XII.

— Oh, De Rossi, sei tu?

— Io; — rispose Aldo, confuso, poichè aveva riconosciuto il contino

Anselmi.

— E come va? — ripigliò questi con la sua bella tranquillità di

spirito. — Hai già lasciato il Casino?

— Sì; — disse Aldo, più confuso che mai; — avevo bisogno d’una boccata

d’aria.

— Anch’io, vedi, anch’io. Del resto, m’era anche venuta una curiosità.

Volevo vedere se una certa coppia di tortorelle innamorate si fosse

data la posta lungo i viali dello stradone, e ho colta l’occasione per

dare una sbirciatina qua sotto. —

S’ingannavano a vicenda, e, quel ch’è peggio, se ne accorgevano

ambedue. Ma i costumi della società son questi per l’appunto: lasciar

credere quel che si vuole, purchè non si dica mai il vero e non si

abbia mai l’aria di convenirne.

— Ed io che ti credevo ritornato al biliardo! — esclamò, con accento

ingenuo, il De Rossi.

— Che! — rispose l’Anselmi. — Giuocavo per far ora. Il giuoco della

corda è tanto noioso! Fortuna che lo si lascia quando si vuole.

— Ed anche il ballo; — soggiunse Aldo, con un risolino che voleva

parere sarcastico.

— Sicuro, anche il ballo; — replicò l’Anselmi, con imperturbabile

sicumèra. — Avevo promesso alla Rivanera di fare il primo ballo con

lei. Del resto, anche il ballo mi annoia.

— Ah, — disse Aldo, — le avevi promesso!...

— Già, promesso stamane, ritornando dal Tettuccio. Ma sai, Aldo mio,

che è una donnina adorabile? Intendiamoci, per altro; io non nego i

meriti grandi della signora Vezzosi. Non vorrei, per nessuna cosa al

mondo, avere una quistione con te.

— Con me? E per qual motivo?

— Dio buono, per un motivo semplicissimo; — rispose l’Anselmi,

continuando la celia. — Parliamoci col cuore in mano, da buoni amici

come siamo. Tu ami la Vezzosi; la Vezzosi ama te.

— Baie! — disse Aldo, crollando la testa.

— Me lo ha confessato; — replicò l’Anselmi.

— Confessato! A te?

— Parola d’onore, a me.

— Allora, — disse Aldo, rassegnato, — bisogna dire che la signora

Elena non abbia presa la via più speditiva. Io, vedi, non ne sono

stato avvertito. Ma sia pure come tu dici; — proseguì il De Rossi, per

ravviare il discorso; — non intendo ancora come potesse nascere una

quistione tra me e te.

— Ma sicuramente, bello mio, sicuramente, per naturale dissenso intorno

al grado di bellezza delle due dame. Sai quel che accadeva nel Medio

Evo? Un cavaliere si piantava al capo d’un ponte e gridava: Giuro

per Dio che la castellana di Rocca Scura è la più bella donna della

cristianità. Tu passavi da quelle parti; l’affermazione ti dava noia;

ti avanzavi all’altro capo del ponte e rispondevi: Tu menti per la

gola, cavalier disleale; la più bella e la più degna d’ossequio è la

castellana di Rocca Stellata. Allora, mettevate le lancie in resta;

si prendeva campo, e giù botte da orbi. Non vorrei, dunque.... siamo

intesi? Quando io ti dico che la Rivanera è la bellissima tra le belle,

tu devi vedere in questo giudizio il mio gusto particolare, che può

essere ed è certamente diverso dal tuo.

— Vigliacco! — pensò Aldo De Rossi. — Anche in amore, ci ha le

restrizioni mentali. —

Indi, ad alta voce, proseguì:

— Ti faccio i miei complimenti. La signora Cam... la signora Rivanera è

a mala pena arrivata, e tu ottieni di farti pregare da lei....

— Ecco, non esageriamo; — interruppe modestamente l’Anselmi. — Ella non

mi ha pregato di nulla.

— Dicevi che t’ha fatto promettere....

— È stato un modo di dire. Sta in fatto che io le ho promesso di

trovarmi al Casino per il primo ballo; ma in fondo in fondo son io che

l’ho impegnata. —

Aldo respirò un tratto più liberamente; ma continuò a dissimulare, per

averne l’intiero.

