Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente una passione, che
ebbe un effetto notevole nella mia vita, poichè si effuse quattordici
anni dopo in un libro, il quale fu la prima mossa del viaggio che
finisce forse con queste pagine: la passione per i soldati. O a dir
meglio: per i bersaglieri, che erano il solo presidio della città;
chè se ci fosse stata invece fanteria di linea, son certo che quella
passione sarebbe stata assai men forte, avendo principalmente giovato
a farla nascere, insieme con lo spirito guerresco del tempo e con la
mia natura disposta all'affetto, la bellezza della divisa, la sveltezza
degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro La
Marmora„. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in
alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole
assai più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera
frenesia, che non valsero a frenare nè esortazioni, nè rimproveri, nè
danni. In tutti i giorni di vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo
le lezioni, io scappavo di casa a tutte le ore per correr dietro ai
pennacchi in piazza d'armi, al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle
marcie in campagna, allontanandomi di parecchie miglia, anche sotto
la pioggia, dalla città, dove ritornavo in uno stato da impietosire i
sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto casa mia,
non c'era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune dalle
finestre, se m'avessero chiuso la porta; e tiravo via come mi trovavo,
lasciando lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, qualche
volta in maniche di camicia, come un ladruncolo inseguito. Imparai
presto a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi,
i segnali delle trombe, l'orario, tutti i particolari della vita di
quartiere, e conobbi la maggior parte dei sergenti e dei caporali
della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano e mi salutavano,
chiamandomi per nome, come un cagnolino familiare. E non ero un
semplice dilettante, che si contentasse di guardare: negli intervalli
di riposo, in piazza d'armi e al tiro a segno, mi ficcavo tra i
crocchi per sentire i discorsi e rendere dei piccoli servizi: andavo
ad attinger acqua nelle gamelle o a comprar per l'uno o per l'altro un
soldo d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli zaini e aiutavo a
spolverar le mantelline, e m'era un gran compenso il permesso che mi
davano di lisciar con le mani i pennacchi o di piantar le carabine in
terra per lo sperone che avevano allora infisso nel calcio. Ripensando
a quel tempo, non ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, e sento
veramente, come se lo aspirassi, l'odor di cuoio dei centurini e delle
uose, e quello delle cartucce rotte e del fumo delle schioppettate,
e fino i vapori caldi della zuppa che venivano su dalle cucine della
caserma. A vedermi vestito com'ero spesso, tutto impolverato e col capo
nudo, molti bersaglieri mi pigliavano per un cialtroncello scappato
dall'officina o dalla bottega, e quando dicevo chi era mio padre,
ridevano della celia, dicendosi fra loro che per la mia età avevo già
una bella disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto infatuato
dell'“arma„ che non m'avevo per male neppur delle beffe; e poi dalla
più parte, dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni
di simpatia, che m'intenerivano. Di quanti ricordo ancora il viso, la
voce, le diverse pronuncie dialettali, e gl'intercalari del discorso,
e persino l'andatura! E ricordo pure che in quelle mie corse al suon
delle trombe e davanti allo spettacolo degli esercizi di battaglione
la mia immaginazione era in continuo lavorio febbrile, tutto visioni
di accampamenti e di battaglie e d'avventure guerresche d'ogni specie,
nelle quali mettevo in azione, sempre vincitori ed eroici, i miei
soldati prediletti. Fu così viva quella passione che oggi ancora la
campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d'acqua che
la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano
sempre alla mente picchiettate di nero dalle divise e d'argento dalle
baionette dei bersaglieri.
Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo di viso e di nome,
e ho ancora presente l'immagine giovanile di molti di essi, allora
subalterni, che raggiunsero poi i più alti gradi, o morirono in Crimea,
a San Martino, a Custoza, o combattendo contro i briganti. Ricordo un
grande aiutante maggiore, dal viso fiero, che io guardavo sempre con
timida curiosità, perchè si diceva che mettesse i ferri a sua moglie,
per punizione, ed era vero; il famoso tenente negro, Amatore; il
figliuolo di Sebastiano Tecchio, allora sottotenente, ancora imberbe,
che pareva un ragazzo, e faceva girar molte teste infiorate; il tenente
Franchini che, quando fu maggiore, nel 1861, arrestò e fece fucilare il
famigerato Borjes; il capitano Pallavicini, quello che poi, colonnello,
arrestò Garibaldi a Aspromonte, e che io vidi una mattina, andando a
scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente ferito al ventre
in un duello, all'ospedale militare; dove riseppi dai soldati il giorno
dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita, aveva detto sorridendo:
— Oh diavolo! Non avrei mai pensato di dover vedere il colore delle mie
budella! —; e molti altri. Ma fino a questi personaggi non s'alzarono
le mie relazioni, nè sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale
dei bersaglieri mi pareva un nume. Il mio affetto era tutto per la
_bassa forza_, come allora si diceva, ed era così pieno di poesia e
di rispetto, e così ingenuo, che quando i giorni di festa, passando
davanti a certi vicoli, in cui non entravano le donne oneste, vedevo
qualcuno dei miei amici piumati in cattiva compagnia, ne provavo un
senso penoso, un misto d'accoramento e di vergogna, che mi lasciava poi
per un pezzo scontento, come per la perdita d'una cara illusione.
Il caporale Martinotti.
Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che è rimasta uno dei più
cari ricordi della mia fanciullezza. Era un caporale trombettiere,
nativo di Mortara, se non sbaglio; un giovanotto di statura media,
robusto e svelto, un vero tipo di bersagliere, di viso fermo e serio;
ma pieno di bontà, e di modi semplici e amabili; che si chiamava
Martinotti. Prese simpatia per me a forza di vedermi galoppare, con la
lingua fuori, davanti alla sua tromba. Stringemmo relazione in piazza
d'armi. Poi cominciammo a passeggiare insieme nelle ore ch'egli era
libero, intorno a casa mia. Egli mi trattava come un uomo; il che
m'inorgogliva, e rincalzava il mio affetto di gratitudine. Mi parlava
della sua famiglia, del servizio e dei superiori, mi raccontava la
cronaca del quartiere, con molti particolari e con grande gravità,
e io lo stavo a sentire con un raccoglimento di divoto. In casa
non discorrevo più che del caporale Martinotti, che i miei fratelli
chiamavano “il generale„ per canzonarmi. Egli voleva che gli dessi
del tu; ma non ebbi mai tanto ardimento. Farmi veder per la strada
accanto a lui era un trionfo per me, e quando mi conduceva al caffè
a bere la gazosa, andavo in gloria: non mi sarei insuperbito di più
se mi ci avesse condotto il conte di Cavour. Mi chiamava col nome di
battesimo, ma scorciato, perchè gli pareva, così com'è, troppo lungo, e
di pronuncia difficile: mi diceva Mondo o Mondino. Un giorno mi regalò
un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: io li portai a casa
come un tesoro, me li cucii da me alle maniche della giacchetta, e con
quei galloni feci per molto tempo i miei lavori di latino, che era un
latino da caporale, veramente. Arrivò a tal punto la mia adorazione per
lui che imitavo la sua andatura e la sua pronuncia, e fischiavo dalla
mattina alla sera le “marcie„ ch'egli faceva suonare più spesso ai suoi
trombettieri. Non ricordo bene quanti mesi sia durata quella felicità.
So che mi pareva che non avesse mai da finire, come se il Martinotti
dovesse invecchiar caporale in quella città, per gl'interessi del mio
cuore. Finì invece bruscamente.
Una sera, sull'imbrunire, all'ora della ritirata, incontrandomi sui
bastioni, egli mi disse:
— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E come io non
capivo, soggiunse: — Vado in Crimea.
Da un pezzo sentivo parlare della guerra di Crimea; ma, non so come,
non m'era mai passato per la mente che ci potesse andare anche lui.
Non mi riuscì di pronunciar parola. Egli sorrise della mia commozione,
guardandomi in aria compassionevole. E credette di consolarmi
dicendomi: — Spero bene di scampare ai Russi. Non ci vorranno mica
ammazzar tutti. E se scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino,
coraggio. Ci rivedremo.
Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò un poco, serio serio, e
poi scappò di corsa, come se l'avesse chiamato all'improvviso la voce
d'un superiore. Io tornai a casa col cuore stretto, e appena entrato,
diedi a mia madre la gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il
caporale Martinotti.... va alla guerra!
— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse subito, per confortarmi,
che avrei fatto bene a andarlo a salutare alla stazione.
La sera del giorno dopo corsi alla stazione: non c'era nessuno. Il
battaglione era partito la mattina.
E io rimasi là un pezzo a guardar con gli occhi pieni di lacrime le
rotaie luccicanti sulle quali era fuggito il mio amico, inseguendolo
con la fantasia fino al paese lontanissimo, pieno di terrori e di
mistero, donde pensavo che non sarebbe tornato mai più.
La guerra di Crimea e i miei amici poveri.
