Quali sentimenti dovessero agitarlo durante la lettura non vi dirò,
perchè le angosce del cuore, quando sian giunte ad un certo grado di
violenza, non si descrivono più. Del resto, immaginate voi; ecco la
lettera:
«_Elena mia_,
«Ho pensato lungamente al tuo discorso di iersera, e ti rispondo
ora in iscritto quello che avevo già incominciato a risponderti a
voce; non accetto la tua generosa proposta.
«Non è capriccio, non è caparbietà; è maturato consiglio. Ho
ragionato tutta la notte il pro e il contro, ma sopratutto ho
pensato a te e alla nobiltà del tuo carattere. Tu sei buona e
sincera, mia Elena, e meriti di esser felice.
«Una cosa mi è apparsa evidente. Tu stessa t’inganni, intorno
allo stato del tuo cuore e alla forza della tua volontà. Tu ami il
signor De Rossi; ed egli... Egli, una delle due, o ama te, oppure è
uno sciocco. Ad ogni modo, se non ti ama oggi, ti amerà domani. Ciò
che m’hai narrato de’ suoi furori per me, è molto vago, nè credo
ci si possa far fondamento per l’edifizio della mia felicità. Tu
stessa, ne sei ben certa? Non ti pare che c’entri un pochino di
vanità (vanità offesa, o vanità stuzzicata, non importa cercare)
nella passione di cui tu m’hai fatto una pittura così viva? Sai,
gli uomini ce l’hanno tutti, la loro parte di puntiglio; anche
quando giuocano per celia, vorrebbero vincere. Il signorino va
attorno come le farfalle; e quasi direi senza scegliere i fiori.
S’è imbattuto in me; m’ha trovata più sorda di qualcun’altra alle
sue attenzioni, alle sue gentilezze. Come io sia stata con lui, non
so veramente, perchè io non mi osservo. Vo innanzi alla libera,
come una selvaggia; quando una cosa mi piace, non la nascondo;
quando mi dispiace, non ne faccio mistero. Può darsi che io l’abbia
ferito; può anche darsi che egli abbia sognato di esserlo. Comunque
sia, non credo che si tratti d’una ferita profonda. E vorresti che
per una cosa da nulla io mi mettessi a fare la suora di carità?
Io non amerò, forse; ma quando amerò, bada bene, sarà per tutta la
vita. I mezzi amori mi fanno rabbia; non voglio scomodarmi per così
poco; non voglio perdere la mia pace per una di queste passioncelle
da dozzina, in cui ha tanta parte la vanità, e la galanteria tutto
il resto. Quando amerò... Ma questo te l’ho già detto. Soggiungerò
invece che l’uomo destinato a impadronirsi di me, ha da fare
qualche cosa di grande, o di pazzo, che in questi casi è tutt’uno.
Gli uomini del nostro tempo non fanno più pazzie per le donne, ed
è male. Può anche esser bene; chi lo sa? Forse noi non meritiamo
che se ne facciano più; siamo diventate anche noi troppo frivole.
Or bene, sia pure, io non amerò, e sarà tanto di guadagnato per
la tranquillità de’ miei nervi. Qualche volta, vedi, mi prende la
malinconia di farmi monaca. Ma non ti spaventare, bella mia, sono
accessi che non durano. E negli intervalli mi lascio cogliere dalla
manìa dei giuochi innocenti; gradisco la corte degli sciocchi, e
son felice quando mi accade di farli disperare a quattro per volta.
«Ma lasciamo stare queste fanciullaggini. Come vedi, sono una
ragazza viziata. Lo zio, che mi vuol bene mi chiama spesso la
sua _testa falsa_. S’intende che parla per celia, e senza sapere
di cogliere così netto nel segno. Veniamo a te. Se ti riesce di
rinfrancare il dolente personaggio e di far parlare il suo cuore,
fallo per te, Elena mia. Forse c’è stoffa per un uomo di garbo; e
tu, del resto, sei donna da far miracoli. Dirai che ti consiglio
male. Io stessa, rileggendo la frase, me ne accorgo. Ma è scritta,
e non voglio far cancellature, che avrebbero aria di pentimenti.
