XVII.

Ci hanno insegnato alla scuola, in que’ beati tempi che s’aveva

ancora bisogno di andare alla scuola, come qualmente, per comando di

Domineddio, l’uomo debba guadagnarsi il pane col sudore della propria

fronte. Il che torna a dire che l’uomo, condannato ad un continuo

stento per la battaglia della vita, sarà perennemente infelice. Questa

dev’essere la regola, e, come tutte le regole di questo mondo, ha da

averci le sue brave eccezioni. Nel fatto, vi sono degli uomini, i quali

non sudano, neanche a scottar loro i piedi con acqua bollente; e ce ne

sono degli altri, i quali non mangiano pane, o tutt’al più ne prendono

qualche sottilissima fetta, per ispalmarla di burro. Similmente, ci

sono degli uomini continuamente allegri, che non si rompono la testa

coi malanni, che vedono tutto color di rosa, che sono felici, insomma,

felici ad ogni costo, e contro il precetto delle Sacre Scritture.

Laonde io sono indotto a pensare che ogni uomo, nascendo, porti il

suo destino con sè. All’uno, messer Domineddio deve aver detto: «tu

sarai lieto»; all’altro: «tu sarai imbecille»; all’altro: «tu sarai

dotto»; e così via discorrendo, ad ognuno dei nuovi nati, secondo

certi motivi suoi, che non ci è dato conoscere, ma dal cui svolgimento

dipende senza alcun dubbio la storia delle nazioni. Lo stato sociale

e l’educazione non ci hanno a veder nulla, o assai poco, in questa

varietà d’indirizzi, poichè si trovano dotti, imbecilli e felici in

tutte le classi sociali. Per contro, è facile di osservare una specie

di compensazione, come a dire un saggio di giustizia distributiva,

che dimostra la saviezza infinita del sommo legislatore. Il felice è

sbadato, miope, quasi cieco, e non vede le cantonate, se non quando

ci ha dato contro del naso; l’imbecille può salire ai più alti uffici

dello Stato; il dotto riesce facilmente noioso. Non è sempre così,

lo capisco, ed anch’io lo riconoscevo implicitamente, accennando alle

solite eccezioni ond’è circondata e quasi circoscritta ogni regola; ma

in fondo in fondo si può dire che la giustizia distributiva governi e

che la compensazione sia il fatto costante.

Perchè questo squarcio di filosofia? Per dirvi, o lettori, che il

contino Anselmi era un uomo felice, o alcun che di somigliante. Almeno

almeno, egli era molto contento di sè, nell’atto di ritornare da

Firenze per Montecatini. E che cosa ci aveva, per essere contento?

Nulla, in verità; ma per essere contenti non è sempre necessario di

avere, bastando qualche volta di sperare. I cavalli di Plutone, ad

esempio, non ci sono stati descritti dal poeta Claudiano allegri a quel

Dio, per il semplice fatto che essi pregustavano le biade del ritorno?

Che cosa s’aspettava l’Anselmi? Un mutamento naturale in tutto ciò

che aveva lasciato il giorno addietro tanto mal disposto per lui. La

signora Camilla, che si era mostrata così capricciosamente severa da

un momento all’altro, doveva tornargli benigna. La cantante, che ci

aveva i nervi e che lo aveva mandato così liberamente a farsi benedire,

doveva essere guarita. E queste due fortune gli sarebbero toccate in

premio di una sapiente scappata.

Il contino Anselmi si era accorto di avere, come dicono i francesi,

l’_absence heureuse_. Dopo qualche giorno di lontananza, lo vedevano

più volentieri le donne e gli amici. Egli non andava a cercare se

ciò dipendesse per avventura da quel periodo di tregua, che ci fa

sopportare con maggior filosofia il ritorno dei vecchi dolori. Sentiva

il benefizio e non ne indagava le cause. Non vi ho detto ch’egli

apparteneva alla schiera dei felici, di coloro che vedono tutto color

di rosa e che sono molto contenti di sè?

