Quella sera Aldo De Rossi rientrò molto tardi all’albergo. Da principio
la ricerca dei padrini, quindi gli accordi e i preparativi del
duello, avevano occupato tutto il suo tempo. Alla perfine, tutto era
concertato, e in guisa di non lasciar nulla ai capricci del caso. Le
carrozze erano state fissate per l’alba, e alle cinque in punto i suoi
padrini dovevano andarlo a svegliare.
Per la prima volta, dacchè era a Montecatini, Aldo De Rossi andava
a letto contento. La rabbia, tanto tempo chiusa nel petto, l’aveva
finalmente sfogata. La condizione uggiosa e ridicola, in cui era da
parecchi giorni, di amante negletto, di osservatore geloso, di rivale
infelice, che doveva stare alle mosse, parlar dolce con l’amaro sulla
lingua, sorridere con la voglia di ruggire e graffiare, l’aveva chiusa
con una brava sfuriata. Al giorno seguente la cura di farla finita; per
intanto, Aldo De Rossi avrebbe dormito sei ore senza pensare a nulla. A
nulla, mi capite? a nulla!
Perchè, non so se l’abbiate osservato mai, occorre in questi casi
uno strano fenomeno. L’uomo ha un gran sopraccapo, o un grande
struggicuore, e per l’uno o per l’altro gli accade di venire ai ferri
corti con Tizio, o con Caio. Si combina lo scontro in piena regola; gli
sdegni feroci avranno uno sfogo, i dolori acerbi un sollievo. Ed ecco,
come per incanto, alla vigilia della carneficina, il combattente non
pensa più alle sue malinconie; si direbbe quasi che non ne abbia avuto
pur l’ombra. Come può succedere una tranquillità così grande ad un così
fiero scompiglio? Vorrei dirlo, ma temo che non sia qui il luogo, nè
l’ora. Comunque, si può riscontrare questo periodo di calma con quella
pace improvvisa degli elementi, che precede lo scoppio del temporale.
L’uomo sembra dire a sè stesso: «Sarà per domani; ho dunque tempo a
pensarci, poichè senza di me non si fa nulla, di sicuro.» E quasi quasi
non sente più ira contro il nemico, la cui immagine abborrita, già così
spesso presente a’ suoi occhi, è lontana mille miglia da lui. Le furie
torneranno domani, nel momento critico dell’assalto dato o respinto;
per ora si sta in dormiveglia. La soddisfazione di aver trovata la
via ad uno sfogo onorevole (se onesto, poi, non so dirvi) è quella che
domina, ed è già per sè stessa una maniera di sfogo.
Non argomentate da ciò che il nostro eroe andasse subito a letto. Un
pensiero, anche breve, all’impresa futura, bisognava pur darglielo;
non foss’altro, per provvedere a qualche caso delicato. Perciò entrato
nella sua camera, Aldo De Rossi pensò di scrivere due versi in fretta
ad un amico fidato.
«Avrò domattina (così diceva la lettera) una piccola seccatura, intorno
alla quale, se ne porto via la pelle, ti manderò un cenno telegrafico,
per togliere ogni importanza a questo foglio, quando ti verrà tra le
mani. Dato poi il caso peggiore, e quando tu abbia avuto l’annunzio
dalle trombe della fama, tu hai a rendermi un servizio da amico provato
e da cavaliere del buon tempo antico. Andrai a casa mia e farai ardere
sotto i tuoi occhi, con tutta delicatezza, le carte che sono entro lo
stipo, nella mia camera da letto. Sono dolente di non aver fatto io,
e da lunga mano, questo _auto da fe_. Certi ricordi del passato non
dovrebbero sopravvivere ai pensieri e ai sentimenti che li rendevano
preziosi. Grazie anticipate e addio.... se ha da essere addio.»
Finito di scrivere, Aldo rilesse quel che gli era escito dalla penna, e
sorrise.
— In fede mia, — esclamò, — ecco una prosa molto fredda, e per il
momento in cui è scritta, e per l’uomo a cui va. Ma infine che ci ho da
far io, se non mi si scioglie la vena? —
Infatti, egli non sentiva nulla, nè ardore, nè tenerezza. Il cuore di
Faraone era indurito, o giù di lì.
Fece alcuni passi per la camera, sorridendo a sè stesso, come un
uomo che, per la prima volta dopo un lungo periodo di sciocchezze,
si persuade di aver bene spesa la propria giornata. Quindi, poichè la
giornata era finita ed occorreva dargli una chiusa, pensò che il meglio
era di andarsene a letto.
Mentre egli stava prendendo quella risoluzione, bussarono all’uscio
della camera. Forse era il cameriere. Aldo ricordava benissimo di non
aver chiesto nulla; ma non poteva essere frullato in testa al cameriere
di venire appunto per ciò a domandargli se per caso non avesse bisogno
di qualche cosa? verbigrazia, a che ora del mattino volesse essere
svegliato? I camerieri d’albergo li hanno, qualche volta, questi
rimorsi di coscienza, che li farebbero creder capaci dei sacrifizi più
grandi!
— Avanti! — disse Aldo, senza voltarsi e senza rallentare i suoi passi.
L’uscio si aperse lentamente e qualcheduno si affacciò nel vano.
— Che cosa volete? — chiese Aldo De Rossi, nell’atto che compiva la sua
passeggiata fino all’angolo più lontano della camera.
Ma la sua dimanda non ebbe risposta. Si volse allora, insospettito da
un leggiero scalpiccio che non accennava punto a ciò ch’egli aveva
immaginato da principio; si volse, vide che cos’era, e diede un
sobbalzo; poi restò lì, tra contuso e sbalordito.
— Signora!... — diss’egli; e più non disse, tanta era la sua commozione.
Avrete già indovinato chi fosse la signora, il cui improvviso apparire
turbava così profondamente Aldo De Rossi. Era la signora Camilla,
che stava ritta ed immobile davanti a lui, a due passi dall’uscio; la
signora Camilla Rivanera, bella come una visione celeste, di quelle
che in altri tempi usavano visitare i monaci e i pensatori, nelle loro
celle solitarie. E dico in altri tempi, per accennare a quelli della
poesia; che i nostri sono tempi di prosa e certe visioni sdegnano di
offrirsi ai mortali.
La signora Camilla rimase un istante a guardare il De Rossi; indi
si volse indietro a mezzo per richiuder l’uscio, e finalmente venne
incontro a lui, che non s’era mosso dal suo primo atteggiamento di
confusione e stupore.
Ella s’inoltrava, e il giovane la vedeva venire incontro a lui, muta e
severa come un fantasma.
