s'attaccarono vari battibecchi vivaci. Alcuni dei signori, risentiti,
rinfacciavano ai soldati di mancar d'amor di patria; altri, più
pacati, cercavano di rabbonirli, persuadendoli che non tutti avevano
il dovere, che non a tutti era possibile d'andare alla guerra, e
qualcuno diceva loro che s'era battuto anche lui nel '48 e nel '49. Ma
i soldati parevano poco persuasi, rispondevano brontolando e alzando
le spalle. Ciò che mi fece più maraviglia in quel contrasto doloroso fu
la bella disinvoltura con cui alcuni dimostranti brizzolati e panciuti
assicuravano, picchiandosi la mano sul petto, che sarebbero andati alla
guerra essi pure, mentre si capiva dai loro faccioni pacifici che non
si sognavano neppure una mattata compagna. E ripetevano con calore:
— Ci rivedremo al campo! Ci rivedremo al campo! — Vedo ancora gli
sguardi di diffidenza coi quali i soldati misuravano le loro rotondità,
come se domandassero a sè stessi in quale campo avrebbero mai potuto
rivederli, non stimando che fossero pance da arrolarsi nei bersaglieri.
Il litigio durò finchè si avvicinarono due tenenti, alla vista dei
quali i bersaglieri si sbandarono. Povera gente, chi sa che alcuni di
loro non siano caduti i primi sotto le palle austriache all'assalto
di San Martino! Quella scena mi lasciò addolorato e turbato da molti
pensieri confusi; da questo fra gli altri: che, perchè una guerra fosse
veramente nazionale, si dovrebbe andare a battere molta gente la quale
rimane a casa, e che, in ogni modo, sarebbe delicatezza e prudenza che
quelli che rimangono non cantassero troppo forte passando davanti a
quelli che partono.
*
Un altro mio ricordo vivissimo è quello della venuta di Garibaldi;
ma mescolato d'un forte amaro. Venne un giorno d'aprile a passare in
rivista i Cacciatori delle Alpi; ma quasi di nascosto, avendo pregato
prima che non si annunciasse la sua venuta, e non si trattenne tra noi
che poche ore. Da noi scolari non si seppe ch'era in città che quando
aveva già fatto la rivista e smesso la divisa di generale. Ero con
un compagno sur un viale della Piazza d'Armi quando alcuni ragazzi,
accennando una carrozza che passava di corsa, si misero a strillare: —
Garibaldi! Garibaldi! — e noi dietro a tutte gambe.
.... Come s'andava un lo poi rede'.
Si fece non so quanta strada battendoci le mele coi tacchi, finchè ci
mancarono le forze e cascammo sulla proda d'un fosso, anelando, come
due levrieri sfiancati. Quando ripigliammo la corsa, il Generale era
già all'albergo a desinare, e il desinare chiamava a casa anche noi:
egli partì la sera stessa. Ci pigliammo un'arrabbiatura da morderci
i gomiti. Il giorno dopo ripassammo per tutte le strade dov'egli
era passato, come per fiutare le sue tracce. Ci fu detto che era
andato a visitare una rivenditrice di commestibili, soprannominata
la Pasqualina, che aveva bottega sotto i portici; un pezzo di donna
tarchiata e fiera, che tutta la città conosceva e rispettava perchè
uno dei suoi figliuoli, Paolo Ramorino, era stato commilitone e
amico di Garibaldi in America, ed era morto eroicamente alla difesa
di Roma, combattendo al fianco di Luciano Manara. Arrivammo subito
dalla Pasqualina, e la trovammo là davanti alla bottega, attorniata
da molti curiosi, ai quali accennava un sacco di riso sul quale
s'era seduto Garibaldi il giorno avanti, discorrendo con lei. Ah,
fortunata Pasqualina! Come ci parve bella e gloriosa! Stemmo là un
pezzo a contemplar lei e il suo sacco, e poichè avevo qualche soldo in
tasca, mi balenò l'idea di comprare un _etto_ di quel riso memorando,
che aveva avuto l'onore di far da cuscino all'Eroe di Sant'Antonio.
Ma il mio compagno, che conosceva l'umore della brava donna, me ne
distolse, osservando che ella avrebbe potuto pigliare la cosa come una
canzonatura e risponderci con una ceffata, che non sarebbe stata di
natura femminile. E così, miseramente, terminò la nostra spedizione;
la quale fu anche più sventurata ch'io non potessi allora pensare,
perchè non mi si doveva offrir modo mai più d'appagare il mio ardente
desiderio. Parrà incredibile, ma è così: per una serie di accidenti e
di contrattempi maledetti, qualche volta per il ritardo d'un minuto,
qualche altra volta per un impedimento materiale futilissimo, quella
sfortuna si ripetè dieci volte nella mia vita. Ho un rimpianto nel
cuore e lo confesso con un sentimento di vergogna, come una colpa: non
vidi mai Garibaldi!
*
Mi stupisce come non mi sia rimasto alcun ricordo della forte
impressione che mi fecero certamente le descrizioni dell'arrivo dei
Francesi a Torino e le prime notizie delle battaglie di Montebello, di
Palestro, di San Martino. Su questi ricordi, che debbo aver serbati
vivi per un pezzo, s'è distesa, non so quando nè come, una nuvola
fitta, che non m'è riuscito mai di diradare. Mi rammento solo del primo
annunzio della vittoria di Magenta, che mi fu dato da mio padre, su
per la scala, con una esclamazione enfatica, tendendo un braccio in
alto, e sclamando: — Siamo a Milano! — Ma non c'è da meravigliarsi,
chi ci rifletta, di queste eclissi di certi grandi avvenimenti nella
nostra memoria, perchè è una illusione quella per cui pensiamo che noi
risentissimo allora al loro annuncio, noi, come tutta l'altra gente,
una commozione infinitamente maggiore di quella che ci desta il loro
ricordo, e che dovessimo quasi non viver d'altro, in quel periodo di
tempo, che di quelle commozioni. Come, guardando una fuga di colonne
da un capo della via, non vediamo gl'intervalli che separano quelle
lontane, che ci appaiono congiunte, così non vediamo più fra quegli
avvenimenti passati i larghi spazi di tempo, durante i quali eravamo
tutti assorti, come nei tempi ordinari, nelle nostre faccende e nei
nostri piaceri, che avevano pur sempre in noi il sopravvento sui nostri
pensieri e affetti di cittadini; e neppure consideriamo, d'altra parte,
che la lunga aspettazione e la frequenza stessa di quei grandi fatti
ci avevano come stancata la facoltà sensitiva, e reso l'animo in certo
grado indifferente anche alle cose più straordinarie.