— Fa lo stesso; — replicò. — La signora ha accettato l’invito,

mostrando di credere che tu ti saresti dimenticato. Era un impegnarti a

ricordartene; — notò Aldo, non senza un pochino d’amarezza. — Ma perchè

non rimanere al Casino, per continuare?

— Che! — gridò l’Anselmi. — Dio me ne scampi. In confidenza, Aldo mio,

sappi che su questo proposito io ci ho un’usanza particolare, effetto

di una certa teorica....

— Ah sì? Sentiamo la teorica.

— Eccola qua. Non bisogna star troppo ai fianchi di una donna a cui si

fa la corte.

— Questa è nuova di zecca. Tu credi che giovi l’assenza?

— Qualche volta sì. Ma in generale torna più utile il tenersi preziosi.

Ti pianti alle costole d’una dama? Le dài noia. Oppure, ella si scalda

a quella vicinanza; perciò non ha tempo a vedere, a confrontare. E

questo non sarebbe male, lo capisco; anzi ti metterebbe conto. Ma bada;

mentre tu ti sei impegnato al giuoco, ella, che non ha confrontato

prima, confronta più tardi; donde troppo spesso la conseguenza che tu

vada innanzi ed ella torni indietro. Ti volti per dirle una parola più

tenera? Addio, bella; è già lontana un miglio e non c’è verso di farla

tornare. So questo per vecchia esperienza; ed anche ripetuta. Non me

la fanno più. Dunque, ti ripeto, assenze, nel vero significato della

parola, non ne consiglierei a nessuno; possono andarti bene, ed anche

riuscirti pericolose. Ma una piccola scappata, una sparizione sotto le

armi, come si dice in sala di scherma, è spesso la man di Dio.

— Benedetta la tua scienza! — esclamò Aldo De Rossi. — Anzi, dirò

meglio, la tua diplomazia.

— Diciamo pure diplomazia; — rispose l’Anselmi, con aria di

condiscendenza. — Eccone intanto un bel saggio. Ho fatto con la

Rivanera il primo ballo; nota, il primo ballo della serata, il suo

primo ballo a Montecatini. Questo, in linguaggio d’ingegneria, si

chiama piantare la prima biffa, che servirà di traguardo per tracciare

la strada. È molto probabile che la Rivanera si dimentichi con chi avrà

fatto il secondo ballo, od il terzo; ma ella sicuramente ricorderà

con chi avrà fatto il primo. Aggiungi che questa sera mi cercherà ad

ogni tanto con gli occhi, per la naturalissima curiosità femminile,

di sapere qual dama io abbia invitata dopo di lei. Infatti, c’è qui la

diplomazia sopraffina, la diplomazia di seconda intenzione. Tu insegni

a me, caro De Rossi, che quando si corteggia una donna, si finge

spesso di non preferirla, e si incomincia da un’altra, per giungere

a lei nel punto meno osservato. Le vere preferenze scattano fuori al

secondo valzer, o alla seconda quadriglia; ma allora nessuno ci abbada,

e il tuo giuoco rimane coperto, se hai la fortuna di non commettere

una imprudenza troppo grave nel cotillon. Tu capisci già dove vado

a parare. La Rivanera domanda tra sè quale sia la signora preferita

dall’Anselmi, tuo umilissimo servo. Ma il tuo umilissimo servo non si

vede più, è escito dalla sala; non ha saputo resistere alla tentazione

di ballar subito con lei, e, dopo aver ballato con lei, non ha saputo

rassegnarsi a ballare con un’altra. Se avesse potuto ballare due

volte con lei, magari Dio! Ma questo non si poteva fare decentemente,

senza dare nell’occhio ai curiosi, senza correre il rischio di

comprometterla, e fors’anche di seccarla. Perciò è sparito; ma, non

dubitare, egli brilla per la sua medesima assenza, ed apparisce ai

suoi occhi come un uomo innamorato, come un uomo delicato, come un uomo

sincero. Innamorato, perchè è corso subito a lei; delicato, perchè non

è tornato all’assalto, chiedendole un secondo favore; sincero, perchè

non ha saputo infingersi, cercando di ballare con un’altra. E così, con

poca fatica, il colpo è fatto. Ti capacita? —

Aldo De Rossi, era stato a sentire quella lunga dimostrazione, rotando

gli occhi e mordendosi le labbra; due cose che poteva fare senza

pericolo d’esser veduto, poichè volgeva le spalle alla luna. Ma quando

il contino Anselmi ebbe finito, egli fece forza al suo cattivo umore,

sibilò un mezzo sorriso e rispose al compagno:

