I primi anni.

La traccia più remota ch'io trovi in me della mia coscienza è quella

d'un giorno che stavo giocando sopra un mucchio di sabbia con un mio

fratellino, maggiore di me di due anni, il quale morì quand'io n'avevo

quattro, non lasciandomi neppure una vaga reminiscenza del suo viso.

In che maniera mi sia rimasta l'immagine di lui in quel punto, e non

l'ombra d'un ricordo di quanto avvenne in casa mia alla sua morte, che

avrebbe dovuto lasciarmi un'impressione profonda, è uno di quei tanti

misteri della memoria, che tenta invano il nostro pensiero. E non è

meno misteriosa per me la certezza assoluta che ebbi sempre, che quella

larva con cui giocavo quel giorno era mio fratello, quantunque non

abbia nessuna ragione d'esserne certo. A me pare che la mia esistenza

sia incominciata in quel momento. Ma dopo di questo ricomincian le

tenebre, e non ritrovo più il lume d'una ricordanza che molto tempo di

poi: quello d'avere una volta, scendendo la scala di casa, contato i

miei anni, che eran cinque, sulla punta delle dita, e d'aver pensato

che mi sarei potuto chiamar grande quando per contar la mia età

mi fossi dovuto servire anche dell'altra mano. D'allora in poi gli

avvenimenti di cui mi rammento, benchè separati ancora da molti spazi

oscuri, come i fuochi notturni dei pastori sui monti, sono chiari nella

mia memoria come quelli dei periodi più recenti della mia vita.

*

Mio padre, genovese, era banchiere regio dei sali e tabacchi in una

piccola città del Piemonte, che è per il sito e per i dintorni una

delle più belle d'Italia: posta sull'ultimo lembo d'un altipiano,

che si protende a punta e sovrasta al confluente d'un fiume e d'un

torrente, i quali la cingono come d'un abbraccio; e di là dalle rive

si stende, ascendendo ad anfiteatro, una campagna floridissima, tutta

macchie e vigneti, coronata dalle Alpi imminenti. Tutti i ricordi

dell'infanzia mi si disegnano alla mente sul verde vivo di quella

campagna, sull'azzurro chiaro di quelle acque, sulla neve luminosa di

quelle alte montagne. Abitavamo in una casa spaziosa, che guardava

da una parte sul fiume, e aveva a terreno l'ufficio e i magazzini,

e davanti un giardino, un orto, due grandi pergolati, e un vasto

cortile; il quale si riempiva due volte la settimana dei carri dei

rivenditori, discesi a far le provviste fin dai villaggi più lontani

del circondario; e quei giorni era un moto, un traffico, un rumorìo

di mercato, nel quale io mi tuffavo con gran piacere, correndo qua

e là fra le bestie e la gente e su per i sacchi e le casse, curioso

e eccitato, e un poco anche inorgoglito dal pensiero che tutto

quell'affaccendamento mettesse capo a mio padre, che mi pareva un

personaggio più potente d'un ministro. Ma le impressioni più belle

e più forti di quei primi anni furono quelle che ebbi dalla natura:

tanto belle che, ripensando a quel tempo, mi pare che non ci siano

più stati al mondo splendori di sole così sfolgoranti, lumi di luna

così limpidi, primavere così fresche e così odorose; tanto forti che

anche ora il piacere che mi dànno l'aurora, il tramonto, la pioggia, la

neve, l'odor della terra e il profumo delle rose e delle viole, deriva

in gran parte dal ricordo delle sensazioni che tutte quelle cose mi

destavano allora. Per il luogo e per le circostanze in cui trascorsi la

mia infanzia, non avrei potuto esser più fortunato. Mi è sempre stato

un conforto dolcissimo il pensiero d'esser cresciuto in cospetto di

quella vasta bellezza alpina, in quella casa grande e sonora, inondata

di luce e scossa dai venti, tra il verde di quel giardino che mi pareva

immenso, in mezzo a quel trambusto di arrivi e di partenze, di lavoro

e di grida, che metteva in moto ogni momento la mia immaginazione e le

mie gambe, e mi faceva vivere una vita intensa e varia, tra cittadina

e campestre, un po' da figliuol di signore e un po' da ragazzo

d'officina, libera e vigorosa come l'aria purissima che respiravo.

*

Un ricordo vivo di quegli anni, che mi fa ancora sorridere, è la

condizione singolare in cui mi trovavo davanti a mia madre e a mio

padre in riguardo del linguaggio. Portato via, che non avevo ancor

due anni, da Oneglia, dov'ero nato e cominciavo a balbettare il

genovese, e trapiantato in una città dove si parlava un dialetto

diversissimo, avevo scordato quello affatto, e imparato questo dalle

persone di servizio e dai miei nuovi concittadini coetanei avanti che

i miei parenti ci si cominciassero a raccapezzare; perchè ai bambini

il linguaggio che intendono dai compagni di gioco e dagli inferiori

ossequiosi si attacca più prontamente di quello che sentono in casa.