Ciò che non ho dimenticato è lo spettacolo dei frequenti _Te Deum_ che
si cantavano nel Duomo, e a cui intervenivano con grande solennità
e in abito di gala tutte le autorità civili e militari; fra le
quali spiccava la bella testa bruna del nuovo provveditore degli
studi, venuto quell'anno, Domenico Carbone, che è rimasto una delle
memorie più luminose e più care della mia adolescenza. Quanto bene,
anche fuor dell'insegnamento diretto, può fare a una scolaresca un
uomo d'intelligenza eletta e di alto carattere! La venuta di quel
provveditore, coronato della doppia gloria di poeta e di combattente
volontario del 1848, e preceduto dalla fama d'uomo integro e buono,
ancor giovane, bello della persona, amorevole e severo ad un tempo, e
pieno di nobiltà nelle parole e negli atti, aveva portato come un'onda
d'aria pura e vivida in tutte le scuole. In ogni scuola dov'egli
entrasse e discorresse, lasciava un ardore di buona volontà e di nobile
ambizione, e quasi un profumo di gentilezza, che penetrava in fondo
agli animi. Egli fece dei miracoli: convertì dei discoli che nessuno
aveva mai domati, svegliò delle volontà che parevano addormentate per
sempre. Tutti i poveri angariati, che sono in ogni scolaresca, tutte
le vittime derise della prepotenza dei compagni e dall'antipatia dei
maestri, anche prima d'aver esperimentato la sua bontà, si sentivano
protetti dalla sola sua presenza, e prevenivano, pronunciando solo il
suo nome, molte ingiustizie e molte bricconate. Tutti lo amavano e lo
riverivano. Ci affollavamo sui pianerottoli per vederlo passare; per la
strada, facevamo apposta delle corse e dei giri per passargli davanti e
salutarlo; e quando nel Duomo, ai _Te Deum_, egli compariva primo nel
banco dei professori e girava sugli scolari accalcati quei due grandi
occhi austeri e leali, con quel buon sorriso che diceva: — Ecco i miei
figliuoli — gli rispondeva il nostro cuore con un fremito di simpatia
e d'alterezza. Se si potessero fabbricare degli uomini simili invece di
rimpastar programmi e regolamenti!
*
Racconto un fatterello che lo riguarda, non tanto per far onore a lui,
quanto per far ridere a mie spese; chè ci provo piacere ormai, come i
flagellanti d'un tempo a farsi frizzare la pelle.
Avevamo da anni un viceprovveditore prete, caldo più di _morbin_ che di
ardor cattolico, che portava la tonaca come una camicia di forza: non
punto cattivo in fondo, ma assai piccoso, e invasato dalla smania di
fare il terribile; ciò che otteneva più che altro con certe minaccie
piene di mistero e con certe stralunature d'occhi da Luigi undecimo
da arena. Contro costui aveva scritto una poesia satirica, che girava
per le scuole, un alunno di filosofia, che io bazzicavo, essendo in
relazione d'amicizia le nostre famiglie. Smanioso di legger la satira,
il reverendo pensò di strapparla a me spaventandomi, e, mandatomi a
chiamare in provveditoria, a un'ora che non c'era nessuno, m'ingiunse
con parole solenni di portargli il corpo del reato, pena la bocciatura
agli esami finali, prefiggendomi per giunta il giorno e l'ora della
consegna, nell'ufficio stesso. Uscii dal colloquio con la tremarella in
corpo, egualmente sgomentato dalla minaccia della vendetta e dall'idea
dell'azione ignobile che mi sentivo inclinato a commettere, e passai
la giornata intera in uno stato d'incertezza angosciosa. Ma il giorno
dopo mi lampeggiò l'idea salvatrice: — Domenico Carbone! — Ero ben
certo che egli avrebbe disapprovato l'atto del prete e non condannato
la mia disobbedienza; nè avevo bisogno di far grave la cosa, ricorrendo
a lui formalmente. Sapendo che all'ora fissata per la risposta egli era
sempre in ufficio, col mio babau e col segretario, pensai che se avessi
esposto il mio rifiuto con qualche frase oratoria, a voce scolpita,
in modo da farmi sentire da lui e da costringerlo a domandare di che
si trattasse, io sarei stato salvo e l'amico nelle peste. Eureka! In
verità, per un ragazzo di tredici anni, non c'era male. E non solo
mi sentii salvo da quel momento, ma, confondendo le carte nella mia
coscienza, come fanno spesso gli uomini in tali casi, mi parve d'essere
un'anima spartana, e preparai nella mente una risposta eroica, un
“pistolotto„ da primo attore, che mettesse in luce gloriosa la nobiltà
del mio carattere.
All'ora fissata entrai nell'ufficio, pestando i tacchi, come per far
suonare gli sproni. Erano seduti a un grande tavolo, da una parte il
Carbone e il segretario, che discorrevano fra di loro, dalla parte
opposta lo spaventaragazzi, che in quel momento mi fece pietà. Questi
mi fece cenno che m'avvicinassi, e mi domandò sotto voce “se avevo
portato„.
M'impostai bene, e alzando la cresta e adocchiando dalla parte del
provveditore, risposi con voce grossa: — Non ho portato; ho pensato che
avrei commesso un'azione....