La guerra di Crimea è il primo avvenimento pubblico di cui trovi
qualche traccia nella mia memoria; ma son tracce così rare e sparse,
che ne stupisco, considerando che avevo già allora quasi nove anni, e
che le grandi cose delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero
dovuto lasciarmi impressioni assai più fitte e più vive. Di tutto
quello che precedette la spedizione non ricordo altro che una frase: —
Stiamo a vedere come si dispone l'Austria — detta in casa mia, a mio
padre, dal direttore delle Poste, che rivedo seduto, com'era in quel
punto, in un angolo della sala da desinare, con una gamba sull'altra,
e un braccio ciondoloni dietro la spalliera della seggiola. Della
partenza delle truppe, dopo quella del battaglione del caporale, non
rammento che un episodio, che si riduce nell'immagine d'una giovine
contadina; la quale, dall'alto dei bastioni, singhiozzando, col busto
spinto innanzi e con le braccia tese in uno slancio disperato di
dolore, gridava gli ultimi: — _Ciao! Ciao!_ — al treno fuggente sul
ponte lontano, dove si vedevano ancora ondeggiare fuor dei vagoni
i pennacchi dei bersaglieri. Poi ricordo mia madre che, con la
_Gazzetta del Popolo_ fra le mani, interrompe a mezzo, soffocata dalla
commozione, la lettura della descrizione dell'incendio del _Croesus_,
salpato pochi dì avanti da Genova coi nostri soldati. Di tutto il tempo
che durò la guerra non ho più altro nella memoria che una nebbia, in
mezzo alla quale vedo una dozzina di ragazzi scamiciati, raggruppati in
fondo al mio cortile, che cantano in coro una canzone guerresca: vedo
la bocca squarciata e torta di uno di essi, che si chiamava Clemente,
e che pronunciava Crinea in vece di Crimea, e ho ancora in mente una
strofetta di quella canzone, da cui si può argomentare che non ci fosse
allora in una parte del popolino un'idea molto chiara delle nostre
alleanze, poichè diceva:
La caserma degl'Inglesi
È situata in mezzo al mar,
Napoleone coi suoi cannoni
La faranno sprofondar.
Ciò che ricordo bene è che pensavo spesso al mio caporale lontano,
e che dopo la sua partenza cessai di bazzicare coi pochi bersaglieri
rimasti, come se egli avesse portato via con sè tutta la poesia del suo
Corpo e tutti gli entusiasmi del mio cuore.
*
Vivissimi mi son rimasti i ricordi dei miei compagni di gioco di
quel tempo, fra i quali ritorno spesso e mi trattengo lungamente col
pensiero, poichè trovo in loro il primo perchè di molte idee, tendenze
e simpatie, che ho conservate per tutta la vita. Essendo sempre aperto
il grande cortile della casa, era il luogo di convegno e il campo di
gioco di tutta la ragazzaglia del vicinato; onde mi trovai mescolato
fin da bambino con ragazzi d'ogni condizione, la più parte figliuoli
d'operai e di rivenduglioli; alcuni dei quali poverissimi, che
perdevano i panni a brandelli e andavano scalzi sei mesi dell'anno. Con
questi ebbi per anni una famigliarità fraterna, cementata da scappate
comuni in campagna, da scambi di busse e di regali, da rotture e
rimpaciamenti, e da migliaia di partite di palla e di pila e croce e
di piccole monellerie d'ogni colore. Potrà osservare qualcuno che mi
si lasciava troppa libertà, che quella compagnia non mi poteva riuscir
che perniciosa. Ebbene, io son grato invece a mio padre e a mia madre
d'avermi lasciato così la briglia sul collo, d'aver permesso che mi
tuffassi così liberamente in quello stracciume (dal quale, del resto,
date le condizioni della casa, non avrebbero potuto separarmi che
segregandomi), poichè ho capito allora della vita e dell'animo della
gente povera tante cose, che non capirà mai chi non è stato da ragazzo
in mezzo a coetanei di quella classe sociale, chi non ha osservato
in germe, per così dire, il popolo minuto, da cui ci separano più
tardi troppi preconcetti e troppe diffidenze reciproche; perchè fu
quella promiscuità coi piccoli scamiciati che mi fece nascere per la
poveraglia una simpatia affettuosa e pietosa, la quale mi ricondusse
poi sempre in mezzo agli umili, con sentimento d'amico, negli anni
posteriori; poichè furono quelle amicizie che non lasciarono crescere
nel mio cuore certe vanità e superbiole di “giovin signore„ le quali,
svolgendosi col tempo, chiudono in molti le porte dell'animo a certi
sentimenti d'umanità e di giustizia, che picchiano per entrare, troppo
tardi. E quanto all'infezione morale, come dicono ora gli educatori,
l'idea mi fa sorridere, veramente; poichè ho a questo riguardo dei
ricordi molto chiari: ricordo che fra i ragazzi del mio ceto, che
conoscevo alle scuole, e i brindelloni che m'avrebbero dovuto infettare
nel cortile, non c'era alcuna differenza nè in materia di cognizioni,
nè in materia di linguaggio, nè in altro che si riferisse a cose
proibite; che, anzi, se una differenza c'era, stava in questo: che i
ben vestiti, ai quali l'agiatezza dava maggior libertà di spirito,
e il buon nutrimento più vivacità d'immaginazione, lavoravano con
questa intorno agli argomenti interdetti assai più continuamente e
più volentieri che i poveri, distratti molto spesso dall'appetito
insaziato, dalle fatiche, dai litigi domestici, e dalle busse paterne,
materne e fraterne.
*
Poveri ragazzi! Non ho più saputo nulla d'alcun di loro dopo che
lasciai la città; ma essi vivono, parlano ancora nella mia memoria,
dopo più di quarant'anni, come se li avessi lasciati ieri: vedo ancora,
oltre che i visi, i vestiti di tutti, con quelle toppe e quegli sbrani,
i rammendi delle camicie rozze, gli scarponi girati loro dai fratelli,
e le capigliature inesplorate dal pettine, e le crepature dei geloni
alle mani, e quasi sento ancora l'odore che portava ciascuno con sè del
mestiere di suo padre. Ho conosciuto poi nella vita centinaia di uomini
d'altre classi sociali, che corrispondevano mirabilmente nell'indole
ai tipi diversi ch'eran tra di essi; posso dire anzi d'aver incontrato
ben poche persone così originali di carattere, che non mi paresse
d'averle già conosciute in embrione in qualcuno di quei piccoli “mal
nutriti„; poichè noi possiamo cambiare quanto vogliamo e il tenor di
vita e il cerchio degli amici e dei conoscenti, ma ci ritroviamo sempre
presso a poco in mezzo alla stessa compagnia drammatica, con quei certi
personaggi e maschere inevitabili, che la natura ripete senza fine.
Ricordo Tonino, figliuolo d'un carrettiere, che portava due cerchietti
d'ottone agli orecchi, uno spirito satirico, che metteva tutti in
canzonella, ma di cuor buono e d'un buon senso precoce, e dotato di
molte piccole abilità meccaniche, che invidiavo e ammiravo; col quale
m'era un piacere indicibile, un vero tripudio, nei giorni di pioggia,
il far cuocere le castagne in un pentolino di terracotta, sotto una
tettoia in fondo al giardino; dove fantasticavo d'esser stato colto
dal temporale in un bosco, e d'essermi rifugiato in un antro, senza
saper quando mai avrei potuto tornare a casa. Ricordo Nuccio, un viso
d'arabo, figliuolo d'un pescatore, invitto giocatore a castellina, che
non lasciava una noce in tasca a nessuno, una lingua d'inferno, con
cui nessuno la poteva nella lotta delle ingiurie, e che insolentiva
qualche volta a pagamento: capace di durarla una mezza giornata
per quattro fichi secchi; Tommasino, figliuolo del pollivendolo, un
pallidino con un fil di voce, di animo mite, che piangeva per nulla,
e che tutti si divertivano a tormentare; Giacometto, figliuolo della
lattaia, piccolo e tarchiato, buon diavolaccio, e un po' melenso, ma
che quando lo mettevano a un puntaccio dava in vere furie di torello,
che facevano scappare tutti quanti. E il povero Andrea, che fine avrà
fatta? Un disgraziato trovatello, fasservizi d'un panattiere, che
tutti picchiavano nella panatteria, così per spasso; un vero sacco da
botte, e pure fresco sempre e pien d'allegria, come se i manrovesci e
le pedate gli facessero l'effetto di docce igieniche: insuperabile a
far saltare i soldi con la trottola e a saltare sui muriccioli a piedi
giunti. E dove sarà il _frate_, figliuolo del cenciaio, a cui s'era
dato quel soprannome perchè da bambino, per un voto fatto, era andato
un pezzo vestito da fraticello; quel piccolo _frate_ che aveva un così
bel testone di filosofo piantato per traverso sopra due spalle gibbose,
e che ci portava nel cortile tutti i pettegolezzi del vicinato, il più
astuto e più ciarliero della compagnia, e tanto buffo da farci scoppiar
dal ridere al solo suo apparire? E Gigetto, il ciabattino, gran
rapinatore di nidi d'uccelli, il mio Sancio Pancia, che m'accompagnava
in tutte le corse avventurose per la campagna, e che era regolarmente
scapaccionato da sua madre ad ogni ritorno, perchè ritornava sempre
mostrando una natica per un grande squarcio dei calzoni? E il piccolo
Savoiardo, quel bel ragazzo biondo, sempre serio, orfano d'un oste,
che i ragazzi più grandi tormentavano con certe allusioni misteriose a
una sua sorella, sulle quali poi io meditavo lungamente.... Mi ricordo
sempre d'una volta che essa venne a cercarlo nel cortile, tutta ben
vestita, coi capelli corti e ricciuti, e una cintura di cuoio alla
vita: mi ricordo che mandava un odore acuto d'essenza di violetta,
e che per molto tempo dopo rividi sempre con l'immaginazione quei
riccioli ogni volta che sentii quell'odore.
