Ci hanno insegnato alla scuola, in que’ beati tempi che s’aveva
ancora bisogno di andare alla scuola, come qualmente, per comando di
Domineddio, l’uomo debba guadagnarsi il pane col sudore della propria
fronte. Il che torna a dire che l’uomo, condannato ad un continuo
stento per la battaglia della vita, sarà perennemente infelice. Questa
dev’essere la regola, e, come tutte le regole di questo mondo, ha da
averci le sue brave eccezioni. Nel fatto, vi sono degli uomini, i quali
non sudano, neanche a scottar loro i piedi con acqua bollente; e ce ne
sono degli altri, i quali non mangiano pane, o tutt’al più ne prendono
qualche sottilissima fetta, per ispalmarla di burro. Similmente, ci
sono degli uomini continuamente allegri, che non si rompono la testa
coi malanni, che vedono tutto color di rosa, che sono felici, insomma,
felici ad ogni costo, e contro il precetto delle Sacre Scritture.
Laonde io sono indotto a pensare che ogni uomo, nascendo, porti il
suo destino con sè. All’uno, messer Domineddio deve aver detto: «tu
sarai lieto»; all’altro: «tu sarai imbecille»; all’altro: «tu sarai
dotto»; e così via discorrendo, ad ognuno dei nuovi nati, secondo
certi motivi suoi, che non ci è dato conoscere, ma dal cui svolgimento
dipende senza alcun dubbio la storia delle nazioni. Lo stato sociale
e l’educazione non ci hanno a veder nulla, o assai poco, in questa
varietà d’indirizzi, poichè si trovano dotti, imbecilli e felici in
tutte le classi sociali. Per contro, è facile di osservare una specie
di compensazione, come a dire un saggio di giustizia distributiva,
che dimostra la saviezza infinita del sommo legislatore. Il felice è
sbadato, miope, quasi cieco, e non vede le cantonate, se non quando
ci ha dato contro del naso; l’imbecille può salire ai più alti uffici
dello Stato; il dotto riesce facilmente noioso. Non è sempre così,
lo capisco, ed anch’io lo riconoscevo implicitamente, accennando alle
solite eccezioni ond’è circondata e quasi circoscritta ogni regola; ma
in fondo in fondo si può dire che la giustizia distributiva governi e
che la compensazione sia il fatto costante.
Perchè questo squarcio di filosofia? Per dirvi, o lettori, che il
contino Anselmi era un uomo felice, o alcun che di somigliante. Almeno
almeno, egli era molto contento di sè, nell’atto di ritornare da
Firenze per Montecatini. E che cosa ci aveva, per essere contento?
Nulla, in verità; ma per essere contenti non è sempre necessario di
avere, bastando qualche volta di sperare. I cavalli di Plutone, ad
esempio, non ci sono stati descritti dal poeta Claudiano allegri a quel
Dio, per il semplice fatto che essi pregustavano le biade del ritorno?
Che cosa s’aspettava l’Anselmi? Un mutamento naturale in tutto ciò
che aveva lasciato il giorno addietro tanto mal disposto per lui. La
signora Camilla, che si era mostrata così capricciosamente severa da
un momento all’altro, doveva tornargli benigna. La cantante, che ci
aveva i nervi e che lo aveva mandato così liberamente a farsi benedire,
doveva essere guarita. E queste due fortune gli sarebbero toccate in
premio di una sapiente scappata.
Il contino Anselmi si era accorto di avere, come dicono i francesi,
l’_absence heureuse_. Dopo qualche giorno di lontananza, lo vedevano
più volentieri le donne e gli amici. Egli non andava a cercare se
ciò dipendesse per avventura da quel periodo di tregua, che ci fa
sopportare con maggior filosofia il ritorno dei vecchi dolori. Sentiva
il benefizio e non ne indagava le cause. Non vi ho detto ch’egli
apparteneva alla schiera dei felici, di coloro che vedono tutto color
di rosa e che sono molto contenti di sè?