Grazioso fantasma, in verità, e in ogni altra occasione Aldo De Rossi
l’avrebbe accolto a braccia aperte. Ma in quell’ora notturna, mentre
egli era lunge dall’aspettarsi una simile apparizione, ed anzi,
diciamo tutto, mentre egli non avrebbe mai osato sperarla o immaginarla
possibile, Aldo De Rossi n’ebbe come un capogiro, vacillò e cadde su
d’una scranna, che, per fortuna sua, era ai piedi del letto. Ed ella,
come fu presso a lui, si fermò, stette un momento a guardarlo, con una
aria grave, in cui la curiosità si mescolava alla tristezza.
— Non mi aspettavate? — diss’ella, come fu giunta presso al De Rossi.
— No; — rispose Aldo, senza sviar gli occhi da lei.
— Che uomo! — esclamò allora Camilla. — Voi non capirete dunque mai
nulla!
— Io.... — balbettò il giovane. — Che cosa intendete di dirmi?... —
E rimase attonito, pensando a quella frase di Camilla. Che cosa doveva
egli capire? Per esempio, cercando molto tra sè, incominciò a capir
questo: che ella volesse da lui una viltà. Ma con quale intento? Forse
per liberarsi da una malleveria troppo grave, perchè su lei, solamente
su lei, sarebbe caduta la colpa del duello.. Forse anche per tutelare
la vita dell’Anselmi? Questo sospetto lo fece fremere di rabbia. E
pensò di stare in guardia, aspettando che ella scoprisse il suo giuoco.
— Signora, — riprese egli, tanto per dire qualche cosa e ravviare il
discorso, — vogliate sedervi. —
Camilla non rispose parola e non fece neppur caso dell’invito di Aldo.
In quella vece andò risolutamente verso lo scrittoio e prese la lettera
che il signor De Rossi vi aveva lasciata; guardò il ricapito e aperse
la busta, senza chieder licenza, senza esitare un istante, come se
facesse la cosa più naturale del mondo. E neppur egli, confuso com’era
dall’improvvisa apparizione di lei, trovò strano che quella donna,
entrata là dentro come in casa sua, aprisse la lettera che egli aveva
finito poc’anzi di scrivere.
La signora Camilla diede una rapida occhiata al foglio, e come fu
giunta agli ultimi versi, atteggiò le labbra ad un sorriso sardonico.
— Lettere d’altre donne! — esclamò. — Ritratti! Fiori appassiti! Non è
vero?
— Signora!...
— Oh, non importa, dovevo aspettarmelo. Ma nella lettera che avete
scritta è anche la vostra condanna. In verità, dite benissimo; questi
ricordi non dovrebbero mai sopravvivere ai lieti casi, ai dolci
episodii di cui fanno testimonianza. —
Aldo rimase muto, parendogli indegno di sè e di lei un tentativo di
giustificazione, che non si sarebbe potuto fare, senza aver l’aria di
rinnegare il passato. Ma quand’anche egli lo avesse voluto, Camilla non
gliene avrebbe lasciato il tempo.
— Chi amate voi ora? — ripigliò essa. — Ma no, non occorre saperne il
nome. È una donna da compiangere. Infatti, essa non potrebbe essere
lieta, sapendo che in un angolo riposto del vostro scrigno c’è tanta
roba da gettare alle fiamme. —
L’accenno doveva riescirle doloroso, poichè ella dopo aver dette quelle
parole, si lasciò cadere sul sofà, che era accanto allo scrittoio,
nascondendosi il viso tra le palme.
Aldo non seppe più contenersi. Balzò dalla scranna, e avvicinatosi a
lei, le prese una mano, che strinse amorevolmente tra le sue.
— Signora.... — diss’egli, con accento supplichevole. — Camilla, ve ne
prego.... Che significa ciò? Di che m’accusate voi? Mia dolce signora,
è dunque possibile?... E siete voi qui, veramente voi? O non sono io
piuttosto io che vi vedo e vi parlo in sogno? —
Così dicendo, non senza interruzioni, tra sospiri e singhiozzi, baciava
quella bianca mano, che Camilla non gli aveva concessa, ma che non
aveva pensato neanche a ritrarre. La baciava, dico, e finì col bagnarla
delle sue lagrime; dolce tributo che l’amore dà così spesso e così
volentieri ad una cara bellezza. E Camilla sentì quelle lagrime, e
levata la fronte a guardare il piangente, con un moto rapidissimo della
persona venne a nascondere il viso sul petto di lui.
Qui veramente Aldo De Rossi credette di essere innalzato al settimo
cielo, se è vero, come hanno scritto gli antichi, che i cieli sieno
sette e non più. Era lui, proprio lui, che stringeva al petto quella
divina creatura? Era lui, proprio lui che aveva sofferto tanto per la
freddezza di quella donna, e letta poche ore innanzi una sua lettera
acerba, che pareva fatta per levarlo d’ogni speranza? E quella donna
che egli credeva di aver perduta per sempre, quella donna, proprio
allora che egli pensava di esserne più lontano che mai, era là,
commossa, palpitante, nelle sue braccia, come una colomba nel nido?
Quanto durasse la scena non saprei dirvi, nè, sapendolo, vorrei.
L’uggioso misuratore delle allegrezze umane non dimentica nessuno;
ma è permesso ai felici di dimenticarlo, in uno di quei rapimenti
sublimi che nello spazio di un’ora concentrano le gioie di un’intiera
esistenza. Non mi chiedete neanche quali pensieri prendessero forma
nella mente di lui, o di lei; poichè vi sono istanti in cui non si
pensa affatto, se non per avere una vaga coscienza dell’annientamento
di questa superba facoltà, per cui l’uomo è il più infelice degli
esseri.
— Dimmi, — bisbigliò finalmente Aldo all’orecchio di lei, — perchè mi
odiavi?
— Perchè?... — rispose ella, destandosi da quel dolce torpore
dell’anima. — Non amavi tu un’altra?
— No; — disse Aldo, con accento vibrato che prorompeva dal cuore. — Te
sola.
— Giuralo! — rispose Camilla, levando la testa e fissando i suoi begli
occhi nel viso di Aldo. — Giura che non amavi Elena, e che il tuo
cuore non ha mai palpitato per essa. Bada, — soggiunse, con un gesto
di minaccia. — Avresti avuto torto a non amarla, perchè essa è bella
tra tutte le donne; avresti avuto torto, perchè essa ti ama. Se l’hai
amata, sii leale ed onesto nel rispondermi. Puoi tradirla nel futuro;
non devi rinnegarla nel passato.
— Non sarei così vile; — rispose Aldo gravemente. — Per tutto ciò
che ho di più sacro; per la memoria di mia madre, te lo giuro; non
ho amata mai quella donna. Il mio cuore è pieno di te, dal primo
giorno che ti ho veduta; ed ho veduta te prima di conoscere lei. Il
passato.... — soggiunse Aldo sospirando; — il passato non è più mio.
