La mia felicità sarebbe al colmo, se il candido lettore e la vermiglia
lettrice si contentassero del poco che io dò e non mi chiedessero di
approfondire, anzi meglio, di sviscerare il caso psicologico che ho
preso a descrivere. Si tratta di una malattia, per cui, qual più,
qual meno, siamo tutti passati, e le troppo minute descrizioni non
chiarirebbero niente di nuovo.
Aldo De Rossi era in una di quelle condizioni indefinite e
indefinibili, che non permettono di risolver nulla e fanno avere in
uggia ogni cosa. Si vorrebbe morire, dormire, sognare, e tutto il resto
del monologo d’Amleto; farsi certosino, o prendere una sbornia di due
settimane; mettersi a capo di uno squadrone di cavalleria e caricare un
esercito in ordine di battaglia; affondarsi in una nuvola e andare dove
il vento la spinge, in Africa, in Lapponia, a casa del diavolo; tutte
cose che in altre parole mi è già occorso di dire e che vi coloriscono
sempre imperfettamente lo stato d’incertezza di un’anima, che il
passato opprime, il presente annoia e il futuro sgomenta.
Ci sono dei malinconici, i quali, da ogni libro che leggono, vorrebbero
che escisse un insegnamento morale. Se questo insegnamento lo chiedono
al mio, eccolo qua: Fuggite le passioni, perchè esse guastano il sonno
e l’appetito, questi due grandi riparatori della macchina umana.
Ma sì, darla ad intendere! Si ama, ed è questo il più forte bisogno
della macchina sullodata, o, se vi piace meglio, dello spirito,
troppo raffinato, che presiede ai movimenti della macchina. Predicare
allo spirito la necessità di dominarsi, di mortificarsi, di ottenere
la pace, è lo stesso che dire all’uomo: — «Tu vivrai, alzandoti da
letto alle dieci, ora un po’ tarda, ma indicatissima, per rubare un
ritaglio di tempo alle noie della vita. Prenderai, ogni mattina, un
bagno freddo, e, se hai passati i trent’anni, anche uno spruzzolo di
doccia; indi farai una passeggiata, per riscaldare la pelle e disporre
l’esofago alla colazione. La quale non dovrà essere troppo abbondante,
per aggravarti lo stomaco, nè troppo succulenta, per riscaldarti la
testa. Leggerai un giornale, per tenerti al fatto di ciò che accade nel
mondo e non prendere scosse troppo forti, quando un amico ti combina
per via e ti spara a bruciapelo le più brutte notizie. Anche quando
le notizie non siano dolorose, per te, nè per altri, quell’improvviso:
«sai la gran novità?» è sempre fatto per rimescolarti il sangue nelle
vene. Stropicciati le mani di tanto in tanto; è un costume sanissimo
e chiama una dose discreta di calore alle estremità. Dai frattanto una
seconda passeggiatina per le vie, e trova il modo di spicciare in pari
tempo qualche affaruccio. Quindi ti ridurrai a casa, o al banco, o allo
studio, secondo i casi, per accudire con misura ai tuoi interessi;
ripasserai i conti del tuo ragioniere, per saper sempre in che acque
navighi; darai qualche ordine, tanto per non perdere l’abitudine;
mediterai sull’allevamento del bestiame o sul modo di far rendere
trentaquattro sementi al tuo grano. Poi, quando ritorni l’appetito, a
pranzo. Ma non in famiglia, poichè non devi aver famiglia. Essa non
è indicata come elemento di calma; nasce dall’amore e reca un mondo
di sopraccapi. L’uomo savio non ha da aver passioni e deve cansare
il pericolo dei sopraccapi in discorso. Indi un’altra passeggiata,
anzi una scarrozzata, se si può. Veder tutto, passando a volo, non
ammirare, non infiammarsi di nulla, è cosa veramente salubre. La sera,
una capatina al teatro, o una visitina di complimento, sfiorando la
galanteria, per tenere lo spirito in esercizio, ma non mettendo il
cuore nel giuoco, che sarebbe pericoloso in sommo grado. Da ultimo una
seduta a caffè, evitando le bibite spiritose, e le compagnie _idem_;
finalmente a letto, con un giornale non troppo divertente, e aspetterai
i conforti del sonno.» —
Lettori, questa è la vita dell’uomo giusto, che non s’appassiona di
nulla. Vi piacerebbe! Se avete nell’anima qualche cagione di tristezza,
risponderete di sì. Se avete l’anima in pace, risponderete di no. E
perchè, di grazia? Perchè volete soffrire; perchè volete provarle,
quelle benedette febbri, che i filosofi vi consigliano di sfuggire;
perchè volete infiammarvi del bello, del vero, del buono, incarnati,
se si può, in una creatura diletta; perchè la quiete è la morte dello
spirito, e la febbre una necessità dell’umana natura.
