XIX.

Aldo De Rossi e il contino Anselmi, salutate con gran cerimonia

le dame, si allontanarono dall’uscio, e la signora Elena li vide

traversare lo stradone per recarsi al Casino.

Il cavaliere Sestavalle salì le scale in compagnia delle signore. Come

furono sul terrazzino scoperto che metteva dal primo pianerottolo al

corridoio dell’albergo, la signora Elena disse al vecchio Alcibiade:

— Ora scenderete nella vostra camera, e prenderete il primo libro che

vi verrà tra le mani.

— Ahimè, donna Elena! — esclamò il Sestavalle. — Se non vi porto

l’orario delle strade ferrate!...

— Anche l’orario, purchè me lo portiate tra dieci minuti nel salottino

di Camilla.

— Ora che ci penso, — ripigliò l’Alcibiade, — ci ho anche una Guida di

Firenze.

— Benissimo; andate e portate la Guida. —

Si entrò nel corridoio. Il Sestavalle scese per una scaletta interna,

che metteva alla sua camera; le signore proseguirono verso il

quartierino di Camilla, dove Elena voleva far sosta. Gerardo, indettato

da sua moglie, propose al presidente gran croce una discesa nella sala

di lettura.

— È ancora così presto! — diss’egli. — Come si fa a prender

sonno? —

Le signore entrarono nel salottino e andarono a sedersi su quel canapè,

di cui già conoscete l’esistenza. Erano ambedue sovra pensieri, e per

quella volta non ci fu continuazione di dialogo. Poco stante bussarono

all’uscio. Era il Sestavalle che giungeva col libro.

— Ecco il pretesto; — diss’egli, sorridendo, — che cosa mi comandate,

donna Elena?

— Non comando; vi prego....

— Tornerebbe lo stesso: ma io amo i vostri comandi.

— Sia; vi comanderò dunque di andare al Casino, dove passerete un’ora,

due ore, quanto sarà necessario.

— Necessario! A che cosa?

— A sapere quel che fanno, o quel che contano di fare i due signorini.

— Ah! — disse l’Alcibiade. — Quei due che si sono riscaldati al

Rinfresco?

— Per l’appunto. Ma badate, Sestavalle; voi non avrete l’aria di esser

mandato da noi.

— Che, vi pare? Sono un uomo di giudizio.

— E neppure dovete parere troppo curioso. All’occorrenza dovete lasciar

credere di non esservi neanche accorto del loro diverbio.

— Benissimo. E poi?

— E poi dovrete correre qua per informarci di tutto; — entrò a dire

Camilla. — Non avete capito di che cosa si tratta?

— Ho capito, ho capito, bella signora; — rispose l’Alcibiade. — O

piuttosto avevo creduto di capire, laggiù al Rinfresco; ma poi, dopo

che si son dati spiegazioni....

— Ah, e voi credete alla commedia delle spiegazioni? Dite piuttosto,

cavaliere, che volete calmare i nostri timori.... Ma noi, come vedete,

non ci lasciamo abbattere dalla paura, nè ingannare dalle pietose

bugie.

— Siete una bella Amazzone; — disse il Sestavalle, infiammandosi.

— Andrò, dunque, osserverò, scoprirò ogni cosa, e verrò a darvene

ragguaglio. —

Camilla, per quanto poca voglia ne avesse, non potè far a meno

di ridere di quell’entusiasmo senile. E porse la sua bella mano

all’Alcibiade, che vi stampò un bacio, ma di quelli che s’usavano

ancora sotto i cessati governi.

Quasi sarebbe inutile il dirvi di che prendessero a ragionare le due

dame, a mala pena rimasero sole. Dovrei io raccontare a voi, lettori

di pronto ingegno, che si parlò della lettera di Camilla e che Elena

confessò di averla fatta leggere al De Rossi? E che Camilla, dal canto

suo, aveva già indovinata la cosa, prima che la confessione di Elena

venisse a confermargliela? E che non ne fu niente scontenta? E che la

signora Elena si rifece da capo alle sue esortazioni, sacrificandosi

nobilmente all’amicizia, con quella intensità di desiderio, con quella

profondità di soddisfazione, che tutti abbiamo provata in un giorno

della nostra vita, quando ci parve di aver messo d’accordo la voce

della nostra coscienza con la felicità del nostro simile? E che la

signora Camilla, finalmente.... Ma basta; se no, con l’aria di non

volervi dir nulla, vi spiffero ingenuamente ogni cosa.