Come lo distruggerei? È la nostra gioventù che ha sparsi i fiori
della sua ghirlanda lungo il cammino: possiamo noi tornare indietro
a raccoglierli? Una cosa sola possiamo far noi: dolerci amaramente di
non averli serbati, per incoronarne la fronte di colei che ameremo per
tutta la vita. Credimi, dolce signora; io non ho amato Elena, non le ho
detto mai parola che potesse lasciarle sospettare un’ombra di tenerezza
per lei. Eppure, io gliene ho dette molte! — notò il giovane, crollando
mestamente il capo. — Ma tutte, sai, tutte per intrattenerla del mio
amore per te!
— Male! — sclamò Camilla. — Si fanno forse di queste confidenze ad una
donna?
— Elena è buona; — disse Aldo.
— Sì, troppo buona; e appunto ciò mi ha dato noia; — rispose Camilla,
battendo sdegnosamente le labbra. — Stimare un uomo per quel che
vale.... almeno, immaginarsi che egli val molto; desiderare che le sue
labbra vi dicano ciò che i suoi occhi v’hanno lasciato sospettare;
attendere che egli cessi di andare attorno, per non vedere, per non
seguire, per non servire che voi; e invece.... non veder nulla, non
udir nulla di ciò che speravate vedere ed udire; e frattanto, sentirvi
offrire quell’uomo da un’altra donna, bellissima, non c’è che dire, e
che ha l’aria di volervi fare un regalo, quasi una cessione.... Signor
De Rossi, ecco ciò che è toccato a me, per colpa vostra. Ditemi ora,
non eravate un bambino, a diportarvi così? E non sentite là dentro un
po’ di rimorso? —
Aldo De Rossi vide in quel momento ciò che non aveva veduto mai.
Delicatissimo nelle cose del cuore e punto disposto alle confidenze
tra uomini, si era lasciato andare a far partecipe del suo segreto
una donna. Perchè quella debolezza sua con la signora Vezzosi?
Certo, bisognava farle intendere in qual modo, come e perchè egli non
rispondesse al nascente affetto di lei; certo, non era tutta colpa
della signora Elena se quell’affetto aveva fatto capolino, e il signor
Aldo degnissimo, con le sue spensierate assiduità in casa Vezzosi,
doveva riconoscersi per il primo e per il maggiore colpevole. Ma dal
trovare il modo di persuadere gentilmente una donna dell’errore in
cui essa era caduta, allo spiattellarle intiera e nuda la verità, ci
correva un bel tratto. Ed era poi lui, l’uomo degli amori esclusivi, il
fautore della massima «o tutto o nulla,» che doveva lasciar supporre
tante cose alla signora Vezzosi e mettersi nella condizione in cui si
trovava finalmente, davanti alla signora Camilla?
I criminalisti, in ciò d’accordo coi moralisti, richiedono nel delitto,
perchè possa chiamarsi tale la coscienza e l’intenzione di commetterlo.
Dove non è intenzione, dove non è coscienza, il delitto sparisce e
resta semplicemente l’errore. Ma nelle cose del cuore, è, scusatemi
l’espressione, un altro paio di maniche. Dove lo spirito ha obbligo
d’esser sempre desto e vigilante, non ci sono errori perdonabili; ogni
errore è delitto. Aldo, anche innocente nell’anima sua, aveva errato,
doveva riconoscersi in colpa.
— Mi faccio orrore; — diss’egli chinando umilmente il capo. — Ma anche
voi, Camilla.... non siete stata troppo lungamente crudele con me?
Quell’Anselmi, poi!... —
Non avrebbe voluto nominarlo; anzi, aveva fatto proponimento di non
tirare il discorso da quella parte. Ma al povero Aldo De Rossi accadde
ciò che accade a tutti gl’innamorati, che non sanno destreggiarsi,
perchè non sanno aspettare, e cascano essi primi nei discorsi che
vorrebbero ad ogni costo cansare.
— Ah sì, l’Anselmi! — rispose Camilla. — Gran che! Ditemi voi, ve ne
prego, che cosa ha ottenuto l’Anselmi da me.
— Non so; — balbettò Aldo, chinando gli occhi e stringendosi nelle
spalle.
— Ah, non mi dite che non lo sapete; — ribattè essa con accento severo.
— Escirei da questa camera, per non vedervi mai più. Siate pure geloso;
la cosa piace qualche volta alle donne, specie quando amano anch’esse
davvero. Ma non siate mai permaloso, nè ingiusto. —
Aldo si fermò a meditare sopra una frase di Camilla, che lo aveva
colpito.
— E.... — diss’egli allora con una mezza sospensione, che dimostrava la
sua paurosa curiosità, — vi piace che io sia geloso?
— No; — rispose Camilla, preparandosi a ridere della sua cera
scontenta, ed anche, se egli non era a dirittura un grande zuccone, a
lasciargli intendere il contrario.
Ma, proprio a dirvi le cose come stanno, il mio signor Aldo, con
tutte le sue belle qualità, era un po’ zucca. Non zucca al vento, chè
sarebbe stato sciocco e vanitoso; ma zucca coricata, zucca supina.
Poveretto, non so scusarlo, ma non so neanche condannarlo, poichè
conosco della gente che gli somiglia e a cui voglio un gran bene. Del
resto, lo sapete, Aldo ci aveva quel tal sospetto in corpo; il sospetto
che Camilla non avesse fatto quel passo imprudente, audacissimo, di
andare da lui, a quell’ora di notte, se non per chiedergli una viltà,
a vantaggio dell’altro. E il dubbio, anche vano, e, peggio che vano,
indegno di entrambi, gli risorgeva nell’animo.
— No, — gli aveva risposto Camilla, ridendo. — E poi, — aveva
soggiunto, vedendo che egli non afferrava la celia, — perchè sareste
geloso? E di che?
— Di che! — esclamò egli, aggrottando le ciglia. — E me lo domandate?
Non ho io vedute tutte le cortesie che egli vi faceva e l’aria di bontà
particolare, direi quasi di gratitudine, con cui avete sempre mostrato
di accoglierle?
— Dio mio! Dite pure che gli ho data l’erba trastulla. E in fede mia,
— soggiunse Camilla, — ci sarebbe qualche cosa di vero; ma nessuno
potrebbe dolersene, salvo l’Anselmi. Non mi era dunque lecito di
stare a vedere che effetto vi facevano certe cose, di studiarvi, di
scandagliarvi un pochino? Alla fine, che mezzo abbiamo noi, povere
donne, per conoscere se un uomo ci ami davvero? Usiamo una pietra di
paragone, ecco tutto. E poi, ditemi ancora, potevo figurarmi io, con
tutte le vostre visite di qua e di là, che voi mi amaste davvero, come
io ho il diritto e la pretesa di essere amata?
— Ed ora, — disse Aldo, — lo sapete, non è vero?
— Sì, perchè un uomo non perde il lume degli occhi per una donna, come
avete fatto voi, quando è presente un’altra che egli ha amata prima, o
che ha tuttavia mestieri d’ingannare. E come eravate splendido ieri al
Rinfresco! Vi ho veduto rotar gli occhi come una bestia feroce. E senza
una ragione al mondo; questa è proprio una delle vostre!
