XVI.

Giunte sul primo pianerottolo, le due signore entrarono nel corridoio.

La cameriera, andata avanti col lume, si fermò davanti al quartierino

occupato dai Vezzosi, che era il più vicino alle scale. Ma la signora

Camilla le accennò di proseguire, volendo condurre l’amica nel suo.

Entrate nel salottino che divideva la camera della signora Rivanera da

quella del presidente Roberti, la signora Vezzosi si lasciò cadere sul

canapè, come persona sfinita.

— Hai più coraggio di me; — diss’ella, dopo aver ricolto il fiato, e

con un accento da cui trapelava un leggero sarcasmo.

— Perchè? — domandò la signora Camilla.

— Perchè li hai mandati via, così alla svelta, come si farebbe con due

estranei. Si poteva pur rimandare il nostro colloquio a domani.

— Non hai detto: anche ora? — ripigliò Camilla.

— È vero, ma come si dice una cosa senza importanza.

— E senza importanza discorriamo stasera, scambio di discorrere domani.

Del resto, che conti ho da rendere? Son libera, nota, son libera; —

soggiunse Camilla, premendo sull’aggettivo, come se volesse rimandare

il sarcasmo alla sua bella interlocutrice.

Tra due donne questo po’ di malumore c’è sempre. La tensione è lo stato

abituale di queste due pile elettriche, anteriori di tante migliaia

d’anni alla scoperta di Alessandro Volta. Ora è quistione di un amore

che si contendono, ora di una vanità che debbono soddisfare, ma sempre

di una preminenza che vogliono mantenere. Noi uomini, più spesso che

non si creda, ci buttiamo via, ci rassegniamo alle seconde parti. Le

donne mai, viva la faccia loro! Ditela pure una debolezza; ma di che

cosa s’ha egli ad esser teneri, anzi gelosi, se non della propria

dignità? Sta bene che ci vuol diplomazia, per vivere in questo mondo;

ma forse che la diplomazia non ha diritto di mostrarsi permalosa,

per la maestà dello Stato che rappresenta? E se mi chiedeste che cosa

rappresenta la donna, vi risponderei che rappresenta sè stessa; come a

dire un Impero, e un Impero... celeste.

— Volevi parlarmi, — soggiunse la signora Camilla dopo alcuni istanti

di pausa. — Domani avrebbero potuto mancare le occasioni. Un momento

così propizio come questo non si presenterà più. Siamo qui sole, e i

nostri compagni di viaggio, se non li facciamo chiamare, si periteranno

di venire quassù. Aggiungo che sei da me, e non c’è neanche il pericolo

che tuo marito entri qua, senza farsi annunziare. Parla! —

Elena ammirò la risolutezza di quella personcina, in apparenza così

leggera, fatta piuttosto per lasciarsi trasportare dai casi che per

dominarli. In apparenza, ho detto, ed anche per la signora Vezzosi,

che veramente l’aveva giudicata assai meglio di così. Certi errori non

sono possibili tra donne, e l’una conosce l’altra di primo acchito,

come noi ci conosciamo a malo stento un giorno prima di morire. Or

dunque, la signora Elena aveva da un pezzo conosciuto il carattere

di Camilla Rivanera; in quell’impasto di grazia aveva intravveduta la

forza; sotto quell’aria di leggerezza aveva indovinato un carattere.

Ma certo, non l’aveva immaginata mai così pronta nelle sue risoluzioni,

così disposta ad affrontare il pericolo, come essa gli appariva in quel

momento, andando incontro agli agguati, alle insidie, ai tranelli d’una

conversazione, che non prometteva niente di buono.

Una lotta s’impegnava. Ma quale? Voi, lettori, l’avete già presentita

e potreste già in parte descriverne le fasi. Ma le cose non potevano

essere già così chiare tra le due dame, ed una di esse, la Rivanera,

doveva anzi fingere di non capirne nulla in anticipazione, e mostrar di

credere che il discorso annunziato dalla sua amica fosse il più liscio

e il più naturale del mondo.