Sarebbe meglio per me di seguitare l’Alcibiade nelle sale del Casino.

Ma tant’è, mi dispiace di abbandonar le signore, e preferisco di

cogliere il mio uomo, nel punto in cui egli ritorna dal Casino

all’albergo della Pace.

Erano le nove di sera, quando il cavaliere Sestavalle entrò per la

seconda volta nel salottino della signora Camilla. Le due dame erano

sole e dovevano restar sole ancora un bel pezzo, poichè il presidente

gran croce aveva trovato un avversario degno di lui al giuoco degli

scacchi, e proprio allora incominciava a dargli la rivincita, assistito

dal commendatore Gerardo, che ne capiva poco, ma si dava l’aria di

saperne moltissimo e di trovarci un gusto matto. Che fare, del resto?

Bisognava pure ammazzare il tempo, aspettando l’ora del sonno.

Il cavaliere Sestavalle giungeva carico di notizie, e della più alta

importanza. Le signore avevano indovinato; era guerra dichiarata,

guerra ad oltranza fra i due giovanotti. L’Anselmi cercava padrini

da una parte; il De Rossi cercava padrini dall’altra; o, per dire

più veramente, ne cercavano tutt’e due nel medesimo luogo, mentre in

una sala si cantava e nell’altra si giuocava a biliardo. Il povero

Sestavalle era appena capitato nella sala del pianoforte, che già

doveva sostenere un fierissimo assalto. Il contino Anselmi era stato il

primo a vederlo, e lo aveva afferrato, condotto in una camera attigua,

messo tra l’uscio e il muro, chiedendogli per somma grazia che volesse

fargli da padrino.

Padrino, lui? In un duello? Sicuramente, lui, il cavaliere Sestavalle.

Già, dice il proverbio che in mancanza di cavalli si fanno trottare....

altri quadrupedi. L’Alcibiade, così pregato e scongiurato dal contino

Anselmi, era stato un po’ in forse, ma due considerazioni vinsero le

sue esitanze. Il Sestavalle non era nuovo del tutto alle armi, poichè

aveva prestato lunghi e onorati servizi nella guardia nazionale,

buon’anima sua; ed anzi, appunto a dieci anni di spalline, nobilmente

portate in pro’ del palladio, andava debitore della sua croce di

cavaliere. Lo vedete anche voi, lettori umanissimi, _noblesse oblige_.

Inoltre, come non accogliere la domanda dell’Anselmi, se quello era il

miglior modo di saper tutto? Senza averlo chiesto senza aver mostrato

di desiderarlo, egli entrava di botto nella questione, e avrebbe potuto

riferirne i più minuti particolari alle dame.

Egli aveva dunque accettato, premettendo tuttavia di non avere una gran

pratica di quelle faccende. Ma di ciò non si dava pensiero l’Anselmi.

A lui era necessario anzi tutto di avere un padrino serio e discreto,

che conoscesse le cagioni dello scontro e la impossibilità di evitarlo.

Quanto ai particolari, alle piccole cure dell’ufficio, bastava l’altro

padrino, un giovinotto forastiero, che l’Anselmi aveva conosciuto

all’albergo della Torretta. E qui, senza por tempo in mezzo, il contino

presentò al Sestavalle il suo compagno di seccatura. I due padrini si

ricambiarono i saluti d’obbligo; e il nuovo venuto ricordò amabilmente

al Sestavalle di averlo veduto qualche giorno prima alla Speranza,

insieme con due belle signore che avevano fatta una partita al

biliardo. L’Alcibiade rammentò a sua volta il giovine forastiero, che

giuocava a picchetto con la sua elegantissima compagna. Essersi veduti

una volta, era già una mezza conoscenza; da far da padrini insieme era

un’amicizia senz’altro. E come amici si strinsero la mano; dopo di che,

andarono ad abboccarsi coi padrini del signor Aldo De Rossi.

Aldo, infatti, aveva già trovati i suoi; un maggiore di fanteria ed un

professore di storia naturale. Le due professioni non erano troppo bene

assortite; ma il De Rossi non aveva avuto mica il tempo di scegliere.

Quei due gentiluomini erano dei pochissimi con cui egli avesse

barattato parole al Casino. Del resto, se uno era guerriero, e, per

conseguenza, pratico d’armi, l’altro era medico, e, per conseguenza,

pratico di ferite. E dato l’ufficio a cui essi dovevano prestarsi,

l’assortimento c’era.

Quattro persone educate non durano fatica a trovarsi d’accordo.