— Già! — esclamò Aldo. — Senza ragione. Dopo quella lettera che avete
scritta alla vostra amica!...
— Che s’è affrettata a metterla sotto i vostri occhi! — rispose
Camilla. — Dovevo immaginarmelo. La bontà di cuore è sempre così;
non ha altra smania che di servirvi; tutto per voi e niente per sè!
Generoso spirito di rinunzia, magnanimo sentimento di sacrifizio, chi
non vi rende giustizia! Io vi ammiro e m’auguro.... di non avervi tra
i piedi. Ma basti di ciò; — soggiunse Camilla, che temeva di andare
troppo in là coi sarcasmi; — ringraziamo anzi l’amica di avervi fatto
leggere quel foglio. Se ciò non fosse stato, sarei io qui a domandarvi
perdono? Perchè, infatti, la cosa è proprio così. Strana sorte è la
nostra! Da padrone a schiave, da superbe a supplichevoli; e senza
gradazioni, senza neanche un po’ di vergogna! Che cosa faccio io qui?
come ho avuto il coraggio di venirci? Che si direbbe di me, quando si
risapesse la cosa? —
Aldo scosse la testa, come uomo che sente il peso degli argomenti
altrui, e battè due o tre volte le labbra.
— Avete ragione; — mormorò egli. — E per quanto io sia felice di
vedervi qui, debbo pensare che c’è un pericolo per voi. Se aprissero
quell’uscio.... —
E il signor Aldo, turbato com’era, non ardì compire la frase.
— Se lo aprissero!... — rispose Camilla. — Chiudetelo a chiave e non ci
sarà questo pericolo. —
Al signor Aldo balenò davanti agli occhi come un’immagine delle
beatitudini celesti. Guardò Camilla, che reclinava lo sguardo a terra;
poi corse all’uscio, afferrò la chiave e diede tutt’e due le mandate.
Ciò fatto, ritornò, veloce come un lampo, e cadde alle ginocchia di
Camilla.
— Voi siete un angelo! — le disse.
Camilla sorrise malinconicamente.
— Un angelo che perde le ali; — rispose. — Ho fatto male e desidero che
la cosa non passi in esempio. Ma sono così, io; — soggiunse tosto con
accento più franco. — Avevo bisogno di sapere come amate voi, mio bel
cavaliere. Quanto a me, eccovi come amo; o tutto o nulla.
— Mia dolce signora, lo sapete; — replicò Aldo giubilando. — È questo
il mio motto.
— Tanto meglio; — disse allegramente Camilla. — E non voglio donne
sulla mia strada.
— Nè io uomini; — ribattè Aldo, sul medesimo tono.
— Gelosia feroce, dunque?
— Gelosia diabolica. L’amore non ne conosce altra. Approvato?
— E firmato in doppio originale. —
Così chiacchieravano, seduti l’uno a fianco dell’altro, le mani nelle
mani e gli occhi negli occhi. Camilla non accennò punto all’alterco
di Aldo con l’Anselmi, e Aldo dimenticò facilmente i primi sospetti.
La conversazione si aggirava mollemente a mezz’aria, tessuta di
quei graziosi nonnulla che piacciono tanto agli innamorati e fanno
scorrere il tempo così veloce. Che cosa si è detto? Da che parte si
era incominciato e dove si era rimasti? Impossibile il ricordarsene.
Donde qualche volta il rimprovero di lei, o di lui. Perchè mai la
tal cosa, o la tal altra, che aveva pure una certa importanza, non
era stata rammentata da lui, o da lei? Ma, Dio buono, come si fa,
a ritenere una sinfonia, che passa per tutti i toni, e sfiora e
confonde tutte le melodie dello spartito? E poi, perchè ritenere
solamente certi particolari? Non erano tutti importanti ad un modo?
E il pregio vero del dialogo non era forse tutto in quella medesima
varietà di soggetti, collegati da tenui fila, armonizzati da gradazioni
insensibili? Inoltre, ci sono delle cose che, udite una volta, paiono
sublimi; ripetute, sviscerate, son nulla, e si possono paragonare
a quelle nuvolette leggiere, che stanno librate in alto, prendendo
forma dall’aria che le spinge, e colore dalla luce che le investe.
La vaghezza è tutta nelle apparenze mutevoli; a che si cercherebbe la
sostanza? Ora, nel dialogo di due innamorati la soavità ineffabile è
quel susurro di due voci che si confondono, è quel bacio che si accenna
e non si scocca. Un gran pittore ne ha foggiato uno nel sasso, ed è
parsa idea luminosa, come poteva offrirsi all’arte figurativa; ma c’è
altresì il bacio che nessun pennello può rendere, il bacio che si sente
nell’aria, il bacio che vi sfiora la guancia e vi penetra nel sangue.
Esso è nella voce cara che vi suona timidamente all’orecchio, nello
sguardo acceso che v’illumina e vi riscalda, nell’alito delicato che
vi accarezza il volto, in quel misto di fragranze nuove, inesprimibili,
per cui sentite l’amata così diversa da tutte le altre donne del mondo.
Insomma, lettori dell’anima mia, che cosa vi dirò? Che qui si perde la
bussola. E fo punto, per ritornare alla prosa.
Il povero torcetto stearico, piantato nel modesto candeliere d’albergo,
era al verde. Vo’ dire che s’era consumato bel bello, e che l’ultimo
avanzo di stearina si spandeva liquefatto sulla padellina del
cristallo. Poco dopo, il lucignolo, non più nutrito, nè sorretto, diede
l’ultimo guizzo e cadde stridendo nel suo minuscolo laghetto di untume.
Una piccola tragedia in un bocciuolo di candeliere! E i due felici
non si erano avveduti di nulla. Risero, quando si trovarono al buio; e
Aldo, cercando Camilla, sfiorò col sommo delle labbra i capegli di lei.
— Mia? — mormorò egli, così sommessamente, che l’aria non avrebbe
potuto sentirlo. — Indovini, che cosa?
— Sì; — rispose ella; — tua.... fidanzata.
— E lo diremo allo zio; — riprese Aldo.
— Che sarà felice di liberarsi di me.
— Lo credi?
— No, povero zio! Mi ama tanto! Ma infine, alla sua età si hanno altre
cure, e si custodisce male una nipotina come son io; — disse Camilla,
ridendo. — Vedi, infatti!...
— Non vedo nulla; — rispose Aldo. — C’è così buio!
— Ma io ti vedo ancora; — replicò ella. — Cioè torno a vederti un
pochino. È quasi l’alba.
— Ahimè, l’alba! — mormorò Aldo. — Che noia! —
Un pensiero molesto si affacciò alla mente di Camilla, e un brivido le
corse per le vene.
— Che hai? — diss’egli, sentendola tremare.