— Basta, basta — disse il prete, accennandomi con la mano che tacessi.
E io, alzando ancora la voce: — Ho pensato che avrei commesso
un'azione.... un'azione....
— Ma basta, le ripeto; non occorre altro....
Ma io avevo l'abbrivo, e poichè il provveditore s'era voltato, volevo
fare il colpo a ogni costo. E rincalzai: — Avrei commesso un'azione
indegna.... tradito un amico....
— Ma vada, le dico! — mi gridò il prete stizzito e rosso in viso. —
Poichè le ho detto che non occorre altro, vada una buona volta....
Allora me n'andai, ma lentamente, e a passi maestosi, come dev'essere
uscito Pier Capponi dalla presenza di Carlo ottavo, voltandomi ancora
di sull'uscio a guardare il vinto, che mi lanciò un'occhiata da darmi
il fuoco.
Non seppi poi mai se il provveditore avesse chiesto e avuto spiegazione
della cosa; ma non c'è dubbio che l'altro aveva capito la mia politica.
Il fatto è che non ebbi più molestie per quella faccenda, e che agli
esami, benchè a scappellotto, come al solito, fui promosso. Ed ecco
come fra tante altre buone azioni l'autore del _Re Tentenna_, senza
saperlo, fece anche quella di non lasciarmi commettere una birbonata.
*
Cavalier che hai bianca fede
Come bianca è la tua croce,
Tu d'eroi gagliardo erede,
Tu all'oppresso amica voce,
Tu sgomento all'oppressor....
Ricordo questi versi d'una bella poesia a Vittorio Emanuele che
pubblicò il Carbone in quell'anno, e che tutti gli scolari impararono
a memoria. La guerra aveva dato la stura, anche in quella piccola
città subalpina, a un torrente di lirica patriottica. Professori,
impiegati della prefettura, avvocati, ufficiali dei bersaglieri, tutti
sfornavano rime guerresche. Non si raccoglievano venti cittadini
intorno a un risotto alla milanese senza che qualcuno trombettasse
una filastrocca di strofe, che poi andavano attorno manoscritte o
stampate, a rinfiammar in molti l'odio contro l'Austria, in alcuni
l'odio contro le Muse. Ma, dopo il Carbone, uno solo di quel vespaio
di poeti m'è rimasto nella memoria. Lasciate che io ve lo presenti, ve
ne prego, perchè il ricordo di lui, che è un conforto della mia vita,
potrà mettere qualche dolcezza anche nella vostra. Era il professore
di filosofia, uno dei più ameni originali che abbiano mai rallegrato
le scuole del Regno, un cinquantenne zazzeruto, con mezzo il capo
sempre insaccato in una tubaccia rugosa, che gli pareva inchiodata
sul cranio, e vestito tutto l'anno d'un certo biracchio nero che gli
dava alle ginocchia e mostrava l'ordito; un uomo che sarebbe divenuto
famoso nella città non per altro che per un suo gesto abituale
comicissimo, che era di ripiegare un braccio in alto col pugno chiuso,
e di battersi dei gran colpi sul gomito con l'altra mano, come....
se volesse sculacciare la propria immagine; un curioso professore e
educatore, il quale, sul serio, domandava ai suoi alunni più sodi
dei pareri amichevoli intorno al modo di regolarsi con una vedova
ch'egli corteggiava, e che non sapeva decidersi a sposare, perchè
aveva un orario di pasti che non s'accordava col suo; il più clamoroso
dei filosofi, come lo chiamavano i suoi colleghi, perchè urlava la
filosofia con una tal potenza di polmoni da coprir la voce di tutti i
professori delle classi vicine. Ma non son nulla tutte queste stranezze
appetto all'originalità inimmaginabile dei suoi versi, che tutti i suoi
scolari recitavano, facendoci delle risate da slogarsi le mascelle. Che
peccato non averne più copia! Ma non li ho tutti dimenticati, grazie al
cielo. Ricordo una strofa d'un inno al generale Petitti, che diceva:
Natura ti diè nome
Petitti, ma sei grande
E il nome tuo si spande
Per l'aula elettoral;
due versi in lode a Garibaldi:
Tua venuta a queste sponde
Bianca in pietra fia segnata;
e pochi versi d'un'altra poesia in onore della città di Bene, la quale
si distende, a quanto egli diceva, sopra sette colli; ciò che dava
al poeta il pretesto di farle quest'ardito complimento: che Roma era
stata eletta in luogo di lei capitale d'Italia per un equivoco. Era
vaticinato, diceva.
Che d'Italia fia regina
Tal cittade, che sia posta
Sopra sei e una collina,
E Cavour la credè Roma,
Ignorando i sette in Bene
Colli aprichi, e la gran soma
Di virtù che ascose tiene.
Sulla qual modestia della città insisteva con quest'amore di strofa:
Bene fa, e n'ha più merito
Perchè tien nascosto il bene;
Chi rimira il suo preterito
Forse ciò a capir non viene....
Come potesse insegnar la filosofia un professore che trattava la poesia
in questa maniera, benchè non siano sorelle gemelle, non si capisce;
eppure dicevano che non c'era gran male. Misteri della mente umana.
Povero poeta dei sette colli in Bene! Ebbi l'ultime notizie di lui
molti anni fa, a Torino, dove mi dissero che, avendo ricorso per non so
che affare a certi falsi spiritisti birboni, costoro, per spillargli
dei quattrini, lo avevan fatto bastonare dallo spirito che aveva
evocato, e non già con un bastone spirituale, ma con un vero e nodoso
ramo di frassino, che l'aveva messo a letto per una settimana.
_Petitti_ guai della filosofia.
Attore drammatico.