Il nostro viaggiatore ebbe alla stazione di Montecatini i sorrisi e i
saluti amichevoli di cento conoscenze; saluti e sorrisi che non avrebbe
avuti, se, scambio di giunger lui, fosse andato con quella medesima
folla a veder giungere un altro. Era già una consolazione, come vedete.
Non si fermò a chiacchiera con nessuno, perchè un uomo che arriva non
ha mai tempo da perdere, o non deve mostrare di averne. Del resto, il
contino Anselmi sentiva gli stimoli dell’appetito e il bisogno di darsi
una risciacquata. Prese una vettura di piazza e corse all’albergo della
Torretta, per attendere ai due uffici importanti; si restaurò dentro
e fuori, e quindi andò a far visita alla cantante. Era la più vicina;
doveva anche esser la prima, nelle sue attenzioni galanti.
La diva lo ricevette benissimo. I nervi non la molestavano più; segno
evidente che aveva ritrovato il suo _re_ sopracuto. Il contino Anselmi
che le aveva proposto di andare a Parigi, per portargliene uno nuovo
fiammante, le portava in quella vece una graziosa novità dalle rive
dell’Arno, cioè a dire un elegantissimo braccialetto, comperato in via
Tornabuoni, dal Marchesini, che era, e spero lo sia tuttora, il Dio
dei gioiellieri di Firenze. Ad una dama non si sarebbe potuto portare
un presente d’oro e pietre preziose; ad una diva sì, perchè i Numi
gradiscono, da tempi immemorabili, ogni specie di offerte.
La diva accolse il dono con gioia, ed ammirò da esperta conoscitrice
una fila di piccoli smeraldi e rubini, frammezzati da brillanti,
che luccicavano sulle spire elastiche del braccialetto, foggiato a
serpente. S’intende che, per ammirarlo meglio, se lo rigirò subito al
braccio.
— Siete un compito cavaliere; — diss’ella; — ed anche un uomo di buon
gusto. Guardate come sta bene. —
E gli stese un braccio ben tornito, candidissimo senza mestieri di
biacca, che meritava anch’esso la sua parte d’ammirazione. Il contino
Anselmi lo prese delicatamente e gli rese l’omaggio a cui essa sembrava
invitarlo.
— Porterò il vostro braccialetto questa sera al Casino; — disse allora
la diva.
— Ah! — esclamò il contino, inarcando le ciglia. — Questa sera
finalmente vi risolvete di andarci?
— Sì; volete accompagnarmi? Mando a spasso il Torricelli. —
La proposta non garbava troppo al contino Anselmi.
— Lo vorrei; — diss’egli, sospirando. — Ma temo di compromettervi.
— Compromettermi! — ripetè la diva, rizzando la testa e fissando gli
occhi curiosi in volto all’Anselmi. — Non sarebbe per caso il timore...
di comprometter voi? —
Il contino fece la bocca da ridere.
— Che dite mai? — gridò egli. — Ad accompagnare una bella donna, un
cavaliere ci guadagna sempre nella stima dei popoli. Fate conto che io
non v’abbia detto nulla. Avevo parlato solamente per voi.
— Sentiamo questa, che ha da essere nuova di zecca; — rispose la diva
con accento sarcastico.
— Eh, nuova o vecchia, eccola qua. Voi dovete far colpo, stassera,
essere ammirata, adorata, applaudita da tutti. Ora, voi lo saprete per
esperienza, i gelosi applaudono di mala voglia. Ed io, entrando con voi
al Casino, farò chiacchierare, ingelosire moltissimi. Il Torricelli è
vecchio e la sua galanteria sessagenaria non dà ombra a nessuno; mentre
la mia, che non è ancora sui trenta, mi capite?....
— Capisco che ve la cavate abbastanza bene; — disse la diva, con un
risolino sardonico.
— Non me la cavo, anzi voglio restarci; — replicò l’Anselmi, già
mezzo stizzito. — Son pronto ad accompagnarvi e felicissimo di lasciar
pensare tutto ciò che cento sciocchi invidiosi vorranno pensare di noi.