— Nulla, nulla. —
E cercò di vincersi, di sviare i pensieri dolorosi, ritornando a
parlare di cento cose; dei giorni in cui si erano conosciuti; delle
prime parole che egli le aveva dette in una festa da ballo; di un
fiore che egli portava sempre all’occhiello; di una storia che aveva
incominciata per compiacere a lei, ma che non aveva saputa finire,
per certe risa di lei, e via discorrendo. Ma le tenebre si andavano
diradando nella camera, e la conversazione languiva. Aldo rispondeva
a sorrisi interrotti, a monosillabi, e tratto tratto si mordeva le
labbra, come persona che stenti a dominare la propria inquietudine.
Ad un certo punto non seppe più contenersi.
— Sono dolente.... — incominciò.
— Di che? — fece Camilla.
— Sono dolente di dirlo io; ma tu.... dovrai ritornare nelle tue camere.
— Perchè?
— Perchè tra mezz’ora sarà giorno. E se ti vedessero.... se ti
trovassero qui....
— È vero; — disse Camilla. — Che cosa si penserebbe.... del signor Aldo?
— Cattiva! — esclamò egli. — Penso a te, non a me. Quando apparirà la
luce....
— Ah, la luce! — interruppe Camilla. — Sarà la mia nemica, perchè mi
farà comparire assai brutta.
— Se non si trattasse d’altro, — disse Aldo, — ti pregherei di restare.
Ma infine....
— Ma infine, — ripigliò Camilla, — è meglio che io me ne vada; non è
vero?
— Sì; — rispose Aldo sospirando.
— Andiamo dunque; — replicò Camilla.
E si alzò lentamente e si mosse di mala voglia. Aldo, rigiratole un
braccio intorno alla vita e tenendosela stretta al seno, l’aiutò a
fare i dieci o dodici passi che correvano dal canapè all’uscio. Dieci o
dodici a farli corti, s’intende; ed anche questo breve tragitto volle
parecchi minuti di tempo. Coppia gentile che s’inoltrava nella mezza
oscurità della camera, io credo che così, e non altrimenti, dovrebbero
andare nel regno delle ombre coloro che si sono amati sulla faccia
della terra.
Mentre i miei due personaggi andavano verso l’uscio, ma col metro del
fanciullo ritroso di cui è detto nella Bassvilliana del Monti (ricordi
dell’adolescenza, che cosa volete da me?), un improvviso rumore si udì
dalla strada. Qualcheduno di fuori batteva a ripetuti colpi sul portone
d’ingresso.
— Vieni; — disse Aldo, traendo Camilla, che si era molto volentieri
arrestata a mezza strada; — abbiamo appena il tempo di giungere alle
tue stanze.
— No, — diss’ella, — è tardi, per escire. Se passa un servo nel
corridoio?...
— Che? Spero bene non ci sarà questo bisogno; — rispose Aldo. — Aprirà
il portiere. —
Ma proprio per far torto alle previsioni di Aldo, il portiere aveva
il sonno duro, o l’orecchio. Di fuori continuavano a bussare, e poco
stante si udì nel corridoio un passo grave, ma spedito, come di persona
destata in soprassalto, che si affrettasse verso le scale, per metter
fine a quel diavolìo.
— Ahi! — mormorò Aldo. — Son essi.
— Essi! — ripetè Camilla. — E chi?
— Amici miei.... — balbettò Aldo; — amici miei, che vengono a cercarmi,
per una scampagnata. Ho promesso iersera, al Casino, di andare fino
a Collodi. Vieni; ora non ci sarà pericolo ad escire sul corridoio,
poichè il servitore è passato. Ma che hai? — soggiunse egli, sentendola
tremar tutta nelle sue braccia.
— Ho freddo; — rispose Camilla. — E avrò anche più freddo di
fuori. —
Per la stagione in cui s’era, la cosa doveva parere assai strana.
Ma al nostro eroe il freddo che sentiva Camilla sembrò strettissimo
parente della poca voglia che essa aveva di escire dalla camera.
Rammentò che per tutta la notte Camilla non aveva accennato, neanche
lontanamente, ad un pericolo di duello; silenzio notevole, che da
principio lo aveva fatto insospettire, ma che egli si era poi spiegato
nel miglior modo possibile, ricordando le parole con cui l’Anselmi,
nell’escire dal Rinfresco, aveva cercato di rassicurare le donne. La
spiegazione gli era servita lì per lì; ma allora, quella ritrosia di
Camilla a separarsi da lui, il tremito subitaneo che l’aveva presa
all’avvicinarsi dell’alba, e infine quella ostinazione a restare,
anche a rischio di farsi cogliere nella camera di lui, dovevano dirgli
abbastanza chiaramente che Camilla aveva indovinato ogni cosa e che
la sua presenza colà mirava ad un fine. Ma quale? E con che mezzi
contava ella di raggiungerlo? Aldo non ci vedeva molto chiaro; anzi,
diciamo schiettamente che non ci vedeva affatto. E mentre stava lì
almanaccando, si udivano i passi di parecchie persone, entrate allora
nel corridoio; indi a poco i passeggiatori mattinieri fecero sosta e
bussarono all’uscio della sua camera.
— Apri; — gli disse Camilla all’orecchio. — Io mi nascondo là dietro.
Escirò dopo di te; non temere. —
Così dicendo si spiccò dal suo braccio e andò a celarsi nella stretta
del letto.
Aldo aperse l’uscio e diede il passo a due gentiluomini, che erano per
l’appunto i suoi padrini.
— Già alzato! — esclamarono, nell’atto di stringergli la mano.
— Sì; non è forse l’alba?
— Verissimo; ma credevamo che proprio in questa occasione avreste fatto
il sonno più lungo. Si narra del principe di Condè....
— _Promessi Sposi_, capitolo tale! — interruppe Aldo, sorridendo. — Ma
io, anche a risico di non somigliar punto al principe di Condè, non
ho attaccato sonno, essendo rientrato troppo tardi e avendo avuto da
scrivere qualche lettera.
— Infatti, — notò uno dei padrini, dando una occhiata al letto, di cui
si vedeva la rimboccatura intatta, — ecco la prova più chiara della
vostra veglia d’armi. La chiameremo così, in omaggio alla memoria
degli antichi cavalieri. Ma permettetemi di osservare che, non avendo
dormito, punterete male, stamane. —
Aldo rispose con una leggiera alzata di spalle. Ma dentro di sè mandò
a quel paese il troppo loquace padrino; tanto più che dalla stretta del
letto era giunto a lui come un gemito soffocato.
— Basta, — ripigliò il padrino, — poichè siete già alzato, avremo il
tempo di prendere il caffè.
— Lo vogliono qui? — domandò il cameriere.
— No, — rispose prontamente Aldo, — lo prenderemo giù in sala. Vi
prego, amici, — soggiunse, volgendosi ai due visitatori, — concedetemi
due minuti e sono da voi. —
Esciti finalmente i padrini, Aldo ritornò verso Camilla, che si
abbandonava bocconi contro la sponda del letto, in preda ad una
agitazione violenta.