Ma il personaggio che m'è rimasto più impresso è un ragazzo sotto
i dieci, che si chiamava Clemente, quello della _Crinea_, figliuolo
d'un'erbivendola, un tipo di monello compiuto, nel quale era il germe
del delinquente. È il ricordo di costui che, prima ch'io leggessi
alcun libro di Cesare Lombroso, mi persuase che ci sono dei delinquenti
di nascita. Era un piccolo Don Chisciotte del delitto. Il suo ideale
supremo era di diventare un farabutto famoso, e si gloriava d'esser già
tale, con una impudenza da pestargli la faccia. Portava sempre in tasca
un coltelluccio spuntato, per impaurirci, minacciando ogni momento di
servirsene. Menava vanto d'esser tenuto d'occhio dalla polizia, di non
aver paura dei carabinieri, di essere anzi già sfuggito più d'una volta
dalle loro mani, e diceva che per arrestar lui due non bastavano. A
sentirlo, andava in giro tutta la notte, e ogni notte compiva qualche
prodezza, alla quale faceva dei vaghi accenni, strizzando un occhio e
appuntandosi con due dita uno dei baffi che non aveva. Ebbe un giorno
la faccia tosta di condurmi in un vicolo e di indicarmi sul ciottolato
certe macchie che egli diceva di sangue, sparso là da un uomo, da un
prepotente, al quale egli aveva data una lezione; e un'altra volta,
accennandomi la porta d'una stanza a terreno dell'ospedale civico, dove
si esponevano i cadaveri degli assassinati, mi mormorò all'orecchio:
— Sai? Ce n'ho già mandati un bel numero lì dentro! — Io sospettavo
la smargiassata; ma che qualche cosa di vero ci fosse non dubitavo.
E avevo di lui un gran terrore, che cercavo di nascondere, e me lo
propiziavo regalandogli quasi ogni giorno le frutta di cui mi privavo a
tavola, e anche roba che non mi spettava. Per questo egli s'atteggiava
a mio protettore, e per buscar dell'altro mi dava a bere che avevo dei
nemici, delle canaglie che mi volevan fare la pelle, e si vantava ogni
tanto d'aver sventato una loro trama, d'averli sorpresi e cacciati in
fuga col suo coltello, mentre s'aggiravano in atto sinistro intorno
a casa mia. E io facevo nuovi vuoti nella dispensa domestica per
ricompensare i suoi finti servigi di brigante amico.
Costui, nondimeno, non aveva ancor sulla coscienza nulla di grave;
non era ancora che uno spaccone della mariuoleria. Ce n'era un altro
che aveva già incominciato la carriera. Non veniva che di rado nel
cortile, perchè abitava lontano; di chi fosse figliuolo non sapevo;
forse di nessuno. Era sempre in giro; passava più notti al lume
della luna che sotto i travicelli, se pure aveva un tetto. Era un
ladruncolo di mestiere, specialista delle frutta. Passando accanto
a un banco di fruttaiuolo, di pieno giorno, in presenza di chi si
fosse, agguantava una pesca o un grappolo d'uva, e spulezzava con
una tal velocità che non c'erano gambe che lo potessero raggiungere:
era un ladro alato. Aveva una faccia trista. E come l'avrebbe potuta
aver buona, povero ragazzo, cresciuto come una fiera in un bosco? Ma
io non potevo allora sentirne la pietà che ne sento adesso. Temevo
assai più lui di quell'altro, e per questo l'accoglievo con particolar
cortesia quando onorava i miei poderi d'una sua visita. Un giorno,
dopo avermi guadagnato un soldo al gioco delle bocce (lo lasciavo
sempre guadagnare), egli infilò la strada per andarsene, ed io stavo
osservandolo dalla soglia del portone. Passò in quel punto davanti
a me un brigadiere della polizia, — un perticone alto due metri, con
una durlindana che non finiva più; — il quale, vedendo il ragazzo alle
spalle a un tiro di pistola, esclamò: — Ah! Ce l'ho finalmente! — e
slanciatosi di corsa in punta di piedi, a passi corti e rapidissimi,
lo raggiunse e lo ghermì per un braccio. Quegli si mise a urlare
come un disperato, chiedendo pietà e misericordia; ma il brigadiere
tenne duro, e lo tirò via. Io rimasi agghiacciato dalla paura, con
la coscienza d'un complice, a cui dovesse toccare la stessa sorte fra
poco; e rientrato in casa pallido e tremante, stetti rintanato tutto il
giorno, spiando tratto tratto dalla finestra, col tremacuore di veder
comparire da un momento all'altro il brigadiere lungo, in aria di dire:
— All'altro, adesso! — Non vidi più quel ragazzo dopo quel giorno.
Fuori di questo e dell'accoltellatore putativo, tutti gli altri
erano in fondo buoni figliuoli, incapaci d'una birbonata vera, alcuni
affezionatissimi e già utili alle loro famiglie; e mi volevan tutti
bene, nonostante i battibecchi frequenti, perchè, non tanto per
proposito quanto per affetto, io non facevo sentir loro in alcun modo
la mia superiorità di condizione. Il che non toglieva che facessi
qualche volta il prepotente, per impulso d'istinto; ma ricordo che
quando mi dicevano (e lo dicevano sempre in quei casi) ch'io facevo
così perchè ero un signore, queste parole mi ferivano al cuore, e ne
rimanevo umiliato e confuso, e m'affrettavo a farmi perdonare con ogni
specie di cortesie, e anche d'adulazioni.
Sul campo dell'onore.
La mia passione per i soldati trovò un grande sfogo in questa banda
di mocciosi, coi quali potevo fare il generale. Li armavo di randelli,
li ammaestravo agli esercizi, e li conducevo fuori a far delle marcie
militari con trombette di latta e con bandiere di carta, discorrendo
sempre con loro d'un nemico immaginario, col quale un giorno o
l'altro ci saremmo dovuti misurare, e contro il quale essi s'andavano
accendendo di giorno in giorno di generosa ira guerriera: tanto è
facile montar la testa alle moltitudini coi fantasmi dell'onore e
della gloria, anche contro un nemico che non esiste. E veramente io
vivevo nell'aspettazione continua di qualche grande prova, senza
saper da che parte nè come se ne potesse presentar l'occasione.
L'occasione si presentò. V'era in un altro quartiere della città
un altro piccolo Bonaparte, che fu poi mio compagno nella Scuola
di Modena ed è ora colonnello dei bersaglieri, il quale addestrava
pure un piccolo esercito contro un nemico creato dalla sua fantasia.
Apprender l'esistenza l'un dell'altro, ed esser nemici, e considerar
necessario il cozzo delle due schiere, fu una cosa sola. S'era bene
italiani da una parte e dall'altra, e cittadini della stessa città,
e in un tempo in cui la patria comune era impegnata in una guerra
contro la Russia; ma si apparteneva a due parrocchie diverse, e questo
bastava ad aprire un abisso fra di noi. Noi dicevamo con disprezzo:
— Quelli di Sant'Ambrogio —;questi dicevano con disdegno: — Quelli
di Santa Maria —; come accade fra gli uomini, tale e quale, e anche
fra i popoli, presso a poco. Si procedette con tutte le regole della
diplomazia. Ci fu una formale dichiarazione di guerra portata per
iscritto da due commissari in ciabatte. I due eserciti, composti d'una
ventina di cazzabubboli, partirono una mattina, a un'ora convenuta,
dai loro accampamenti, movendo l'un verso l'altro per vie designate.
Io m'ero messo a tracolla una sciarpa azzurra rigata di bianco, avanzo
d'una vecchia tenda di finestra, e brandivo una daga di legno, fasciata
di carta d'argento, che m'aveva fatta un mio fratello: mi credevo
formidabile. Ma quando vidi apparire in fondo alla strada, alla testa
dei suoi, il generale nemico, riconobbi con umiliazione ch'egli era
assai più fieramente armato di me, poichè aveva in capo un vero e
proprio cappello di bersagliere, con tanto di sottogola, un vero zaino
sulle spalle, e un simulacro di carabina fra le mani. A un segnale
dato da un dei miei con un imbuto, le due osti si corsero incontro.