— No, così non fa comodo a me; — rispose la diva. — Credo che in fondo
in fondo non diciate male. Restate nell’ombra e non intorbidate il mio
trionfo, se trionfo ha da essere. Andrò col Torricelli. Il poveretto ne
sarà felicissimo.
— Eh, purchè sappia contentarsi! — fece l’Anselmi, con aria di burlesca
minaccia.
— Sciocco! — disse la cantante, appoggiando l’epiteto con quel grazioso
torcimento di labbra che ha nella nostra lingua il brutto nome di
boccaccia.
— Adorabile! — rispose il contino Anselmi, facendo in quella vece il
bocchino.
In quella guisa l’Anselmi vinceva il punto di non accompagnare la diva
al Casino. Veramente, non si sarebbe tirato indietro a quel modo, tre
giorni prima. L’uomo, quando non ha altri ripeschi in mira, si presta
sempre volentieri a queste comparse, che fanno prendere il moscherino a
mezzo mondo e che dànno alle donne un alto concetto della sua persona.
Perchè, infatti, le figlie d’Eva sono meno insensibili che non si pensi
a questi spettacoli di felicità mascolina, e l’uomo che credesse di
guastare i fatti suoi per il futuro con simili mostre, si gabellerebbe
da sè per un vero collegiale. S’intende che le mostre in discorso
riescono utili, quando l’uomo non abbia altri amori imbastiti lì per
lì. Se ce li ha, deve astenersi con ogni cura da questi riscontri
pericolosi. Una donna può e deve ammirare il signor Tizio, che ha
fortuna con le altre, fino a tanto che ella non sia ricercata da lui;
ma a nessuna donna può altrimenti piacere che il signor Tizio le si
presenti con una rivale a braccetto.
Quella sera, finito il pranzo, e senza indugiarsi a prendere il
caffè in giardino, il nostro Cupido escì dall’albergo della Torretta,
avviandosi per lo stradone. Non sapeva nulla delle signore che aveva
così bruscamente piantate il giorno innanzi. Non lo avevano veduto
al Casino; lo avevano probabilmente aspettato al Tettuccio; dovevano
essere impensierite della sua sparizione improvvisa. Ora il contino
Anselmi giustamente pensava che un po’ d’assenza fa bene, ma che non
deve mica esser troppa.
Così egli andava ruminando il suo capitolo _de arte amandi_, quando
(vedete fortuna!) riconobbe da lunge le dame, che, accompagnate dai
soliti cavalieri, venivano incontro a lui verso il Tettuccio. Il
commendatore Gerardo e il cavaliere Sestavalle andavano innanzi con
la signora Camilla; seguivano Aldo e il presidente gran croce con la
signora Elena.
A farlo a posta, il numero era giusto e non c’era più luogo per lui.
Ma beati gli ultimi, dice il proverbio, se i primi han discrezione. Il
commendatore Gerardo fu tanto discreto da cedergli il suo posto.
— Ah, sei qui, briccone? — gridò il Vezzosi appena lo ebbe veduto. —
Dove diamine ti sei nascosto, Anselmi? —
Il contino biascicò alcune frasi sconnesse.
— Nascosto, no.... veramente.... Del resto, tu mi vedi....
— Ora, si capisce. Ma iersera? e stamane? Ti abbiamo aspettato al
Tettuccio, e non ti sei lasciato vedere. Di grazia, si potrebbe sapere
che cura fai?
— Dio buono! La cura degli affari, quando ti vengono addosso; — rispose
l’Anselmi, con un’aria di candore, che non pareva lui. — Ho dovuto
andar fuori.
— A Collodi, m’immagino; — replicò il commendatore Gerardo. — Oppure a
Monsummano.
— Che! Più lontano; in capo al mondo; — disse l’Anselmi. — Ieri, quando
vi ho lasciati, ho trovato all’albergo un telegramma, ed ho dovuto
correre a Firenze, per incontrare un amico, che doveva giungere da
Roma. E con lui sono venuto stamane, dandogli il passaporto per Pisa.