— Non sei solamente un gran diplomatico, sei anche il più furbo dei

logici. —

Intanto il povero Aldo pensava con dolore che un ragionamento simile

avrebbe potuto farlo, anche rispetto a lui, la signora Camilla. Non

aveva egli fatto il primo ballo con la signora Vezzosi? E non era

subito andato via dal Casino, come se gli tornasse ostico di dover

ballare con un’altra? Veramente, egli non aveva ballato con la signora

Elena, se non dopo il mal esito della sua domanda alla signora Camilla.

Ma egli, turbato com’era, non pensò a questa circostanza attenuante. Ci

avesse anche pensato, la dimostrazione dell’Anselmi gli avrebbe offerto

anche l’argomento contro di lui. Infatti, non poteva la signora Camilla

vedere nel suo atto quella stessa diplomazia sopraffina, di seconda

intenzione, che vi fa fare il primo passo verso una donna che vi preme

meno, per coprire il secondo, verso quella che vi preme di più?

— Un furbo, che parla! — replicava l’Anselmi, non sospettando neppure

di parlare così giusto.

— Tu invece, De Rossi mio, sei un furbo che tace.

— Taccio, — rispose Aldo, — perchè non ho nulla da raccontare.

— Ah via! Amato come sei? Col tuo nido bell’e fatto? Col tuo trono

stabilito?

— Eh sì! — mormorò Aldo, crollando il capo. — Tu ti sei incocciato a

supporre....

— Non suppongo, credo, son certo; — interruppe l’Anselmi. — Ti ho già

detto che me lo ha confessato la signora Elena. Cioè, intendiamoci,

confessato no; ma non saputo negare. Del resto la sua medesima

curiosità intorno ai fatti tuoi....

— Che storia è questa? — fece il De Rossi, non lasciandogli tempo a

finire la frase.

— Ma sì; — ripigliò il contino Anselmi. — Figurati che la signora...

sta bene, non la nominiamo, — soggiunse, notando un atto esortativo del

compagno. — Diremo invece la figlia di Leda, che poi torna lo stesso.

Ma, prima di tutto, una dichiarazione necessaria. Si è amici, o non

si è; ne convieni? Siamo dunque amici, siamo giovani, e dobbiamo esser

collegati, per aiutarci a vicenda. —

Aldo De Rossi, quantunque non ne avesse gran voglia, rispose a quelle

premesse con un cenno affermativo del capo.

— Dunque io dico — ripigliò l’Anselmi, — due alleati hanno obbligo

di conoscere scambievolmente lo stato delle loro finanze e dei

loro armamenti. Che cosa sarebbe l’alleanza, se non ci fosse questa

cognizione, questa fede piena ed intera? Tu non devi aver segreti per

me; ma io debbo dirti tutto quello che so. Senti dunque, un bel giorno

la signora... la figlia di Leda, mi trattenne nel suo salotto, mentre

ero sul punto di andarmene. E sai di che diavolo mi parlò, quando si

rimase soli? Di te, sempre di te, solamente di te; fino al punto che io

ne fui mortalmente seccato.

— Grazie! — fece Aldo De Rossi.