Ne seguì che per un bel pezzo mia madre ed io ci capimmo poco o punto;

ed eran scene comiche, che facevan ridere tutti i presenti, quando

essa mi dava una lavatina di testa in genovese ed io mi giustificavo e

protestavo in piemontese, e la disputa andava per le lunghe, essendo

grammatica tedesca per ciascuna parte le argomentazioni dell'altra;

tanto che molte volte, per finirla, bisognava chiamare per interprete

uno dei miei fratelli. E così a tavola due volte il giorno, essendo io

il solo che parlasse il nuovo dialetto e non capisse l'altro, feci per

molto tempo la figura d'un forestiero intruso, d'un trovatello raccolto

nella città nuova, impacciato a chieder molte cose e costretto spesso

al silenzio, come quei viaggiatori che si trovano solitari a una tavola

rotonda d'albergo in mezzo a commensali di un'altra nazione. Non fu che

anni dopo che cominciai a parlare in casa il mio dialetto d'origine,

che ora posseggo quanto l'altro; ma la pianta aveva già preso il colore

del concio piemontese, e però son sempre rimasto il più piemontese

della famiglia; benchè, passata la prima gioventù, mi sia nato e andato

crescendo sempre con gli anni, per la virtù crescente delle memorie

familiari, un affetto dolce e profondo per la mia regione nativa.

*

Fra le memorie della mia infanzia tiene un posto di principessa,

accanto a mia madre regina, una vecchia serva, uno dei cuori più

buoni e più dolci ch'io abbia conosciuto al mondo; della quale ho

davanti agli occhi, lucidissimo, il piccolo viso sorridente, vero

specchio dell'anima, e sento ancora la voce amorosa e tremola, di

cui si diceva in casa che pareva la voce d'un'anima del purgatorio.

Si chiamava Maddalena. Era come una seconda madre per me: nascondeva

le mie piccole malefatte, si rallegrava come una bambina d'ogni mia

gioia, s'affannava d'ogni mia sbucciatura come d'una grande disgrazia,

e mi dava dei santi consigli dalla mattina alla sera; ed io le volevo

bene come un figliuolo, le stavo appiccicato alle sottane ore intere,

a farmi raccontar cento volte le stesse storielle, che mi parevan

portenti di fantasia, e volevo addormentarmi tutte le sere al suono del

suo canto lamentevole, che somigliava alle nenie degli Arabi. Posso

dire che le ho serbato gratitudine per tutta la vita, e giurare che,

se c'è un mondo di là, dove dobbiamo rivedere le persone care, sarà

lei una delle prime che cercherò nello sciame bianco, e di quelle a

cui volerò incontro con un remeggio d'ali più vigoroso. Strani giochi

della memoria! Perchè essa mi condusse una sera con altri ragazzi a

fare i rotoloni giù per una china, verso il fiume, dov'erano moltissime

lucciole, la sua immagine mi si presenta quasi sempre coronata di

lucciole, come la Madonna di stelle; e perchè fu lei che m'insegnò

a intrecciar coroncine coi fiori rossi e azzurri che fanno tra il

grano, oggi ancora mi balena davanti il suo viso ogni volta che vedo

accoppiati, o in natura o in pittura, quei due colori. E m'è rimasta

impressa così addentro nel cuore quella buona donna, che anche al

presente, quando sogno qualche mio grande dolore, vedo qualche volta

lei, con la rocca infilata nella cintura del grembiale, che mi guarda

con viso ansioso, come faceva nel rialzarmi da una caduta, e sento la

sua voce dolce che mi dice parole confuse di compassione e di conforto.

Ah! se la rivedessi viva, quando mi risveglio da quei sogni, come darei

ancora il capo bianco alle sue braccia, con che dolcezza piangerei

ancora sulle ginocchia della mia vecchia Maddalena!

*

Non per altro che per ignoranza, con l'intento di ricrearmi, fu lei che

fece di me per un certo tempo una delle vittime più compassionevoli,

che siano state mai, del terrore dei fantasmi; e questo con un solo

racconto, che essa disse sbadatamente, filando — me ne ricordo bene —

e dando ogni tanto un'occhiata alla pentola, dove bolliva la minestra

per la cena. Era la storia della Morte, che, beffata da un ragazzo,

gli annunzia che verrà a pigliarlo nel letto la notte; e il ragazzo, la

notte, sente prima il passo di lei per la strada, poi all'uscio della

camera, poi dentro; e infine la Morte se lo porta via. Questa storia

mi diede una vera malattia di paura. D'immaginazione viva com'ero, io

sentivo veramente, da letto, il passo della Morte, e rabbrividivo,

sudavo freddo, tremavo da battere i denti; saltai più d'una volta

giù dal letto e corsi nella camera di mia madre, gridando aiuto. E da

quello mi nacquero cento altri terrori. Per molti giorni mi atterrì

la solitudine anche di giorno; tremai alla vista improvvisa d'un

lenzuolo steso, che mi pareva il mantello dello spettro; ebbi paura

d'un vecchio allampanato, che da una finestra d'un ospizio di cronici,

che prospettava la mia casa, mi guardava lungamente, quando giocavo

nel cortile; e credo che mi sarei ammalato davvero, se non fossi stato

di fibra molto robusta. È ancora così forte in me il ricordo di quei

tormenti che quando in una casa o in un giardino pubblico vedo una

governante nell'atto di raccontare una favola a dei bambini, provo un

senso d'inquietudine, e son tentato d'avvicinarmele, per assicurarmi

che non racconti loro nulla di terribile, e per pregarla di smettere,

quando ciò fosse. Povera Maddalena! Essa rimase più spaventata di

me degli effetti della sua imprudenza, e fece punto fermo coi suoi

racconti, inesorabilmente; ciò che le alleggerì di molto le fatiche del

servizio, perchè la mia curiosità insaziabile metteva alla tortura il

suo povero cervello, che non era quello del Dumas padre, sebbene io le

concedessi un uso larghissimo della ripetizione. — Mai più! mai più! —

rispondeva alle mie preghiere. — Che nostro Signore mi perdoni, povera

testa _voida_ che sono stata!