La poesia patriottica aveva invaso quell'anno anche il teatro, dove,
succeduta all'opera la commedia, non passava quasi settimana che non
fosse declamata dal primo attore qualche lirica d'argomento nazionale,
accolta sempre con applausi frenetici. E così m'entrò anche l'assillo
della declamazione. Avevo creduto d'esser nato pittore, e poi tenore;
credetti pure per un pezzo d'esser destinato alla carriera drammatica.
Ero in questa illusione più scusabile perchè, se non avevo voce per
cantare, per declamare n'avevo fin troppa, e non ne facevo risparmio.
Fu anche questo un furore da far desiderare che fossi nato afono.
Sceglievo i passi delle tragedie in cui occorresse un maggiore sforzo
di mantice, e di preferenza quelli in cui il personaggio delira, come
il soliloquio di _Saul_ e quello di _Aristodemo_ nell'ultim'atto,
per poter tonare più forte. La mia specialità, come ora si dice,
era il delirio dei re. Si sottintende che ero un cane. Ci accozzammo
parecchi compagni, tutti malati della stessa febbre, e ululammo insieme
tutto l'autunno, ora in casa dell'uno ora dell'altro, e spesso anche
nel ghiareto del torrente e del fiume, dove le pietre, per nostra
fortuna, non si potevano muovere. Ma il nostro teatro preferito,
poichè ci potevamo sbraitare senz'essere uditi, era veramente degno
dell'arte nostra: era una stalla in fondo al cortile di casa mia,
dove i tabaccai dei villaggi riparavano durante il giorno i muli e i
cavalli. Disgraziato Alfieri! E infelice Berchet! Poichè s'espettorava
pure molta lirica. Ma proprio sul serio io mi credevo chiamato a una
grande carriera tragica. E mi frullavano sotto i capelli le idee più
temerarie: di dare un saggio di declamazione nel Teatro Civico, di
smetter gli studi e di entrare in una compagnia drammatica, di formare
io stesso una compagnia unisessuale coi miei quattro sbraitoni e di
trovar dei “capitalisti„ per fabbricare un teatro apposito. E sarebbe
stato strano che fra tante idee matte non mi fosse saltata anche quella
di scrivere un dramma. L'idea mi saltò. Non ricordo bene quale soggetto
avessi escogitato: ricordo soltanto che era un dramma cruento, e che
la parte del protagonista l'avrei dovuta far io: condizione _sine qua
non_, da imporsi al capocomico che avesse avuto l'onore di metterlo in
scena. Caso senza esempio, credo, nella storia degli autori drammatici:
anche prima di mettermi a scrivere il dramma io feci il cartellone — un
annunzio in caratteri cubitali sopra un lenzuolo di carta — per avere
un'idea dell'effetto che avrebbe fatto alle cantonate, e m'esercitai a
emettere certe grida di disperazione e di terrore, che non sapevo ancor
bene a che proposito, ma dovevan sonare assolutamente in certe scene,
e (voglio esser sincero fino in fondo) feci molte prove del passo con
cui mi sarei presentato alla ribalta e dell'atteggiamento modesto
e dignitoso ad un tempo, col quale avrei ringraziato il pubblico
strepitante dall'entusiasmo. Tutto era pronto, in fine: non restava
che un accessorio: quello di scrivere il dramma. Dio m'assistè: non ne
scrissi che la prima scena. Ma non cadde l'illusione dell'attore con la
lena del drammaturgo: il mio vaneggiamento e il mio abbaio drammatico
continuarono fino all'apertura del nuovo anno scolastico. I primi
freddi e i primi pensi, non so come, mi levarono dal capo per sempre
il ruzzo della recitazione, e salvarono così Ernesto Rossi e Tommaso
Salvini da una vecchiaia avvilita.
Nuove amicizie e nuove grullerie.
Entrando nella classe di rettorica ebbi la prima mattina una sorpresa
gradita. Nel far la chiamata degli alunni il professore lesse un
nome che ci fece voltar tutti con viva curiosità verso il chiamato: —
Angelo Brofferio. — Gli domandò il professore se fosse figliuolo del
Brofferio deputato: rispose di sì. Fummo tutti colpiti dalla grande
rassomiglianza che egli aveva col padre, che noi conoscevamo, più che
dalle fotografie, dalle caricature frequentissime del _Fischietto_
e del _Pasquino_: di profilo era tale e quale. Aveva una testa molto
grossa, che pareva anche più grossa in confronto del corpo piccolino;
un viso lungo, di lineamenti e d'espressione virili, rocchio bruno, la
bocca arguta, un sorriso benevolmente canzonatorio. Egli si mostrò fin
dai primi giorni d'ingegno aperto e pronto, e parlatore facile, con
alcun che d'avvocatesco nell'intonazione e nel gesto, affabilissimo
coi compagni, non punto orgoglioso della fama del padre, che era allora
popolarissimo, in specie per le canzoni piemontesi; molte delle quali,
cantate per i caffè e per le strade, noi sapevamo tutti a memoria.
Finito quel corso, andò a compiere gli studi altrove, e io non n'ebbi
più notizia che dopo circa trent'anni, quando, professore di filosofia
a Milano, se non erro, egli pubblicò un libro dotto e brillante sullo
_Spiritismo_, che fece molto rumore. Ricordo che, bravo in letteratura,
egli aveva pure un'attitudine particolare alle matematiche. E m'illusi
d'avercela anch'io in quell'anno, che era l'anno dell'algebra.
Avendo avuto mio padre la buona idea di mandarmi durante le vacanze
a prender lezioni d'algebra da un geometra suo conoscente, io ero
entrato nel corso già infarinato della materia; in grazia di che avevo
nei primi mesi riportato qualche successo onorevole alla prova della
lavagna, salvandomi dai pizzicotti professorali. Questo era bastato
a farmi credere che mi fosse dato fuori a un tratto il bernoccolo
della matematica, e lo credetti tanto che ebbi l'audacia di fondare
un periodico bisettimanale (di tiratura modesta, poichè n'usciva un
numero solo, manoscritto), nel quale rifacevo le lezioni ad uso dei
pizzicottati. Ma quest'illusione durò anche meno dell'altre perchè,
non avendo studiato nelle vacanze che fino all'estrazione delle radici
cubiche, quando si arrivò a questo punto del programma mi ritrovai
da capo al livello degli altri.... e i pizzicotti ricominciarono.