Non saprei ridire l'andamento della battaglia, che dev'esser stata,
come le battaglie antiche, una serie di conflitti disgiunti, i quali
non avrebbero data ad alcuna parte la vittoria, se questa non fosse
stata decisa dal duello dei capitani. Il mio avversario era ardito; ma
fu vittima d'una illusione: scambiò con una lama vera il mio brando
di legno inargentato, mi credette risoluto al sangue, die' indietro
ai primi colpi, mi voltò lo zaino e riprese a gambe la via della
sua parrocchia. Ma era una fuga da Orazio davanti ai Curiazi. Io gli
detti dietro; corremmo un pezzo in mezzo alla gente che s'arrestava a
guardarci, in atto di dire: — Santi scapaccioni! — A un certo punto,
il generale fuggente, visto in terra un mattone, lo raccolse con una
mossa fulminea, e mi fece fronte: io torsi il busto per scansare il
proiettile, e me lo presi in un fianco. Vidi le due Orse! Accecato
dall'ira, mi lanciai avanti; il generale Ambrosiano, più lesto di me,
sparì come un razzo. Insomma, il vero “battuto„ ero io, e come! Ma con
la scomparsa del fromboliere, il suo esercito s'era dileguato; eravamo
rimasti noi padroni del terreno, noi i vincitori. Tornai a casa piegato
in due; a ogni mossa, ricacciavo dentro un gemito; dissi a mia madre
che era un colpo d'aria. Ma la galloria, ma il vampo che menammo di
quel trionfo ipotetico fu una cosa da non immaginare. Per tutto quel
giorno, e per qualche giorno appresso, non parlammo d'altro; tutti
raccontavano episodi, tutti avevano fatto prodezze da Orlando; tale e
quale come i “reduci„ ai banchetti. E m'era già cessato da un pezzo il
dolore al fianco, ch'io lo simulavo ancora, camminando inflesso come un
arco, per far durare la gloria della ferita. Quante volte, molti anni
dopo, alla Scuola militare, il mio buon amico ed io ricordammo quella
famosa giornata, e la nostra “singolar tenzone!„ E chi sa che il bravo
colonnello non se ne ricordi ancora qualche volta, quando lavorano i
muratori nella sua caserma, e gli cade lo sguardo sopra un mucchio di
mattoni!
Primi palpiti....
Trovo a questo punto il ricordo di quel primo sentimento confuso e
soavissimo, che si può chiamare il crepuscolo dell'amore, e che la
parola non può render che malamente, come il pennello il primo barlume
dell'alba. Una sera, tornando da una passeggiata col portinaio, ci
fermammo in una piazzetta dove dava spettacolo una famiglia di poveri
saltimbanchi, e danzava in quel punto sopra una corda, con le sottanine
corte e il bilanciere in mano, una ragazzina della mia età, di forme
graziose e di viso dolce e triste, accompagnata da un organetto che
suonava un'aria lamentevole. Le batteva in viso la luce d'un lampione;
vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime: era forse stata battuta,
o era digiuna o malata, e la facevano ballare per forza. Non so ben
dire, ma ricordo bene quello che provai: un sentimento nuovo per me,
una simpatia viva, dolcissima, piena di tenerezza e di pietà, diversa
affatto da quanto avessi mai sentito fino allora in presenza dell'altro
sesso; una commozione gentile e grave ad un tempo, della quale sentivo
non so quale alterezza, e che mi lasciò pensieroso per tutta la sera,
come d'un mistero, e compreso di quella malinconia che ci viene dalla
solitudine della campagna all'ora del tramonto; ma non turbato neppure
dall'ombra d'un pensiero sensuale, benchè fra i compagni di scuola
e di gioco mi fosse già passata per gli orecchi molta parte dello
scibile; anzi rifuggente con ribrezzo da ogni immagine impura che mi
balenasse appena alla mente. Ciò che prova per me che non è quella
peste incurabile che si crede la cognizione precoce (d'altra parte
inevitabile, che che si faccia) di certe cose, poichè l'amore è più
forte di lei, e quando si leva spazza via dall'anima, come un colpo
di vento, ogni pensiero immondo. Disparve presto quella immagine;
ma non rimase più vuoto il posto che ella aveva occupato: nel quale
sottentrarono via via le piccole signorine più belle e più note della
città, che usavano ballar tra di loro ogni domenica in una piazzetta
del passeggio pubblico, mentre suonava la banda municipale; e tutti
quegli amori furon della natura del primo, affettuosi e puri, tutti
del cuore e della fantasia, accompagnati da ambizioni vaghe di gloria,
da immaginazioni poetiche di nozze premature, di fughe avventurose,
d'incontri romanzeschi in foreste e in deserti, di colloqui
appassionati e sommessi nel silenzio delle notti stellate. Che sciocco
errore è di far colpa ai ragazzi, come d'un delitto, o di deriderli di
quei primi moti della passione, che sono invece la sola forza intima
che possa preservarli dalla corruzione! Io ricordo che tutte quelle
ragazzine m'apparivano come ravvolte in una infinità di veli, di cui il
mio pensiero non raggiungeva mai l'ultimo; che le tenevo come creature
sovrumane, le quali non avessero di fanciullesco che l'aspetto, così
che restavo stupito, quasi deluso, quando nel passare accanto a loro,
mentre discorrevano con le governanti o coi fratelli piccoli, le udivo
dire qualche sciocchezza, come ne dicevano tutti i ragazzi della mia
età. E avrei sentito una vergogna mortale se esse avessero potuto udire
certi discorsi che facevamo fra di noi, e ogni allusione volgare che si
fosse fatta a quella che per il momento stava sull'altare, m'avrebbe
offeso nell'anima. Ma da quei discorsi, per quanto stava in me, esse
rimanevano sempre fuori, come esseri inaccessibili alle volgarità di
questa terra. Le nostre immaginazioni e i nostri discorsi licenziosi
avevan per oggetto persone d'altra età e d'altra condizione, nelle
quali non si guardava nè a bellezza nè a bruttezza, e neppur ci aveva
che vedere la simpatia; e anche correva un lungo tratto tra l'audacia
impudente delle parole e la vera capacità morale di peccare. Benchè il
mio sentimento religioso fosse molto vago, e andasse soggetto a molte
intermittenze, quello di cui si parlava così allegramente m'appariva
pur sempre un peccato enorme, di conseguenze grandi e terribili
nell'altra vita ed in questa; la prima delle quali pensavo che fosse
un'immediata e profonda trasformazione morale, un'entrata violenta e
pericolosa di tutto l'essere nella virilità, lo scoprimento istantaneo
di molti misteri solenni della vita, una sazietà improvvisa di tutti
i giochi e di tutti i piaceri della fanciullezza, e la morte d'ogni
amore allo studio. Tanto è vero che, essendosi vantato con me quel tal
Clemente, d'aver conosciuto l'albero del bene e del male, e avendomi
raccontato che la sera della sua prima colpa era stato accompagnato
fino a casa da una voce cupa e continua che veniva di sottoterra, io la
bevetti come me la diede, e ne serbai per molto tempo un senso segreto
di terrore.
Il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea.
Ero passato intanto al secondo anno di Grammatica; del quale non
conservo altro ricordo netto che quello d'uno sproposito enorme ch'io
feci in una traduzione dal latino a un esame mensile, il più sformato
farfallone, il più buffo e scandaloso quiproquo che sia mai stato
preso, credo, nelle scuole d'Italia, da che vi s'insegna la lingua di
Cicerone, e che rimase meritamente celebre tra la scolaresca per tutta
la durata del corso. Era.... Ma no, non lo dico, perchè non sarebbe
creduto, perchè si penserebbe certamente ch'io l'avessi inventato per
rallegrar la materia e per vantarmi d'aver superato in qualche cosa i
confini dell'immaginazione umana: la memoria d'una tale scelleratezza
deve scender con me nel sepolcro. Fuor della scuola, il mio ricordo più
vivo di quell'anno fu il ritorno dei bersaglieri dalla Crimea. Già,
quand'era venuta la notizia del primo sbarco delle truppe a Genova,
avevo pensato subito al mio caporale Martinotti. Era egli scampato alle
battaglie e al colera, o era una delle tante vittime che aveva lasciato
il nostro piccolo esercito sulla via dolorosa dal porto di Balaclava
alle trincee di Sebastopoli? E se era vivo, sarebbe ritornato nella
piccola città dove l'avevo conosciuto? Il giorno che si sparse la voce:
— Arrivano due battaglioni domattina — fui fuor di me dal piacere e
dall'impazienza. Ma mia madre, prudente, credette di dovermi preparare
a una delusione. — Bada — mi disse — ne son morti tanti! E poi, chi ti
dice che non sia rimasto a Genova, o che non debba rimanere a Torino?
— Quest'avvertimento mi rese pensieroso. Mi svegliai non di meno la
mattina dopo con l'allegra certezza di rivederlo. Accorse ad aspettare
i soldati una gran folla, per modo che dovetti restare assai lontano
dalla stazione, sul margine d'un largo viale che saliva dalla strada
ferrata ai bastioni; ma lì, a forza di gomiti, conquistai un posto fra
i primi spettatori.