Dunque, addio insegnamento morale. Amate, ragazzi, e soffrite. E se
vi capita di guastarvi il sangue come Aldo De Rossi, imprecate pure al
vostro male e alle sue belle cagioni. Sarete appena guariti, che farete
la vostra brava ricaduta.
Povero Aldo! Andò a letto, perchè non c’era da far altro; ma non gli
venne fatto di prender sonno. Rimuginava dentro di sè tutto quello che
avrebbe voluto dire alla donna crudele. Senza di lei non poteva più
vivere. Non pensava mica ad averla; pensava ad essere amato da lei,
anche a patto di non ottenerla mai più. Ad ogni tratto, per naturale
riscontro, gli tornava davanti agli occhi l’immagine dell’Anselmi. Che
vilissimo personaggio, sotto l’apparenza di un gentiluomo! E simili
figuri, pensava egli, possono piacere alle donne! Par di sognare,
vedendole sempre così sciocche. Ma già, questa è la storia. La
migliore di tutte è sempre donna e ci ha sempre in fondo al cuore un
pochino di vanità. Che importa a lei, se non è sincero l’omaggio? Le
fa testimonianza della sua bellezza, le dimostra il fascino che ella
esercita su tutti, e questo è l’essenziale. Essere amata sul serio, o
semplicemente corteggiata per capriccio, è lo stesso; tutti gli uomini
sono eguali, per lei, se le dicono tutti che è bella. Anzi, no, non
sono tutti eguali, ed hanno qualche privilegio a’ suoi occhi coloro che
glielo dicono in forma meno drammatica. Certi caratteri gelosi, certi
innamorati che girano al tragico, riescono mortalmente noiosi; dànno, è
vero, un omaggio profondo, ma vorrebbero impedirne cento, più leggeri e
più gradevoli. Leggieri, poi! Chi l’ha detto, che siano tanto leggieri?
Gli uomini galanti sono troppo spesso calunniati dai cosidetti uomini
seri. Ogni donna intorno a cui si affollano molti vagheggini, crede di
poter fermare quello che le piacerà meglio e incatenarlo al suo carro.
Che cosa pretende di essere, e di valere più di un altro, l’innamorato
geloso e scontroso, che vorrebbe condannarla a rizzar muso come lui, a
vivere nel mondo come si vive in un chiostro?
Sì, sta bene, tutto bene; ma la donna, dal canto suo, ignora una cosa.
Ignora che ella pure, senza avvedersene, si abbatte ad essere gelosa,
e lo è in modo feroce, che fa pena a vederla. Perchè ella tratta da
padrona l’amato (non l’ha egli avvezzata al comando?), le accade di
dimenticare perfino quei mezzi riguardi, quelle forme di rispetto
benevolo, a cui si costringe per lei un innamorato geloso.
Povera umanità, egualmente ammalata nei due sessi, e, quel che è
peggio, senza speranza di guarigione! Eccola qui, lettori malinconici,
eccola qui, la eterna morale della favola eterna. Siamo un grande
ospedale di matti. Fortuna che qualche volta l’eccesso del dolore
ci prostra i nervi e una mezza congestione del sangue ci procura i
benefizii del sonno.
Ciò avvenne anche al signor Aldo De Rossi. Almanaccò a tutto spiano,
torturò lungamente il suo povero cervello, quindi si addormentò.
Per altro, il suo sonno fu inquieto, e quando egli si destò e scese
dal letto, si vide piuttosto brutto, allo specchio. Quella mattina
il parrucchiere non venne a capo di dargli un aspetto piacevole.
Immaginate come Aldo ne fosse scontento. Non era vano, vi prego di
crederlo; ma gli sarebbe piaciuto di giungere al cospetto delle signore
con la sua faccia degli altri giorni.