— Animo, via, Camilla; siate forte! — diss’egli.
— Ah! — gridò ella. — E per mia colpa! Ma non sarà.... non sarà! Mio
Dio, abbiate compassione di me!
— Sì, egli mi assisterà; — disse Aldo. — Vieni, ora, te ne prego; non è
più tempo di restar qui. —
Camilla si lasciò condurre, come un bambino. Da sola, non avrebbe
avuta la forza di muovere un passo. La sua energia femminile, d’indole
essenzialmente nervosa, era venuta meno davanti all’idea del pericolo
che Aldo correva per lei.
Ma forse, direte, non lo sapeva prima? Sì, buon Dio, lo sapeva;
ma bisogna anche osservare che ella faceva assegnamento su certe
circostanze, molto ben prevedute, perchè attentamente studiate, le
quali all’ultimo momento non le parevano più così certe, come le aveva
immaginate da principio. Non vi è egli mai avvenuto di contare su
certe combinazioni, sapientemente architettate, che a tutta prima vi
sembravano irresistibili, e poi, giunti all’ora della prova finale,
di perder la fede, di dubitare, di sospettare un errore di calcolo,
infiltrarsi nelle vostre deduzioni, col pericolo di mandare a rotoli
il vostro faticoso edifizio? Alla signora Camilla, già tanto sicura
durante la notte, tornavano in cuore i sospetti, coll’avvicinarsi
dell’alba. L’arrivo dei due padrini di Aldo le aveva dato il tracollo;
i sospetti si erano tramutati in paura.
Oramai non si poteva più indugiare, nè mendicar pretesti, nè far capo
ad alcune di quelle debolezze che in momenti meno solenni fanno buon
giuoco alle donne. Camilla si lasciò condurre fuor della camera di
Aldo. C’era appena appena il tempo necessario, perchè ella potesse
raggiungere la sua.
Ma nell’atto di escire sul corridoio, alla incerta luce del mattino,
i nostri due innamorati fecero un incontro che non s’aspettavano di
certo. I padrini erano scesi al pianterreno e il servitore con essi;
ma dal fondo del corridoio apparivano due altri personaggi, quasi due
ombre; la signora Elena e il commendatore Gerardo.
Il primo e istintivo moto di Aldo fu di mettersi avanti, come per
nascondere Camilla agli occhi dei nuovi venuti. Ma era tardi; Elena
e suo marito avevano veduta la signora Rivanera, e ambedue, fatto
un gesto di meraviglia, accennavano a ritirarsi, per non riescire
importuni. Camilla se ne avvide. La poveretta si sentiva morire; ma la
gravità del momento rianimò le sue forze. Non toccava a lei di salvare
ogni cosa, se era possibile, o di confessare audacemente la propria
sconfitta?
Perciò, respinto leggermente Aldo, che non si era anche persuaso della
impossibiliti di nasconderla, Camilla si fece incontro ai Vezzosi, e
incominciò in questa forma:
— Amici, anche voi siete venuti a salutare il signor De Rossi e ad
augurargli fortuna?
— Non potevamo farne di meno, — rispose Gerardo, — avendo indovinato
iersera quel che doveva accadere.
— Bravo! — disse Camilla. — E lo confessate ancora? Indovinare una cosa
simile e non darmene un cenno, in verità, non è bello da parte vostra.
Buon per me che l’avevo indovinata anch’io.
— E più fortunata di noi, — entrò a dire la signora Vezzosi, — sei
giunta anche prima. Noi, appena abbiamo sentito battere all’uscio di
strada, siamo saltati dal letto.
— Ed anche voi, — aggiunse Gerardo, — avrete fatto lo stesso.
— Sì, ma molto prima; — rispose arditamente Camilla. — Non ero io la
colpa di tutto?
— Che dite, Camilla? — gridò Aldo, commosso. — Ed ora, perchè
queste lagrime? Vorrei aver mille vite ed incontrar mille morti per
voi. —
L’impeto con cui Aldo profferì le sue calde parole non doveva piacer
troppo alla signora Elena. L’ascoltatrice negletta ne ebbe una scossa
violenta, e sentì il bisogno di appoggiarsi alla parete.
Camilla vide quell’atto, e forse lo indovinò, e corse ad abbracciare
l’amica.
— Animo! — le bisbigliò all’orecchio, — Perdonami!
— Sì, ti ho perdonato; — mormorò la signora Elena. — Poveretta, tu non
ci hai colpa.... salvo quella di averlo fatto soffrire.
— Ah, ne avrò un rimorso eterno; — rispose Camilla, trascinando Elena
in disparte. — Ed ora, che cosa avverrà? La signora Meravigli avrà
fatta la sua parte?
— Lo spero; — disse Elena. — Il Sestavalle ha dormito alla Torretta,
per esser vicino all’Anselmi. Bisognerà aspettarlo.
— E Gerardo lo sa? — chiese Camilla.
— Sì; non ho creduto di dovergli nascondere i nostri tentativi. Povero
Gerardo! egli è tanto buono! Sento di amarlo doppiamente, oggi. —
Così parlava la signora Elena. Ed ecco, lettori discreti, ecco un uomo
che non saprà mai a che fortunata combinazione egli sia debitore di una
ripresa d’affetti coniugali. Uomini felici, che passano sulla scena del
mondo, vedendo sempre la superficie delle cose, e nient’altro che la
superficie! A buon conto, non è forse meglio così?
Essendo presenti i Vezzosi, non era più necessario che la signora
Camilla ritornasse nelle sue camere. Perciò scesero tutti al
pianterreno, per accompagnare il De Rossi.
La carrozza di Aldo stava in attesa, davanti al portone. Aspettando il
caffè, ed essendo lì vicino il portiere, non si reputò conveniente di
alludere al grave caso che raccoglieva tutta quella gente sull’ingresso
dell’albergo, e si ebbe l’aria di parlare d’una scampagnata a Collodi.
Sì, proprio a Collodi! Orazio avrebbe collocato qui una ripetizione del
suo famoso: «_Credite posteri._»
Poco stante, si udì dallo stradone un rumore di ruote. Una carrozza
veniva a furia dalla parte del Tettuccio.
— Son essi, e veramente puntuali; — disse uno dei padrini, il maggiore
di fanteria, dando una guardata all’orologio.
La carrozza venne a fermarsi davanti al portone. I due padrini di Aldo
escirono tosto, per andare al montatoio, a ricevere i colleghi della
parte avversaria. Erano essi per l’appunto, ma soli. Il contino Anselmi
non c’era.
Aldo, affacciato all’ingresso, non potè trattenere un gesto di
meraviglia. Quanto ai suoi padrini, lo avevano già fatto, e stavano
appunto chiedendo perchè mancasse l’Anselmi.
— Ah, ah! Il conte Anselmi? — dice l’Alcibiade, con aria che voleva
parere disinvolta. — Il conte Anselmi verrà; sicuramente, verrà.