Ricominciando i pizzicotti, cessò il giornale. Ma non importa:
consiglierò sempre ai padri di far preparare nell'estate i ragazzi
agli studi più difficili del nuovo anno scolastico, perchè anche
la più leggiera preparazione riesce loro di giovamento grandissimo,
preservandoli dal danno grave di rimanere addietro al primo intoppo.
Ma, ahimè! anche dallo studio dell'algebra troppe cose mi dovevano
distrarre quell'anno. Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo
per la statura, che era d'un uomo, io andavo allargando di giorno
in giorno il cerchio delle mie amicizie, e le nuove erano assai più
pericolose delle altre, perchè eran fuori del giro della scuola. Le
prime di queste, e le più care, furon le amicizie militari. C'erano
allora fra i bersaglieri volontari, e anche fra quelli di leva, molti
giovani di famiglia signorile: studenti smessi, laureati, artisti
drammatici, pittori, tutti più o meno intinti di letteratura, e tutti
caldi d'un entusiasmo patriottico, che dava un'impronta di nobiltà
d'animo anche ai caratteri più leggieri. Stretta relazione con uno di
essi, venivan gli altri come le ciliege. Con questi conobbi la prima
volta il piacere e l'alterezza dell'amicizia virile. Nascondevo con
loro i miei tredici anni; mi davo l'aria d'uno studente già esperto
del mondo; ero tutto contento di farmi vedere alla passeggiata in loro
compagnia, appoggiando il braccio sopra un braccio gallonato, con la
tesa del cappello accarezzata dagli svolazzi d'un grande pennacchio, e
mi pareva di fare una prodezza di brillante scapigliato trattenendomi
mezz'ora con essi davanti a un caffè, all'uscita del teatro, come se
tutti i passanti avessero dovuto dire: — Chi sa mai dove passerà la
notte quel collorotto? — Di una di quelle sere mi ricordo in particolar
modo perchè fui presentato da un sergente a un bel giovanotto, alto e
elegante, impiegato al Commissariato militare; il quale si chiamava Ugo
Iginio Tarchetti. Era il futuro autore dei _Drammi della vita militare_
e di _Tosca_, il poeta forte e triste, che doveva morir nel fior
dell'età, appena baciato dalla gloria. Chi m'avrebbe predetto allora
ch'io avrei scritto dieci anni dopo un libro di spirito affatto opposto
al suo, che saremmo stati citati mille volte come due antagonisti, e
che, dopo averlo tenuto in conto d'un nemico mentr'era vivo, io l'avrei
amato, morto, come un fratello!
*
Entrai allora in quel breve periodo il quale corrisponde negli
adolescenti a quello in cui le ragazze cominciano a stringersi il
busto e a mettersi dei fiori nei capelli: il periodo in cui diventa il
mobile più importante della casa lo specchio. Per quanto sia in vena
di confessioni non oso di dire fino a quale altezza di grulleria io
sia salito in quella fase di luna, quanto tempo ci mettessi a farmi
il nodo della cravatta, quante volte tornassi indietro a raggiustarmi
il cappello davanti alla specchiera prima d'uscire di casa, e quale
sciupio abbia fatto delle pomate e delle acque d'odore delle mie
sorelle, e quali torture abbia sofferto nella prigione di san Crispino
per fare il piedino aristocratico. Molti padri e madri, quando i loro
figliuoli piglian quella passione, credono di guarirli mettendoli
in ridicolo e trattandoli dalla mattina alla sera d'imbecilli. È
una sciocchezza, che i miei non commisero, comprendendo che era
una malattia dell'età, come uno sfogo cutaneo: finsero invece di
non badarvi, non scambiandosi che qualche sorriso discreto quando
io chiedevo una cravatta nuova o un paio di scarpe di marocchino;
sorriso che non mi sfuggiva. E li lodo ora di quella indulgenza, che
non fu l'ultima delle cause per cui la malattia non fu lunga, perchè,
umiliandomi, l'avrebbero inasprita. Certo, tutta quella ripicchiatura
di paino e quei bagni quotidiani d'acqua di Colonia non miravano a
guadagnarmi le grazie dei miei amici bersaglieri. Fu quello il secondo
periodo degli innamoramenti platonici, spinti fino alle passeggiate
sotto le finestre e alle “pedinature„ furtive e alla contemplazione
estatica dei palchetti del teatro: amori repentini, languidi e
mutevoli, anzi procedenti non di rado a coppie, e anche a triadi,
facilissimi alle più insensate illusioni, pasciuti per settimane d'uno
sguardo incontrato a caso o d'un sorriso forse più di canzonatura che
di simpatia, e atteggiati di mestizie soavissime o di tetre tristezze,
imparate nei libri. Ah, che bell'attore! Mi è uno spasso il ricordare
le mie avventure d'immaginazione di quell'anno di bollori. Ebbi più
amori io che don Juan Tenorio e Luis Mendía messi insieme. Il mio cuore
ospitò più bellezze che il serraglio imperiale del Bosforo. E i miei
sospiri amorosi si levavano a tutte le altezze: una settimana era la
figliuola del prefetto, un'altra la moglie del professore; succedeva
alla prima attrice la prima ballerina, all'istitutrice d'una casa
nobile la vedova d'un colonnello. E con le adorazioni del passeggio e
del teatro andavano di passo le adorazioni di casa. Quando veniva una
bella signora a far visita a mia madre, non scappavo più in cortile,
come per il passato, per sfuggire alla noia dei discorsi soliti:
stavo lì ribadito sur una seggiola ad ascoltare il chiaccherìo della
visitatrice con gli occhi come due lampioni, e con una immobilità
di magnetizzato, di cui non sfuggiva il senso alle più accorte; le
quali scansavano il mio sguardo indiscreto con un sorriso a fior di
labbra, e, stringendomi la mano all'atto di andarsene, mi dicevano con
una rapida occhiata indulgente: — Ho capito, piccolo impertinente;
faresti meglio a studiare il latino. — Proprio, avevo un debole per
le donne maritate, e più per quelle che portavano indosso una parte
maggiore dello stipendio del marito. È incredibile il numero di mariti
rispettabili che ho oltraggiati nel mio cuore. Se tutti i miei amori di
fantasia avessero avuto effetto, e mi fossi dovuto battere, avrei avuto
un duello ogni settimana, e a andar bene bene, mi sarei ridotto un
crivello ambulante avanti d'aver finito il ginnasio. E non nel cuore,
ma nel cervello, erano così vivi, benchè rapidissimi, questi amori,
che n'avevo spesso la coscienza turbata, come di colpe vere; arrossivo
fino ai capelli incontrando per la via certe coppie coniugali; mi
pareva alle volte d'essere veramente un dissoluto senza freno nè legge,
insidiatore di talami e scandalo della gente onesta, di reputazione
perduta, e ne sentivo non di meno una vanagloria segreta, come se
soltanto con una coscienza così fatta uno si potesse vantare d'esser
uomo.