— Non è il caso; — rispose prontamente l’Anselmi. — Rendimi la

pariglia, alla prima occasione: La figlia di Leda voleva sapere da me

di quale altra donna tu fossi innamorato. Era gelosa, capisci? E mi

fece passare in rassegna tutte le signore del nostro piccolo mondo. Tra

l’altre, ricordo che si nominò anche la Rivanera. Io, naturalmente,

negai per questa, come per tutte le altre. Infatti, non ti avevo mai

veduto accennare a questa, nè ad altre. Se c’era una dama a cui tu

dedicassi visibilmente i tuoi omaggi, quella era la signora... la

figlia di Leda, in persona. E naturalmente, dicendole io queste cose,

ebbi il piacere di vederla arrossire. S’intende che non volle convenire

di nulla, e che cercò di colorire la sua curiosità con la storiella di

un matrimonio che ella disegnava di farti fare, con una bella e ricca

fanciulla, che tu, ne son certo, non conosci e della quale non hai mai

udito parlare. Ti dico che sei nato vestito, De Rossi mio. Una bellezza

come quella! E uno spirito poi, uno spirito!... Nei tempi andati, m’ero

fatto avanti ancor io; ma che vuoi? la signora m’ha riso in faccia e

addio speranze. Già dev’essere una di quelle donne che s’innamorano

soltanto degli uomini seri. Io, vedi, perchè rido, perchè chiacchiero,

perchè non straluno gli occhi, non sono un uomo serio.

— La signora Rivanera, — disse Aldo, con voce sepolcrale, — ti vede di

buon occhio. Forse non li ama serî, lei?

— Che vuoi che ti dica? Non ne so nulla. Incomincio appena. Sai che

prima d’ora la vedevo poco. Quel presidente gran croce mi dava una

noia!... Prevedo che d’ora innanzi dovrò ragionare di codici e giuocare

anche a scacchi. Pazienza! Ma lei.... che grazia! che umore! che

spirito! Pare una stranezza, una contraddizione, aver tanto spirito una

donna così bella!

— Dove trovi la contraddizione? — esclamò Aldo de Rossi.

— Nel fatto costante; — rispose l’Anselmi. — Non hai sempre veduto che

le più belle sono anche le più sciocche? Infatuate della loro grande

bellezza, disposte a credere che la bellezza, in una donna, sia tutto,

ti pigliano un atteggiamento da statue greche, qualche volta anche da

idoli indiani, e stimano che il farsi ammirare le dispensi dal farsi

sentire. Meglio così, del resto, meglio così, perchè non ci sarebbe

gusto a sentirle. Vederle ridere è già molto, perchè infatti si degnano

di sorridere, trovandoci un’ottima occasione per mettere in mostra le

trentadue perle, incassate nel corallo, di cui cantano da duemila anni

tutti i poeti del mondo.

— Ma anche la Vez... la figlia di Leda è bella ed ha molto spirito; —

osservò Aldo De Rossi.

— Sicuro, ed è un’eccezione; — replicò l’Anselmi. — Siamo cascati su

due eccezioni. Felici noi! Cioè, mi correggo, felice te, fino ad ora!

Io incomincio appena, te l’ho già detto, e non posso ancora mettere in

conto che la conversazione allegra di stamane.

— Infatti, ridevate di cuore; — disse Aldo. — E di che, se è lecito?

— Lo sai tu? Io no; forse di nulla. Essa incominciò a darmi la baia

sulle mie avventure di Montecatini; avventure di cui non aveva notizia,

ma che s’immaginava facilmente. Le risposi che ero un disgraziato,

in veste d’uomo felice. Ella non lo volle credere, ed io gliene fui

grato, perchè, come capirai, ci si umilia sempre per essere esaltati;

ma trovai il modo di dirle che tutte le più celebrate bellezze di

Montecatini sarebbero ecclissate da lei, e che la mia fortuna sarebbe

stata al colmo, anzi meglio, che avrei fatto morire di rabbia un

centinaio di cavalieri, o giù di lì, se ella mi avesse concesso di

fare questa sera al Casino, il primo ballo con lei. — Per vedere

questa morte generale, — mi rispose ella, — ve lo concedo. — Poi si

parlò d’altre cose. Le ho fatta la cronaca di Montecatini, come mi era

permesso di conoscerla in una settimana di soggiorno, incominciando

dalle mie commensali della Torretta. Ella mi canzonò, perchè ero andato

ad alloggiare così lontano dall’orbe conosciuto; ma io, come puoi

immaginarti, mi sono ben guardato dal dirle il perchè.

— Ah, c’era un perchè?

— Non lo sai? La cantante.

— La cantante? Io non so nulla di nulla; — rispose Aldo, che cascava

dalle nuvole.