Che cavallone mi fece il sangue quando sentii i primi squilli di
tromba, e vidi schierarsi in colonna giù sul piazzale i primi plotoni!
Ma che soldati eran quelli? Non riconoscevo più i miei bersaglieri.
Eran tutti neri come beduini, vestiti di lunghi cappotti grigi,
con certe miserie di pennacchi scemi e stinti, cascanti come cenci
dai cappelli logori: più fieri all'aspetto, senza dubbio, più belli
cento volte di com'eran partiti; ma mi parevan soldati d'un esercito
straniero, che dovessero parlare un'altra lingua, e di cui nessuno
m'avesse più a riconoscere. La colonna si mosse, fra gli applausi
della moltitudine. La precedeva un grosso stuolo di trombettieri, che
mi dovevano passare proprio sui piedi. Ci doveva essere tra quelli il
mio caporale; a ogni passo che facevano avanti, mi batteva il cuore
più forte. Ah! eccolo, ecco Martinotti.... Ahimè, fu l'illusione d'un
momento. Il caporale era un altro. Martinotti non c'era. I trombettieri
passarono. Rimasi col cuore oppresso. Guardai tutti i gallonati della
colonna: non lo vidi. Ah! è morto — pensai — il mio buon caporale
è morto! O è forse rimasto a Torino o a Genova, come mi disse mia
madre, e non lo rivedrò mai più, come se fosse morto. — Non restava
più da passare che una compagnia, e io stavo osservando un vecchio
capitano che aveva una grande cicatrice a una guancia, quando udii a
due passi da me una voce allegra: — O Mondino! — Mi voltai, come a una
scossa elettrica: era lui! lui, coi galloni di sergente, in serrafile,
col cappotto grigio e tre penne sul cappello, col viso abbronzato,
dimagrito, un po' invecchiato, mi parve, ma diritto e svelto come
avanti la guerra, lui che mi salutava con la mano nera e con quel buon
sorriso d'una volta, che non avevo mai dimenticato. Gli risposi con
un: — Ah! — che fu come uno squillo di trombetta, e per poco non mi
cacciai tra le file ad abbracciarlo. — Come sei cresciuto! — mi gridò,
e non ebbe tempo di dir altro; gli ultimi due plotoni passarono fra
gli applausi e gli evviva, e io fui travolto dalla folla che irruppe
dietro alla colonna per accompagnarla al quartiere. Lo rividi il giorno
dopo, con che festa si può pensare, e la nostra amicizia si riannodò
più salda di prima. Ma, cosa strana, non ricordo assolutamente nulla
delle molte cose della guerra ch'egli mi deve aver raccontate quel
giorno e i seguenti, nè m'è rimasto in mente alcun particolare delle
nostre relazioni dopo il suo ritorno. La sola cosa che ricordo, dopo
quell'avvenimento, è un gran banchetto che fu dato a tutti i soldati
nella piazza d'armi, dove eran disposte a raggiera molte lunghissime
tavole, sotto un vasto padiglione imbandierato. Ma anche di questo
non conservo che un'immagine confusa, come d'uno spettacolo visto di
sfuggita, e a traverso un velo di vapori.
Il furore della pittura.
La guerra d'Oriente ebbe una conseguenza triste in casa mia, poichè,
indirettamente, fu la causa che mi s'attaccasse la passione d'imbrattar
carta coi colori; la quale diventò e fu per un certo tempo un vero
furore di maniaco. Non mi pare inutile di farne un cenno poiché si
tratta d'una piccola malattia per cui passano quasi tutti i ragazzi.
Me l'attaccò un grande quadro, non ancor finito, rappresentante la
battaglia della Cernaia, che mio padre mi condusse a vedere nello
studio d'un bravo pittore lombardo (il Borgocarati, un eroe delle
Cinque giornate) che era stabilito da anni nella nostra città. Fra
gli altri particolari, mi colpì così vivamente lo sfolgorìo purpureo
d'uno squadrone di cavalleria inglese galoppante sul davanti della
tela, che non gridai: — Son pittore anch'io! — come quel tale artista
famoso, ma sentii il fremito delle facoltà occulte che esprimeva
quel grido. Era questa un'illusione che covavo fin dai sei anni,
per aver fatto uno scarabocchio di battaglia, il quale era parso una
maraviglia al mio buon padre, che l'aveva messo in un quadro, come una
manifestazione non dubbia di genio. Ah, gli occhi dell'amor paterno!
Faceva tanto più onore al suo cuor di padre quell'errore perchè,
senza aver fatto studi regolari, egli era intendentissimo d'arte, e
disegnava, miniava e modellava con gusto squisito. Vadano pur cauti i
padri amorosi a profetar Raffaelli in casa propria, chè non avranno
mai cautela soverchia. In realtà, avevo un sentimento vivissimo dei
colori, che mi davano piaceri acuti, somiglianti a quelli che dà la
musica, tanto da tenermi in contemplazione per delle mezz'ore davanti
a una stoffa, a un'aiuola, a una nuvola, fantasticando come davanti
a un quadro che rappresentasse una scena umana. Ma era un sentimento
che non si doveva estrinsecare per mezzo dei pennelli. Avvenne a me
quello che avviene a molti nati alla pittura, i quali cominciano
invece col menar la penna: sbagli di porta, che fa chi ha furia
d'entrar nell'arte. Ma questo dubbio non poteva neppur lampeggiare
alla mia mente. Sciupai dozzine di scatole di colori a tingere risme
di carta, tentando tutti i generi, dal paesaggio da confettiera
al quadro storico da cartellon dei burattini, ma più che altro la
pittura militare; alla quale mi incitava, senza volerlo, mio padre,
col parlar sovente di Orazio Vernet, di cui era caldo ammiratore. Non
si son combattute tante battaglie nel secolo sopra la faccia della
terra quante io ne scombiccherai in sei mesi col mio granatino della
malora. Ne buttavo giù fin quattro in un giorno. Era un vera fabbrica
di carnificine dipinte. Non si possono immaginare gli orrori che ho
messi in acquarello. E siccome regalavo i miei lavori, come Massimo
d'Azeglio, a tutti i miei amici e conoscenti, venne un tempo in cui
ne fu invasa la città, e se ne vedevano appiccicati ai muri per la
strada, nelle botteghe del vicinato, e perfino agli usci delle stalle.
Il caso aggravante era che avevo la faccia di firmarli, perchè non
mi potessero rubare la gloria degli artisti senza coscienza. Quante
volte il mio povero padre, vedendoli, deve aver detto tra sè: — Ah! _di
quanto mal fu matre_ quella benedetta inquadratura! — Perchè l'opera
si moltiplicava senza migliorarsi; il decimillesimo soldato uscito dal
mio pennello non aveva men diritto d'esser “riformato„ dai medici che
il primo; non figliavo che mostricini tutti improntati dello stesso
conio di famiglia; tutti quanti i battaglioni, tutti gli squadroni,
che lanciavo all'assalto sulla carta di protocollo, gridavano in coro
contro il piccolo assassino dell'arte. E intesi quel grido, finalmente,
e mi sdiedi a poco a poco dalla strage. Ma non son mica malcontento,
ripensandoci, d'esser passato per quel periodo di criminalità
pittorica, poichè fu forse quella sfuriata, dalla quale uscii sazio e
deluso, che mi distolse dal mettermi più tardi ad altre prove inutili,
fu quella rosolìa artistica, patita nella fanciullezza, che mi salvò da
qualche altro malanno nell'adolescenza, il quale avrebbe potuto avere
effetti più gravi che lo sciupio dei colori e l'imbratto delle mura
cittadine.
Il regno del terrore.
Entrai nella Terza Grammatica, sotto un professore terribile, che mi
rese quell'anno memorando. Era un uomo tarchiato, con una gran faccia
sbarbata e pallida da Padre Inquisitore, nella quale luccicavano due
occhi chiari e freddi, che parevano due pallottole di cristallo. Non
picchiava; ma era peggio che se picchiasse, perchè si serviva del
latino come d'una frusta metallica, con cui ci faceva frullare come
i mezzani di Malebolge sotto le scuriade dei diavoli. Ci caricava
di lavoro, ci oberava di pensi, non ci lasciava girar gli occhi, nè
allungar le gambe, faceva somigliar la scuola a una funzione funebre.