— Camilla, — incominciò la signora Vezzosi, — sai che ti amo. Sebbene

queste cose ce le siamo dette finora assai poco....

— Non importa; — interruppe Camilla, con un gesto che dissimulava male

l’impazienza, se pur non è da dire che la metteva in mostra; — poche

parole bastano ad affermare l’amicizia. L’amore, poi, non ha neanche

mestieri di quelle poche parole. —

Elena si scosse e diede alla sua interlocutrice un’occhiata di

meraviglia. In quelle parole di Camilla non era a vedersi una sfida?

Almeno almeno un invito a tagliar corto? Fosse l’una cosa o l’altra,

la signora Vezzosi doveva cogliere l’occasione che gli era offerta di

entrare in argomento.

— Tu, dunque, — diss’ella, — saprai che Aldo De Rossi è innamorato di

te. —

Ecco, lettori, una donna può sapere molte cose; ma non può sempre

sapere qual ragione faccia parlare in un dato senso un’altra donna;

specie quando quest’altra incomincia il suo discorso ex abrupto. Non

vi parrà dunque strano che la signora Camilla, comunque preparata

all’attacco, balenasse al primo urto un tantino. Forse anche questo era

un atto meditato, e la perplessità di Camilla serviva di appoggio ad un

gesto di stupore, che voleva dire: — che cos’è questa alzata d’ingegno?

— Non ti offendere, sai! — ripigliò la signora Vezzosi, ingannata da

quel gesto. — Dirti che il signor De Rossi è innamorato di te, non è

già un farti torto.

— No; — rispose Camilla, con un tono tra scherzoso ed ironico. —

Rendiamo giustizia ai meriti del signor Aldo De Rossi. È un po’ strano,

il signore, e via, diciamo anche un po’ stupido, perchè ogni cosa abbia

il suo nome appropriato; ma certo egli non offende una donna, facendole

la corte. Infatti, mia bella, ne sei offesa, tu? —

Un attacco rispondeva ad un altro. La signora Elena, che non si

aspettava di essere assalita, mentre ella stessa si era fatta

assalitrice, ne fu grandemente turbata.

— Io! — esclamò. — E di che dovrei essere offesa? Egli non mi fa la

corte.

— Davvero?

— Non me l’ha fatta mai.

— Ah! questa è anche più strana.

— Te lo giuro; — disse Elena, con accento solenne.

Camilla stette un momento in forse; poi chinò la testa, con aria di

persona che vuol dimostrarsi persuasa, anche non essendo convinta.

— E sia; — diss’ella. — Non saprei che cosa opporre ad una affermazione

come questa. Ma non perdiamo il filo del discorso. Esso avrà pure una

conclusione; andiamo alla conclusione. —

La signora Vezzosi aggrottò le ciglia, vedendo che Camilla si metteva

a quel modo in sussiego con lei, e si pentì di aver voluta quella

conversazione. Ma non c’era rimedio e bisognava andare fino in fondo.

— È male che tu la prenda su questo tono; — diss’ella. — Io vengo a

te senza secondi fini, col cuore in mano, e ti dico: Aldo De Rossi

è innamorato di te. È un uomo serio, un gentil cavaliere; amalo. O

meglio, — soggiunse, — poichè queste cose non si comandano, se è vero

che tu l’ami, o sei disposta ad amarlo, te ne prego, non fare che egli

si disperi per la tua apparente insensibilità. —

Camilla ascoltò con molta attenzione il predicozzo, non togliendo gli

occhi dal volto dell’amica. Indi, col suo solito sussiego, le disse:

— Parli per conto suo?

— Se fosse, — replicò la signora Elena, ferita da quell’aria altezzosa,

— che cosa ci vedresti di male?