Egli è trattenuto ancora pochi minuti all’albergo. Frattanto, egli
mi ha incaricato di consegnare una lettera.... alla signora Camilla
Rivanera. —
Alle parole dell’Alcibiade rispose un gesto di meraviglia, anzi di
stupore da parte di tutti gli astanti. E non fu questo il solo effetto
di quello squarcio d’eloquenza, poichè la signora Camilla, udendo
proferire il proprio nome, fu sollecita ad apparire sulla soglia.
— Certamente.... — ripigliò l’Alcibiade, — non parrebbe questa una
commissione da darsi ad un padrino, ad un araldo d’armi. Nè io l’avrei
accettata, se il conte Anselmi non m’avesse raccomandato di eseguirla
solennemente, alla presenza di tutti. L’indole stessa della quistione
(son parole del conte Anselmi) l’indole stessa della quistione che
ho avuta col De Rossi, è tale da richiedere questo preliminare. Ad
un linguaggio simile io non ho saputo negare più nulla, e il barone
Marcovich, qui presente, mi ha incuorato egli stesso ad incaricarmi di
questa trasmissione, che lor signori non troveranno essere fatta da me
con solennità minore del bisogno. A lei, dunque, signora Camilla mia
riverita — conchiuse l’Alcibiade, facendosi innanzi col suo messaggio,
— eccolo il preliminare in discorso. —
V’immaginate come rimanessero tutti, a quel secondo squarcio
d’eloquenza del cavaliere Sestavalle. Camilla, intanto, aveva presa la
lettera, lacerata la busta, e leggeva. I suoi occhi tutto ad un tratto
si animarono; un bel colore incarnatino le tornò in viso, a mano a
mano che procedeva nella lettura; finalmente sorrise. Aldo, secondo il
solito, ci aveva un diavolo per occhio. Benedetto geloso!
Dopo aver letto, Camilla porse la lettera al commendatore Gerardo.
— È di un uomo di spirito, ed anche di un uomo di cuore; — disse ella.
— Leggete. —
Gerardo obbedì. Com’ebbe letto a sua volta, rispose:
— Avete ragione. È in fondo in fondo, un buon ragazzo. Maggiore, vuol
leggere?
— Se è cosa che debba entrare nel mio ufficio di padrino.... — disse il
maggiore. — E se la signora permette...
— Sicuramente; — rispose Camilla.
Il Maggiore prese la lettera dalle mani del Vezzosi e lesse anch’egli,
tenendo il foglio alquanto da un lato, affinchè potesse leggere con
lui il professore di storia naturale. Ambidue convennero che la signora
Camilla aveva ragione. Sfido io! Una donna bella ha sempre ragione, e
la sua bocca è una fonte di verità.
Aldo De Rossi, vedendo che tutti leggevano prima di lui si era
allontanato di alcuni passi e andava su e giù, facendo le volte del
leone sul marciapiede dell’albergo. Per desiderio della signora Camilla
il foglio fu trasmesso anche a lui. Aldo lo prese con aria svogliata,
ma nel fatto con una grande impazienza di leggerlo.
Vediamolo anche noi, poichè lo legge il De Rossi. Il conte Anselmi
scriveva in questa forma alla signora Camilla:
«_Signora_,
«Ho fatto parecchie cose a malincuore, e posso dire anzi con
rammarico. E adesso ne fo una con piacere, quantunque la penna mi
serva male. Infatti, c’è sempre un po’ di ritegno a parlare di
certe faccende con una signora; peggio poi con quella stessa...
Ma non caschiamo a filosofare, che è il peccato del secolo, e
raccontiamo le cose come stanno. La morale verrà dopo.
«Il signor De Rossi mi ha provocato ieri, al Rinfresco. Le parole
erano misurate, ma il senso era chiaro, così chiaro che ho dovuto
provvedere alla tutela del mio onore, mettendo la cosa in mano
a due padrini. Voi sapete già tutto questo, e sapete anche una
parte di ciò che debbo raccontarvi ora. Veramente, il venirvi
a spiattellare un secreto del mio cuore, o della mia testa,
foss’anco il segreto d’Arlecchino, non sarebbe da uomo di garbo,
e i cavalieri antichi non ci sarebbero incappati. Ma qui, signora
mia, tutto è nuovo e passabilmente strano. E con tutta la poca
voglia che ne avrei, debbo pure parlarvi del duello ed anche di una
certa persona, che voi avete scoperta, e da cui mi trovo stretto
d’assedio. Eccolo qua, l’uomo che si aspetta, occupato nelle
più audaci scorribande; eccolo qua, chiuso tra quattro pareti,
nell’albergo della Torretta, ubbidiente ad una voce, che, con una
leggiera variante nella parola, potrebbe dirsi di sovrano assoluto.
«Il sovrano, o l’assediante, non avrebbe già potuto vantarsi di
tenermi sotto chiave. Egli era così poco sicuro della sua forza
materiale, così timoroso d’una mia sortita dalla piazza, che
ha dovuto far capo ad un mezzo speditivo, facendomi saltare il
deposito delle polveri. Son qua, signora mia, disarmato dalla
lettura di una nota lettera, che dice a un dipresso così: «Impedite
questo duello, che io non capisco, e che è cagionato sicuramente da
un equivoco. Non ci può essere quistione tra il signor De Rossi,
l’uomo che io amo, e il signor conte Anselmi, amico nostro leale,
ma nient’altro che amico.»
«Signora, questa lettera è vostra ed io l’ho letta con
quell’attenzione e con quella reverenza che meritano i vostri
caratteri. Questa lettera mi ha persuaso che non ci farei la più
bella figura a muovermi di qui, senza chiederne il permesso a Voi.
Per andare ad oste contro il signor Aldo De Rossi, debbo passare
nei vostri dominii. Bella dama, consentirete voi che io lo faccia?
E se mi volete disposto a restare, in qual modo mi salverete dalla
taccia di pauroso?
«Vedete voi, bella dama, giudicate voi; sono ai vostri ordini.
Posso essere leggiero, come è opinione di molti; ma sono onesto
e non voglio fu piangere nessuno per deliberato proposito. È
veramente un caso strano, che, tra due uomini disposti ad entrare
in lizza, si mettano arbitre le donne. Ma non sarà mai detto che
il caso strano mi trovi puntiglioso e caparbio. Signora, accetto
l’arbitrato. Dite voi ai miei padrini se debbo andare o restare.
Per me è quistione di pochi minuti, e i padrini dell’altra
parte non vorranno chiamarmi in colpa per pochi minuti, messi a
disposizione della dama, a cui bacio riverente le mani.»