*
L'uomo, peraltro, non era ancora che un lungo bambino, il quale
seguitava a baloccarsi per ore intere con tutti i giocattoli che gli
eran rimasti dell'età infantile, coi fantocci, con le trottole, con
le palline di vetro e perfino con le oche di carta. Per darmi questi
spassi mi nascondevo, e quando mi coglieva sul fatto qualcuno della
famiglia, riponevo ogni cosa in furia, vergognandomi, e fingendo
d'aver tirato fuori quelle carabattole per curiosità di filosofo,
amante di meditare sul proprio passato. Ma non mi vergogno ora che
conosco il mondo e la vita, di dire che quell'amore dei trastulli
fanciulleschi mi rinacque a quando a quando fin quasi ai trent'anni,
che, già reo di parecchi libri, mi divertivo per delle mezz'ore
a far saltare sul tavolino di quei ranocchi di legno, che hanno
sotto il filo attorto e la bacchettina cerata, e che pure adesso,
qualche volta, passando davanti a una bottega di giocattoli, sento
delle tentazioni straordinarie. E perchè me ne dovrei vergognare?
Gli uomini non sono che ragazzi invecchiati, che nascondono la loro
fanciullaggine sotto un'apparenza di gravità, e che ogni qualvolta
possono, di nascosto, ci si abbandonano con un piacere infinito. E in
fondo, poi, il fantasticare, come tutti sogliono, delle cose strane e
impossibili, ma ardentemente desiderate, non è che un baloccarsi con
idee ed immagini; e lo scrittore di libri che tra un periodo e l'altro
scarabocchia dei pupazzetti o fa delle greche sui margini, si balocca
come un ragazzo; e si balocca il ministro di Stato che nei momenti
d'ozio piega e ripiega in dieci forme un giornale o suona il tamburo
sul banco col tagliacarte, come faceva il conte Cavour, durante i
discorsi dei deputati seccatori. Io credo che a chiudere in una stanza
nuda l'uomo più serio del mondo con una scatola di soldatini di piombo,
viene il momento che li tira fuori, e li schiera, e li fa armeggiare
come un bambino di sei anni. Quella passione persistente dei trastulli
infantili giovò a divagarmi alquanto dagli amori, e fu per me un
calmante salutare. Ah, se una di quelle molte signore a cui facevo gli
occhi di triglia al teatro, pigliando delle impostature da trovatore,
m'avesse visto far correre sul tavolino per tutta una mattinata delle
file di noci, sulle quali avevo appiccicati dei pezzetti di carta
dorata, per rappresentare gli stati maggiori degli eserciti combattenti
in Lombardia, che bella risata argentina m'avrebbe data in faccia,
e che bel colpo d'ombrellino, forse m'avrebbe assestato sulla nuca!
Ma si guardino le mamme dal ridere e dal far vergogna ai figliuoli
grandi quando li vedono occupati in trastulli che credono indegni della
loro età, e indizio di poco cervello; chè quello è anzi segno d'una
semplicità d'animo, d'una vivacità d'immaginazione, d'una facoltà di
dar corpo a dei cari fantasmi e di vivere col pensiero in un mondo
foggiato da loro, che saranno anche negli anni più tardi un grande
conforto, un rifugio dello spirito oppresso dalle realtà dolorose, e
quasi una fiammella inestinguibile di gioventù; la quale gioverà molto
a tener vive in essi tutte quelle altre passioni e illusioni, senza
di cui la vita non sarebbe per il più degli uomini che un desiderio
continuo della morte.
*
Ma in quell'anno scolastico dovevo avere una distrazione dagli studi
ben più potente che non fossero gli amici bersaglieri e gli amori
sospirosi. Come nel 1859 aveva dato un colpo mortale al latino Vittorio
Emanuele, così fu Garibaldi nel 1860 il peggior nemico del greco;
poichè in quell'anno appunto fu istituito nel Ginnasio lo studio del
greco, riconosciuto di necessità urgente per affrettare la liberazione
d'Italia. La partenza dei Mille da Quarto fu come un segnale convenuto
fra Garibaldi e la scolaresca perchè smettessimo d'affaticarci troppo
il cervello sui libri di testo. Partivano per la Sicilia, a frotte,
giovani d'ogni condizione, e fin dei mostriciattoli, che erano lo
zimbello pubblico: fra i quali ricordo un piccolo sarto gobbo, con le
gambe arcate come due fette di popone, che fu salutato alla partenza da
una tempesta di risa e d'applausi. Con la guerra del 1860 mi s'accese
nella testa una nuova girandola: quella della politica. Ero stretto
allora d'amicizia fraterna con due compagni di scuola, tutti e due di
principî rivoluzionari: l'uno perchè figliuolo d'un mazziniano, l'altro
perchè ribelle per istinto a ogni autorità, cominciando da Senofonte e
venendo fino agli ultimi classici. Io ero figliuolo d'un monarchico, e
non rivoluzionario per natura; ma tale m'aveva fatto a poco a poco la
lettura quotidiana del _Diritto_, a cui mio padre s'era abbonato per
simpatia letteraria. Tutti e tre, fanatici di Garibaldi, concertammo
una fuga clandestina per “accorrere in suo aiuto„; la quale non ci
riuscì, come raccontai altrove; e quel tentativo fallito esasperò
la nostra passione patriottica. Diventammo nemici implacabili del
conte di Cavour, che intralciava l'impresa di Garibaldi con “le arti
subdole di una politica pusilla„: la frase ci piaceva immensamente. La
cessione di Nizza e di Savoia alla Francia ci mise su tutte le furie.