— Anzi, — ribattè la signora Camilla, — ci vedrò una prova del suo

buon gusto a saper scegliere.... gli ambasciatori. Peccato che col

buon gusto non si trovi d’accordo lo spirito! Sicuramente, mia bella;

non s’incomoda una dama come tu sei, più fatta per udire di questi

discorsi, che per farli ad un’altra. E non è bello, inoltre, che in

queste faccende s’aiuti con gl’intercessori, chi ha voce e ginocchia

per pregare da sè.

— È giusto; — osservò la signora Vezzosi. — O, per dire più veramente,

sarebbe giusto, se il signor De Rossi mi avesse dato l’incarico di

farti un simile discorso. Il vero è che non mi ha incaricato di nulla.

Conosco il suo segreto.... Da un pezzo glielo leggevo negli occhi. Mi

duole di vederlo così triste, così avvilito, e ti parlo per conto mio,

in favore di quel povero giovanotto.

— Ah, volevo ben dire! — esclamò la signora Camilla. — È dunque tutta

bontà tua. Veramente singolare! Non ti offenderai, spero, di questa

osservazione. È tutto ciò che io ti dirò su questo particolare, usando

dei diritti che accorda l’amicizia. E per questa medesima amicizia

ti dico: càlmati, bella mia.... E frattanto, non mi chiedere di fare

questa cosa, o quell’altra, perchè io non posso far nulla. Non amo il

signor De Rossi.

— Ah! — gridò la signora Elena. — E perchè?

— Ti potrei rispondere molto semplicemente: perchè non l’amo. Tu

stessa lo hai detto poc’anzi, queste cose non si comandano; o sono,

o non sono, e la ragione del non essere è così oscura, come quella

dell’essere. Vedi, mi fai parlare come un filosofo; — soggiunse

Camilla, ridendo. — Ma voglio essere schietta, quantunque la cosa abbia

i suoi rischi. Solo chi custodisce il proprio segreto è forte; e la

donna, già tanto debole in questa società così male costituita, ha

doppia ragione di custodirlo. Pure, lo ripeto, sarò schietta con te.

E tu, spero, ci vedrai un’altra prova della mia amicizia. Mi stai a

sentire?

— Son qua, tutt’orecchi; — rispose la signora Vezzosi, atteggiando le

labbra ad un sorriso, che non le venne altrimenti.

Camilla, che era stata fino allora in piedi, davanti alla Vezzosi, andò

a sedersele accanto, sul canapè; indi, presa la mano dell’amica tra le

sue, come a trastullo infantile, così incominciò la sua confessione.

— Sono una donna leggiera, vana, capricciosa, tutto quello che vorranno

dire di me tante caritatevoli persone. Oh, non me la prendo, io!

Riconosco, anzi, che c’è molta apparenza di vero in questi giudizi. Ci

sono dei modi di essere, che fanno l’uffizio della maschera, con cui

andiamo al veglione, per non essere conosciute e per far disperare la

gente. C’è chi riconosce il viso, sotto la forma di raso nero: ma non

importa, la maschera c’è, e ti dà il diritto di parlare liberamente,

come se tu non fossi riconosciuta. Dunque, diciamo, leggiera, vana,

capricciosa, volubile, e chi più n’ha ne metta. Io, dentro di me, so

d’essere tutt’altra. Odio i caratteri falsi, sono assetata di verità;

perciò, capirai che non posso amar gli uomini, e che, sopratutto, non

posso stimarli. Questi per la bellezza, quegli per la ricchezza, o

per la condizione sociale, uno perchè sei libera, l’altro perchè non

lo sei più, ci hanno tutti una ragione eccellente per mettersi sul

tenero, qualche volta ingannando sè stessi, sempre cercando d’ingannare

anche te. Ma parliamo di me, che sono libera. Ho la bellezza, dicono;

ho la ricchezza, dice il mio ragioniere, che guarda al sodo e non si

confonde con certe lustre. Ora, io te lo confesso sinceramente; sarò

matta da legare, ma quando m’accorgo che un uomo non ama in me che

una superficie di bellezza, vorrei esser brutta da far paura, per

vedere dove va tanto amore disperato; quando m’accorgo che si tratta

anche e sopratutto del mio milioncino (sono afflitta da questo guaio,

che farci?) vorrei essere povera come Giobbe, per vedere se la mia

bellezza, ridotta a figurare tra i cenci, farebbe fare tante pazzie a

quell’uomo.