Il nostro viaggiatore ebbe alla stazione di Montecatini i sorrisi e i

saluti amichevoli di cento conoscenze; saluti e sorrisi che non avrebbe

avuti, se, scambio di giunger lui, fosse andato con quella medesima

folla a veder giungere un altro. Era già una consolazione, come vedete.

Non si fermò a chiacchiera con nessuno, perchè un uomo che arriva non

ha mai tempo da perdere, o non deve mostrare di averne. Del resto, il

contino Anselmi sentiva gli stimoli dell’appetito e il bisogno di darsi

una risciacquata. Prese una vettura di piazza e corse all’albergo della

Torretta, per attendere ai due uffici importanti; si restaurò dentro

e fuori, e quindi andò a far visita alla cantante. Era la più vicina;

doveva anche esser la prima, nelle sue attenzioni galanti.

La diva lo ricevette benissimo. I nervi non la molestavano più; segno

evidente che aveva ritrovato il suo _re_ sopracuto. Il contino Anselmi

che le aveva proposto di andare a Parigi, per portargliene uno nuovo

fiammante, le portava in quella vece una graziosa novità dalle rive

dell’Arno, cioè a dire un elegantissimo braccialetto, comperato in via

Tornabuoni, dal Marchesini, che era, e spero lo sia tuttora, il Dio

dei gioiellieri di Firenze. Ad una dama non si sarebbe potuto portare

un presente d’oro e pietre preziose; ad una diva sì, perchè i Numi

gradiscono, da tempi immemorabili, ogni specie di offerte.

La diva accolse il dono con gioia, ed ammirò da esperta conoscitrice

una fila di piccoli smeraldi e rubini, frammezzati da brillanti,

che luccicavano sulle spire elastiche del braccialetto, foggiato a

serpente. S’intende che, per ammirarlo meglio, se lo rigirò subito al

braccio.

— Siete un compito cavaliere; — diss’ella; — ed anche un uomo di buon

gusto. Guardate come sta bene. —

E gli stese un braccio ben tornito, candidissimo senza mestieri di

biacca, che meritava anch’esso la sua parte d’ammirazione. Il contino

Anselmi lo prese delicatamente e gli rese l’omaggio a cui essa sembrava

invitarlo.

— Porterò il vostro braccialetto questa sera al Casino; — disse allora

la diva.

— Ah! — esclamò il contino, inarcando le ciglia. — Questa sera

finalmente vi risolvete di andarci?

— Sì; volete accompagnarmi? Mando a spasso il Torricelli. —

La proposta non garbava troppo al contino Anselmi.

— Lo vorrei; — diss’egli, sospirando. — Ma temo di compromettervi.

— Compromettermi! — ripetè la diva, rizzando la testa e fissando gli

occhi curiosi in volto all’Anselmi. — Non sarebbe per caso il timore...

di comprometter voi? —

Il contino fece la bocca da ridere.

— Che dite mai? — gridò egli. — Ad accompagnare una bella donna, un

cavaliere ci guadagna sempre nella stima dei popoli. Fate conto che io

non v’abbia detto nulla. Avevo parlato solamente per voi.

— Sentiamo questa, che ha da essere nuova di zecca; — rispose la diva

con accento sarcastico.

— Eh, nuova o vecchia, eccola qua. Voi dovete far colpo, stassera,

essere ammirata, adorata, applaudita da tutti. Ora, voi lo saprete per

esperienza, i gelosi applaudono di mala voglia. Ed io, entrando con voi

al Casino, farò chiacchierare, ingelosire moltissimi. Il Torricelli è

vecchio e la sua galanteria sessagenaria non dà ombra a nessuno; mentre

la mia, che non è ancora sui trenta, mi capite?....

— Capisco che ve la cavate abbastanza bene; — disse la diva, con un

risolino sardonico.

— Non me la cavo, anzi voglio restarci; — replicò l’Anselmi, già

mezzo stizzito. — Son pronto ad accompagnarvi e felicissimo di lasciar

pensare tutto ciò che cento sciocchi invidiosi vorranno pensare di noi.