Del resto, noi donne viviamo solamente per il cuore e non badiamo
troppo a certe piccole tirannie d’una legge che non abbiamo fatta
noi. Alla fin fine, brucia la lettera; è il meglio che tu possa
fare. Il conservarla potrebbe dire due cose alla gente di poco
spirito, a cui capitassero sott’occhio i miei scarabocchi: che il
consigliere è cattivo e che l’alunno meritava un tal consigliere.
Queste cose non debbono dirsi, nè di te, nè di me. E poi, ti
sentiresti di fare un’altra cosa, che ti raccomando tanto? Ridi,
e non pensare ad altro. Io sarò veramente felice quest’oggi, se,
entrando nella sala da pranzo, e sedendo di rimpetto a te, vedrò
un bel sorriso sulle tue labbra. Labbra di corallo tenero, come
t’avran detto già molti; labbra che invitano, ecc., ecc., come
avranno pensato moltissimi. Ridi, ora? Orbene, va avanti così. — La
tua CAMILLA.»
Aldo De Rossi era rimasto attonito, a quella lettura, e ci volle il
suo tempo perchè riprendesse il dominio di quella poca ragione che
possedeva. Così a occhio e croce capì che la signora Elena aveva
parlato eloquentemente, quantunque senza frutto, per lui. Capì inoltre
che non era stato compreso. Due cose spiacevano alla signora Camilla,
siccome appariva dal contesto della sua lettera; che egli usasse andar
troppo attorno, quasi a corteggiarle tutte, e che il suo amore per una,
se lo sentiva davvero, non lo dimostrasse con qualche gloriosa follia.
Ma non erano due pretesti, messi fuori dalla dama, per dissimulare
la freddezza del suo cuore? Una donna non s’inganna mai su certi usi
di mondo e sa fare le sue distinzioni a favore di un uomo, che, anco
facendo riverenza a cento, non ne vede e non ne preferisce che una.
Quanto alle imprese meravigliose, Dio buono, anche la signora Camilla
lo capiva, che i tempi e i costumi non erano da ciò.
Una ragione doveva esserci, e più forte di tutte le altre, a
giustificare la freddezza della signora Camilla. Elena amava Aldo,
e non aveva potuto negarlo. Ora, come non sospettare che Aldo avesse
dato argomento, appiglio, esca, e tutto il peggio che vorrete, a quella
simpatia della signora Vezzosi?
Un pensiero di quella fatta doveva venire a lui, come ad ognuno de’
miei lettori. Ma i lettori afferrano le cose con animo pacato; Aldo De
Rossi, in quella vece, non ci vedeva più lume. Perciò, se il pensiero
gli venne, come vi ho detto, egli non si fermò altrimenti a misurarne
l’importanza. Quando si soffre, si studia poco sulle cause del dolore;
l’ermeneutica non è fatta per gli spiriti turbati dalla passione.
Al nostro povero eroe parve più sbrigativo e più comodo accusare la
signora Camilla di freddezza, d’orgoglio, di leggerezza, e di vedere
nella sua lettera un ammasso di pretesti, messi fuori per liberarsi da
un uomo antipatico. Ma a benefizio di chi? Una donna, per solito, non
disprezza un uomo, se non perchè ne stima troppo un altro.
Giunto a’ piedi dell’ultima pagina, Aldo De Rossi voltò il foglio per
tornare da capo. Era un moto naturale, come d’uomo che non ha bene
inteso e che vuol sincerarsi. Ma in verità non c’era bisogno di tanto;
la lettera parlava chiaro e Aldo non poteva dare ai propri occhi
una così audace mentita. La mano aveva girato il foglio; la stessa
mano lo strinse e lo spiegazzò, come se volesse lacerarlo. Le labbra
borbottarono qualche cosa, che sapeva d’imprecazione, e la lettera andò
a finire nella tasca del soprabito, dove fu cacciata con un atto poco
rispettoso. A qual pro l’avrebbe egli riletta? Si torna mal valentieri
sulle notizie spiacevoli. E quelle che gli erano date nella lettera
di Camilla dovevano imprimersi nel suo cervello a caratteri di fuoco,
come.... (scusate il paragone che è vecchio, ma calzante) come le tre
parole misteriose sulla parete, nel famoso convito di Baldassarre.