Una noia, come capirai; ed io ne sono stato dolentissimo; — soggiunse
il contino, dando un’occhiata malinconica alla signora Camilla.
— E deggio e posso crederlo? — chiese con enfasi melodrammatica il
commendatore Gerardo.
La signora Camilla venne allora in soccorso dell’Anselmi.
— Come non volete crederlo? — diss’ella. — Il conte Anselmi non è
certamente uomo da dire una cosa per un’altra. Ha avuto da fare e
ci ha lasciati; ha sbrigate le sue faccende e ci ritorna. Questo è
l’essenziale. —
Un inchino e uno sguardo eloquente ringraziarono la signora Camilla del
suo gentile intervento.
Ma perchè le due file dei nostri passeggiatori erano molto vicine
l’una all’altra, Aldo De Rossi udì le parole di Camilla. Il poveretto
ci diventò verde dalla stizza e si morse le labbra fino a far sangue.
La signora Elena, che le aveva udite anch’essa, volse un’occhiata di
sbieco al compagno e notò come avesse la cera contraffatta.
— Calma! — gli bisbigliò allora, facendo un rapido movimento da quella
parte. — Vi dirò tutto. —
Frattanto il contino Anselmi diceva al Vezzosi:
— E dove andate ora, se è lecito saperlo?
— Al Rinfresco, per far ora. La signora Camilla non conosce ancora il
luogo.
— E mi dicono che sia molto bello; — soggiunse Camilla.
— Bellissimo; — rispose il contino. — Sta sotto la mia giurisdizione,
perchè è proprio accanto alla Torretta. Di modo che, — proseguì
l’Anselmi, — se io fossi rimasto all’albergo, avrei avuta la fortuna di
vedervi egualmente?
— Ma non avreste meritato di accompagnarci, — replicò la signora.
Aldo De Rossi andava al Rinfresco come la biscia all’incanto. Si
pentiva di non essersi posto lui al fianco della signora Camilla, per
impedire all’Anselmi di appiccicarsi in quel modo. Ma come avrebbe
potuto fare diversamente? Quel giorno gli era andata così male ogni
cosa! La mattina, al Tettuccio, aveva notato una grande freddezza, o,
per dire più veramente, un’aria di grande inquietudine, che metteva
le signore a disagio con lui. Esse, del resto, non si lasciavano
mai, e come non gli era riescito di parlare da solo a solo con la
signora Camilla, così non aveva potuto dire neanche una parola alla
signora Elena. Infastidito da quelle difficoltà, che erano durate fino
all’ora di colazione, Aldo De Rossi aveva infilato l’uscio e preso il
portante verso Monsummano, sperando di chetare le sue furie con una
lunga passeggiata. Ma si era stancato, senza punto calmarsi. Tornato
all’albergo sull’ora di pranzo, aveva trovata la signora Elena più
turbata, più confusa che mai. Non ebbe modo di chiederle nulla, perchè
il Vezzosi l’accompagnava nel corridoio, e del resto era già ora
di scendere nella sala da pranzo. Solamente nell’anticamera, mentre
Gerardo appiccava il cappello al gancio del cappellinaio, essa ebbe il
tempo di dirgli: — Proporrò una gita al Rinfresco; veniteci: troverò il
modo di parlarvi. —
Concertata la gita mentre erano a tavola, gli convenne di restare al
fianco della signora Elena quando si escì dall’albergo. La signora
Camilla era venuta a pranzo in una abbigliatura elegantissima, che
faceva risaltare vieppiù i segni di una freddezza senza esempio.
Aldo non ci capiva più nulla e si rodeva di non sapere che diavolo
fosse. Avviandosi con la brigata al Rinfresco, e non vedendo comparire
l’Anselmi, si era arrischiato a sperare che la giornata dovesse finir
meglio che non era cominciata. Ma tutto ad un tratto era apparso
l’Anselmi; egli stesso era stato il primo a vederlo e il cuore gli
aveva dato una scossa violenta.