— No, così non fa comodo a me; — rispose la diva. — Credo che in fondo

in fondo non diciate male. Restate nell’ombra e non intorbidate il mio

trionfo, se trionfo ha da essere. Andrò col Torricelli. Il poveretto ne

sarà felicissimo.

— Eh, purchè sappia contentarsi! — fece l’Anselmi, con aria di burlesca

minaccia.

— Sciocco! — disse la cantante, appoggiando l’epiteto con quel grazioso

torcimento di labbra che ha nella nostra lingua il brutto nome di

boccaccia.

— Adorabile! — rispose il contino Anselmi, facendo in quella vece il

bocchino.

In quella guisa l’Anselmi vinceva il punto di non accompagnare la diva

al Casino. Veramente, non si sarebbe tirato indietro a quel modo, tre

giorni prima. L’uomo, quando non ha altri ripeschi in mira, si presta

sempre volentieri a queste comparse, che fanno prendere il moscherino a

mezzo mondo e che dànno alle donne un alto concetto della sua persona.

Perchè, infatti, le figlie d’Eva sono meno insensibili che non si pensi

a questi spettacoli di felicità mascolina, e l’uomo che credesse di

guastare i fatti suoi per il futuro con simili mostre, si gabellerebbe

da sè per un vero collegiale. S’intende che le mostre in discorso

riescono utili, quando l’uomo non abbia altri amori imbastiti lì per

lì. Se ce li ha, deve astenersi con ogni cura da questi riscontri

pericolosi. Una donna può e deve ammirare il signor Tizio, che ha

fortuna con le altre, fino a tanto che ella non sia ricercata da lui;

ma a nessuna donna può altrimenti piacere che il signor Tizio le si

presenti con una rivale a braccetto.

Quella sera, finito il pranzo, e senza indugiarsi a prendere il

caffè in giardino, il nostro Cupido escì dall’albergo della Torretta,

avviandosi per lo stradone. Non sapeva nulla delle signore che aveva

così bruscamente piantate il giorno innanzi. Non lo avevano veduto

al Casino; lo avevano probabilmente aspettato al Tettuccio; dovevano

essere impensierite della sua sparizione improvvisa. Ora il contino

Anselmi giustamente pensava che un po’ d’assenza fa bene, ma che non

deve mica esser troppa.

Così egli andava ruminando il suo capitolo _de arte amandi_, quando

(vedete fortuna!) riconobbe da lunge le dame, che, accompagnate dai

soliti cavalieri, venivano incontro a lui verso il Tettuccio. Il

commendatore Gerardo e il cavaliere Sestavalle andavano innanzi con

la signora Camilla; seguivano Aldo e il presidente gran croce con la

signora Elena.

A farlo a posta, il numero era giusto e non c’era più luogo per lui.

Ma beati gli ultimi, dice il proverbio, se i primi han discrezione. Il

commendatore Gerardo fu tanto discreto da cedergli il suo posto.

— Ah, sei qui, briccone? — gridò il Vezzosi appena lo ebbe veduto. —

Dove diamine ti sei nascosto, Anselmi? —

Il contino biascicò alcune frasi sconnesse.

— Nascosto, no.... veramente.... Del resto, tu mi vedi....

— Ora, si capisce. Ma iersera? e stamane? Ti abbiamo aspettato al

Tettuccio, e non ti sei lasciato vedere. Di grazia, si potrebbe sapere

che cura fai?

— Dio buono! La cura degli affari, quando ti vengono addosso; — rispose

l’Anselmi, con un’aria di candore, che non pareva lui. — Ho dovuto

andar fuori.

— A Collodi, m’immagino; — replicò il commendatore Gerardo. — Oppure a

Monsummano.

— Che! Più lontano; in capo al mondo; — disse l’Anselmi. — Ieri, quando

vi ho lasciati, ho trovato all’albergo un telegramma, ed ho dovuto

correre a Firenze, per incontrare un amico, che doveva giungere da

Roma. E con lui sono venuto stamane, dandogli il passaporto per Pisa.

Una noia, come capirai; ed io ne sono stato dolentissimo; — soggiunse

il contino, dando un’occhiata malinconica alla signora Camilla.