— Egregiamente! — mormorò Aldo, con un accento che faceva a pugni
con l’ottimismo dell’avverbio. — Non si potrebbe mandarmi al diavolo
con parole più chiare. Ma una cosa non è chiara... o lo è troppo. La
signora parla di me; ne parla molto, ne parla oltre il bisogno. Ma
tace di un altro, come se non esistesse neanche. E quello di cui tace
è appunto quello che ama. Son tutte così; l’uomo di cui non gliene
importa nulla, lo mettono in piazza; l’altro, poi, lo nascondono, come
si nasconde un tesoro. Provatevi a farle parlare! Ve ne citano dodici,
se occorre; si accuserebbero magari di amarne ventiquattro; ma il nome
di quel tale, non c’è caso che se lo lascino sfuggire di bocca. —
Vi fo grazia di tutto l’altro che disse, o che borbottò tra i denti,
perchè gli vo’ bene e non mi piace di mostrarvelo troppo violento nei
pensieri e nelle espansioni. Ad ognuno di voi sarà avvenuto di dirle
grosse, in un momento di rabbia. E certamente vi sarebbe dispiaciuto
che le vostre parole fossero raccattate da un imprudente uditore
e ripetute ai quattro punti cardinali, come monumento della vostra
pazzia.
Lo stesso Aldo si avvide di essere uscito dai gangheri. Se ne avvide
ad una imprecazione troppo forte che gli era sfuggita e che gli aveva
percosso l’orecchio.
— Che cos’è questo? — esclamò. — Sono io dunque un ragazzo, e non saprò
far altro che chiacchiere? —
Si scosse, così dicendo; digrignò i denti, con atto di profondo
disgusto; si asciugò gli occhi, e si avviò verso la fontana con passo
risoluto.
Egli era triste ma laggiù si rideva. E il contino Anselmi, come al
solito, dava la battuta.
— Che buffone! — disse Aldo tra sè, mentre compariva nel piazzale
alla vista di tutti. — Se bisogna essere così, per piacere alle donne,
rinunzio, in fede mia, a questa fortuna; se fortuna può dirsi. —
Già, conchiuse proprio con questo epifonema. Quando vi dico che Aldo De
Rossi aveva perduta la bussola!
— Non lo credete? — chiedeva frattanto l’Anselmi, proseguendo un
discorso incominciato. — Io ne sono persuaso.
— Ed io, con vostra buona pace, niente affatto; — rispose la signora
Camilla.
— Signora, la vostra opinione ha un gran peso per me; ma voi non dovete
abusare della vostra autorità. È l’obbligo di tutti i re, e di tutte le
regine; — replicò l’Anselmi.
— Che c’entra l’autorità? — disse la signora Camilla. — Vi hanno
sentito tutti, e credo che vi diano torto.
— Tutti, poi!
— Facciamo giudice il nostro De Rossi; — entrò a dire il commendatore
Gerardo. — Egli viene dal verde; colore che concilia lo spirito alla
calma. Ed egli potrà darci una sentenza scevra da ogni passione, da
ogni parzialità. —
La signora Elena chinò gli occhi a terra, pensando alla calma che
doveva avere il povero De Rossi, per dare una sentenza tra il contino
Anselmi e Camilla, egli che tornava appunto da leggerne una, niente
piacevole per lui.
— Ma non c’è bisogno di giudici; — rispose Camilla al signor Vezzosi. —
Son cose troppo evidenti. Direi quasi che saltano agli occhi. —
Aldo si sarebbe astenuto volentieri da ogni giudizio intorno alle
arguzie dell’Anselmi, e forse era già sul punto di pregare Gerardo che
volesse dispensarnelo. Ma le parole della signora Camilla gli suonarono
male all’orecchio.
— Bella signora, — diss’egli, — non mi volete dunque per giudice? —
La voce era tranquilla, in apparenza, ma più sottile del solito, quasi
sibilante.
— Non ho detto ciò; — rispose asciuttamente la signora Camilla, a
cui dava noia l’asprezza dell’osservazione, male dissimulata dalla
galanteria della forma. — Se il signor Gerardo lo vuole, esponga egli
la cosa. Ma veda di essere esatto; — soggiunse ella, con accento più
umano, poichè si rivolgeva al Vezzosi.