— Aldo De Rossi non bada alla ricchezza; — osservò la signora Vezzosi.

— Lo credo, e gli rendo giustizia in questo particolare; — rispose

Camilla. — Ma io parlo in genere, e dico che l’amore è una cosa

delicatissima, imponderabile, indefinibile. O c’è tutto, o non vale un

bel nulla. L’uomo che ami solamente per amare, e per amare quella donna

più d’un’altra, e per amare solamente quella, è possibile trovarlo?

Io credo di no. Vado ad altezze vertiginose, lo capisco; ma sono fatta

così ed oramai non c’è verso di mutarmi. Ho potuto non chiedere queste

cose, quando ero fanciulla ed abbastanza inesperta; ma oggi ho veduto,

ho paragonato, ho studiato, cerco quell’amore e quell’amore non c’è. O

ci sarà, ed io non l’ho trovato. Sarò come quel tale, che voleva andare

ad alloggio nell’albergo della Felicità; ma era tanto distratto a furia

di pensarci, che passò rasente e non vide l’insegna. E può anche darsi

che il tuo De Rossi sia l’uomo ch’io cerco; e può anche darsi che non

lo sia. Non l’ho studiato, e gli è come se non lo fosse.

— Già, — notò ironicamente la signora Vezzosi, — tu l’hai per uno

stupido!

— Oh, questo non vorrebbe dir nulla; — rispose con molta tranquillità

la signora Camilla. — Ci s’innamora male, degli uomini di spirito.

Sono come le donne letterate, che abbagliano annoiando, o come i

cani sapienti, che fanno tante belle cose egregiamente, salvo quella

per cui i cani sono ammessi agli onori della domesticità. Un povero

canino da pagliaio, che non sa dar la zampa, nè saltare il cerchio, nè

andar ritto da un capo all’altro della sala, ama il padrone, lo segue

fedelmente e ne custodisce la casa. Non fo torto al signor De Rossi;

dico soltanto che un uomo simile non farebbe per me. Ci avesse almeno

il buon gusto di dedicarsi ad una donna, di non vedere e di non servire

che a quella! Ma no; lo vedi girandolare da questa a quell’altra,

con una facilità che dimostra tutta la sua leggerezza, di cuore e di

spirito.

— Eh via! — disse la signora Vezzosi. — Tu gli fai torto, adesso. Egli

va in società, come ci vanno tutti i suoi pari. Perchè accusi lui solo?

— Lui solo, certamente, perchè nessun altro va in società come lui, con

quell’aria di voler parere una eccezione ambulante. Gli altri, a buon

conto, non si piccano di apparirti diversi da quelli che sono, mentre

egli, il tuo De Rossi, — (la signora Camilla appoggiò maliziosamente

sul pronome possessivo) — fa il filosofo meditabondo, l’uomo dei grandi

concetti e dei profondi dolori. L’ho veduto in molti luoghi, a balli,

a conversazioni, a teatri, sempre inguantato, incravattato, insaldato,

i capegli ravviati con una diligenza miracolosa, la divisa condotta

a pennello fino alla nuca, le ciocche lucenti sulla fronte; e da per

tutto con quel suo cipiglio imbronciato e scontroso, come un uomo che

mediti un suicidio.

— Non è certo come l’Anselmi; — osservò la signora Vezzosi.

— Oh no, — riprese Camilla, — e viva l’Anselmi, con la sua faccia

serena e il cuor contento. È uno sciocco, te lo concedo, ma uno

sciocco che non fa male. L’insegna non ti tradisce. Ride, distilla

continuamente il suo spirito; qualche volta ci riesce e qualche volta

no; ma in fine, non ha l’aria di volerti dare una lezione ad ogni

batter di ciglia, e, sopra tutto, non si atteggia a rubacuori.