*

I miei primi compagni furono i figliuoli d'uno dei nostri facchini,

il quale abitava in una casetta accanto al portone del cortile, e

faceva anche da portinaio. Erano una tribù di ciabattoni, che facevano

scala, come le canne degli organi, da un anno ai dodici, e ogni anno ne

saltava fuori dalla casetta uno nuovo. Per me, figliuolo del padrone,

avevano un certo ossequio di servitorelli, e mi ricordo che inclinavo

ad abusarne. Ma su questo punto mio padre e mia madre erano severi,

non me ne lasciavano passar una, ed è una delle cose di cui son loro

più grato. Non si lasciavano sfuggire un'occasione di rintuzzare in me

l'orgoglio signorile, d'inculcarmi il sentimento dell'uguaglianza e il

rispetto della povertà. In ogni litigio che nascesse fra me e i piccoli

mangiatori di polenta, se io non avevo proprio della ragione da buttar

via, mi davano torto. E quando commettevo qualche grossa prepotenza,

mia madre aveva un modo particolare di farmi ravvedere e chieder scusa:

coglieva quel momento per fare alla famiglia uno dei regali soliti

di biancheria o d'abiti smessi, che per quella povera gente era tanta

manna, e voleva che portassi io stesso la roba, non accompagnato. Con

la soddisfazione del compiere l'atto benefico m'entrava nel cuore

il pentimento del sopruso, e con questo la vergogna; la quale alle

volte mi teneva un pezzo titubante e mi faceva fare molti zig zag nel

cortile, prima di presentarmi; e provavo poi un grande piacere quando,

nel porger l'involto alla mamma, vedevo il piccolo offeso sorridermi,

facendo capolino di dietro all'uscio, dove s'era rimpiattato al mio

apparire. Il mio prediletto era Franceschino, un trippettino biondo,

d'un par d'anni più di me, gran cacciatore di lumache al cospetto

di Dio; che n'avrebbe scovate fin nelle crepe dei muri, e le faceva

arrostire a modo suo, per semplice formalità, con un fiammifero. Un

giorno, nel cortile, fui colpito nella fronte da un sasso ch'egli aveva

lanciato in aria alla cieca: m'uscì il sangue, strillai, accorse mia

madre, e un momento dopo la portinaia, che s'avventò sul ragazzo come

una furia per pestargli le ossa. Questi, scappando in giro come una

rondine, atterrito, passò accanto a noi, mia madre l'arrestò, e mentre

m'aspettavo che facesse lei le mie vendette, gli mise le mani sul capo

e se lo strinse al petto, per difenderlo, dicendo alla donna: — Non

l'ha fatto apposta, non lo picchi, è perdonato. — Quell'atto mi cacciò

dall'animo come per incanto ogni risentimento, e quasi non sentii più

il dolore. Questo si chiama educare.

*

Fra le mie memorie di quel tempo v'è un angelo dipinto a fresco sulla

vôlta d'una cappella del duomo, dove andavo la domenica a sentir la

messa con la famiglia: un'alta figura alata, ravvolta in un camicione

bianco, di viso soavissimo, che pareva mi guardasse coi suoi grandi

occhi azzurri. Fu quella figura che mi destò il primo sentimento

religioso, facendomi pensare quanto fosse dolce il vivere dopo la

morte in mezzo a migliaia di creature così belle, buone e bianche,

seduto sopra le nuvole, dentro una gran luce rosata, in un'aria odorosa

d'incenso, al suono dell'organo. Ricordo che pensavo a quell'angiolo

ogni sera, mentre dicevo il _Paternoster_ e l'_Avemaria_, prima di

andare a letto, e che davo con l'immaginazione la sua forma all'angelo

custode che credetti fermamente, per un pezzo, mi venisse accanto dalla

mattina alla sera, invisibile. Tanto ci credevo che sovente, nei miei

giochi, m'interrompevo, per domandarmi dov'egli stesse in quel momento,

se davanti a me o alle spalle o dai lati, se vicinissimo o un po'

discosto, se con l'ali aperte o ripiegate, e anche mi guardavo attorno,

qualche volta, con la vaga idea, se non di veder lui in persona, almeno

qualche indizio della sua presenza, alcun che di bianco, una forma

vaporosa, un bagliore fuggente. Avevo la fede, se così può chiamarsi

quello che allora sentivo; ma non rammento d'aver mai avuto paura

dell'inferno, al quale quasi neppur pensavo, come a una cosa che non

riguardasse i ragazzi. La religione era per me come la visione confusa

d'una grande bellezza e un sentimento indeterminato di tenerezza e di

bontà per tutti e per tutto, fin per i più piccoli insetti, che nei

giorni di zelo più vivo badavo a scansare coi piedi. Dal che seguì

che quando ebbi in chiesa le prime lezioni di catechismo dal parroco,

che non ci metteva nè miele nè fiori, mi parve che m'avessero mutata

la materia, e, senza rendermene chiara ragione, rimasi male, come uno

che, aprendo un libro con l'idea di leggere un poema, si ritrovi sotto

gli occhi un trattato scolastico. M'urtò in special modo, senza però

turbarmi, quel nodoso dito sacerdotale sempre eretto e agitato in atto

di minacciare le pene eterne. Quando facevo a mia madre qualche domanda

relativa alla religione, non la interrogavo mai che sul paradiso, che

era per me l'oggetto d'una curiosità vivissima, e intorno al quale

pensavo che i grandi avessero delle cognizioni molto più precise che

i bambini. E quando udivo dire d'una persona morta: — È andata in

paradiso, — credevo che si dicesse per aver visto veramente qualche

cosa di quella persona, come un'ombra o una fiamma, volare in alto e

perdersi nell'azzurro. Quel pensiero del paradiso fu così forte allora

nella mia mente, che mi attrassero poi sempre, anche nell'età matura, e

mi dilettarono vivamente l'immaginazione tutte quelle scene di teatro,

anche rappresentate alla peggio, nelle quali per uno squarcio delle

nuvole, a traverso a un velo bianco trasparente, si vedono in un fondo

luminoso delle vaghe figure celesti, sedute in vari ordini di seggi,

come nell'ultima visione di Dante. Anche a vedere il paradiso in una

baracca di burattini ci ho altrettanto piacere che il più piccolo degli

spettatori.