— Non dubitate; — rispose il commendatore: — sono stato relatore di
leggi, in Parlamento, e conosco il debito mio. Tu siedi, giudice, e
prendi un atteggiamento conforme alla gravità dell’ufficio.
— Dio buono! — esclamò Aldo De Rossi, sforzandosi di sorridere. — Si
tratta dunque di una cosa grave?
— Eh, grave... secondo i casi e le età. Per voi altri giovani è
gravissima. Si ragionava d’amore.
— Argomento importante, non c’è che dire.
— Sicuramente, e il nostro Anselmi ne parlava come di una malattia, e
lo paragonava alla tosse. Ma la signora Camilla, dal canto suo, negando
la malattia, trovò che il paragone era volgare.
— Ecco... — interruppe la signora Camilla. — Io non ho detto
propriamente così.
— Mia bella signora, perdonate; avete esclamato: che paragone!
— Sì, perchè mi pareva che se ne potesse trovare uno più adatto. Per
esempio la febbre.
— Ma io, — entrò a dire l’Anselmi, — non avevo fatto che ispirarmi
al proverbio: amore e tosse, con quel che segue. Ma vada pure per la
febbre. Che cosa sentenzia il giudice eletto? —
Aldo De Rossi non aveva gradito niente affatto che tra la signora
Camilla e l’Anselmi si fosse appiccato un discorso di tal genere. Egli
stava per l’appunto almanaccando da che potesse aver avuto occasione
quella tuffatina nel tenero, quando venne a rompergli il filo la
domanda dell’Anselmi.
— L’amore — rispose egli sentenziosamente, — è una malattia, o non
lo è. Se è una malattia, non può essere paragonato alla tosse, che è
indizio di malattia, non malattia per sè stessa. Se non è una malattia,
ma semplicemente indizio di malattia, e tosse, e febbre, e quel che
vorrete, possono entrare in paragone con esso, secondo l’umore e il
buon gusto di chi ne parla.
— Dotta sentenza! — esclamò l’Anselmi, non senza un pochino d’ironia.
— Ma se tu credi che l’amore sia un indizio, a qual malattia vorrai tu
regalarlo?
— Gl’indizi sono qualche volta fallaci; — rispose sul medesimo tono il
De Rossi. — L’occhio medico deve badare a molte cose, prima di giungere
alla conclusione. Anzi tutto bisogna osservare il temperamento del
malato. Per esempio, io conosco certi uomini, presso i quali l’amore
sarebbe indizio... di stupidità.
— Ah, buona questa! — gridò il Vezzosi che non ci vedeva il baco.
— Buona per cui tocca; — notò l’Anselmi, a cui sembrava pessima,
appunto perchè gli toccava a lui. — Tu non sei un giudice, Aldo; sei un
Minosse, un Radamanto. E noi che si faceva per celia!
— Non si fanno queste cose per celia; — replicò Aldo De Rossi. —
L’amore è una cosa grave, e non è permessa agli uomini leggeri, che
vedono un sollazzo passeggiero in ciò che dev’essere il negozio di
tutta la vita. —
Il contino Anselmi si seccò per davvero; si seccò doppiamente, pensando
che la signora Camilla udiva e che poteva indovinare a cui fossero
dirette le bottate del giudice.
— M’inchino alla tua sapienza; — diss’egli.
E fece l’inchino, proprio come aveva detto, mettendoci un’ostentazione
che diede maledettamente sui nervi al De Rossi. Questi non aveva
mestieri di tanto, per dar di fuori; che, anzi, come vi sarà parso
evidente, staccava i bollori da un pezzo.
— Accetto il complimento per quel che significa, — diss’egli; — cioè
per un’ironia; e lo accetto anche per quel che vale, — soggiunse, —
cioè per un’ironia... in bocca tua.
— Ehi, giovinotti! — gridò il commendatore Gerardo, che incominciava a
capire. — Che cosa è questo? Il giudice mi pare...
— Il giudice ha data la sentenza; — disse Aldo, con un risolino
sardonico.
— Egli vorrà almeno riconoscere l’autorità della Cassazione; — entrò a
dire il presidente gran croce.
— Con tutto il piacere, e chiedendovi perdono, se è necessario; —
rispose Aldo, inchinandosi. — Per altro, mi consentirete d’insistere
nella mia opinione. Il tono ironico non mi va, da qualunque parte
proceda; e i patti chiari....