In tutte le nostre conversazioni facevamo dell'“infausto„ ministro
uno strazio miserando. Leggevamo i suoi discorsi nei giornali con un
sorriso di sarcasmo feroce. E conciammo secondo i suoi meriti anche
Napoleone _il piccolo_, che conoscevamo a fondo, grazie al libro di
Vittor Hugo. Attaccavamo intorno all'uno e all'altro delle discussioni
furiose coi nostri compagni “moderati„ i quali ci accusavano di
“metter dei bastoni fra le ruote alla politica del Governo„. — Sì, —
rispondevamo in coro tutti e tre, — noi combatteremo il governo con
tutte le nostre forze; non gli daremo tregua mai; noi non vogliamo la
politica dell'asservimento allo straniero; chi non è con noi, è contro
l'Italia. — Quando poi andò a armeggiare in Sicilia il La Farina,
uscimmo addirittura dalla grazia di Dio: pigliammo la cosa come una
sfida gettataci in faccia dal venditore di Nizza e Savoia, e parlammo
di fondare un giornale per “demolirlo„. Ricordo che mi facevano fremere
i giudizi che davan di Garibaldi certi vecchi impiegati, cavuriani
marci, che frequentavano casa mia: uno fra gli altri, un ispettore
di non so che cosa, un gigante canuto, con due grandi solini a vela,
il quale parlava con una lentezza insopportabile, come se ad ogni
parola che gli usciva dalla bocca gli scappasse uno scudo dalla borsa.
Quando lo sentivo parlare di Garibaldi come d'un guastamestieri della
politica di Torino, d'un perturbatore importuno del mondo, fortunato
per disgrazia nostra, con quella solita chiusa sinistra, che faceva
scrollar le spalle a mio padre: — Ci darà del filo da torcere, vedrete,
vedrete! — io gli saettavo delle guardatacce da passarlo da parte a
parte. Ah, come ho odiato quei due solini! E quella febbre garibaldina
durò allo stato acuto fin al ritorno di Garibaldi a Caprera. Come siano
andati gli studi negli ultimi mesi di quell'anno scolastico si può
immaginare: come gli affari del re di Napoli, presso a poco. Ma per
essere promossi, in quegli anni beati, credo che sarebbe bastato il
gridare: “-Viva l'Italia!„ e fui promosso io pure. Pochi giorno dopo
l'esame, passando per un vicolo vicino a casa mia, vidi molte donne
affollate intorno a una merciaia, che stava seduta sullo sporto della
sua botteguccia, coi gomiti sulle ginocchia e il capo fra le mani,
piangendo dirottamente. Domandai perchè. Mi rispose una donna: — Gli
hanno ammazzato il figliuolo a _Milass_. — Il mio primo senso fu di
pietà, e il secondo (m'è grato ricordarlo) di vergogna. Sentii dentro
una voce che mi disse: — Quello ha combattuto ed è morto, e tu da tre
mesi in qua non hai fatto che sbraitare, buffone! — E da quel giorno
feci un po' meno lo smargiasso contro il conte di Cavour.
Professori di liceo.
Per passare dalla Rettorica al Liceo, che fu istituito quell'anno in
luogo dei due corsi di filosofia, dovemmo fare un esame di greco in
iscritto, il quale si ridusse alla declinazione di qualche sostantivo;
ma parve che scrivessimo un greco, dirò così, garibaldino, poichè
fummo quasi tutti rimandati; e fu la nostra salvezza l'essere in
tanti, avendo deciso il Ministero, perchè il Liceo non restasse vuoto,
d'insaccarvici tutti a ogni modo.
E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un esemplare così
mirabile d'una razza particolare di professori di lettere che fu assai
numerosa in quel periodo rivoluzionario, e non s'è punto perduta dopo
l'unificazione della patria, un tipo così perfetto e così ameno di
mangiapaga a tradimento e di spandichiacchiere scansafatiche, che non
posso resistere alla tentazione di farne la fotografia. Era venuto
nella nostra città, non so di dove, quell'anno stesso, con una gran
pancia e una gran sicumera, accompagnate da una grandissima voglia di
non far nulla. Era professore di letteratura italiana. Ma di questa non
discorreva che per incidente. Parlava quasi sempre dell'Italia e dei
fatti propri. A parlare di sè gli dava pretesto qualunque argomento.