*

L'angelo custode non mi guardò dal crup, al quale scampai per miracolo,

dopo che il medico m'aveva dato per perso. Non ho memoria alcuna

dei patimenti provati, che furono atroci, come seppi poi da mia

madre, poichè, già soffocato a mezzo, durai per ore a rantolare e ad

annaspar con le mani, come un naufrago, rimovendo da me chiunque mi

s'accostasse, come se mi rubassero l'aria, e supplicando coi cenni

che si spalancasse la finestra. Ricordo soltanto che stavo spesso con

l'orecchio teso per sentire se cantasse il corvo di fuori, perchè

m'aveva detto Franceschino che il giorno prima della morte di mio

fratello s'era sentito cantare un corvo sul tetto della casa. Ricordo

d'aver visto per un momento ritta accanto al mio letto la forma nera

del parroco. E un'altra cosa m'è rimasta in mente, che ancora mi fa

fremere. Uscendo una mattina il medico dalla mia camera, mio padre

e mia madre l'accompagnarono nella stanza accanto; donde mi venne

all'orecchio un suono di voci sommesse, e poi un'esclamazione terribile

di mio padre: — _Anche questo!_ —; terribile al mio cuore in appresso,

quando seppi che significava: — Anche questo figliuolo mi è tolto, —

poichè il medico gli aveva levata in quel punto ogni speranza; ma non

già allora, perchè non compresi. E così non compresi perchè mio padre,

poco dopo, si sedesse a un piccolo tavolino accosto al letto, e menasse

la matita sopra un foglio di carta, guardandomi spesso attentamente.

Mi fu detto poi che, compiendo uno sforzo eroico, egli m'aveva fatto

il ritratto a matita, per avere almeno quella memoria del mio viso,

non ci essendo ancora in città, a quel tempo, nessun fotografo. Povero

padre mio! Conservo ancora quel ritratto che mi fu lasciato da mia

madre, e mi prende una pietà infinita, quando lo guardo, a pensare

con quale strazio nell'animo furono fatti da lui tutti quei tratti

minutissimi, che paiono l'opera d'un artista tranquillo, e specialmente

quell'arruffio di riccioli bruni, sui quali egli era già preparato a

darmi l'ultimo bacio. La crisi che mi salvò, la gioia dei miei parenti,

la convalescenza, tutto è svanito dalla mia mente. Non mi rammento che

la prima volta che fui riportato nel giardino, con un cuffietto in capo

e un fazzoletto al collo, accompagnato a festa da tutti i miei, seguiti

dalla povera Maddalena che piangeva dalla consolazione; rammento che

era una mattina di primavera, e che provai un piacere delizioso, come

se m'apparisse per la prima volta ogni cosa, al riveder la luce del

sole, gli alberi fioriti, e il gatto, che si arrestò a guardarmi,

stupito.

*

Fra quella e la prima impressione della scuola ne ricordo un'altra,

che ebbi dalla prima cognizione d'un grande dolore umano, e che vorrei

poter cancellare dalla mia memoria, in cui è incisa come una ferita

nella carne. C'era accanto alla nostra casa l'ospedale militare, e

davanti a questo una casetta, dove abitava l'amministratore, tenente

di fanteria, con sua moglie: una coppia simpatica alla città intera,

che parevano fratello e sorella, e che io vedevo spesso dalla finestra

passare sul viale dei bastioni, con due bambini bellissimi, fra i

quattro e i sei anni, che tutti ammiravano. Una mattina, tornando

con Maddalena da una passeggiata, vedemmo molta gente che s'affollava

davanti all'ospedale, trattenuta a stento dai bersaglieri di guardia,

tutti col viso alzato verso le finestre della piccola casa, dalle

quali, tra varie voci concitate e confuse, usciva un singhiozzo di

donna violento, strozzato, disperato, più somigliante all'urlo che

al pianto, e che a molti della folla strappava le lacrime. Maddalena

interrogò qualcuno. La risposta gelò il sangue a me pure, benchè

bambino. Era accaduto questo: che il farmacista dell'ospedale, dovendo

mandare della santonina per i due bimbi malati, aveva mandato invece

della stricnina, e le due povere creature, prese le polveri a un tempo,

erano morte quasi nello stesso punto fra le braccia del padre e della

madre. La buona Maddalena si cacciò le mani nei capelli e si diede a

esclamare senza fine, piangendo dirotto: — Ah povera gente! Ah povera

gente! Ah povera gente! — Poi, quando fummo sull'uscio di casa, che era

l'ora di desinare, mi raccomandò in fretta di non dir nulla alla mamma,

chè se no, avrebbe digiunato. Ma appena entrata, al veder mia madre

seduta, che piangeva, con la fronte nelle mani, comprendendo che già

sapeva, proruppe in un'esclamazione d'angoscia quasi collerica, che mi

scosse il cuore, benchè io non capissi ancora che era un'eco del grido

eterno dell'umanità flagellata: — Signore Iddio misericordioso, come

possono accadere di queste cose!