Aveva il furore dei quaderni di bella copia: ne dovevamo tener
dodici: per le frasi italiane e per le latine, per le regole delle
due grammatiche, per le sentenze morali, per le similitudini, per la
mitologia, e via discorrendo: una vera amministrazione letteraria,
che non ci dava respiro. Non montava mai in collera, era pacatamente
spietato. E il linguaggio feroce che usava così a sangue freddo! A
ogni errore di grammatica: — Ah, vile malfattore — Ma lei disonora la
sua famiglia — Lei tradisce la patria — Lei andrà a finire in galera
— Questo è uno sproposito ignominioso — Questa è una sintassi da farla
cacciare in prigione.... — Dopo due mesi di questo regime eravamo tutti
ridotti un branco di schiavi tremanti. C'eran dei veri martiri del
_nuovo metodo_, imbecilliti dai verbi difettivi, che impallidivano al
suono del comando: — Mi coniughi — e non dormivano più dallo spavento
delle dieci lezioni quotidiane che dovevamo mandare a memoria. Oh quel
gran crocifisso appeso al muro, sopra la cattedra, come simboleggiava
lo stato di tutti! Quell'Ezzelino della Grammatica s'ammalò una volta
nel cuor dell'inverno: tirammo tutti un respiro di mantice; ma un
respiro solo, perchè egli ci spirava terrore anche da letto. Venne a
sostituirlo un suo collega, professore in aspettativa, che comparve il
primo giorno in divisa di guardia nazionale, e appoggiò il fucile alla
parete, accanto alla cattedra. Credendolo della stoffa dell'altro, di
cui era amico intimo, pensammo che fosse venuto armato per far fuoco
sugli sgrammaticanti. Era invece un buon diavolo, che ci restituì alla
vita umana. Ma quel paradiso non durò che otto giorni; dopo i quali il
tiranno ritornò, più truce di prima, e noi ricurvammo la fronte, con
raddoppiato terrore, sotto il giogo nefando.
Tre personaggi straordinari di quella mandra atterrita mi sono ancora
stampati nella memoria. Uno era un certo Gatti, il solo che non
temesse Ezzelino, e che noi ammiravamo per questo come un'anima eroica,
che rappresentava in faccia alla tirannia il nostro spirito secreto
di ribellione. Egli faceva audacemente le nostre vendette, non con
risposte o atti insolenti, ma con l'ostentazione costante d'un freddo
disprezzo, con una pertinacia invitta nella volontà di non studiare;
e non c'era rimprovero nè minaccia che gli facesse mutare aspetto nè
_piegar sua costa_. Egli affrontava i fulmini fissando negli occhi al
professore uno sguardo da Capaneo, che ci faceva fremere d'entusiasmo.
Il professore castigava i rei facendoli stare in ginocchio
sull'impiantito accanto alla cattedra, e quel “magnanimo„ stava
inginocchiato per mattinate intere, col busto eretto e con la fronte
alta, in un atteggiamento superbo di angelo ribelle alla Grammatica,
nel quale grandeggiava ai nostri occhi come una statua di Michelangelo.
Il tiranno si rodeva; ma egli non chiedeva mai grazia. Credo che alla
scuola egli abbia passato più tempo in ginocchio che seduto, e che,
se è tuttora in vita, debba avere ancora i calli alle giunture, come
quei maomettani fanatici che hanno fatto il viaggio alla Mecca carponi.
O anima altera e disdegnosa! Dovunque tu sia, possa raggiungerti
questo tardo saluto d'ammirazione dell'antico compagno di schiavitù e
d'inginocchiatura.
L'altro era il più attempato della classe, un ragazzotto robusto,
di viso precocemente grave, poco familiare coi compagni: venuto da
Saluzzo, mi pare, e tenuto a dozzina da una zia di manica larga, che
gli allentava la briglia e non gli contava gli spiccioli. Lo guardavamo
tutti con certa ammirazione perchè si diceva che abusasse virilmente
della sua libertà; ci appariva quasi circonfuso d'una gloria satanica,
come un eroe del Byron, e poichè, diffidando di noi, non accennava che
velatamente, e di rado, alle sue scappate, noi davamo alle sue poche
parole oscure cento interpretazioni fantastiche, assai più ardite e
profonde del suo pensiero. Risento ancora la commozione della scena
solenne che seguì una mattina, quando il professore, informato non so
da chi delle sue sregolatezze, lo chiamò in presenza della scolaresca
davanti alla cattedra, e con viso e voce d'un presidente di Tribunale
statario, gli disse: — Nefande cose ho saputo sul conto suo, signor....
tal dei tali!
E dopo una pausa funerea: — Ella va attorno di notte!
E dopo un'altra pausa più lunga: — Ella bazzica con la feccia del
consorzio civile!
E dopo un silenzio lunghissimo, con voce soffocata: — Ella beve!
E finalmente, con un colpo di cannone: — Sciagurato!
Corse un brivido per tutti i banchi; pareva che nessuno respirasse;
durò per un minuto un silenzio di morte. Fu una scena tragica,
veramente. Il piccolo accusato, immobile e muto, ci apparve come
l'immagine incarnata di tutte le corruttele e di tutti i delitti della
decadenza di Roma.
Non saprei ridire il discorso che sfoderò poi il professore: ricordo
solo che c'entrarono la giustizia divina e la umana, e l'infamia
eterna, e l'ergastolo, e altre dolcezze consimili, messe fuori con
voce cavernosa e roteando gli occhi in modo da dar la terzana, e che,
finita la lezione, non per ribrezzo di lui, ma per terrore del tiranno,
sfuggimmo tutti lo sventurato peccatore come un maledetto da Dio.
Il terzo era un tipo amenissimo, mingherlino, con un viso di vecchio
notaio, figliuolo d'una bustaia vedova: uno sgobbone indefesso, che
aveva grandi pretensioni di latinista, e faceva i componimenti a
musaico, a furia di frasi raccattate qua e là con una pazienza di
santo, e messe insieme con gli artifici più grossolani, congiunte
proprio con la forza, a marcio dispetto della logica e del senso
comune, che per lui non contavan nulla, purchè la lingua e lo stile,
come egli diceva, fossero “oro di coppella„. Me lo vedo ancora
davanti, un giorno che leggeva al professore uno dei suoi periodi
intricatissimi, al quale diceva d'aver lavorato tutta la notte.
Il professore gli disse: — Ma io non capisco.
— Lo credo bene — rispose — qui ci son delle frasi peregrine.
— Ma che frasi sono, che io non le intendo?
— Ma è tutto, tutto un tessuto di frasi. Io ho condensato. Si sa.
Capire alla prima è impossibile!
E il tira tira durò un pezzo, fin che egli si rimise a sedere
scoraggiato, facendo un atto del capo come per dire: — È tempo perso:
il vero latino non è più inteso.
Dei fatti miei rammento una composizione italiana a tema libero, che
fu il primo mio parto letterario, di cui serbi memoria. Descrissi _Una
lotta fra il leone e la tigre_: argomento in armonia con la mia natura,
si capisce. Ricordo che incominciava con la frase: _Sul rosseggiar del
cielo_, ed era tutto uno stridío di parole terribili, scelte tra le più
ricche di erre e di esse, una musica infernale di ruggiti e di rantoli,
una lacerazione furiosa di carni e di regole di sintassi, che finiva
in un lago di sangue. Mi aspettavo un trionfo, quando fui chiamato
a leggere: fu un fiasco enorme; fu l'unica volta, credo, che risero
insieme il professore e la scolaresca, e forse l'ombra invisibile
del Padre Corticelli, che era il nostro grammatico ufficiale. E
questo fiasco, che m'avvilì allora profondamente, è adesso per me
un caro ricordo, poichè fu l'avvenimento che fruttò ai miei compagni
di servaggio e di terrore il solo quarto d'ora d'ilarità collettiva
ch'essi abbiano avuto in quella scuola dolorosa.
Dolorosa per me in ispecial modo perchè non ero ancora in età da poter
reggere a quelle fatiche, e tra per lo strapazzo intellettuale e per
l'affanno continuo, che qualche volta mi faceva sobbalzare la notte e
farneticare come un allucinato, la mia salute se ne risentiva. Appena
se n'accorsero mio padre e mia madre, decisero d'accordo di levarmi
dalla scuola e di non rimandarmici per quell'anno, perchè mi rifacessi
l'animo e le forze. Prima che finisse l'inverno mi fu fatta la grazia e
uscii dai lavori forzati.
Il maestro prete.
Perchè non frollassi nell'ozio, mi fecero far ripetizione di latino da
un prete, un'ora il giorno, a casa sua, dov'egli stava con sua madre e
una zia; le quali m'aprivano l'uscio pian piano, e scomparivano senza
dir nulla, come due larve. Era un bel pretino biondo, fresco come una
rosa, con due occhi azzurri vivissimi; i quali potevano far presagire
agli accorti che presto o tardi egli avrebbe gettato il collare sur
un fico; come lo gettò infatti pochi anni dopo per mettersi al collo
una collana vivente. Ma, ahimè! il giovine maestro non aveva più
voglia d'insegnarmi il latino di quello che n'avessi io d'impararlo.
Il ricordo di quell'esperienza m'ha fatto poi avversario risoluto
dell'insegnamento a quattr'occhi (fuor che nel caso che insegnante e
alunno siano due miracoli di buon volere), poichè quasi sempre manca
all'uno e all'altro ogni stimolo; quando nella scuola collettiva,
invece, lasciando anche da parte l'emulazione, s'avvivano e s'acuiscono
le facoltà intellettuali del ragazzo come quelle dell'uomo in teatro,
per effetto della comunione che si stabilisce fra le menti, le quali
quasi operano insieme, illuminandosi a vicenda. Sotto il tiranno
Ezzelino ero ammazzato dalla fatica; col prete morivo dall'uggia. Per
un po' di giorni simulammo tutti e due: egli lo zelo, io l'attenzione.