— Fanno i buoni amici, manco male; — interruppe il commendatore
Gerardo, sperando di ravviare la conversazione.
— No, — ribattè Aldo De Rossi, — il proverbio non è giusto. Tra amici
non occorre far patti di nessuna specie. Diciamo invece che i patti
chiari fanno i buoni nemici. Infatti, — soggiunse, guardando l’Anselmi,
— ci sono i buoni nemici; cioè quelli che si conoscono tali e non
giuocano più ad ingannarsi. —
Il contino Anselmi rispose al discorso di Aldo De Rossi con un cenno
del capo, che aveva del saluto, del ringraziamento e dell’altro ancora.
La conversazione, come potete immaginarvi, non andò più oltre. Camilla
aveva alzati gli occhi e non le era sfuggito il gesto sarcastico
dell’Anselmi, nè lo sguardo di minacciosa promessa con cui gli
rispondeva il De Rossi.
— Vogliamo tornare all’albergo? — diss’ella, rivolgendo il discorso ai
Vezzosi.
Elena, più morta che viva, fece uno sforzo supremo per alzarsi dal
sedile. Gerardo e il cavaliere Sestavalle furono subito in piedi; il
presidente gran croce si stimò fortunato di poterli imitare. Quella
scena agrodolce aveva seccato il nostro gravissimo personaggio, che
in quel momento malediceva di sicuro la compagnia dei ragazzi e le
ragazzate di cui lo facevano spettatore. Ma già, colpa sua, signor
presidente. Dove c’è paglia, c’è sempre pericolo d’incendio. E lei,
perchè portare la paglia con sè?
Basta, lasciamo le considerazioni da banda. I nostri personaggi
escirono dal Rinfresco; Gerardo tenendo a braccetto la signora Camilla,
il presidente Roberti la signora Elena. Il Sestavalle si accompagnò
alla seconda coppia, ma senza preferenze e disposto a correre verso la
prima quando fosse chiamato. Uomo inarrivabile, e veramente Alcibiade,
che sapeva trovarsi bene con tutti e in ogni circostanza della vita!
Egli sarebbe anche rimasto coi due giovanotti, quantunque le loro facce
scure non promettessero una conversazione troppo piacevole; ma uno
sguardo benigno della signora Elena lo aveva tirato daccanto a lei;
così il De Rossi e l’Anselmi erano rimasti liberi di dirsi quel che
volevano, e magari anche di accapigliarsi.
La signora Camilla certamente sospettò qualche cosa di questo genere,
poichè trattenuto con un pretesto il suo cavaliere, lasciò passare
avanti Elena col presidente gran croce. Rimasta così abbastanza vicina
ai due rivali inviperiti, le venne fatto di cogliere a volo alcune
frasi del dialogo che essi avevano insieme:
— Mi dirai ora che cosa è questa scenata? — chiedeva l’Anselmi al De
Rossi.
— Signor conte, — rispondeva il De Rossi, — vi credevo più
intelligente. È proprio un peccato che, con tanto spirito, siate così
tardo a capire.
— È dunque una _querelle d’Allemand?_ — riprese l’Anselmi.
— Chiamatela anche così; purchè abbia un seguito; — disse Aldo De Rossi.
— Ed una conclusione; — rispose quell’altro stizzito.
— Tanto meglio; — ribattè il De Rossi.
Il commendatore Gerardo udì anch’egli, sebbene confusamente, qualche
cosa del diverbio tra i due.
— Orbene, — diss’egli, volgendosi a mezzo, con un piglio tra
l’amichevole e il paterno, — che cosa borbottate, voi altri? Spero bene
che l’avrete finita.
— Per l’appunto, finita; — disse Aldo.
— Ci siamo spiegati; — soggiunse il contino. — È stato un malinteso;
non è vero, De Rossi?
— Certo, — rispose questi, — e il maggior torto è stato il mio.
— Questo poi no; diciamo il torto d’ambedue, — replicò il contino, — e
non se ne parli più.