— Lo credi?

— Almeno, mi sembra tale, ed è tutt’uno. A me, che non ho mestieri di

legger nell’anima di questi signori, basta quel po’ di vernice.

— Hai torto; — disse placidamente la signora Vezzosi. — Conosci sempre

più addentro che puoi le persone che ti avvicinano più spesso. Non

sai che cosa pensano? Avrai anche il rammarico di non sapere che cosa

diranno alle tue spalle.

— Che cosa diranno? — Quello che potranno dire. E se io non darò loro

argomento...

— Brava! Come se non bastasse una cortesia, uno scherzo, una frase

detta senza metterci importanza, per mandare in solluchero questi

signori e destare le più ardite speranze! Ma sia pure come tu credi;

avranno poco da dire. Rimarrà sempre quella che potranno lasciar

supporre. C’è un modo di lasciar supporre, che vale il raccontare... ed

anche il dare ad intendere. —

La signora Camilla stette un istante sovra pensiero, indi si strinse

nelle spalle.

— Bella mia, — replicò, — tu chiedi più attenzione e più vigilanza, che

non sia possibile ad una donna di usare. Io permetterò anche questo,

purchè non si pensi ad alta voce con me e non mi si annoi con certe

dichiarazioni.

— Oggi, infatti... — notò la signora Elena.

— Ah, oggi! Che cos’hai veduto, quest’oggi?

— Non dovrei dirlo, perchè sarebbe un pensare ad alta voce... e

potrebbe annoiarti.

— No, parla, te ne prego. Non crederai già che la mia insofferenza per

certi discorsi si estenda anche a te!

— Dirò, dunque, — ripigliò la signora Elena, ringraziando Camilla con

un lieve cenno del capo, — che stamane tu avevi l’aria di trattare

molto bene il contino Anselmi, e che subito, entrando da Birindelli,

hai incominciato a trattarlo assai male. Almeno se si deve giudicare

dal suo contegno, che era proprio d’uomo avvilito, a cui non basta più

l’allegria sforzata, nè la filosofia naturale, per apparire tranquillo.

— Ah, l’ho trattato male? — ripetè la signora Camilla. — Non me ne sono

avveduta. Prendo e lascio con tanta facilità! E questo ti provi che non

dò nessuna importanza ai nostri bei cavalieri; peggio per loro, se, da

qualche frase buttata là per chiasso, traggono argomento a sperare Dio

sa che cosa! Può anche darsi, — soggiunse Camilla, tornando al fatto, —

che il contino mi abbia seccata. Anzi, mi pare di ricordarmi... Sì, mi

ha detto qualche cosa che m’ha dato noia. Ma quello è un uomo che non

ci ritorna più. Non avrà avuto filosofia quest’oggi, perchè sarà escito

senza la sua provvista quotidiana; ma vedrai che ne avrà una provvista

doppia, domani. È, dopo tutto, un uomo gentile ed un compagno prezioso.

Ne convieni?

— Eh, sì; — fece la signora Elena, dividendo la sua frase in due tempi.

— Aldo De Rossi ne è molto geloso; — soggiunse poscia, per richiamare

all’argomento la sua interlocutrice.

— Geloso! E con quale diritto? — gridò la signora Camilla. — Mi ha egli

comprata? Gli ho detto io: sarò la vostra schiava? Io te lo ripeto,

Elena; non amo, non amerò mai un uomo che le corteggia tutte ad un

modo.

— Tutte! Tutte! — esclamò la signora Vezzosi. — Bisognerebbe che tu

incominciassi a citarne qualcheduna.

— Te, per esempio. Ma tu dici di no...

— Lo dico. Con tutte le forze dell’anima mia, te lo dico.