La prima scuola.

Prima dei sei anni fui mandato a imparar l'alfabeto da un maestro

che teneva scuola in un ospizio di ragazzi poveri, nella quale erano

ammessi a pago anche alunni esterni di famiglie agiate. V'andai

volentieri; m'hanno sempre attratto fortemente tutte le cose nuove:

se la natura m'avesse dato la virtù del persistere pari all'ardore

dell'incominciare, sarei forse diventato un pezzo grosso. Il maestro

era un uomo sui cinquanta, zoppo, senza barba, imparruccato, una figura

di vecchio barbiere; ma di umor vivace, tanto che covava in quel tempo

l'idea d'un matrimonio, che compì poi, con una ragazza ventenne; la

quale era cagione di certe sue giornate radiose, in cui stava ritto

sulla gamba sana con una certa grazia di cicogna, come in atto di farsi

beffa dell'altra. Non aveva cultura; ma mente aperta e lucida, sapeva

insegnare, che è una virtù assai rara fra gl'insegnanti, e render la

scuola piacevole. Per insegnar la nomenclatura aveva fatto egli stesso

un gran numero di cartelloni, nei quali erano disegnati e dipinti con

colori chiassosi, e con cert'arte ingenua, e precisa, efficacissima

sui ragazzi, campi e piazze, interni di case e d'officine, con scene

relative a tutti i mestieri, animate da molte figure d'uomini e

d'animali; e quei cartelloni, che mi parvero capolavori, e che ricordo

con una chiarezza maravigliosa, mi fecero un'impressione così viva

e piacevole, che in tutta la vita non ebbi mai più dalla pittura

(Raffaello, perdonami) un diletto più delizioso.

*

Nella scuola, lunga e nuda come un camerone di caserma, v'erano due

file di rozzi tavoloni congiunti: una fila per gli alunni esterni,

l'altra per quelli dell'ospizio, i quali eran tutti vestiti di panno

grigio. La distinzione non era soltanto nel posto e nel vestire; ma

anche nel trattamento che usava il maestro, il quale faceva ancora una

seconda distinzione fra gli esterni di famiglia cospicua e quelli della

piccola borghesia. Egli aveva la voce dolce per i signori, agrodolce

per i borghesucci, agra per i poveri: questi castigava a ceffoni,

scrollava gli altri per le braccia, non toccava i primi. Io appartenevo

all'ordine degli scrollati. C'era tra i primi (come lo rivedo!) il

figliuolo d'un banchiere, guardato con rispetto profondo da tutti;

intorno al quale correva la leggenda favolosa che giocasse alla guerra

in casa sua, facendo delle fortezze con gli scudi, e rappresentando

assediati e assedianti con lire d'argento, fra cui gli ufficiali eran

marenghi e i generali doppie di Genova, e i proiettili fiammiferi

accesi, dei più fini. C'era il figliuolo d'una bella signora, che

compariva alla scuola a quando a quando, vestita con gran lusso; sulla

quale i ragazzi più grandi dell'ospizio facevano a bassa voce dei

commenti, ch'io non capii che anni dopo, quando seppi che essa non

era in regola con lo stato civile; il che mi spiegò pure perchè quel

povero ragazzo piangesse qualche volta di certi scherzi, di cui mi

pareva allora che avrebbe dovuto ridere. C'era anche il figliuolo d'un

giudice di tribunale, che ci minacciava spesso di farci agguantare

dai carabinieri, e mi ricordo d'un fatterello che lo riguarda: che

un giorno, avendolo ingiurato un ragazzo dell'ospizio, il maestro,

infuriato, afferrò il colpevole per un orecchio, e scotendogli il

capo violentemente, gli urlò sul viso: — Ma non sai, ma non sai,

di-sgra-zia-to, che quello è il figliuolo d'un giudice? — Che cose! Che

tempi! Il vecchietto zoppo, adesso, farebbe ancora la tirata d'orecchi,

forse anche più forte; ma non direbbe più la frase.

*

Non ricordo in quanto tempo io abbia imparato a leggere. Credo non

meno presto di quello che si faccia ora dopo cinquant'anni di progressi

didattici. Ma ho ben presente alla memoria che una mattina di domenica,

in casa, avendomi un mio fratello messo sotto gli occhi un libro

di lettura per vedere a che punto fossi, rimase maravigliato che io

leggessi già quasi corrente, e ne diede la notizia a mio padre e a

mia madre, i quali se ne rallegrarono come di cosa inaspettata. Mi

rallegrai anch'io di quel riconoscimento ufficiale della mia uscita

dalla classe illetterata; ma per una mia ragione particolare, da cui

mi derivò un disinganno spiacevole. Io m'ero immaginato che bastasse

saper leggere le parole per divertirsi alla lettura di qualunque libro,

come vedevo che facevano i grandi. Con questa illusione, quel giorno

medesimo, tirai giù un volume a caso dalla libreria di mio padre, e mi

misi a leggere. Era il libro _Della tirannide_ di Vittorio Alfieri.

Lessi una mezza pagina, la rilessi, e restai lì stupito e scontento:

non ci capivo un'acca, come se fosse stato ebraico. E non me ne potevo

capacitare. — O come va questo? — mi domandai. — È scritto in italiano,

so leggere, e non intendo nulla! — Pensai d'esser cascato sopra un

libro difficile: ne presi un altro. Era il _Primato_ del Gioberti.