Comunque fosse, e poichè bisognava mostrarsi, Aldo si recò verso
la solita ora al Tettuccio. Le dame non c’erano ancora, ma le vide
giungere quindici minuti dopo, tutt’e due nella medesima carrozza. Il
primo suo moto fu quello di sfuggirle; ma pensò che doveva essere un
uomo e non un ragazzo; perciò, vinta la timidezza, andò loro incontro
ed ebbe la fortuna di trovarsi solo al montatoio della carrozza, per
dar loro la mano. Fatto quel primo passo, andò avanti abbastanza bene;
mortificò il suo onore con una voluttà da anacoreta e trovò il modo di
esser umile, riguardoso, gentile. Ma il contino Anselmi, caduto lì per
lì, come un fulmine a ciel sereno, nel crocchio, fu gentile ed allegro,
sopra tutto allegro. Aldo non lo poteva essere, per quanti sforzi
facesse. Quistione di temperamento!
Basta, il mostrarsi gentile era già qualche cosa. La signora Vezzosi
fece i suoi complimenti al De Rossi per la calma che gli traspariva dal
volto.
— L’aria d’iersera vi ha fatto bene; — gli disse.
— Credete? — fece egli, con accento impresso di mestizia.
La signora Elena gli diede una rapida occhiata, che parve passarlo fuor
fuori.
— Non ne credo nulla; — rispose ella, abbassando la voce. — Ma siate
forte; se no, perderete la causa. —
Quella buona signora Elena si mostrò in quel giorno due volte buona con
lui. Si vedeva la cura che ella metteva a scuoterlo, a farlo figurare
nella conversazione. Gli rivolgeva spesso il discorso, per dargli
occasione di parlare; qualche volta lo interrogava di schianto, per
rompere il silenzio in cui egli accennava sempre a rinchiudersi.
I tre personaggi gravi della compagnia, cioè a dire il presidente gran
croce, il commendatore Gerardo e il cavaliere Sestavalle, bevevano
coscienziosamente l’acqua salutare del Tettuccio. Le signore, sedute
davanti alla tavola di marmo che v’ho descritta, tenevano corte di
giustizia, o, per dire più veramente, di grazia. Aldo le vedeva tutte
e due, fresche e sorridenti come due belle rose sul medesimo cespo. E
andava pensando tra sè che una di quelle donne gli aveva confessato di
amarlo, e che egli le aveva confessato di essere invaghito di un’altra.
Pure, quella donna era là, gaia, sorridente, serena, proprio accanto
a quell’altra. E Aldo ne faceva in cuor suo le grandi meraviglie, non
sapendo che in una donna si trovano sempre due donne, una delle quali
sta sulla scena e recita la sua parte con grande disinvoltura, anche
quando l’altra si cruccia nella propria amarezza. Figurarsi poi se non
doveva apparir serena la signora Vezzosi, col semplice carico di una
simpatia soffocata sul nascere.
Per uno di quei ragionamenti subitanei, irriflessivi, involontarii,
che sono così frequenti in noi, e che la casuistica più arcigna non
saprebbe imputare alla coscienza del peccatore, Aldo diceva a sè
stesso:
— Se io amassi questa e non l’altra! Qui regnerei senza contrasto;
mentre là, — e frattanto lo sguardo correva alla signora Camilla, —
anche regnando, il mio regno sarebbe sempre turbato da tentativi di
ribellione. —
Sì, ma avrebbe regnato sempre, dove credeva di poter regnare senza
contrasto? Chi sa? Non c’entrava nella simpatia dichiarata della
signora Elena un pochettino di picca? Vinto il puntiglio, cioè quando
si fosse impadronita del cuore di Aldo De Rossi, sarebbe sempre stata
la stessa? E lui, per avventura, non ci metteva del puntiglio, a voler
essere amato dalla signora Camilla? Aldo fece il suo esame di coscienza
e gli parve di no. Non l’amava mica perchè era superba con lui; l’amava
perchè era bella; l’amava perchè... Oh insomma, l’amava perchè l’amava,
e non sapeva, non voleva e non poteva far altro.