Aggiungete che, per desiderio espresso dei loro primi, dovevano

metterci anche una certa dose di buona volontà. La quistione era

delicatissima, ma senza difficoltà; o, per dire più veramente, le

difficoltà c’erano, ma i due primi non volendo dir chiaro e tondo come

fosse nata e volendo invece far presto, non lasciavano appigli, nè

gretole, a quei curiosi cavillatori che sono per solito i padrini. La

scelta delle armi poteva essere un guaio, non sapendosi bene chi fosse

lo sfidatore e chi lo sfidato, o chi il provocatore e chi il provocato;

ma anche questa difficoltà era appianata dal fatto che ai bagni di

Montecatini non si sarebbero trovate due spade, nè due sciabole, dato

il caso che si volesse fare un duello all’arma bianca, mentre uno dei

padrini aveva per l’appunto nelle sue valigie un bel paio di pistole,

che pareva proprio il fatto loro. I due primi ne avevano pochi degli

spiccioli, e meno da spicciolare; il mezzo più sbrigativo era dunque

di farli battere alla pistola. Si andava di buon mattino a Monsummano

alto. Il pretesto era pronto: una passeggiatina igienica. Lassù, tra

le rovine del vecchio castello, all’aria aperta, due colpi per uno

erano presto sparati. Se poi i due combattenti ne avessero voluti di

più, andassero a cercarsi un’altra coppia di padrini per ciascheduno;

essi, i facili ordinatori della giostra, non volevano prestarsi alla

continuazione del giuoco, nè aver aria di tentare il diavolo oltre i

limiti della discrezione.

Il nostro povero Sestavalle era rimasto un po’ sbalordito da quel modo

spicciativo di concertare le cose. Ma già, egli non aveva pratica e

doveva lasciare il mestolo a chi sapeva maneggiarlo. E perciò s’era

contentato di dir sempre: _et cum spiritu tuo._

Frattanto, poichè la ricerca affannosa dei padrini, il loro

abboccamento, e infine i negoziati erano stati fatti nel corso di

un’ora, nelle sale del Casino, la gente radunata colà non aveva tardato

a insospettirsi. I quattro padrini si separavano appena, per recarsi

ad informare d’ogni cosa i loro primi, che già la voce del duello

imminente si era sparsa nella sala da giuoco, e di là nella sala da

ballo.

Il nostro Sestavalle, fatto il debito suo con l’Anselmi e promessogli

di ritornare più tardi per gli opportuni concerti, stava già per

infilar l’uscio dell’anticamera, quando si vide impedire il passo

da una bella signora. La cosa gli sarebbe tornata piacevole in ogni

altra occasione, ma non allora, poichè egli era impaziente di giungere

all’albergo della Pace, dove lo aspettavano le sue belle curiose. Ma

bisognava fare di necessità virtù, e l’Alcibiade si era rassegnato,

riconoscendo la signora Augusta Maravigli, soprano assoluto, che

appunto quella sera, mentre egli ragionava d’armi e d’armati,

s’era fatta applaudire dalla società del Casino, cantando con molto

sentimento il _Vorrei morire_ del mio amico Tosti.

Non so se la signora Augusta Maravigli volesse morir lei davvero;

ma certamente non voleva lasciar morire gli altri, e meno di tutti

l’Anselmi.

— Signor.... signor.... — aveva incominciato la diva, mostrando,

insieme con la perplessità della parola, il rammarico di non sapere il

nome dell’uomo a cui voleva contendere il passo.

— Emilio Sestavalle, a’ suoi comandi; — aveva risposto lui, ma col

gesto di uno che non amava di restarci troppo.

— Signor Sestavalle, perdoni; il conte Anselmi ha un duello.... —

Così l’alunna d’Euterpe entrava risolutamente in materia. E perchè il

cavaliere Sestavalle si stringeva nelle spalle e allungava il muso, col

desiderio evidente di non risponder altro, la signora Augusta proseguì:

— Non mi dica di no. Lei è uno dei suoi padrini. So tutto.

— Signora, poichè Ella sa tutto.... —

E così dicendo, l’Alcibiade si tirava rispettosamente da un lato, come

in atto di riverirla, per proseguire la sua strada. Ma una scappata di

quella fatta non comodava punto alla signora Augusta Meravigli.

— Perchè questo duello? — diss’ella, mettendogli audacemente la mano

sopra un bottone del soprabito. — E per chi? Per una donna, non è

vero? —

E fremeva di sdegno, parlando in tal guisa, e schizzava fuoco dagli

occhi. Un poeta della vecchia scuola avrebbe pensato al corruccio di

Giunone, quando la Dea ebbe fumo delle prime scappatelle di Giove. Ma

il nostro Sestavalle non era un poeta, e quello, del resto, non era un

momento da paragoni classici.