Rifeci la prova. Peggio che peggio. Cominciai a capire allora che mi

rimaneva molt'altra strada da fare prima di entrar nel regno della

letteratura, e, scoraggiato, lasciai i libri e corsi a giocare, non

confessando ad alcuno la mia delusione, di cui sentivo vagamente il

ridicolo. Ma pochi giorni dopo ebbi un conforto. Il facchino portinaio,

salito in casa per pigliare un mobile, vedendo un libro sopra un

tavolino, ne compitò il titolo, a voce alta, per farmi sentire che

sapeva leggere; ma lesse: — _Opere schelte._ — Io lo corressi, si

persuase, e mi ringraziò. Fu per me una viva soddisfazione d'amor

proprio che mi fece rialzare la fronte e ritornare fiducioso agli

“studi„.

*

Furono interrotti i miei studi da un grande viaggio, del quale serbo il

ricordo come d'un sogno stupendo: un viaggio che feci con mia madre a

Valenza, dove una sorella m'aveva innalzato alla dignità prematura di

zio: una visione confusa di paesi ignoti, inquadrati in finestrini di

vagoni e di diligenze; nella quale sono grandi lacune nere di spazio

e di tempo, che mi paiono corrispondere a lunghi sopori misteriosi;

e fra l'una e l'altra, in una luce vivissima, particolari di nessun

conto, come un gatto visto sopra un tetto o un cencio rosso appeso a

una finestra, e dei via vai d'ombre umane senza viso, e suoni vaghi

di campane sconosciute, il cui ricordo mi ridesta il sentimento

provato allora, d'una lontananza immensa della mia casa e della mia

scuola. Uno dei ricordi più netti è la curiosità ardente con cui mi

guardai attorno quando scesi alla stazione d'Alessandria, con l'idea

di vedere all'orizzonte una specie di gran muraglia della China, un

ammasso enorme e intricato di bastioni e di torri merlate, che si

disegnassero nel cielo come una cresta alpina, mostrando le bocche di

mille cannoni e le baionette di un esercito di sentinelle. Credo che la

mia passione di girare il mondo sia nata dalle commozioni straordinarie

che ebbi in quel viaggio; durante il quale mi rammento che mia madre

doveva frenare di continuo le mie impazienze, ritenermi per un braccio

quando mi lanciavo allo sportello, e farmi cenno di parlare più basso

quando esprimevo i miei sentimenti con esclamazioni a voce alta, che

facevano ridere tutti i viaggiatori. E non solo per il diletto che

provai ho sempre creduto che i denari meglio impiegati dai parenti per

l'educazione dei fanciulli siano quelli spesi a farli viaggiare; ma

anche, e più, perchè ricordo bene (e me l'affermarono i miei) che quel

breve viaggio fece fare quasi un salto alla mia intelligenza; tanto

che, tornato a scuola, feci più profitto in un mese che non ne avessi

fatto prima in parecchi. E così sempre, in appresso, risentii dopo

ogni viaggio un rinvigorimento di tutte le facoltà dello spirito, mi

ritrovai in uno stato di coscienza intellettuale somigliante a quello

che ci è frequente nell'adolescenza, quando, voltandoci indietro a

considerare ciò che eravamo poco tempo avanti, ne sentiamo quasi pietà,

come dello stato d'un essere inferiore, che ci sia rimasto di sotto, a

una grande distanza.

*

Il giorno che tornai a scuola mi lasciò nell'animo un ricordo

incancellabile. Prima che entrasse il maestro, i ragazzi dell'ospizio

mi diedero la notizia che era morto il giorno avanti un loro e mio

condiscepolo, del quale ricordo il nome: Giacinto, e mi domandarono se

lo volevo vedere. Risposi di sì, spensieratamente, e condotto da uno di

essi, m'andai a affacciare all'uscio d'una cameretta a terreno, dov'era

disteso in letto il cadavere, col capo scoperto. Quel viso immobile e

bianco, con gli occhi vitrei spalancati in un'espressione di stupore

sovrumano, mi fece un senso così profondo di terrore e di ribrezzo,

che per quanto durò la scuola non intesi nulla, e arrivato a casa,

mandai giù a stento due bocconi per non farmi scorgere, e non dissi

una parola; assorto sempre nell'immagine di quel viso, che mi stava

davanti, solenne, misterioso, terribile, come il viso d'uno spettro che

sorgesse da terra dovunque io volgessi lo sguardo. Non sfuggì il mio

stato d'animo agli occhi di mia madre, che m'interrogò, e mi indusse,

insistendo, a dirle il vero. Mi fece rimprovero della curiosità

che m'aveva spinto a vedere; ma subito sviò da questo il discorso,

impietosendosi per quel povero ragazzo morto in un ospizio di poveri,

senza padre nè madre, che forse non aveva mai conosciuti, senz'alcuna

assistenza amorosa, non pianto da alcuno, e che sarebbe stato sepolto

senza un fiore sul feretro, e non ricordato da anima viva. Quelle

parole mi destarono in cuore un senso di compassione e di tenerezza,

che non ne scacciò al tutto, ma vi scemò assai, e quasi coperse d'un

velo il terrore, volgendo a un altro corso i miei pensieri; a traverso

ai quali quel viso bianco mi apparve sotto un nuovo aspetto, più

doloroso che spaurevole, come ingentilito dall'aureola ideale della

sventura. Ma per tutto quel giorno scansai sempre di trovarmi solo

dove si fosse, e la sera volli che mia madre mi stesse al capezzale fin

che fossi addormentato, a ripetermi le parole d'amore e di pietà, che

velavano di bianco ai miei occhi il fantasma della morte.