— Oh vedi! Ed io credevo che la signora.... la figlia di Leda ti

avesse informato di questo particolare. Mi accorgo che è una dama molto

prudente, anche co’ suoi più intimi amici. Ma forse non ha ancora avuto

il tempo di parlartene. Deve aver risaputo soltanto ieri le mie alte

gesta della Torretta, poichè me ne ha parlato iersera soltanto. Dunque,

tu lo sai ora da me, scambio di saperlo da lei. Ci ho una cantante, una

diva sulle braccia.

— I miei complimenti; — disse Aldo De Rossi. — Tu hai dunque un occhio

al cane e l’altro alla macchia. —

Il contino Anselmi diede in uno scoppio di risa, che faceva

testimonianza della più invidiabile contentezza.

— Dio buono, — esclamò egli, — s’ha egli da star sempre col filosofo

Platone?

— Perciò, — ribattè Aldo De Rossi, — segui anche Aristotile.

— Ah bella, questa, bellissima! Me la cedi?

— Che cosa?

— La tua arguzia. Ma sai, De Rossi, che per un uomo serio, sei molto

spiritoso? Se tu dunque mi cedi l’invenzione, d’ora in poi dividerò gli

amori in platonici ed aristotelici.

— Sei molto gaio; — notò Aldo De Rossi. — E s’ha a credere che tu sia

innamorato davvero?

— Ah, questo poi no; ti permetto, anzi ti prego di credere che non

lo sono. Ho ancora e conserverò per un pezzo l’intiera padronanza

del mio cuore, del mio povero cuore. Le donne, non lo nego, sono cari

animaletti; e le paragonerei volontieri a certi canini tanto graziosi e

tanto preziosi, che formano l’ammirazione dei salotti. Carezze molte,

ed anche qualche bacio su quelle bianche testine; ma badar sempre

ai denti, per non buscarsi una morsicatura. La scienza non ha ancora

trovato il rimedio contro la rabbia. —

Aldo era stomacato da tanto cinismo. Mettete pure che non lo sarebbe

stato tanto, se avesse avuto il cuor libero. Quando non si ama, certi

discorsi tra uomini non fanno cattivo senso, e tutti i frizzi contro

il sesso debole son buoni, anche se paiano un tantino volgari. Ma era

innamorato, era geloso dell’Anselmi, e gli saltava la voglia di dirgli

chiaro e tondo:

— Sei un vile, contino Anselmi. Non si parla così delle donne in

genere, quando si tenta e si spera di convincerne una. E non si tenta

nemmeno, quando non si ama sul serio. È vergognoso per un uomo di

garbo, per un cavaliere, turbar la pace di queste povere creature

indifese, quando non si mette il proprio cuore nel giuoco, quando si

è come te, che ti consoli dei rigori di Platone con le condiscendenze

di Aristotele. Sei un vile, te lo ripeto, e ti proibisco da questo

momento di far la corte alla signora Rivanera. Se la cosa non ti garba,

provvedi ai casi tuoi; ci taglieremo la gola domani, a quell’ora che ti

piacerà meglio. —

Vi ho detto che ne aveva la voglia, e aggiungo una voglia spasimata,

una voglia matta. Ma poteva egli spifferargli tutto ciò? Non era

un costituirsi custode e tiranno della signora Camilla? Non poteva

essa dirgli: amo essere corteggiata da chi mi piace, e voi, come non

avete ancora il diritto di compromettermi, così non avete il diritto

di liberarmi da una corte che io ho mostrato di gradire, per quanto

insidiosa e villana vi sembri?

Tutti questi pensieri passarono per la mente di Aldo De Rossi e lo

persuasero a star zitto. Omero, in un caso simile, avrebbe detto che

Minerva, amica e protettrice di Achille, gli aveva posto una mano sulla

bocca. Certamente, l’immagine sarebbe più efficace e più bella. Ma io

non sono Omero; questa ch’io narro non è la guerra di Troia, e Aldo

De Rossi, vulnerabile in tante parti oltre il calcagno, non potrebbe

essere paragonato in nessun modo ad Achille.

Il nostro povero eroe vinse la ripugnanza che gl’inspiravano i discorsi

del suo rivale inconsapevole, e dopo un istante di pausa gli disse:

— Non sei innamorato; dunque, perchè turbi la sua pace? Essa è libera,

inoltre, e tu potresti aver obbligo di cavalleria....