Quel giorno, finita la stazione al Tettuccio, i nostri personaggi
decisero di far colazione insieme, nel giardino dell’albergo, per andar
poi tutti insieme allo stabilimento della Speranza. Il contino Anselmi
si scusò di non poter seguire la compagnia; aveva qualche cosa da fare
alla Torretta e si sarebbe sbrigato appena in tempo per trovarsi dal
Birindelli a ricever le dame. Curioso uomo, che rinunziava a due ore
di conversazione con la signora Rivanera! Aldo pensò alla cantante, che
forse aspettava quel leggerissimo tra tutti i vagheggini.
A proposito della cantante, se egli ne avesse dato un cenno alla
signora Camilla, che colpo! Il modo di entrare in discorso senza aver
l’aria di commettere una indiscrezione a caso pensato, non poteva
certamente mancargli. Ma se il pensiero gli venne, sappiate che gli
parve anche un’infamia. Da tutt’altri avrebbe potuto sapere la signora
Camilla di quel ripesco amoroso; da tutt’altri, ma non da lui. Si
poteva, è vero, parlarne alla signora Vezzosi. Ma non ci sarebbe
stato il secondo fine, la speranza che la signora Elena ne parlasse
a sua volta con la signora Camilla? E questa sarebbe stata un’infamia
confettata di vigliaccheria.
— Come son grande! — pensò egli, dandosi ironicamente la baia. — Mi
rassegno a non dir nulla e a non raccogliere il frutto di un’utile
bricconata! Ma che sciocchezza, esser grandi! Ecco un atto degno degli
eroi di Plutarco, che si perde nei segreti della vita borghese. Basta,
mi decreterò una medaglia da me. —
Questo pensiero lo fece ridere, ma d’un riso amaro, che non lo dispose
punto a gustare la colazione. Mangiò poco, o nulla; ma si sforzò di
essere gentile, come al solito, con qualche lampo di gaiezza. Il riso
sulle labbra, lo aveva; per quanto fosse sardonico, era sempre riso.
E quando le signore si alzarono da tavola, anch’egli si alzò, per
accompagnarle fuori; si alzò come un condannato, che ha bevuto il suo
ultimo bicchierino, e mormorò tra i denti: — animo, via, imbecille;
andiamo a morire. —
Morire! Che esagerazione! Ma sì, lettori; la sofferenza non ha gradi.
Si soffre, o non si soffre, ecco il punto. E quando si soffre, non c’è
nulla che superi quella sofferenza; è il finimondo, è l’ira di Dio.
La lieta brigata, con cui Aldo De Rossi portava a passeggio i suoi
crucci, escì dall’albergo della Pace verso le dodici. Il sole scottava,
e il presidente Roberti pensava dentro di sè che non era la più bella
cosa del mondo andare attorno a quell’ora. Ma un presidente, che ha la
fortuna di portare una gran croce, può far buon viso ed anche buone
spalle alle piccole. Inoltre, il vecchio Roberti ci aveva una gran
tenerezza per la sua bella nipote, senza contare che gli era rimasto
nell’anima un pochettino di quella cortesia imperturbabile, direi
quasi stereotipa, che è sempre stata una dote dei magistrati, fin
dai tempi di Marco Tullio. Cavalleria pesante, direbbe un amico mio,
che ha ridotta la vita ad un eterno bisticcio. Con quella sua grave
bontà, il presidente gran croce si espose coraggiosamente alla vampa
del sole e al riverbero della strada. Il commendatore Gerardo, pur
d’essere in compagnia d’un presidente (i ministri, lo sapete, non erano
ancora arrivati) si adattò anche lui. Era una specie di Cireneo, il
commendatore Gerardo, e aiutava il presidente Roberti a portare la sua
gran croce. Di Alcibiade primo non si parla neanche; era un cavaliere
della provianda e seguiva fedelmente l’esercito.
Le signore apersero l’ombrellino; i loro compagni le imitarono, poichè
questo arnese è entrato anch’esso nelle consuetudini del sesso forte;
e tutti si avviarono pei non floridi ma polverosi sentieri della
Speranza. Questa per fortuna loro non era troppo lontana.
Prima che giungessero alla mêta del loro viaggio, videro il contino
Anselmi, che veniva incontro alle dame, con franco passo e viso
allegro, come un paggio del Medio Evo. Le parole, per altro, non furono
da paggio, bensì da cavaliere del secolo decimottavo.