*

Stetti quasi due anni a quella scuola, che non mi riuscì punto

faticosa, grazie al buon senso del maestro, e anche all'uso didattico

di quel tempo, nel quale si misurava forse meglio d'adesso la

capacità cerebrale dei fanciulli. E fu sul finire del second'anno

che incominciai a leggere qualche libro, e a comprendere. La prima

commozione profonda che ebbi dalla lettura me la diede un capitolo

del _Giannetto_ dov'è raccontata una scappata di casa del piccolo

protagonista, il quale, dopo varie corse e avventure, ritrovandosi solo

in campagna al calar della notte, preso dalla paura e dal pentimento,

mentre sta per darsi alla disperazione, è ritrovato e ricondotto fra

i suoi. Tremai e piansi a quella lettura, mi ricordo, e, chiuso il

libro, m'andai a avviticchiare al collo di mia madre, giurando in cuor

mio che mai, mai al mondo mi sarei arrischiato a una così tremenda

avventura. Ma che è mai l'animo dei ragazzi, che può ricevere l'una

sull'altra, egualmente profonde, due impressioni di natura opposta, e

che potenza maravigliosa ha sulla fantasia fanciullesca ogni finzione!

La mia seconda lettura fu la _Vita d'un bandito_: un vecchio libro

ch'io scovai per caso nei fondi della biblioteca di casa, e che poi

andò perduto; con mio grande rammarico, poichè ebbi più tardi cento

volte il desiderio di rileggerlo, appunto per la forte scossa che

n'avevo avuto da bambino. Non ricordo di qual paese nè di che tempo

fosse quel soggetto da galera che correva i monti e le foreste rubando

e accoppando, e uscendo sempre vittorioso, con stratagemmi sbalorditoi,

dalle sue lotte temerarie con “l'arma benemerita.„ Ricordo solo che

mi appassionai per lui come per un eroe, che la sua vita errante e

tempestosa mi parve così bella e desiderabile da farmi vagheggiare

in segreto il disegno di darmi alla macchia non appena l'età me lo

consentisse, e che m'infervorai a tal punto in questo sogno che già

dalle finestre di casa mia cercavo con lo sguardo per la campagna quale

via avrei preso per la fuga, e su quale delle alture lontane avrei

fatto il mio primo bivacco brigantesco, e forse affrontato per la prima

volta la forza pubblica. Ah, come sarebbe rimasto male, se m'avesse

potuto veder nell'animo, il povero autore del _Giannetto_!

*

Ma proprio nel più caldo dei miei entusiasmi criminali mi seguì

un'avventura che mi fece rinunziare di punto in bianco alla nobile

carriera che vagheggiavo. Avevamo in casa un vecchio gatto rosso, al

quale volevo un gran bene, e che soleva dormire ogni sera sulle mie

ginocchia. Mi prese un giorno il ghiribizzo di condurlo a spasso come

un cagnolino, e gli legai al collo una corda, con un nodo largo e

fermo, che non gli desse noia, e non si potesse stringere. Ma, fatto

appena il nodo, egli mi scappò, e non mi riuscì di raggiungerlo; nè lo

rividi più per quel giorno. La mattina dopo, giocando nel giardino, lo

vidi per di dietro fra i rami d'un albero, come appostato, nell'atto

d'avventarsi sopra un uccello. Lo chiamai: non si mosse. Mi feci sotto

l'albero, per guardarlo nel muso. Rabbrividii. Era morto. Impigliandosi

fra i rami, la corda gli s'era avvolta e serrata intorno al collo come

un serpente, e l'aveva soffocato. Pien di spavento e di dolore, corsi

a confessare il mio delitto a mia madre, piangendo e supplicandola di

non dir nulla a mio padre, al quale il gatto era carissimo. Mia madre

mi perdonò e promise il silenzio, il gatto fu sepolto di nascosto,

nessuno tradì il segreto. Ma fu un momento terribile quando mio padre,

a tavola, uscì a dire tutt'a un tratto: — O dov'è andato il gatto

rosso, che non si vede più? — Non debbono esser sonate più terribili al

primo fratricida le parole divine: — Caino, che cos'hai fatto di tuo

fratello? — Mi sentii la coscienza d'un assassino. Non potei reggere

allo sguardo di mio padre, che pareva mi leggesse nel cuore. Finsi di

sentirmi poco bene per scappar da tavola, e m'andai a chiudere nella

mia camera, dove mi buttai sul letto, col cuore oppresso dalla paura

e dal rimorso. C'era sul tavolino da notte la _Vita d'un bandito_. Al

veder quel libro mi balenò un pensiero salutare; il dubbio di aver mai

l'animo così forte da potermi dare con fortuna alla poetica professione

che avevo scelta. Meditai alquanto su quel problema. E venni a questa

conclusione: — No. Tu che sei ridotto in questo stato per la morte d'un

gatto, che pure non morì di tua mano, no, tu non avrai mai l'animo

di ammazzare dei carabinieri. — Il pensiero era espresso in parole

più riguardose per il mio amor proprio; ma, insomma, era quello.

E rinunziai da quel momento alla vita del brigante, e ridivenni

_Giannetto_.