— La prego; — diss’egli; — lasciamo stare le donne. Il bel sesso si

cita mal volentieri, in queste faccende.

— Perchè? Se fossi un uomo, intenderei la sua riserbatezza e l’avrei

anche per una lezione meritata; — rispose la signora Augusta. — Ma

sono donna anch’io... Ed ho il diritto di sapere... L’avverto, signor

Sestavalle, ho il diritto di sapere!...

— Eh, non dico il contrario; — replicò il Sestavalle. — Ma in questo

caso, mi voglia perdonare l’osservazione indiscreta.... o perchè non

chiederne direttamente a lui? —

Ad una domanda così ragionevole, la signora Augusta rispose con un

gesto d’impazienza.

— Signor Sestavalle, — soggiunse poscia, con aria tra lusinghiera e

solenne; — Lei è un uomo?

— Signora.... — balbettò l’Alcibiade, chinando la testa e stendendo le

braccia, in atto di umiltà. — Un pover uomo, se vuole.... ma un uomo.

— Ella dunque sarà cortese con le donne. È uomo e ne ha l’obbligo.

— Sicuramente.... sicuramente!

— Dunque, la prego, venga con me. —

Anche a voler fare diverso, l’Alcibiade non avrebbe potuto liberarsi,

poichè la signora Augusta teneva sempre quel benedetto bottone. E il

bottone e il suo proprietario si lasciarono trascinare fino ad uno dei

sedili che erano sul terrazzino.

— Mi stia a sentire; — ripigliò la cantante, com’ebbe preso posto sul

sedile e obbligato il Sestavalle a fare altrettanto. — Vuol meritare la

mia amicizia?

— Che dice, signora? È il mio voto più ardente; — rispose l’Alcibiade,

tirato dalla consuetudine alle fioriture del linguaggio galante. — Mi

dica che cosa debbo fare per ottenerla.

— Questo duello è impossibile; — riprese la signora Augusta. — Non mi

conviene; non deve farsi.

— Ma, signora....

— Capisco; ciò che non conviene a me, potrebbe convenire invece a

Lei ed ai suoi degni colleghi. Già, lor signori, quando possono veder

spargere il sangue del loro simile!...

— Oh, non me ne parli, per carità! — interruppe il calunniato

Alcibiade. — Io amare gli spargimenti di sangue? E del mio simile,

per giunta? Ma neanche d’un bue; neanche d’un agnello; che non sono

nè l’uno nè l’altro miei simili, se non forse per qualche qualità

morale, come potrebbero insinuare i maligni. Io, veda, sono in questo

pasticcio, perchè.... In fede mia, è il caso di domandarlo; perchè ci

sono? Lo ignoro. Mi ci sono trovato contro la mia volontà, quasi senza

avvedermene. Ma ora che ci sono, capirà, ci ho da stare e non è in

poter mio di disfare ciò che è stato fatto, di sconcertare ciò che è

stato concertato.

— Per quando? — chiese la diva, cogliendo la frase al volo.

— Oh, questo non lo so.

— Come, non lo sa? Un padrino?

— Signora, è proprio così come ho l’onore di dirle. Non lo so,

perchè di questo non si è ancora parlato. Ma certo, — soggiunse il

Sestavalle, facendosi forte dietro il riparo della propria ignoranza,

— quand’anche lo sapessi.... cioè, quand’anche fosse stato combinato

il giorno e l’ora, io non potrei in coscienza dir nulla. Ci sono certe

norme di delicatezza cavalleresca, che, non si possono violare per

nessuna ragione, e neanche per far piacere alla più bella donna del

mondo. —

Briccone d’un Alcibiade! Come ripigliava il possesso di scena, che

l’improvviso attacco gli aveva fatto smarrire!

Ma neanche il complimento del vecchio cortigiano poteva ammansire la

diva sdegnata.

— Badi! — gridò ella. — Farò uno scandalo. Questo duello per un’altra

donna non mi va, e non lo voglio. Ha capito? Non lo voglio. Per

un’altra donna! — ripetè, con accento d’amarezza. — Per un’altra donna!

Dio sa poi che roba! —

Alcibiade era buono, due volte buono; ma non tre, badate, non tre.

Quella bottata all’albergo della Pace gli fece salire la mosca al naso.