Poscia più che il dover potè la noia. Era un ipnotizzamento reciproco.
Ci guardavamo alle volte l'un l'altro con due grand'occhi fissi, che a
poco a poco s'ammammolavano, come gli occhi di chi cade in deliquio;
poi aprivamo la bocca insieme e ci tiravamo in faccia uno sbadiglio
sgangherato, enorme, interminabile, in cui pareva che esalassimo fino
agli ultimi _cuius_ tutto il latino che avevamo in corpo.... e non
c'era molto di più nel suo che nel mio.
Ma un giorno egli fece un'uscita che mise come un soffio di vita
fra di noi, e infuse in me una passione nuova, la quale lasciò una
traccia profonda nella mia memoria. Era allora attivissima l'opera
ecclesiastica per il riscatto dell'infanzia chinese abbandonata. _Ex
abrupto_, il giovine prete mi ragguagliò della cosa: poi mi domandò se
avrei accettato l'ufficio di raccoglier fra i ragazzi di mia conoscenza
sottoscrizioni di dodici soldi l'anno, allo scopo di salvar dalla
morte e dalla perdizione migliaia di poveri bambini del Celeste Impero,
ch'eran buttati via come cenci o venduti come bestie; e aggiunse ch'io
avrei assunto il titolo, ambito da molti, di collettore, che tutti
i collettori sarebbero stati presentati al vescovo, e che quattro
di essi, due ragazzi e due ragazze, _scelti fra i più avvenenti_,
avrebbero avuto l'onore di far la questua in una funzione solenne
che si doveva celebrare in una chiesa della parrocchia; per la quale
egli aveva composto i versi e la musica d'un inno, da cantarsi dalle
voci migliori, fra cui poteva esser la mia. Fu come avvicinare una
fiammella ad un razzo. L'idea del salvamento dei bambini, l'ambizione
dell'ufficio, la patente d'avvenenza e l'immagine del vescovo
m'accesero improvvisamente d'uno zelo, non dirò santo, perchè era misto
di troppi sentimenti profani, ma benefico per me, perchè mi risvegliò
l'animo e la mente, che s'erano addormentati nel latino. E a proposito,
non sarebbe una buona cosa quella di dare all'educazione intellettuale,
troppo astratta, della fanciullezza, il rincalzo di qualche azione di
utilità pubblica, che, avendo uno scopo diretto ed effetti sensibili,
stimolerebbe altre facoltà ed altri affetti, e insegnerebbe con
la dottrina la vita? Non mi pare un'idea da buttar via. Ma tiriamo
innanzi.
Il sentimento religioso, che non s'era spento in me, ma era solo stato
compresso, come ogni altro affetto, dall'incubo scolastico, mi si
ridestò in quel periodo di riavvicinamento alla chiesa; ricominciai a
dire le preghiere la sera e la mattina, andai alla benedizione, ripresi
amore alle cerimonie del culto, mi venne il desiderio d'imparar a
servir la messa, e per questo mi diedi a frequentare una chiesa vicina
a casa mia, dove strinsi amicizia con altri piccoli topi di sacrestia,
e entrai in grazia di qualche vecchio prete, che mi regalava delle
immagini. Ogni volta che mi raccolgo nei ricordi di quei giorni, vedo
arder ceri e scintillar pianete, sento le note dell'organo, mi par di
respirare nell'aria un odor d'incenso, e risento, se così può dirsi,
il sapore d'un certo stato di coscienza, non più esperimentato di poi,
una dolcezza quieta del cuore e quasi una chiarezza dell'animo, che
svaniscono se v'insisto troppo col pensiero, come quei motivi di musica
che ci suonano alla mente, ma che ci sfuggono se vogliamo tradurli in
note vocali. Vagheggiai in quei giorni l'idea di farmi prete.
Ma, Dio mio, sorse ben presto una nube di peccato in quella serenità
serafica. Il pretino dagli occhi azzurri radunò un giorno in casa
sua tutti i collettori e le collettrici, una ventina all'incirca,
me compreso, per insegnarci l'inno da cantare in chiesa; il quale
ricordo che incominciava col verso: — _Là nella Cina inospite._
— Le collettrici eran quasi tutte signorine della mia età, alcune
bellissime. La loro presenza mi produsse un vivo eccitamento. Quando
mi ci trovai in mezzo non pensai più nè alla China, nè al vescovo,
nè alla chiesa; non ebbi più anima e senso che per loro. C'era nella
stanza del latino un pianoforte, sul quale un ragazzetto di quindici
anni, figliuolo d'un organista, provava la musica dell'inno, fra
l'ammirazione di tutti. Fui morso da una maledetta gelosia, a cagione
delle ammiratrici. A un certo punto, non potendomi più contenere,
pregai il suonatore, con poca buona grazia, di lasciar suonare me
pure. Parrà incredibile una tale ignoranza a quell'età; ma è un fatto
ch'io credevo ancora che per suonare il pianoforte bastasse sapere il
motivo che si voleva suonare, e picchiar le mani sulla tastiera, così a
dettatura d'orecchio, come si fischia un'aria. Con questa sciocca idea
insistetti tanto che il ragazzo, credendo ch'io sapessi di musica, mi
cedette il posto per un momento. Immaginate quale fu alla prova il mio
stupore e la mia vergogna. Una vergogna tale che, anche ora, dopo quel
po' di primavere che son passate, quando mi ricordo tutt'a un tratto di
quella bella figura, perchè non me ne torni a gola tutta l'amarezza,
bisogna ch'io mi ragioni, e faccia onta a me stesso del mio orgoglio,
ancora palpitante quando dovrebbe esser morto e sotterrato.
Ma non fu quella la peggior figura ch'io feci in quel periodo
ecclesiastico della mia fanciullezza, e ricordo anche la peggiore per
il gusto di schiaffeggiare quello che mi resta di vanagloria. Venne
il giorno della funzione solenne. La chiesa era piena come un ovo. Ai
due collettori e alle due collettrici, che dovevano andare attorno con
una borsina elegante a raccogliere le offerte, era stato assegnato un
banco vicino all'altare. Modestia a parte, erano due bei ragazzi e due
belle ragazzine. Di una di queste non mi ricordo punto: l'altra fu poi
moglie d'un Direttore della Banca Nazionale, e il mio collega diventò
un avvocato celebre. Eravamo vestiti come principini, impomatati e
inguantati: quattro splendori. Ci erano state indicate prima le file
dei banchi dove doveva passare ciascuno. Durante la funzione io commisi
il peccato di pensar troppo intensamente alla mia vicina, la futura
banchiera, che era vestita d'un abito bianco, del quale sentiva la
carezza il mio abito nero. Il cenno del prete che ci disse: — Vadano —
mi sopraccolse in quel pensiero. Preso così all'improvviso a una così
gran distanza dall'idea del mio ufficio, mi confusi, e, oltrepassato
appena il primo banco, dove tutti, mi diedero un soldo, sbagliai, e
invece di proseguire come dovevo, mi cacciai fra gli altri banchi,
davanti ai quali era già passata una delle ragazze, e dove non ebbi
più il becco d'un quattrino. Quella sequela inaspettata di rifiuti, che
mi parve effetto d'antipatia personale, mi fece perder la bussola; non
vidi più nulla; non compresi i cenni con cui si cercava di rimettermi
sulla buona via; andai errando di banco in banco, alla cieca,
impacciato e goffo, con una faccia di ebete, che invece di stimolar la
carità provocava l'allegria, e dopo un pellegrinaggio interminabile,
che fu una tortura mortale, ritornai al banco dei collettori,
convertito per me in banco della berlina, con sette soldi nella
borsa. Ahi, dura terra! Che cosa sono le impressioni di quell'età!
Sta per morire il secolo che era allora a mezza strada, e ancora non
posso sentir pronunciare la parola _collettore_, senza che una voce
sarcastica mi mormori all'orecchio: — Sette soldi, signor collettore!
Sette soldi, e che figurona!
Ma in quegli anni ci rialziamo facilmente anche dalle più grandi
cadute. L'umiliazione patita in chiesa non tolse che fosse un giorno
di festa per me quello in cui il nostro prete mi condusse con tutto
il drappello dei colleghi e delle colleghe a far visita al vescovo.
Questi era un vecchio tutto bianco, già curvo, di viso grave e dolce.