— E non si potrà più insistere; — ripigliò Camilla. — Ma qui

dentro, capirai, non si comanda, e qui dentro si potrà anche pensare

diversamente. —

La signora Vezzosi stette muta un istante, offesa com’era da quel

dubbio e combattuta da due opposti sentimenti, di tristezza e di

sdegno. Ma infine si padroneggiò e così mestamente rispose:

— Farai quello che ti parrà, e mi dimostrerai di non avere amicizia per

me. Io, credi, ne ho sempre molta per te; ne ho più che non pensi.

— Ed è per questo che vuoi... — incominciò Camilla.

Ma si trattenne subito; e la signora Vezzosi, volgendo gli occhi alla

sua interlocutrice, vide l’aria di vivacità, quasi di collera, che

stava per accompagnare la frase; ma non uscì altrimenti la frase.

— Parla! — disse la signora Elena. — Che cosa sono queste tue

reticenze? Tu pensi il male e non hai cuore di dirlo. Bada, Camilla;

hai incominciato, devi finire.

— E sia, finirò: — rispose Camilla. — Se è un cattivo pensiero, tu lo

combatterai ed io ne avrò liberato il mio cuore. Elena, io dubito che

questo tuo colloquio... che questa tua raccomandazione a favore di Aldo

De Rossi... o miri a scoprir terreno... o a coprire una tua passione,

che può essere stata osservata. Dimmi che non è vero! —

Ma nell’atto di finire la sua invettiva, Camilla ebbe argomento di

pentirsene. Elena si era abbandonata contro la spalliera del sofà,

coprendosi gli occhi con le palme, come per frenare le lagrime.

— È orribile, ciò che supponi; — diss’ella, singhiozzando. — È

orribile, ed io non meritavo questi crudeli sospetti. —

Turbata, confusa da quello scoppio improvviso, ma più ancora commossa

da quell’accento di verità, Camilla gittò le braccia al collo di Elena.

— Via! via! Non ho detto nulla, sai? Dimentica, te ne prego. È effetto

del mio umore selvaggio. Ci sono certi momenti, che m’accorgo di

essere cattiva. Ma vedi, mi ha resa tale il mondo, che è tutto una

guerra d’imboscate e di tradimenti. Non piangere, te ne supplico, non

piangere! Fa conto ch’io non t’abbia detto nulla. Io non mi alzo di

qua, se tu non mi perdoni.

— Ti ho perdonato; — rispose la signora Elena, traendo faticosamente

il respiro, che le era mozzato dai singhiozzi. — Ti ho perdonato. Ma

tu, ascolta un consiglio. Ama; è il rimedio ai cattivi pensieri. Ama;

è anche il nostro destino, a cui non possiamo sottrarci senza pericolo.

E ama senza dar cagione di gelosia all’uomo che hai scelto per signore

dell’anima tua.

— Mi domandi una cosa grave, quasi impossibile; — rispose Camilla,

abbracciando la signora Elena e tergendo le sue ultime lagrime. — Ma

sai che, per dispormi a tanto, bisognerebbe trovare un uomo perfetto? E

forse, trovandolo, mi annoierei della sua stessa perfezione. Perdonami,

è ancora un resto della mia cattiveria naturale. E senza dargli

cagione di gelosia, dovrei dunque rinchiudermi in casa come una schiava

nell’_harem_. Perchè l’uomo sospetta di nulla, perfino d’un volger di

ciglia, lo sai. Inoltre, c’è questo da osservare, mia bella; l’uomo

si riposa troppo facilmente nella vittoria; più si sente amato, e meno

riama.