— E deggio e posso crederlo? — chiese con enfasi melodrammatica il

commendatore Gerardo.

La signora Camilla venne allora in soccorso dell’Anselmi.

— Come non volete crederlo? — diss’ella. — Il conte Anselmi non è

certamente uomo da dire una cosa per un’altra. Ha avuto da fare e

ci ha lasciati; ha sbrigate le sue faccende e ci ritorna. Questo è

l’essenziale. —

Un inchino e uno sguardo eloquente ringraziarono la signora Camilla del

suo gentile intervento.

Ma perchè le due file dei nostri passeggiatori erano molto vicine

l’una all’altra, Aldo De Rossi udì le parole di Camilla. Il poveretto

ci diventò verde dalla stizza e si morse le labbra fino a far sangue.

La signora Elena, che le aveva udite anch’essa, volse un’occhiata di

sbieco al compagno e notò come avesse la cera contraffatta.

— Calma! — gli bisbigliò allora, facendo un rapido movimento da quella

parte. — Vi dirò tutto. —

Frattanto il contino Anselmi diceva al Vezzosi:

— E dove andate ora, se è lecito saperlo?

— Al Rinfresco, per far ora. La signora Camilla non conosce ancora il

luogo.

— E mi dicono che sia molto bello; — soggiunse Camilla.

— Bellissimo; — rispose il contino. — Sta sotto la mia giurisdizione,

perchè è proprio accanto alla Torretta. Di modo che, — proseguì

l’Anselmi, — se io fossi rimasto all’albergo, avrei avuta la fortuna di

vedervi egualmente?

— Ma non avreste meritato di accompagnarci, — replicò la signora.

Aldo De Rossi andava al Rinfresco come la biscia all’incanto. Si

pentiva di non essersi posto lui al fianco della signora Camilla, per

impedire all’Anselmi di appiccicarsi in quel modo. Ma come avrebbe

potuto fare diversamente? Quel giorno gli era andata così male ogni

cosa! La mattina, al Tettuccio, aveva notato una grande freddezza, o,

per dire più veramente, un’aria di grande inquietudine, che metteva

le signore a disagio con lui. Esse, del resto, non si lasciavano

mai, e come non gli era riescito di parlare da solo a solo con la

signora Camilla, così non aveva potuto dire neanche una parola alla

signora Elena. Infastidito da quelle difficoltà, che erano durate fino

all’ora di colazione, Aldo De Rossi aveva infilato l’uscio e preso il

portante verso Monsummano, sperando di chetare le sue furie con una

lunga passeggiata. Ma si era stancato, senza punto calmarsi. Tornato

all’albergo sull’ora di pranzo, aveva trovata la signora Elena più

turbata, più confusa che mai. Non ebbe modo di chiederle nulla, perchè

il Vezzosi l’accompagnava nel corridoio, e del resto era già ora

di scendere nella sala da pranzo. Solamente nell’anticamera, mentre

Gerardo appiccava il cappello al gancio del cappellinaio, essa ebbe il

tempo di dirgli: — Proporrò una gita al Rinfresco; veniteci: troverò il

modo di parlarvi. —

Concertata la gita mentre erano a tavola, gli convenne di restare al

fianco della signora Elena quando si escì dall’albergo. La signora

Camilla era venuta a pranzo in una abbigliatura elegantissima, che

faceva risaltare vieppiù i segni di una freddezza senza esempio.

Aldo non ci capiva più nulla e si rodeva di non sapere che diavolo

fosse. Avviandosi con la brigata al Rinfresco, e non vedendo comparire

l’Anselmi, si era arrischiato a sperare che la giornata dovesse finir

meglio che non era cominciata. Ma tutto ad un tratto era apparso

l’Anselmi; egli stesso era stato il primo a vederlo e il cuore gli

aveva dato una scossa violenta.

E pensare che quello zerbinotto, quel Ganimede, quell’Adone da

strapazzo (già, i nomi da appioppare ad un rivale non mancano mai)

veniva a guastargli le sue faccende con un tradimento in corpo, e

probabilmente ancora caldo delle tenerezze dette ad un’altra donna!