E pensare che quello zerbinotto, quel Ganimede, quell’Adone da
strapazzo (già, i nomi da appioppare ad un rivale non mancano mai)
veniva a guastargli le sue faccende con un tradimento in corpo, e
probabilmente ancora caldo delle tenerezze dette ad un’altra donna!
Perchè infatti il contino Anselmi ce lo aveva, il suo ripesco amoroso,
all’albergo della Torretta. Non si era confessato egli stesso con Aldo,
nelle espansioni di una passeggiata a lume di luna! E la delicatezza,
la lealtà e tante altre belle cose egualmente moleste, non permettevano
ad Aldo di metter carte in tavola, di propalare senza tanti complimenti
ogni cosa?
Si giunse al Rinfresco, una specie di giardino all’antica, con mura
alte e severe, ornato con una gravità architettonica abbastanza
pretensiosa, ma ricco di verde, d’ombra e di silenzi romantici, da
piacer molto ai cuori innamorati, ed anche ai filosofi misantropi.
Questo riscontro non ha niente di strano e si spiega facilmente, poichè
l’amore è una misantropia masticata in due.
Una fontana, decorata di marmi, sorgeva nel mezzo del piazzale,
accanto all’entrata; ma l’acqua non aveva allegrezza di zampilli. Acqua
termale, tu eri triste a vedere, come la faccia del mio Aldo De Rossi.
Più lieta appariva tutto intorno la frappa, in mezzo a cui s’aprivano
alcuni viali, ma per chiudersi tosto, nel fitto dei rami sporgenti.
Cari viali, amiche rèdole, liberali di ombre discrete ai fidati
colloquii, come si sarebbe inoltrato volentieri pe’ vostri meandri il
mio Aldo De Rossi, tenendo a braccetto la signora Camilla! Ma a farlo
a posta, la signora Camilla non si spiccava dal fianco dei signori
Anselmi e Vezzosi, o, per dir meglio, i signori Vezzosi ed Anselmi non
si spiccavano dal suo.
E bisognava sentirlo, il contino Anselmi, che fuoco d’artifizio
faceva! Ed anche la signora Camilla, come rideva, alle arguzie,
alle galanterie, alle svenevolezze del signorino! Rideva anche più
degli altri giorni, d’un riso acuto, quasi stridente, che urtava
maledettamente i nervi al De Rossi. Ci fu un momento che gli parve di
odiarla. Lettori, che avete sofferto di questo male, non riconoscete
qui l’amore innalzato alla quarta potenza?
Come Dio volle, i passeggiatori si sentirono stanchi e si arresero al
tacito invito dei sedili di pietra che correvano intorno alla fontana.
Aldo non si posò come gli altri, ma stette in sull’ali; da prima per
andare a veder l’acqua da presso e far le mostre di assaggiarla; quindi
per girandolare qua e là ed osservare le piante. In certi momenti della
vita ogni uomo è un naturalista.
Egli, per altro, non era escito dalla vista della comitiva. E dopo
alcuni istanti di dotte osservazioni, vide con la coda degli occhi la
signora Elena spiccarsi dalla brigata, per venire verso di lui. Si
volse allora con aria grave e tranquilla e le accennò una pianta di
bossolo, per modo che gli altri, se avessero guardato da quella parte,
credessero ad una vera e propria conversazione botanica.
— Sapete che è un affar serio? — gli diceva intanto la signora Vezzosi.
— Non si può neanche trovare il momento propizio.... per darvi un
dispiacere.
Aldo De Rossi diede un sobbalzo e si fece pallido in viso.
— Calma! — ripigliò la signora. — Ho avuto iersera un colloquio con
lei. Ve ne darò i particolari... quando potrò. Intanto, ne capirete
abbastanza, dalla lettera che ella mi ha scritto questa mane.
— Una lettera! — mormorò Aldo turbato.
— È qui; — disse la signora Elena, traendo un foglio di tasca, mentre
si avvicinava al De Rossi e chinava la testa verso la pianta di
bossolo. — Voi la leggerete... e me la restituirete.
— Sì; — disse Aldo, imitando la mimica della signora e stendendo le
dita per prendere il foglio.