C'eran con lui vari preti, fra cui riconobbi il Padre quaresimalista,
che predicava allora nel duomo; un bell'uomo bruno, coi capelli lunghi
e gli occhiali d'oro, dall'aria d'uno scienziato; la cui presenza
impreveduta mi turbò, perchè una domenica, facendo dal pulpito
un'invettiva terribile contro certi peccatori, con voce tonante e gesto
minaccioso, egli aveva per caso fissato sopra di me, che stavo davanti
al pulpito, uno sguardo scintillante, che m'aveva messo i brividi. Il
vescovo domandò a ciascuno di noi come ci chiamassimo. Quando fu la
mia volta, il predicatore disse non so che scherzo sulla latinità del
mio nome, con accento e sorriso benevolo, e quello scherzo, che mi fece
l'effetto di un'assoluzione, mi dissipò dall'animo ogni terrore. Delle
parole del vescovo non ricordo che un complimento che rivolse al mio
prete, sorridendo: — Lei è la colonna dell'istituzione, — e ricordo
la gioia che sfolgorò sul viso del lodato, pari a quella che davano ai
granatieri della Guardia gli encomî di Napoleone. Eh, povera colonna,
che doveva piegar tra poco come un giunco sotto una manina scomunicata!
E che singolari fissazioni ha la fantasia! Fin dalla prima volta che ho
letto i _Promessi Sposi_ ho sempre dato al cardinal Federico il viso
di quel vecchio vescovo, che, se fossi disegnatore, potrei riprodurre
fedelmente, mettendo al suo punto preciso il piccolo neo che aveva
accanto alla bocca; per cagion del quale mi fecero arrabbiare i miei
fratelli, che dicevan per celia che era finto.
In che maniera tutto quel mio fervore religioso si sia andato
spegnendo, non saprei dire. C'è a questo punto nella mia memoria, come
in altri punti, uno squarcio. Pare che quel piccolo mondo ecclesiastico
sia sparito dalla mia vita come una meteora. Mi ricordo peraltro che il
mio ufficio di collettore si veniva facendo di mese in mese più duro,
poichè era sempre più difficile strappare ai sottoscrittori poveri il
soldo promesso; e che un giorno tornai a casa quasi piangente perchè
la pollivendola, dandomi il soldo di mal garbo, dopo aver frugato in
tasca mezz'ora, mi domandò con un'occhiata severa: — Ma.... questi
soldi vanno poi tutti per davvero dove dovrebbero andare? — Rinunciai
all'ufficio quel giorno.
Proprio, non fui più fortunato io con la China di quello che doveva
essere quarant'anni dopo il Governo del mio paese.
Davanti al tribunale.
Al riaprirsi delle scuole municipali, in autunno, dovetti riprendere
la Terza Grammatica, sotto il tiranno; ma, riprendendola con un anno
di più, e dopo molti mesi di riposo, mi riuscì assai meno oppressiva
dell'anno avanti. M'ispirava sempre un gran terrore Ezzelino, ciò
non ostante. E a questo, sventuratamente, io offersi una memoranda
occasione d'esser terribile.
L'occasione fu, non dico il mio primo amore, ma il mio primo
amoreggiamento, poichè non credo che si possa amare a undici anni.
Uno dei miei nuovi condiscepoli, e stretto amico, che ora è un alto
impiegato delle Poste, s'innamorò a modo suo, che poi fu il mio, d'una
signorina della sua età, figliuola d'un avvocato, la quale andava e
tornava ogni giorno da non so che scuola privata con una sua piccola
amica, figliuola d'un notaro, passando per le strade che pigliavamo
noi per tornare a casa. Io m'innamorai dell'amica. Il doppio incendio
nacque dall'uniformità dei due orari scolastici. Andavamo tutti i
giorni ad aspettar la coppia gentile a una cantonata, all'uscir dalla
scuola: ardimentosi come due don Giovanni prima di vederle, intimiditi
a un tratto quando apparivano in fondo alla strada, tremanti come due
cani immollati quand'erano a due passi. E tutta la foga della nostra
passione non andava più in là di qualche esclamazione petrarchesca che
spiccicavamo a stento dalle labbra, arrossendo fino alle orecchie,
quando esse ci passavano davanti col capo e cogli occhi chini,
sorridenti al ciottolato. Dopo di che ce la davamo a gambe tutti e
due, l'uno incalzato dal terrore del bastone avvocatesco, l'altro dalla
paura dello stivale notarile, per commentar poi insieme l'avvenimento
con chiacchiere interminabili, come una prodezza di cavalieri antichi.
Questo giochetto innocente durò un paio di mesi, senza variazioni
notevoli, e senza tristi conseguenze.
Una mattina, a scuola, mentre un nostro compagno traduceva a voce
alta un distico delle _Georgiche_, entrò il bidello con una lettera
per il professore. Questi l'aperse, la lesse in silenzio, aggrottando
le sopracciglia, e poi diede un lungo sguardo a me e un altro al mio
amico, che sedeva in un banco del lato opposto. Quei due sguardi furono
per noi come due lampi rivelatori della verità tremenda. Ci guardammo:
l'uno lesse in viso all'altro il proprio pensiero: ci sentimmo perduti.
Vedo ancora la faccia pallida e spaventata del mio complice, che doveva
essere il riflesso della mia.
Il professore non interruppe la lezione; ma fu più feroce che se ci
avesse fulminati subito in presenza di tutta la scolaresca. Essendosi
accorto che avevamo capito, ci tormentò spietatamente per un'ora con
ogni specie d'allusioni avvelenate, tirate fuori a forza dalla poesia
virgiliana; l'ultima delle quali: — _Ci son altri che amano!_ — a
proposito della frase: — Le viti amano il sole —, smozzicata fra i
denti e accompagnata da due sguardi fulminei, fu così manifesta, che
molti compagni si voltarono a guardarci, raddoppiando in quel modo il
nostro terrore.
Venne finalmente il momento fatale. — Il tale e il tale si fermino —
disse il professore, quando entrò il bidello a dare il _finis_.
Sgombrata la scuola, ci avvicinammo alla cattedra col passo di due
condannati alla corda.
Il professore ci lesse la lettera adagio adagio, piantandoci ogni
parola nel cuore. Non era firmata. Era una denuncia anonima dei nostri
amori; la quale conteneva una calunnia, perchè parlava di “regali fatti
e ricevuti„, quando noi potevamo giurare sulla nostra borsa disabitata
che il nostro amore non ci costava un soldo, e terminava esortando il
professore a intimarci di smetterla se non volevamo “pagare amaramente
il fio„ della nostra audacia.
Pensammo subito che l'avesse scritta uno dei due padri; il che non era
verosimile per la ragione che v'erano accusate le ragazze d'averci
fatto dei regali. Solo molto tempo dopo sospettammo d'un alunno di
filosofia, nostro amico e canzonatore abituale. Ma la cosa rimase
sempre un mistero.
Il fatto è che quella minaccia oscura: “pagare amaramente il fio,„ che
lasciava spaziare l'immaginazione fra una pedata e un colpo di pistola,
ci fece allibire.
Ma fu ben più tragica l'ammonizione del tiranno. Se avessimo rapite
e portate in Svizzera quelle due signorine innocenti, non ci avrebbe
potuto dire di peggio. Ci trattò come due marci libertini, spavento
delle famiglie e disonore della città; ci parlò di tribunali; ci
parlò pure, com'era suo solito, della giustizia eterna, citando il
Canto quinto dell'_Inferno_, con la bufera che mena nella sua rapina
i peccator carnali; ce ne disse tante, insomma, e con un tal cipiglio
e un tale accento, che finimmo con scoppiare in pianto tutti e due;
anche il mio amico, che si vantava d'essere un uomo forte, e aveva per
intercalare, mi ricordo, due versi di Dante pigiati in uno:
Sta come torre e lascia dir le genti.
Così morì ammazzato il nostro amore. Ma non con la correzione dei
peccatori, appunto perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti
altri, ci volle fare un delitto d'una fanciullaggine in cui non era
nulla d'ignobile. S'egli ci avesse dato anche una brava polpetta,
ma contentandosi di dimostrarci la grave sconvenienza d'andar a
posteggiare ai canti due ragazzine oneste e sole, come due birichine
vagabonde, noi ci saremmo certamente persuasi e pentiti. Trattati
invece in quella maniera, passata che fu la prima paura, ci invanimmo
quasi d'aver avuto la temerità di calpestare a quel modo tutte le
leggi umane e divine, e poi, quando ad animo quieto valutammo giusto il
piccolo fallo e la riprensione enorme, questa ci parve una buffonata, e
il riprensore un inetto e uno sciocco.
Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo un'altra strada per
tornare a casa, e per consolarci dell'amore andato a picco, ci demmo
con furore alla palla di gomma elastica.
Sulla mala via.
Fu in quel giro di tempo che, stando una sera nel giardino, ebbi un
quarto d'ora terribile, del quale ho risentito gli effetti funesti per
tutta la vita. Quasi all'improvviso mi girarono attorno gli alberi e
i muri, la terra mi vacillò sotto i piedi, mi si velarono gli occhi,
mi si oscurò la mente, e preso da un senso di stanchezza infinita, non
potendo più reggermi ritto, mi distesi per terra ed aspettai la morte.
Poi, rialzatomi con un grande sforzo, barcollando come un ferito, mi
trascinai a casa, dove mi buttai sul letto e confessai la verità a mia
madre; che, spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi fece fiutare
dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto ragazzo! Anche tu! E così
presto!... Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del cielo!
E io ci ricaddi, pur troppo.