— Ah, bene! — gridò il commendatore Gerardo, e così forte, che potesse
udirlo anche il presidente gran croce. — Quando lo dicevo io, che non
c’era una ragione al mondo perchè aveste a leticare! Si crede qualche
volta di avere udito una parola, ed è invece un’altra. Oppure, è
quistione di significato, e ci si guasta il sangue per nulla. —
Frattanto il presidente diceva alla signora Vezzosi:
— Non so che diamine sia saltato in capo a quei due giovinotti. Ci
avete capito nulla, voi, Donna Elena?
— Io no; e voi, cavaliere? — diss’ella, volgendosi al Sestavalle.
— Neppur io; — rispose l’Alcibiade. — Qualche piccola ruggine, forse.
Ma sentite, parlano insieme e Gerardo li mette in pace. Dev’essere
tutto appianato, oramai.
— Meno male; — conchiuse il presidente. — Perchè, a dirvela schietta,
noi vecchi ci troviamo male, in questi litigi della gioventù. Sarebbe
stata veramente una noia per me, se fossero andati più oltre delle
parole, e questa sera medesima avrei fatte le valigie. —
Il presidente Roberti capiva benissimo che la cagione di quell’alterco
era la sua bella nipote. E si disponeva a fare una solenne ramanzina,
anche a rischio di vederla accolta come tante altre. Non vi formate
da ciò una cattiva idea della signora Camilla. È degli zii lo sgridare
per cose da nulla, e specialmente a torto, quantunque con le migliori
intenzioni del mondo; è delle nipoti il ridere, specie quando si
sa di non aver nulla da rimproverarsi. Del resto, se una risatina
è testimonianza di poco ossequio, un abbraccio è prova d’amore, e i
vecchi zii, da tempo immemorabile, amano più questo che l’altro.
Intanto che si preparava a ridere con lo zio, la signora Camilla rideva
col suo cavaliere. Veramente non ne aveva una gran voglia; ma bisognava
fingere, non dare a divedere il proprio turbamento. Come sarebbe
andata volentieri innanzi con Elena, lasciando tutti i signori uomini
insieme! Elena doveva sapere la cagione di quella improvvisa sfuriata
di Aldo De Rossi. Certamente, egli era escito fuori dei gangheri per
qualche discorso della signora Vezzosi. E questo bisognava sapere, per
regolarsi con tutti. Ma non si poteva neanche strappare l’amica dal
braccio dello zio, senza aver l’aria di una capricciosa, la quale non
sapesse far altro che pazzie. Perciò si trattenne, e ragionò col signor
Gerardo di cose inconcludenti, che parvero divertirla un mondo, tanto
ne rise.
— Signora, — le disse il contino Anselmi, avvicinandosi a lei, mentre
erano poco lungi dall’albergo della Pace, — verrete questa sera al
Casino?
— Credo di no; — rispose ella. — Mio zio deve essere stanco.
— Se non si tratta che di ciò, — entrò a dire Gerardo, — potremo
accompagnarvi noi altri.
— Grazie; anch’io amo riposare. Starò a fare quattro ciarle con Elena.
Siamo state così poco insieme, quest’oggi! —
Mentre l’Anselmi si era accostato alla signora Camilla, Aldo De Rossi
veniva innanzi da solo, e sdegnando di seguire il viale. Forse, poichè
era venuto ai ferri corti col suo nemico, non sentiva più la dolorosa
curiosità di udire i discorsi che si facevano tra lui e la signora
Camilla. Perciò, quasi ad ostentare la propria noncuranza, era andato a
spaziare nel mezzo dello stradone.
La signora Elena lo vide con la coda dell’occhio, e avrebbe voluto
mandare il Sestavalle a tenergli compagnia; ma erano oramai al termine
della loro passeggiata e non occorreva più usargli quest’atto di
misericordia.
— Vuol dire, — fece l’Anselmi, quando si fu davanti all’uscio
dell’albergo, — che questa sera le signore...
— Riposeranno; — interruppe la signora Elena, che aveva indovinato il
resto della frase, e che aveva sentito dianzi il discorso di Camilla. —
Perciò i cavalieri son liberi; meno il Sestavalle, che avrà la bontà di
portarmi in camera il libro che m’ha promesso stamane. —
L’Alcidiade fece il gesto dell’uomo che non si raccapezza. Ma uno
sguardo della signora Elena lo richiamò all’intelligenza della scena.