Ma la signora Elena non se lo lasciò fuggir di mano così presto.
— Badate, — riprese, — è necessario che mi sia restituito. Mi confido
ad un uomo, non è vero?
— E ad un gentiluomo; — replicò il De Rossi.
— Qualunque cosa avvenga, mi restituirete questa lettera, oggi stesso?
— Avete la mia parola d’onore; — disse Aldo.
— Bene; — soggiunse la signora. — Mettetela in tasca. La leggerete più
tardi.
— Mentre voi starete conversando alla fontan, — mormorò Aldo, — io
andrò a passeggio qui presso.
— Troppa fretta! Se almeno aveste la forza di dominarvi....
— L’avrò, signora, l’avrò. Da ciò che mi dite, capisco già che c’è una
sentenza di morte... per il mio povero amore; — rispose tristamente il
De Rossi. — Ma voi lo vedete, son forte.
— Sarete anche sereno? In apparenza, se non altro?
— Riderò; — disse Aldo. — Va bene così? —
La signora Elena non rispose parola, e, accompagnata dal De Rossi,
tornò a passi lenti verso la fontana.
— Che cosa guardavate con tanta attenzione? — domandò il commendatore
Gerardo.
— Una pianta che non conoscevo; — rispose Aldo con aria sbadata.
— Gran che! Figuratevi che era una pianta di bossolo; — soggiunse la
signora Vezzosi.
— Ma di un verde così tenero, che in verità non mi pareva bossolo; —
ribattè Aldo De Rossi, per dar colore alla storia.
— Effetto del terreno, che non è molto confacente alla sua specie; —
replicò la signora Vezzosi.
— Donna Elena ha grandi cognizioni in botanica; — disse il cavaliere
Sestavalle. — Rammento ancora la distinzione tra l’_Hibiscus siriacus_
e l’_Hibiscus_... Di grazia, come si chiama l’ibisco dell’albergo della
Pace?
— Vedo che la rammentate poco, la distinzione; — notò argutamente la
signora Vezzosi. — È un _Hibicus liliflorus_.
— E li ha sulla punta delle dita, i nomi latini! — gridò ammirato
l’Alcibiade.
— Il latino è brutto parecchio; — disse il contino Anselmi, — ma la
giardiniera è bella. Propongo di chiamarla la bella Giardiniera.
— Magazzino di mode? — domandò la signora Vezzosi.
— No, capolavoro di Raffaello; — rispose l’Anselmi, inchinandosi.
— Conosco questo complimento; — disse la signora. — Ce lo avete detto
l’altro dì, sull’uscio della Speranza.
Il contino Anselmi si morse le labbra, rammentando che infatti aveva
già speso un’altra volta quel motto arguto, e pensando che ciò poteva
nuocergli presso le dame. Ma non si diede per vinto.
— Mi rimandate all’uscio? — diss’egli. — Vedo già i campi della
disperazione.
— Eh! — fece il commendatore Gerardo. — L’ha rimbrodolata abbastanza
bene.
Aldo De Rossi approffittò di quelle ciarle senza sugo, per dare
un’altra voltata sui tacchi. La lettera che gli aveva consegnata la
signora Elena gli scottava la mano. Dovete sapere, infatti, che teneva
sempre la mano in tasca, stringendo convulsivamente quel foglio in cui
stava scritta la sua condanna.
Camilla non fu tratta in inganno da quella invenzione botanica. Ella
si era avveduta che Elena e il De Rossi avevano colto il primo pretesto
per iscambiarsi alcune parole e argomentò facilmente che quelle parole
la risguardavano lei, vedendo che Aldo De Rossi, tornato presso la
compagnia, aveva evitato di guardarla.
Giunto fuori dalla vista de’ suoi compagni di passeggiata, Aldo
De Rossi cavò di tasca la lettera misteriosa. Aveva la febbre; gli
tremavano le mani, e gli occhi ci vedevano poco. Raccolse tutte le sue
forze con un atto supremo di volontà, spiegò il foglio e decifrò alla
meglio i sottili uncinetti della signora Camilla.