— L’uomo, forse; — replicò la signora Elena; — ma quell’uomo,

quell’uomo che hai scelto, quell’uomo che ami, non è più della specie

degli altri, come tu non sei più simile alle altre per lui. E poi,

— soggiunse la signora Vezzosi, animandosi, — che importa pensare a

ciò che avverrà? L’amore è una fiamma che consuma e purifica; non ti

curar di cercare se dovrà rimanerne un pugno di cenere. E non temere

di essere, o di apparire una schiava. Benedetta schiavitù! Per un uomo

che io sentissi di amare, Dio mi perdoni, accetterei di essere ridotta

in eterna miseria, e di non veder più la luce del sole. Senti, bambina

mia, è il gran fine della vita, l’amore. E sia grande, profondo,

immenso; giustifica tutto, redime tutto, santifica tutto. A che ti

servono questi vagheggini, che han preso l’amore per un trastullo delle

ore d’ozio? Ti dicono che sei bella. Gran che! Non te lo dice il tuo

specchio, e senza chiederti nulla in compenso? Poi, vedi, lo dicono

a te, come lo dicono a tante, secondo l’umore della giornata, e per

vedere se mai la lode non t’inducesse in tentazione. Esser tentata da

vanitosi siffatti! — esclamò Elena, con atto di ribrezzo. — E sapere

che, mentre parlano, stanno formando un disegno su me e applaudendosi

delle loro trovate! Ci sarebbe ragione di fuggire mille miglia lontano,

se non si fosse certe di poterli confondere con una allegra risata.

Ma bada, bambina mia, bisogna saperla buttar là, quella risata, ed in

tempo, chè non abbiano campo a sperare, nè agio a vantarsi. Il timido

silenzio, lo sguardo soave, il verecondo sorriso, serbali per l’uomo

che potrai ascoltare, quando ti avvedrai che parla dalle sue labbra

la verità, non orpellata da vani complimenti, non raffidata da troppa

sicurezza di sè.

Così parlava la signora Elena, resa eloquente dalla profondità del

sentire. Camilla era stata ad udirla con molta attenzione, e quasi

sospesa al suo labbro. Com’ella ebbe finito, le si accostò per

bisbigliarle all’orecchio:

— Tu ami, Elena. Chi ami? Ed hai avuto fortuna dall’amore?

— Io? — disse la signora Elena, scuotendosi. — No; sono una povera

donna ferita.

— Tu? così bella?

— Eh, la bellezza non ci ha nulla a vedere, pur troppo! E poi, dove è

la donna così bella, che non sia vinta da un’altra, più bella di lei, o

che sembri tale agli occhi di un uomo? Senti, bambina mia, — soggiunse

amorevolmente la signora Vezzosi, che quella risoluzione pacifica del

dialogo aveva messa in vena di tenerezza; — l’uomo che ho amato....

Non dovrei parlarti così, io; ma infine, è un peccato, e i peccati si

confessano. L’uomo che ho amato mi paragonava un giorno ad una statua

di Fidia, ma per pospormi nel medesimo tempo ad un’altra donna.

— Che sarà stata, m’immagino, una statua di Prassitele; — osservò la

signora Camilla.

— No, — rispose la signora Elena, — egli fu più galante e più crudele

di così. Paragonò quell’altra al capolavoro che non era stato mai

fatto da un artefice mortale, alla figura di donna che Fidia aveva

intravveduta nei sogni della fantasia, ma che non aveva saputo

effigiare nel marmo.

— Al giro della frase lo si direbbe un complimento del contino Anselmi;

— notò Camilla, sorridendo.

— No, non è suo; — rispose Elena. — L’Anselmi non direbbe tanto bene

di una donna assente, a scapito della donna presente. Quell’altro è

più schietto, anche a risico di far soffrire un povero cuore di donna.

È forse per questo, — disse la signora Vezzosi, come parlando a sè

stessa, — che anch’egli è condannato a soffrire?

— Che dici tu, ora? — esclamò Camilla, a cui parve d’indovinare. — Chi

era quest’uomo? E chi era quella donna?

— Chi era? — ripetè la signora Vezzosi. — Lo chiesi a lui e non potei

strappargli il suo segreto. Non ne avevo il diritto, poichè egli non mi

aveva ingannata, non mi aveva detto mai una parola d’amore. Ma volevo

conoscere ad ogni costo quella donna, che era agli occhi suoi tanto

più bella di me. Feci patto di rassegnarmi all’ultimo posto, se ella

era degna del primo. E l’ho conosciuta, e ho dovuto dargli ragione; la

donna che egli amava era più bella di me, più bella di molte a cui non

oserei paragonarmi; — soggiunse modestamente la signora Vezzosi. — Ed

io mi sono rassegnata; vedi, Camilla? mi sono rassegnata, e, fedele al

mio patto, ho lavorato per lui, cercando di ravvicinarlo a quella donna

e di intercedere per lui.