*

Fu una sera di quell'anno stesso che il mio buon padre, sempre

inconsapevole della corda, mi condusse la prima volta al teatro,

dove una povera compagnia drammatica rappresentava il _Tartufo_ del

Molière. Prevengo la disapprovazione degli scrupolosi: la commedia

non appannò nemmeno la mia purità infantile, perchè non ne capii il

bellissimo nulla. Una sola frase richiamò la mia attenzione. Quando

Tartufo, torcendo il collo e giungendo le mani, disse alla signora:

— _Voi avete certe armi!_ — tutto il teatro diede in una risata,

della quale non compresi il perchè, non vedendo indosso all'attrice

nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali sono queste

armi? — Egli sorrise, passandosi una mano sui baffi, e dopo una breve

esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, s'intende la bellezza,

la grazia.... i modi gentili.... — Ne capii poco più di prima. Ma

per me furono uno spettacolo incantevole la sala, il triplice ordine

dei palchi, il lampadario, i lumi della ribalta, e soprattutto il

telone dipinto, che rappresentava una rivolta di popolo contro un

feudatario del medioevo: la commedia non mi parve che un accessorio

di quelle maraviglie. E all'uscita feci rider mio padre esclamando

con entusiasmo: — Ah, quanto mi son divertito! — Buon padre mio!

Anche privando sè di molte cose, egli ci procurava ogni specie di

divertimenti, e quando mia madre gli faceva qualche osservazione sulla

spesa, le soleva rispondere: — Eh, poveri figliuoli; abbelliamo loro

la vita quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà il loro avvenire?

Avranno almeno un caro ricordo dei loro primi anni.

Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti a mio padre mi fu

sempre turbato dall'immagine di quel povero gatto, il quale mi aveva

distolto, morendo, dalla via della violenza e del sangue.

Qui, quae, quod.

Non avevo ancora otto anni quando fui messo al latino, nelle scuole

pubbliche, in _Prima Grammatica_, come si chiamava allora il primo

corso di Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere con me i padri

che hanno la smania di far correre le scuole ai figliuoli come si corre

il palio, come se la loro buona riuscita nel mondo non dipendesse da

una infinità di casi intimi ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto

ai quali il dubbio vantaggio di finire i primi studi un anno o due

avanti gli altri non conta il minimo che. Questa smania non aveva già

mio padre, che volle far soltanto un esperimento; ma l'esperimento,

benchè non subito, fallì; e non senza mio danno, perchè quel “troppo

presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre primi anni di latinità,

che pure erano allora meno difficili d'adesso.

Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai la prima volta, quella

grande scuola affollata di ragazzi, molti dei quali avevano tre o

quattro anni più di me, e mi parevano uomini, e mi destò un senso di

reverenza paurosa quella cattedra enorme, della forma d'un pulpito,

che torreggiava sopra i banchi come un castello feudale sopra le

casipole d'un villaggio. Il professore, un uomo sulla quarantina, di

viso aristocratico e grave, sempre insaccato in una gran palandrana

oscura, che pareva un prete spretato, ci faceva dire le preghiere in

coro al principio e alla fine d'ogni lezione, e benchè vigesse da sei

anni lo Statuto, fra una declinazione e l'altra, picchiava spesso e

sodo; ma egli pure, come il mio primo maestro, più volentieri sui panni

rozzi che sui panni fini. Salvo questa parzialità delle mani, era un

buon diavolo, e insegnava con buon metodo; ma non era in suo potere

di far digerire il latino a uno stomaco di sette anni e mezzo. Di

tutto quell'anno m'è rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate,

di sogni affannosi e di pianti. Il solo ricordo lieto è quello del

giorno onomastico del professore, che si soleva festeggiare allora,

in tutte le scuole inferiori, con un regalo collettivo, per il quale

la scolaresca si dava moto quindici giorni avanti. Il regalo fu fatto

quell'anno in un modo comicissimo, che mette conto d'accennare, per

dare un'idea degli usi scolareschi del tempo. Si mise trenta soldi

ciascuno, e si comprò un pan di Spagna, non so quante bottiglie di vin

di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima adunanza che si tenne

per la strada, il collettore generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò

che avanzavano della somma otto soldi. Che cosa farne? I pareri furon

diversi, si discusse: fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa

d'un piccolo droghiere, sempre carico di pensi, il quale, rammentandosi

che il professore aveva da quindici giorni la tosse, propose di

coronare il regalo con otto soldi di gomma arabica. E come fu portata

la roba! _Coram populo_, di pieno giorno, come il Santo Sacramento, da

tutta la compagnia: il pan di Spagna, scoperto, alla testa, portato

dal più alto della classe; poi uno col mazzo, tenuto su come un

flabello papale; poi altri otto o dieci, ciascuno con una bottiglia in

mano; infine, il latore della gomma, e dietro di lui una processione

rumorosa, che percorse le vie principali, in mezzo alla gente che

si soffermava a guardare e diceva a voce alta: — Sono gli scolari di

Prima Grammatica che portano la festa al professore tal dei tali. — Un

ludibrio! Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente,

e da certuni soltanto, e dai padri invece che dai figliuoli, e invece

di gomma arabica si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho ancor

da dire: la scena della presentazione fu assai più amena. Era presente

la signora. Tutto era già stato offerto, il professore aveva già fatto

il suo discorsetto, esortandoci a dimostrargli il nostro amore con lo

studio invece che col vin di Barolo, e stavamo per andarcene, quando

il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare il suo presente, si fece

innanzi, e porgendo il pacco come avrebbe porto le chiavi d'una città,

disse solennemente: — Signor professore, c'è ancora questo! — e poichè

quegli non capiva, soggiunse con tutta serietà: — Per la sua tosse,

signor professore! — Giornata felice! Dopo la quale ricordo che per

alcuni giorni suonò più mite il latino e fu sospesa la distribuzione

delle pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La settimana dopo

il _qui quae quod_ riprese tutta l'asprezza dell'antico impero,

ricominciarono a grandinare i pensi e le briscole, e anche il piccolo

droghiere dovette riconoscere che non serve la gomma arabica a mutar

l'andamento delle cose umane.

Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori · 第 6 / 52 题