— Signora, — diss’egli con un certo sussiego, — Io non so proprio

che farci. I miei obblighi sono pochi e determinati. Mi rincresce

che abbiano a cozzare co’ suoi desideri, ma che vuole? io non ci ho

colpa e mi resta il dispiacere di non poterla contentare. Veda Lei,

se le riesce di persuadere il conte Anselmi.... Io le auguro magari un

trionfo. Buona notte! —

E approfittando della circostanza che la signora Augusta aveva lasciato

poc’anzi il bottone del suo soprabito, l’Alcibiade si sottrasse con una

riverenza frettolosa alle noia di quella inutile conversazione.

Cinque minuti dopo, era giunto all’albergo e vuotava il sacco delle

notizie ai piedi delle dame.

Com’egli fu a raccontare l’entrata in scena della cantante, personaggio

nuovo di cui esse non avevano mai udito parlare, la signora Elena

atteggiò le labbra ad un sorrisetto malinconico, che voleva dir molto.

Voleva dire, per esempio, che il destino serviva assai bene il signor

Aldo De Rossi, e assai male la signora Vezzosi. Ma questa aveva buon

cuore, e non era solamente rassegnata alla sua sconfitta, ma anche

desiderosa di affrettarla. Perciò al sorrisetto malinconico tenne

dietro una osservazione come questa:

— Ah! il signor conte ci aveva l’amica a Montecatini? Vo’ fargli i miei

complimenti.

— Questa amica è forse una provvidenza per noi; — esclamò la signora

Camilla.

— Una provvidenza! E in che modo?

— Or ora lo vedrai. Sestavalle, a noi! Il riserbo cavalleresco non vi

permette di dire alla più bella donna del mondo l’ora e il luogo dello

scontro; ma a noi che non siamo la signora Augusta Meravigli.... —

L’Alcibiade, che aveva capito dove la signora Camilla volesse andare a

battere, fu pronto ad interrompere la frase.

— A voi, che siete due meraviglie, — diss’egli, — racconterò tutto,

dall’a fino alla zeta. I nostri due primi si batteranno domattina.

Salvo qualche piccolo cambiamento, che potrebbe essere stabilito più

tardi, il barone Marcovic, che è l’altro padrino e mio collega, verrà

dalla Torretta all’Albergo della Pace, insieme col contino Anselmi,

verso le cinque. E alle cinque in punto si partirà tutti, in due

carrozze, per Monsummano, donde, col pretesto di una gita igienica,

come mi pare d’avervi già detto, si salirà fino alla vetta del monte.

Ahimè! — soggiunse l’Alcibiade sospirando. — Penso già con dolore a

quella ripida ascesa.

— Benissimo; — esclamò la signora Camilla; senza darsi un pensiero al

mondo dei dolori dell’amico Sestavalle. — Queste cose dovrà saperle

anche la signora Meravigli.

— Anche lei! — gridò l’Alcibiade, stupito. — E perchè? E chi si

prenderà la cura di andargliele a dire?

— Il perchè lo so io; — rispose Camilla. — Quanto all’ambasciatore,

sarete voi. Sicuramente le siete debitore di questo piccolo uffizio,

dopo averla piantata là al Casino, come Olimpia sullo scoglio.

— Ma io, signora mia.... Pensate....

— Ho pensato a tutto. Col pretesto di vedere l’Anselmi per qualche

nonnulla, dimenticato nella fretta, dovete andare all’albergo, dove

essa è alloggiata.

— La cantante sarà ancora al Casino; — disse l’Alcibiade.

— Meglio così; la vedrete al Casino, e troverete il modo di farle avere

una lettera.

— Una lettera! E di chi, se è lecito?

— Una lettera che scriverò io. Infatti, guardate, incomincio. —

E mandando i fatti compagni alle parole, la signora Camilla si pose

allo scrittoio, per buttare su d’un foglietto di carta pochi versi

della sua calligrafia aristocraticamente sottile. Indi, piegato il

foglio e ficcatolo nella sua sopraccarta, scrisse il ricapito: _Alla

signora Augusta Meravigli_.

— Eccovi qua; — diss’ella, consegnando la lettera al cavaliere; —

andate.

— Signora.... — balbettò egli. — È presto detto: andate! Sono il

padrino dell’Anselmi.... onore che non ho cercato io! Come volete che

lavori ad impedire il duello che ho aiutato a concertare? Perchè questa

è la vostra idea, non è vero?

— Orbene, e se lo fosse?