— Che! che! — interruppe l’Anselmi. — In queste cose la cavalleria

non c’entra. C’è posto a mala pena per la galanteria, sua cugina in

terzo grado. Del resto, — soggiunse, — sono ragionamenti da farsi poi.

Oggi non sono innamorato, e per conseguenza non sono cieco; ma potrei

diventarlo, potrei perdere il lume degli occhi, e allora, ci sarà tempo

a pensarci. Quantunque, ricordo che Napoleone I diceva: «la palla che

ha da colpirmi non è stata ancor fusa.» Ed io dico, imitandolo: la

donna che ha da accalappiarmi non è ancor nata. Napoleone vedeva più

giusto di quello che non credesse, poichè non è morto di palla; vedrai

che il tuo umilissimo servo non morirà ammogliato. Segui tu pure il

mio esempio, De Rossi; non prender moglie. È un brutto guaio; specie

quando si ha un umor triste come il tuo. È vero che io predico ad

un convertito, poichè tu non mi sembri aver presa la via che conduce

all’ara municipale.

— Che ne sai tu? — fece Aldo.

— Come? Torneresti ancora a negare?

— Sì, torno a negare; — rispose Aldo, fermandosi sui due piedi e

assumendo un’aria solenne. — Ti giuro, e tu devi credermi, che non

faccio la corte alla signora Vezzosi.

— Gliela farai più tardi, poichè essa ti ama.

— Non gliela farò. Che essa mi ami, è una tua supposizione, non

giustificata da alcuna prova agli occhi miei. Ma fosse anche vero....

ammesso per pura ipotesi che potesse esser vero.... io non amerò la

signora Elena. Sappi che io la rispetto...

— E la venero; — soggiunse quell’altro, col suo fare canzonatorio.

— Anselmi!

— E via, non andare in collera! Il rispetto non chiama la venerazione?

Ma non ischerzo più, se la cosa ti dispiace tanto, ed ammetto ciò che

mi affermi con tanta sicurezza. Ma bada, De Rossi mio, ti annoierai,

senza un amoruccio pur che sia; ti annoierai maledettamente. Non c’è

annoiato più compassionevole al mondo, di quello che non ha il suo

piccolo ripesco amoroso. Solo per lui il giorno ha ventiquattr’ore.

Animo! Se non è la figlia di Leda, sia un’altra, che occupi un pochino

del tuo tempo. Vuoi che ti presenti alla cantante? È, nel suo genere,

una donna divina.

— No, grazie; — rispose Aldo, seccato. — La donna io non la intendo

così. Queste dee che si lasciano adorare da tutti, che si spezzettano

di qua e di là, concedendo sorrisi a destra e a mancina, non sono il

fatto mio. In amore ho sempre avuto una massima: o tutto o nulla.

— Massima pericolosa! — esclamò l’Anselmi.

— Pericolosa! Perchè?

— Perchè la donna potrebbe volere il ricambio. Sarai tu disposto a

concederlo?

— Sì; — rispose Aldo, con accento risoluto.

— Bada, tu dici di sì e l’esperienza risponde di no. Andar contro a

questa esperienza è il torto massimo degli innamorati, e di quelli che

hanno il temperamento amoroso. L’amore è come il piacere; lo si crede

eterno, fino a tanto non lo si è esaurito. —

Aldo De Rossi rispose a quel ragionamento con una alzata di spalle.

— Sia pure destinato a perire, come tu vuoi e come io non credo; —

diss’egli. — Resta sempre che l’amore è un sentimento esclusivo. Finchè

dura, non patisce divisioni.

— Ma se l’ho detto! Temperamento amoroso; — replicò l’Anselmi. —

Temperamento amoroso, composto di bilioso e di sanguigno. Mi darai

del materialista; ma che farci, se la cosa è in questi termini? Tu,

per altro, sei un bel matto, De Rossi mio. Lasciatelo dire, sei un bel

matto. Non ami nessuna donna, e parli come se ci avessi un Mongibello

nel cuore.