Partiva da un verso di Dante o da una sentenza del Machiavelli, e passo
passo, legando un'idea all'altra, per salvare le apparenze, con ogni
specie d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che aveva pagato
i suoi stivali o a farci osservare la bellezza della propria mano;
poichè, fra le altre fisime, aveva quella di credersi uno dei più begli
uomini d'Italia, e si vantava di rassomigliare a Gustavo Modena. Quanto
alla politica, per entrar nell'argomento non pigliava vie traverse:
entrava addirittura nella scuola col _Diritto_ spiegato fra le mani, e
ci leggeva i rendiconti dei discorsi dei deputati; dichiarando peraltro
che non ce li leggeva per il contenuto, che non aveva che far con la
scuola, ma per la forma, per farci notare le frasi più efficaci e più
eleganti; il che non gl'impediva poi di batter la campagna, tra l'una
e l'altra frase, dicendo corna del Ministero, che gli aveva fatto
un monte di torti, e del Municipio, che lasciava in cattivo stato i
locali scolastici. Quando non parlava di sè e della patria, ci leggeva
svogliatamente qualche cosa d'un suo sunto manoscritto della storia
letteraria, nel quale affermava d'avere stretto tacitescamente “il
molto in poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più d'un secolo
v'era ridotto in quattro o cinque paginette: una vera quintessenza
di rose; ed era comodissimo, perchè su quella traccia s'andava di
carriera: si sarebbe corsa la storia universale in un trimestre. Tutto
il suo lavoro era condensato a quel modo. Dopo averci annunciato
per dei mesi che avrebbe fatto “una campagna giornalistica„ contro
il Municipio, per costringerlo a trasferire il Liceo in un'altra
sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci povere righe
non firmate; per le quali poi gridò tutto l'anno: — Ho scritto, ho
combattuto, ho tempestato sui giornali.... — E il curioso era ch'egli
si credeva sul serio un lavoratore infaticabile: con una voce che
veniva proprio dal fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul
tavolo, ci gridava ogni momento che eravamo dei mostri d'ingratitudine
a battere così la fiaccona con un professore che dava all'insegnamento
tutta l'anima sua, che “sudava,„ che “vegliava,„ che “s'accorciava la
vita„ per noi. Del rimanente, era d'indole gioviale, parlava quasi
sempre di cose allegre, soventissimo di musica, perchè da giovane
aveva suonato il violino, e del _Barbiere di Siviglia_ in particolar
modo, del quale era matto ammiratore; tanto che ogni volta che trovava
in un testo italiano la parola “barba„ tirava in ballo quell'opera,
raccontando invariabilmente le peripezie della prima rappresentazione
di Roma; donde prendeva le mosse per ricorrere tutta la vita del
Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa parlasse, poi, o di sè,
o di politica, o di musica, o di letteratura, i suoi discorsi finivano
tutti a un modo come i salmi: in una querimonia amara per la miseria
dello stipendio. — Siamo pagati come dei portinai! — urlava. — È un
obbrobrio per uno Stato civile.... Ma non importa.... Noi facciamo
egualmente il nostro dovere... — E rientrava nel dovere in questa
forma, per esempio: — Io vi dicevo, dunque, che la serenata del conte
d'Almaviva fu composta dal tenore Garcia. Ebbene....
Un rimorso.
Bravo era il professore di matematica, una figura rotonda di buon
fratoccio; il quale, peraltro, avrebbe potuto con qualche piccolo
intermezzo renderci assai più piacevole il suo insegnamento, poichè
si diceva che avesse una bellissima voce di tenore, e che cantasse
con garbo; eccellente il professore di lettere latine, un coso
risecchito, ma pien di vita, che parlava con una correttezza e con una
precisione, da parer che recitasse a memoria delle lezioni scritte con
cura diligentissima; e migliore di tutti il professore di filosofia.
Il cantore del generale Petitti aveva portato la sua lira a Torino:
il nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo grave e compassato,
d'ingegno acuto e di parola scolpita e lucida, che faceva il miracolo
di renderci facile la scienza più contraria alla natura umana, e in
specie alla natura giovanile: la logica. Il professore di storia lo
rammento per infliggermi pubblicamente un castigo. Era un giovine
mingherlino, di viso fine e pallido, un professore improvvisato, credo,
come eran molti in quegli anni, il quale studiava forse giorno per
giorno la storia che c'insegnava, e aveva la parola fioca e restia, e
una timidità fanciullesca, che gli raddoppiava la fatica; ma faceva
ogni suo sforzo per far bene, era buono, ci trattava come compagni,
e avrebbe certo insegnato molto meglio se lo avessimo incoraggiato
dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci facevamo beffe di
lui e gli rendevamo la scuola una berlina e un supplizio con ogni
specie di scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui uno
dei più vigliacchi. Il perchè non me lo so spiegare nemmen ora; non
comprendo come potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un tempo
un grande affetto, una reverenza proprio filiale, che m'è un conforto
il ricordare, oltre che per altri, per il preside del liceo: un degno
prete, veramente, di ottimo cuore e d'educazione squisita; ma che
con noi non aveva punto che fare, e a me non aveva dato nessun segno
particolare di benevolenza; ciò che prova che animo affatto cattivo
non avevo. Ma c'è in ogni animo, come in ogni casa, il canto della
spazzatura. Bisogna dire che avessi dentro una certa dose di malvagità
che voleva a ogni costo il suo sfogo, e io la sfogavo bassamente
contro un giovane mite e debole, che sapevo incapace di farmela
ringozzare. Ma posso ben dire d'averla scontata, perchè tra le molte
nequizie giovanili, di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io
tenni con quel buon professore è una di quelle che mi fecero soffrire
di più. Riveggo ogni tanto l'espressione di stupore e di rammarico
che gli passò sul viso una volta che gli feci in piena scuola un
atto irriverente, per il quale non mi disse neppure una parola di
rimprovero, e al sorger di quell'immagine sento sempre uno strizzone al
cuore e un moto d'indignazione contro me medesimo: oggi ancora, dopo
tanto tempo, e benchè dal modo come mi salutò l'ultima volta ch'io
lo vidi abbia compreso che m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in
un'altra città l'anno dopo, e non seppi più nulla di lui. Spero che
sia ancora in vita. Se per caso egli leggerà questa pagina, sappia che
l'ho scritta con gli occhi inumiditi, e che nei quarant'anni che son
trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro, non l'ho dimenticato mai, e
gli ho voluto sempre bene.