— Se lo fosse, — ripigliò l’Alcibiade, — non toccherebbe a me

di prestarvi mano. Figuratevi! Se lo risapessero mai i padrini

avversari!... Infine, considerate che non sono in questo pasticcio per

colpa mia....

— Ci siete per colpa nostra; — rispose Camilla. — Ci siete in qualità

di nostro schiavo, e dovete obbedire; altrimenti, badate, mi metto la

mantellina sulle spalle, prendo il vostro braccio, vado io al Casino, e

faccio una scena che vi piacerà poco.

— Signora, voi siete feroce! Andrò, come volete, andrò; ma vi avverto

che mi metto in un brutto impiccio. Entrerò nella fossa dei leoni, e

senza essere Daniele.

— Non temete, penso io a salvarvi dalle loro unghie. Ma andate, in

nome di Dio! Sento nel corridoio i passi di mio zio e del signor

Gerardo. Quando avrete fatta l’ambasciata, tornate a darmene avviso; vi

aspetto. —

L’Alcibiade chinò la testa ed uscì dal salottino.

— Che cosa hai scritto alla cantante? — domandò la signora Vezzosi

all’amica.

— Lo saprai più tardi; ora non avrei tempo a dirtelo. L’essenziale è

d’impedire questo duello.

— E credi che si potrà? — chiese Elena, scuotendo il capo in atto

d’incredulità. — Queste ire, una volta scoppiate, non si arrestano

più. —

L’arrivo di Gerardo e del presidente Roberti interruppe il dialogo

delle due dame.

— Orbene, — disse il commendatore Vezzosi, — è finita la conversazione?

— No; — rispose Camilla. — Sestavalle ha dovuto andar fuori per una

sua faccenda, ma tornerà ancora ad augurarci la buona notte. E voi

prenderete il tè, m’immagino.

— Tutto quello che voi immaginate, — rispose galantemente il Vezzosi, —

è quello che mi deve accadere. Prenderò il _tè_. —

Non era mica una cosa facile, tenere a chiacchiera due uomini come il

presidente Roberti e il commendatore Gerardo, che erano legati alle

signore da vincoli di famiglia e di consuetudine, che avevano passata

una lunga giornata senza far nulla, che si erano seccati parecchio,

assistendo ad un alterco d’amici, sul quale non volevano aprir bocca,

sebbene ci ritornassero spesso col pensiero, e che finalmente avrebbero

gradito assaissimo di poter seppellire tra le pietose lenzuola i

fastidi della giornata e il brutto ricordo della contesa avvenuta.

Eppure, la signora Camilla ne venne a capo. Quando la bella birichina

voleva qualche cosa, non c’era verso di volerne un’altra; sto per

dire che il cielo si metteva dalla sua e si divertiva a vedergli fare

un miracolo. Non avete mai veduto dei babbi e dei nonni che da certi

angioletti si lasciano tirare i baffi e levar la parrucca? Anche messer

Domineddio, a certe sue belle creature.... Ma non diciamo eresie;

contentiamoci di raccontare che la signora Camilla, aiutata da Elena,

tenne a bada un bel pezzo i due gentiluomini, e che ella si disponeva

appena ad ammannire il _tè_, quando fu di ritorno il messaggero

Alcibiade.

— Ah, bene! — esclamò ella, dandogli un’occhiata d’intelligenza. —

Capitate a tempo per farmi da aiutante.

— Son qua, donna Camilla, son qua; — disse l’Alcibiade, avvicinandosi

al deschetto su cui stava il vassoio con tutto il bisognevole per

«cotanto uffizio.»

— Avete fatto? — gli chiese ella sottovoce.

— Ogni cosa; — rispose egli nel medesimo tono.

— Ha letto?

— Sì, ed è rimasta un po’ meravigliata. Ma poi ha lodato il vostro

passo. Vi servirà, come desiderate; quantunque tema di non riuscire. È

un uomo leggiero, mi disse, e gli uomini leggieri vi sfuggono proprio

da quel lato per cui vi argomentate di tenerli.

— È una sciocchezza; — rispose Camilla. — Non ci sono uomini leggieri.

Del resto, — soggiunse, — aspettiamo. —

E alzò gli occhi al cielo, col gesto dell’Arabo che commette la sua

salute al destino. Ma balenava da’ suoi occhi la sicurezza di chi

rimettendosi all’aiuto del destino, si promette anche di dargli una

mano.

— A Elena; — disse poi, versando il _tè_ e porgendo la prima chicchera

al suo bravo aiutante.

O tutto o nulla: romanzo · 第 23 / 27 题