— Son molto calmo, invece; — rispose Aldo. — Ti dico ciò che penso, e

abito all’insegna della Pace.

— Davanti a cui siamo tornati, di chiacchiera in chiacchiera; — disse

l’Anselmi. — Ma tu vorrai tornare al Casino.

— No, vado a letto.

— Ecco un predestinato del matrimonio; — esclamò l’Anselmi, ridendo.

— Spero almeno che non metterai il berretto di cotone. Ma che c’è?

Abbiamo fatto tardi, con la nostra filosofia, e la gente incomincia ad

escire; — soggiunse, vedendo una brigatella di persone, uomini e donne,

che escivano dal Casino, sull’opposto viale. — Mi pare di riconoscere

la voce dell’amico Gerardo. Sono certamente le nostre ballerine, che

vengono a questa volta.

— Ritiriamoci in disparte; — disse Aldo.

— Come personaggi di tragedia? Io non la intendo così. Già, a

questo lume di luna ci avranno riconosciuto. La donna, come sai,

appartiene alla specie felina ed ha la vista acuta, di notte come di

giorno. —

Non c’era verso di persuadere l’Anselmi a proseguire la strada. Aldo

non seppe risolversi ad andar solo, poichè restava il compagno, il

rivale.

Il contino Anselmi non si era ingannato. Erano proprio le loro

ballerine del primo valzer che escivano dal Casino, accompagnate dal

commendatore Gerardo, dal presidente gran croce e dall’Alcibiade primo,

cavaliere Sestavalle.

La signora Elena fu la prima a ravvisare i due fuggitivi.

— Ah, venite qua, voi! — diss’ella, con accento di minaccia. — Abbiamo

da aggiustare i conti.

— Signora, aggiustiamo pure; — rispose l’Anselmi, affrettandosi a

muoverle incontro.

— Avete ancora l’aria di ridere? Sappiate, signor conte, che

non ammetteremo mai ciò, alla nostra presenza. E prima di tutto,

giustificatevi. Perchè questa fuga?

— Signore, io volevo far loro un’eguale domanda. Perchè lasciare

il Casino, mentre noi, schiavi fuggiaschi, ma pentiti, venivamo ad

impegnarle per il _cotillon!_

— Si trattava proprio di _cotillon!_ — esclamò la signora Vezzosi.

— Non si trova più un ballerino, a pagarlo un occhio. Non c’è più

cavalieri, a questo mondo. Chiedetene al nostro fedele Sestavalle....

— Che lo è dei Santi Maurizio e Lazzaro; — notò, salutando, l’Anselmi.

Alcibiade primo rese il saluto e ripigliò tosto il suo atteggiamento

dignitoso, riveduto e corretto per quella occasione.

— Egli vi dirà, — proseguì la signora Vezzosi, — che a’ suoi

tempi.... —

Ma era detto che la signora Elena non potesse finire il suo discorsetto.

— Sì, — interruppe il Sestavalle, seccato di quell’accento ad un

passato troppo remoto, — dieci anni fa, non era mica così. I giovanotti

del mio tempo lasciavano ai vecchi il giuoco e le discussioni

politiche, ed essi tenevano compagnia alle dame.

— Vi faccio notare, amico Sestavalle, — rispose gravemente l’Anselmi,

— che a quei tempi la compagnia di cui parlate si chiamava a dirittura

servitù. Diciamo dunque servitù, e senza rincrescimento, perchè in

verità non fu mai servitù così dolce, nè così pregiata da noi. Ma,

venendo al caso nostro, noi non potevamo già credere che in un’ora

di assenza dal campo si dovessero contare tante diserzioni. Avevamo

lasciate le dame in mezzo ad un circolo, ad una folla di gentiluomini.

E non è da credere, — soggiunse il contino, volgendo un’occhiata

eloquente alla signora Camilla, — che noi ci ritirassimo per cedere

la piazza. Ci siamo ritirati per un sentimento di delicatezza. Non

si voleva e non si poteva mica aver l’aria di maghi carcerieri, di

cerberi, di tiranni; ufficio che va lasciato agli _aventi diritto_,

come ad esempio il nostro buon amico Gerardo.

— Un tiranno che ha data la costituzione; — notò il commendatore

Gerardo, ridendo della sua arguzia, così facilmente trovata.