Perchè infatti il contino Anselmi ce lo aveva, il suo ripesco amoroso,

all’albergo della Torretta. Non si era confessato egli stesso con Aldo,

nelle espansioni di una passeggiata a lume di luna! E la delicatezza,

la lealtà e tante altre belle cose egualmente moleste, non permettevano

ad Aldo di metter carte in tavola, di propalare senza tanti complimenti

ogni cosa?

Si giunse al Rinfresco, una specie di giardino all’antica, con mura

alte e severe, ornato con una gravità architettonica abbastanza

pretensiosa, ma ricco di verde, d’ombra e di silenzi romantici, da

piacer molto ai cuori innamorati, ed anche ai filosofi misantropi.

Questo riscontro non ha niente di strano e si spiega facilmente, poichè

l’amore è una misantropia masticata in due.

Una fontana, decorata di marmi, sorgeva nel mezzo del piazzale,

accanto all’entrata; ma l’acqua non aveva allegrezza di zampilli. Acqua

termale, tu eri triste a vedere, come la faccia del mio Aldo De Rossi.

Più lieta appariva tutto intorno la frappa, in mezzo a cui s’aprivano

alcuni viali, ma per chiudersi tosto, nel fitto dei rami sporgenti.

Cari viali, amiche rèdole, liberali di ombre discrete ai fidati

colloquii, come si sarebbe inoltrato volentieri pe’ vostri meandri il

mio Aldo De Rossi, tenendo a braccetto la signora Camilla! Ma a farlo

a posta, la signora Camilla non si spiccava dal fianco dei signori

Anselmi e Vezzosi, o, per dir meglio, i signori Vezzosi ed Anselmi non

si spiccavano dal suo.

E bisognava sentirlo, il contino Anselmi, che fuoco d’artifizio

faceva! Ed anche la signora Camilla, come rideva, alle arguzie,

alle galanterie, alle svenevolezze del signorino! Rideva anche più

degli altri giorni, d’un riso acuto, quasi stridente, che urtava

maledettamente i nervi al De Rossi. Ci fu un momento che gli parve di

odiarla. Lettori, che avete sofferto di questo male, non riconoscete

qui l’amore innalzato alla quarta potenza?

Come Dio volle, i passeggiatori si sentirono stanchi e si arresero al

tacito invito dei sedili di pietra che correvano intorno alla fontana.

Aldo non si posò come gli altri, ma stette in sull’ali; da prima per

andare a veder l’acqua da presso e far le mostre di assaggiarla; quindi

per girandolare qua e là ed osservare le piante. In certi momenti della

vita ogni uomo è un naturalista.

Egli, per altro, non era escito dalla vista della comitiva. E dopo

alcuni istanti di dotte osservazioni, vide con la coda degli occhi la

signora Elena spiccarsi dalla brigata, per venire verso di lui. Si

volse allora con aria grave e tranquilla e le accennò una pianta di

bossolo, per modo che gli altri, se avessero guardato da quella parte,

credessero ad una vera e propria conversazione botanica.

— Sapete che è un affar serio? — gli diceva intanto la signora Vezzosi.

— Non si può neanche trovare il momento propizio.... per darvi un

dispiacere.

Aldo De Rossi diede un sobbalzo e si fece pallido in viso.

— Calma! — ripigliò la signora. — Ho avuto iersera un colloquio con

lei. Ve ne darò i particolari... quando potrò. Intanto, ne capirete

abbastanza, dalla lettera che ella mi ha scritto questa mane.

— Una lettera! — mormorò Aldo turbato.

— È qui; — disse la signora Elena, traendo un foglio di tasca, mentre

si avvicinava al De Rossi e chinava la testa verso la pianta di

bossolo. — Voi la leggerete... e me la restituirete.

— Sì; — disse Aldo, imitando la mimica della signora e stendendo le

dita per prendere il foglio.

Ma la signora Elena non se lo lasciò fuggir di mano così presto.