Non mi fermerò a commentarvi la lettera del contino Anselmi, e neanche
a riferirvi la scena intima dopo cui era stata scritta. Già avrete
capito l’essenziale, cioè che il sovrano assoluto si era diportato
veramente da sovrano assoluto, e che, non potendo vincere con le buone
la caparbietà dell’Anselmi, lo aveva umiliato senz’altro, mostrandogli
la lettera della signora Camilla Rivanera. Il povero contino ne era
rimasto ferito, crudelmente ferito nelle sua vanità; aveva veduto il
ridicolo di cui si sarebbe coperto, andando a battersi per una donna
che gli dichiarava chiaro e tondo di amare il suo avversario, e si era
facilmente persuaso della necessità di comparire un uomo di spirito.
Come sapete, ci guadagnò anche la riputazione d’uomo di cuore.
Ma se in questa forma gli rese giustizia la signora Camilla, non fu
altrimenti disposto a seguirne l’esempio il signor Aldo De Rossi. Un
punto buono soltanto egli aveva veduto nella lettera dell’Anselmi, ed
era la citazione delle parole di Camilla. Quell’accenno di lei all’uomo
che amava, fece alzare gli occhi di Aldo, in segno di gratitudine,
verso la signora Rivanera, in quel mentre più bella e più fresca che
mai, ad onta della notte vegliata. Ma il contesto della lettera non
finì di contentarlo, specie per il tono allegro e per l’ostentazione
cavalleresca dell’Anselmi.
— Egli, in fondo, non si disdice di nulla; — osservò egli, restituendo
la lettera.
Ci fu, dopo quelle parole, un istante di pausa. La signora Camilla
rizzò la testa e guardò Aldo, come per domandargli donde avesse cavata
un’idea così peregrina; indi si volse al Maggiore. Questi, che leggeva
a prima vista, senza essere maestro di musica, rispose per tutti
all’obbiezione di Aldo.
— Scusi, — incominciò egli, — di che cosa s’avrebbe a disdire
l’Anselmi? Se mi è stata riferita esattamente la conversazione che
hanno avuta insieme al Rinfresco, non c’è nessuna frase che richieda
attenuazioni, almeno da parte sua. Noi altri, piuttosto.... Ma non
insisterò su questo tasto, — soggiunse il Maggiore, — poichè il
conte Anselmi, con molto garbo, ha rimessa la quistione all’arbitrato
delle dame. Gli stessi padrini suoi, da quei gentiluomini che sono,
intendono esser qui una quistione delicatissima, nella quale essi e
noi si avrebbe poca grazia ad entrare. Accetta lei l’arbitrato, come
lo accetta il conte Anselmi? Questo è il punto essenziale; non sembra
anche a loro? —
I padrini dell’Anselmi, a cui era rivolta l’ultima frase, risposero con
un cenno affermativo del capo.
Aldo De Rossi non trovò più nulla a ridire.
— Accetto l’arbitrato; — rispose.
— Oh, manco male! — esclamò la signora Camilla. — Signori, non si parli
più di duello; i due contendenti si stringeranno la mano a Tettuccio. È
la mia volontà. —
La decisione fu accolta con giubilo da tutti gli astanti. Aldo, come i
padrini furono partiti, si avvicinò alla signora Camilla e le disse:
— Siete una bella prepotente.
— Ricordate il vostro motto; — rispose Camilla. — O tutto o nulla. È
anche il mio, lo sapete.
— Angelo! — mormorò egli.
— Che ha perdute le ali; sapete anche questo.
— Tanto meglio, non volerete più via.
— Ah, questo poi! Vedete per esempio, incomincio a volare fin d’ora.
Mio zio sarà alzato, oramai. Ci vedremo più tardi, al Tettuccio.
— Grazie! — rispose Aldo, stringendo la mano che essa gli stendeva. —
Dite allo zio, ve ne prego, che un povero innamorato di sua conoscenza
ha bisogno di parlargli, per chiedergli una grazia. Indovinate?
— No, — disse ella ridendo.
— Volete saperlo?
— Neanche; non sono curiosa. Lo saprò da mio zio. —
Così scherzavano, a mala pena scongiurato il pericolo d’uno scontro
che poteva riescire sanguinoso, non senza scandalo per la tranquilla
società di Montecatini. Il mondo è così fatto; ed anche il mare, dopo
gli sconvolgimenti della burrasca.... Ma qui si casca a filosofare, che
è il peccato del secolo, come scriveva l’Anselmi.
Il quale Anselmi capitò la stessa mattina al Tettuccio, per ossequiar
le signore. Aldo ragionava in disparte col presidente Roberti,
chiedendogli una grazia, che doveva essergli facilmente concessa. Il
nostro eroe vide con la coda dell’occhio l’Anselmi, e osservò l’onesto
riserbo con cui egli aveva dato il buon dì alla signora Rivanera.
Il contino era sereno, ilare come al solito. Quando vide Aldo, fece
un atto di pronta risoluzione e si mosse per andargli incontro. Ma
Aldo non gli diede il tempo di fare la strada e corse egli stesso a
stringergli la mano. Uno sguardo amorevole di Camilla lo ricompensò
di quella onesta sollecitudine. L’Anselmi, dal canto suo, gli diede il
resto del carlino.
— Sai, è una stretta d’addio. Parto oggi per Firenze, e domani per
Roma. Sicuro, c’è un soprano assoluto che s’annoia qui, e mi bisogna
far le valigie.
— Ti dai corpo ed anima ad Euterpe! — osservò Aldo, tanto per dire
qualche cosa.
— No, per amor del cielo! — replicò l’Anselmi. — Accompagno la diva, e
prendo il largo alla prima occasione.... che avrò cura di far nascere.
Aldo mio, ti sembrerò forse leggiero: — soggiunse il contino. — Ma
trovami tu il modo di essere diverso. C’è della gente a cui tocca
tutto, e della gente a cui non tocca nulla. Capi scarichi, cuori vuoti
d’affetti, gran mercè se non prendiamo in uggia la vita!
— Tu caschi a filosofare! — disse Aldo, che rammentava la lettera
dell’Anselmi.
— Hai ragione; — rispose il contino, ridendo. — Fo punto e tiro
via. Già, a che servono le chiacchiere? Il fatto è fatto e non ci si
rimedia. —
Aurea sentenza, che consolava l’Anselmi. Così avesse potuto
consolarsene la signora Vezzosi! Ma questa non aveva il carattere del
contino, e certa filosofia pratica, di cui molti vanno mantellando la
propria leggerezza, non era il fatto suo, lo sapete.
Del resto, se la signora Elena doveva soffrire un pochino per colpa
di Aldo De Rossi, non ci aveva altrimenti ragione di odiarlo, e molto
meno disprezzarlo. Aldo avrebbe potuto diportarsi in questa occasione
come tanti e tanti; avrebbe potuto amar l’una e mentire con l’altra. Ma
se egli aveva molti difetti, era tuttavia immune da questo. Non sapeva
fingere. Però a qualcheduno de’ miei lettori sarà parso un po’ sciocco.
Siamo tanto avvezzi ai furbi trincati!