— Noi, per altro, — ripigliò l’Anselmi, — dobbiamo dire la verità tutta

intiera. Eravamo scesi a prendere una boccata d’aria, desiderosi di

tornar subito. Ma l’uomo propone e la politica dispone. Figuratevi che

abbiamo attaccato una discussione politica.

— Ci avete anche voi questo peccato sulla coscienza? — domandò la

signora Camilla.

— Oh, in forma molto veniale, una volta all’anno; — rispose il contino,

inchinandosi e saettando un’altra occhiata assassina.

— Credevamo — notò la signora Vezzosi, — che foste andati nella sala

del bigliardo, come tanti altri. Sestavalle voleva venirvi a cercare;

ma noi non lo abbiamo permesso.

— E Sestavalle, da buon cavaliere, ha obbedito; — replicò l’Anselmi. —

Se fosse venuto non ci avrebbe trovati. Noi non avremmo osato mai di

piantarci ad una mattonella di bigliardo, in vicinanza di così belle

signore. Se almeno anche le signore prendessero la stecca!

— Che idea! — esclamò la signora Camilla.

— Eh, se vi degnaste di provare, signore mie, sareste belle di una

nuova bellezza. Minerva non impugnò la lancia? E Venere non s’è

compiaciuta di rubarla a Marte?

— Come lo sapete?

— Ho veduta la cosa in molti Musei d’arte antica, disperando sempre di

averne un esempio nella realtà. Volete incominciare, signore? C’è un

bigliardo discreto, dal Birindelli, all’Acqua della Speranza. Ho veduto

ieri mattina giuocare la principessa Solikoff, e vi assicuro che non ci

scapitava punto. Se volete, la prima lezione domani, dopo colazione.

— Accettiamo la sfida? — chiese la signora Camilla alla Vezzosi.

— Si riderà; — rispose la signora Elena; — accettiamo dunque. Voi,

signor Aldo, che ne dite?

— Aldo farà il quarto; — gridò l’Anselmi, non lasciando all’amico il

tempo di rispondere. — Vi avverto che è un terribile giuocatore.

— Ho già capito, — disse il commendatore Gerardo, volgendosi al

presidente gran croce, — che noi faremo la parte di giudici.

— L’ufficio mi conviene; — rispose il Roberti, col suo grave sorriso.

Aldo si era frattanto avvicinato alla signora Camilla, e le diceva:

— Poichè si tratta d’una partita in quattro, vorrete voi stare insieme

con me?

— Vi farò perdere; — rispose la signora Camilla. — Non lo

domandate. —

Aldo aggrottò le ciglia e fu per mordersi le labbra, secondo l’uso.

— Per caso, — ripigliò abbassando la voce d’un tono, — sareste già

impegnata al bigliardo, come lo eravate al ballo?

— Dio, che cipiglio! — esclamò ella, con un gesto di terrore. — È

l’ombra della notte che vi rende così cupo? —

Egli chinò la testa, senza rispondere alla celia. Che cosa poteva dire,

con tutta quella gente lì presso?

— Via, per non farvi andare in collera, accetterò; — riprese la signora

Camilla. — Perderete, e sarà la vostra punizione.

— Perderò! — ripetè egli tristemente, scandendo la parola, quasi

volesse farne fuori un senso recondito. — Che importa? Oramai, sono

avvezzo. —

La signora Camilla gli diede un’occhiata tra curiosa e beffarda; ma lo

lasciò senza risposta, poichè s’avvicinava l’Anselmi.

— A domani dunque, e buona notte; — disse il contino, stringendo la

mano alla signora Camilla. — Prego voi, come la signora Elena, di non

sognare che ci avete puniti con una giornata di rigore.

— Che avreste meritato; — rispose la signora Vezzosi, per sè e per la

Rivanera. — Ma voi, conte, non sognate di farci la seconda di cambio.

— Per gl’inferni numi, lo giuro; — replicò, nell’atto di levarsi il

cappello, quel caro ed amato Anselmi, che Aldo De Rossi avrebbe mandato

tanto volontieri a trovare gli augusti testimoni del suo giuramento.

O tutto o nulla: romanzo · 第 16 / 27 题