— Tu hai fatto ciò? — disse Camilla, stupita. — Hai potuto far ciò? Ma

non è cosa di donna; è superiore alle forze d’una donna.

— Non lo è stato alle mie, come vedi; — rispose la signora Vezzosi.

E nascose, ciò detto, la fronte nel seno di Camilla.

— Che vuoi che ti dica? — riprese quest’ultima. — Sei migliore di me;

e non meriti di piangere, come fai, per cagion mia, ma, te lo assicuro,

senza mia colpa.

— Oh, non badare alle mie lagrime; — rispose Elena. — È il ricordo che

mi fa piangere. Ma sono forte, sai? Ti avrei io detto ogni cosa, con

tanta sincerità di cuore, con tanta libertà di spirito, se non fossi

forte?

E sollevò la fronte, parlando così, e si provò a sorridere, coi

lucciconi alle ciglia. Vi risparmio qui la bella immagine del cielo che

si rasserena attraverso le ultime stille di pioggia, perchè veramente

se n’è troppo abusato.

— Andiamo; — disse Camilla, cingendo tra le sue braccia la vita di

Elena, come se volesse sollevarla di peso dal canapè. — È tardi e i

nostri signori si annoieranno di aspettarci.

— Ah sì, li avevo dimenticati; — rispose Elena. — Ma tu mi ascolterai,

non è vero?

— Ne parleremo.

— No, tu devi ascoltarmi; devi dirmi di sì.

— Te lo dirò poi; — replicò Camilla. — Non sono cose da prendersi così

alla leggera. Bisogna pensarci su. Te lo dirò poi; — ripetè; — anzi

meglio, te lo scriverò. La parola scritta ha questo vantaggio, che essa

permette di legger meglio nell’animo, mentre si esprime il proprio

pensiero. Capisco che è male lo scrivere. Una donna non dovrebbe mai

darsi a questa occupazione pericolosa. Almeno, — soggiunse Camilla, —

fino a tanto che essa è la serva umilissima degli uomini e la nemica

naturale delle donne. E padroni e nemici sono cattivi depositari dei

nostri segreti, ne convieni? Ma io farò questo per te, e tu ci vedrai

una prova d’amicizia confidente, che è l’amicizia del presente e del

futuro. Dammi un bacio, bella mia; ti sembra sincero, questo? —

La signora Vezzosi baciò l’amica con effusione, su ambe le guancie. Ma

la povera bella aveva ancora i luccioloni sulle ciglia.

— Via, rasciughiamo le lagrime; — disse Camilla. — Se fossi un uomo,

in fede mia, ti direi di seguitare, perchè sei bella così, e perchè le

lagrime di una bella donna si bevono volentieri. È scritto in tutti i

romanzi, e a me qualche volta verrebbe voglia di piangere, per vedere

se gli uomini usano ancora di dirlo. Ridi? Va bene, ed io mi lodo delle

sciocchezze che dico così spesso e così volentieri, se esse hanno la

virtù di rasserenarti. Ecco intanto due donne che hanno avuto colloquio

per un uomo, senza farsi giuramento di inimicizia eterna. Non è vero

che siamo calunniate dagli uomini? Ma già, — conchiuse filosoficamente

Camilla, — fino a tanto che comanderanno loro, e i libri li scriveranno

loro, sarà così e ci vorrà pazienza. Non ti pare? —

La signora Vezzosi, scambio di rispondere, abbracciò nuovamente

Camilla. E rasciugate le lagrime, escì insieme con lei dal salottino.

O tutto o nulla: romanzo · 第 20 / 27 题