— Mi duole, signore mie, — diss’egli, salutando, — di non aver potuto
mandar via il sole; colpa di Giosuè, che lo ha avvezzato a star fermo.
Abbiate pazienza, del resto. In cielo non esistono le invidie che
guastano il sangue agli abitanti della terra, ed è giusto che il sole
si faccia avanti, per onorare le sue belle rivali.
— Che galanteria! — esclamò la signora Camilla.
— Un po’ vecchia! — borbottò Aldo tra i denti.
— Signora, — rispondeva intanto il contino, — è ufficio del sole di far
sbocciare i fiori. E alla vostra vista....
— Ho capito; — interruppe la signora Camilla, ridendo come sapeva rider
lei; — il vostro cuore è un giardino.
— Proprio così; — replicò l’Anselmi; — ed invoca le cure di una bella
Giardiniera.
— Magazzino di mode! — esclamò la signora Camilla.
— No, capolavoro di Raffaello; — ribattè prontamente l’Anselmi, che non
si trovava mai all’asciutto.
Aldo De Rossi che aveva udito il dialoghetto, quantunque proseguito
a mezza voce davanti a lui, mandò cordialmente al diavolo il suo
spiritoso rivale. Questi, frattanto, dando il braccio alla signora
Camilla, introduceva la comitiva nello stabilimento della Speranza.
Credo inutile di fare una descrizione del luogo. Chi è stato a
Montecatini ha veduto certamente quel villino gaiamente soleggiato,
ad un quarto dello stradone che mette al Tettuccio, e situato tra
il medesimo stradone e il torrente, o fossatello, che porta il nome
caratteristico di Salsero. Non c’è pensione, laggiù, perchè il suo
proprietario la tiene altrove, sulla via Nazionale, e laggiù, come per
adescarvi alle sue acque saline clorurate, mette a vostra disposizione
una bella sala terrena, con biliardo, tavolini da giuoco e divani
di conversazione. Non si vive a Montecatini senza andare ogni sera
al Casino; nè ci si vive senza andare qualche volta di giorno alla
Speranza, come sul tramonto al Rinfresco, altro luogo che dovrete
conoscere, poichè avvenne laggiù la triste scena... Ma, acqua in bocca,
per ora, e non precorriamo gli eventi.
La sala era vuota, o come vuota, poichè solamente nell’angolo più
lontano dell’ingresso si vedeva seduta una coppia di felici, che
stavano giuocando a picchetto. Dico di felici, perchè erano uomo e
donna, giovani ambedue; la signora assai bella, ma di una bellezza
parigina, in cui aveva gran parte la moda, con tutti i suoi cenci
preziosi, e la pittura, con tutti i sapienti chiaroscuri della sua
tavolozza; il giovinotto secco, allampanato, pallido, elegantissimo
fusto d’uomo, che già lasciava intravvedere e presentire lo scheletro.
I due giuocatori non mossero neanche la testa per guardare i nuovi
venuti. E non furono neanche disturbati dalla curiosità di questi
ultimi. L’Anselmi, per far degnamente il suo ufficio di cicerone,
bisbigliò all’orecchio della signora Camilla:
— Due innamorati che vengono qui tutti i giorni dalla Torretta, e ci
stanno quattr’ore di seguito, giuocando a picchetto. Non sanno come
ammazzare il tempo; compiangiamoli!
— O che? — rispose la signora. — Vorreste che avessero sempre a
ripetersi le stesse parole: io ti amo, tu mi ami?
— Non già, bella signora, ma giuocare a picchetto!
— Gran che! Non giuochiamo noi al biliardo? —
A quella scappata della signora Camilla, il contino Anselmi sgranò
tanto d’occhi.
— Signora, — balbettò egli, — che avete detto? Noi.... questo riscontro
che fate tra essi e noi.... Se fosse vero!
— Non sarà vero niente, poichè il riscontro non esiste; — rispose la
signora Camilla, a cui forse non piaceva che si cogliessero le sue
parole a volo, come le rondini. — Infatti essi sono in due, e noi siamo
in sette.
— Cinque di troppo; — mormorò l’Anselmi, chinando la testa e reprimendo
con arte sopraffina un mezzo sospiro.