— Badate, — riprese, — è necessario che mi sia restituito. Mi confido

ad un uomo, non è vero?

— E ad un gentiluomo; — replicò il De Rossi.

— Qualunque cosa avvenga, mi restituirete questa lettera, oggi stesso?

— Avete la mia parola d’onore; — disse Aldo.

— Bene; — soggiunse la signora. — Mettetela in tasca. La leggerete più

tardi.

— Mentre voi starete conversando alla fontan, — mormorò Aldo, — io

andrò a passeggio qui presso.

— Troppa fretta! Se almeno aveste la forza di dominarvi....

— L’avrò, signora, l’avrò. Da ciò che mi dite, capisco già che c’è una

sentenza di morte... per il mio povero amore; — rispose tristamente il

De Rossi. — Ma voi lo vedete, son forte.

— Sarete anche sereno? In apparenza, se non altro?

— Riderò; — disse Aldo. — Va bene così? —

La signora Elena non rispose parola, e, accompagnata dal De Rossi,

tornò a passi lenti verso la fontana.

— Che cosa guardavate con tanta attenzione? — domandò il commendatore

Gerardo.

— Una pianta che non conoscevo; — rispose Aldo con aria sbadata.

— Gran che! Figuratevi che era una pianta di bossolo; — soggiunse la

signora Vezzosi.

— Ma di un verde così tenero, che in verità non mi pareva bossolo; —

ribattè Aldo De Rossi, per dar colore alla storia.

— Effetto del terreno, che non è molto confacente alla sua specie; —

replicò la signora Vezzosi.

— Donna Elena ha grandi cognizioni in botanica; — disse il cavaliere

Sestavalle. — Rammento ancora la distinzione tra l’_Hibiscus siriacus_

e l’_Hibiscus_... Di grazia, come si chiama l’ibisco dell’albergo della

Pace?

— Vedo che la rammentate poco, la distinzione; — notò argutamente la

signora Vezzosi. — È un _Hibicus liliflorus_.

— E li ha sulla punta delle dita, i nomi latini! — gridò ammirato

l’Alcibiade.

— Il latino è brutto parecchio; — disse il contino Anselmi, — ma la

giardiniera è bella. Propongo di chiamarla la bella Giardiniera.

— Magazzino di mode? — domandò la signora Vezzosi.

— No, capolavoro di Raffaello; — rispose l’Anselmi, inchinandosi.

— Conosco questo complimento; — disse la signora. — Ce lo avete detto

l’altro dì, sull’uscio della Speranza.

Il contino Anselmi si morse le labbra, rammentando che infatti aveva

già speso un’altra volta quel motto arguto, e pensando che ciò poteva

nuocergli presso le dame. Ma non si diede per vinto.

— Mi rimandate all’uscio? — diss’egli. — Vedo già i campi della

disperazione.

— Eh! — fece il commendatore Gerardo. — L’ha rimbrodolata abbastanza

bene.

Aldo De Rossi approffittò di quelle ciarle senza sugo, per dare

un’altra voltata sui tacchi. La lettera che gli aveva consegnata la

signora Elena gli scottava la mano. Dovete sapere, infatti, che teneva

sempre la mano in tasca, stringendo convulsivamente quel foglio in cui

stava scritta la sua condanna.

Camilla non fu tratta in inganno da quella invenzione botanica. Ella

si era avveduta che Elena e il De Rossi avevano colto il primo pretesto

per iscambiarsi alcune parole e argomentò facilmente che quelle parole

la risguardavano lei, vedendo che Aldo De Rossi, tornato presso la

compagnia, aveva evitato di guardarla.

Giunto fuori dalla vista de’ suoi compagni di passeggiata, Aldo

De Rossi cavò di tasca la lettera misteriosa. Aveva la febbre; gli

tremavano le mani, e gli occhi ci vedevano poco. Raccolse tutte le sue

forze con un atto supremo di volontà, spiegò il foglio e decifrò alla

meglio i sottili uncinetti della signora Camilla.

O tutto o nulla: romanzo · 第 21 / 27 题