Le regole della buona compagnia permettono questi duettini sottovoce,
nel bel mezzo della conversazione generale, a patto che siano
brevi. L’obbligo, per gli astanti, è di non sentir nulla; ma c’è
sempre il diritto di coglierne tutto quello che si può. Colpa dei
due interlocutori, se non parlano abbastanza sommesso e non sanno
confondere gli ascoltatori con abili reticenze. Del resto, anche quando
si colga a volo una frase, come si potrebbe arguire da essa tutto
intiero il discorso? Aldo De Rossi, per esempio, non udì altro che una
frase dalla signora Camilla: — «essi sono in due e noi siamo in sette.»
— Ma come ricostruire un dialogo galante, su quel semplice rapporto
aritmetico?
Perciò il nostro eroe non capì nulla di nulla. Se avesse capito ciò
che voleva dire l’Anselmi, certo avrebbe dato di fuori. Ma Iddio
misericordioso, che misura il freddo all’agnello tosato, misura anche
le sofferenze agli innamorati gelosi.
— Cinque di troppo; — aveva risposto l’Anselmi. E la signora Camilla si
era custodita da quell’attacco troppo vivo con una guardata tra curiosa
e severa. Non ci voleva di meno, per rimettere a posto l’audace,
che esciva per la prima volta dalle solite frasi di complimento,
accennando ad una vera dichiarazione. Alle donne i troppo repentini
smascheramenti di batterie dispiacciono sempre; non già per sè stessi,
ma perchè dimostrano troppo baldanza, troppo sicurezza di sè, nei
signori assedianti, mentre questa sicurezza e questa baldanza son esse
che vogliono consentirle, per poterle dominare e moderare a lor posta.
Ora noi conosciamo la signora Camilla per una certa testolina, che le
sue ragioni non le mandava a dire, e potremmo anche aspettarci qualche
frase recisa, a conforto di quell’occhiata tra curiosa e severa che
abbiamo veduta poc’anzi. Ma il contino Anselmi non le diè tempo di
proferirla; appena ebbe buttato là il suo malinconico epifonema, diede
una voltata sui tacchi e andò verso la rastrelliera, a prendere due
stecche, una per sè e l’altra per la signora Camilla.
— A che giuoco giuochiamo? — diss’egli, tornando verso le signore. — A
birilli, non è vero?
— A birilli! — rispose Aldo, assentendo del capo.
— Birilli! — esclamò la signora Elena. — Vogliate dirci prima di tutto
che cosa sono i birilli.
— Eccoli, signora; — disse l’Anselmi. — Son questi cinque pioletti
d’avorio, che io metto qua in croce nel mezzo del biliardo. L’abilità
del giuocatore consiste nel farli cascare.
— Non ci riesciremo mai; — osservò la signora Camilla, vedendo il
contino impostarsi sul biliardo e battere con la punta della stecca una
palla contro l’altra, per modo che questa venisse a dare nel mezzo del
biliardo.
— Che dite, signora? — esclamò il contino. — Vi riescirà anzi
facilissimo. Fate conto che siano uomini.
— Il paragone non corre; — rispose la signora Camilla. — Qui ci vuole
l’aiuto della stecca; e gli uomini cascano da sè.
— Ottimamente! Questa me l’ho comprata coi miei danari; — disse
l’Anselmi, ridendo.
E avvicinatosi alla signora Camilla, aggiunse sottovoce:
— Come si sta? Volete essere con me?
— Sono impegnata; — rispose la signora Camilla, col medesimo tono di
voce.
Il contino Anselmi inarcò le ciglia e si volse a guardare il De Rossi.
Ma questi faceva lo gnorri e ingessava la stecca.
— Avrebbe avuto ragione la signora Elena? — pensò il contino Anselmi. —
Sarei proprio cascato bene! —
Indi, ad alta voce, proseguì:
— Si va all’acchito. Signora Elena, volete farmi l’onore di stare con
me?
— Volentieri; — rispose la signora Vezzosi, non senza dare un’occhiata
a Camilla, che stava rispondendo allora ad un complimento del
commendatore Gerardo, e un’altra al De Rossi, che continuava
tranquillamente ad ingessare la stecca.
Ma anche questa operazione ebbe un termine, ed anche il commendatore
Gerardo lasciò libera la signora Camilla. Aldo le si accostò e le
disse:
— Signora, siamo adunque insieme?
— Gran novità! — rispose Camilla, con quell’aria canzonatoria che
sapete.
Aldo De Rossi non capì troppo bene che cosa significasse quell’accento
ironico.
— Vi dispiace, forse? — ripigliò.
— A me, no; — ribattè la signora Camilla. — E a voi?
— Io... — balbettò Aldo — sono al settimo cielo. —
La signora Camilla sorrise; ma fu un lampo, e la sua faccia tornò
subito a farsi oscura.
— Complimenti! — diss’ella. — Come a dire bugìe.
— Ma il mio non è un complimento; — rispose Aldo De Rossi.
Intanto il contino Anselmi lo chiamava a giuocarsi l’acchito. Aldo
si mosse dal fianco della signora Camilla, fece la prova, la perdè
e diede l’acchito all’avversario. Questi s’impostò, colpì la palla
dell’avversario e fece un doppietto, mandandola nei birilli ad
abbattere il filone, ossia la fila di mezzo.
— Bene! — gridò la signora Elena. — Avete già indovinato che io non
v’aiuterò molto, e incominciate a fare da per voi.
— Oh, ci sarà lavoro per tutti; — rispose l’Anselmi. — Aldo è un
terribile giuocatore. —
A farlo a posta, Aldo De Rossi non si mostrò degno della lode; fece
steccaccia e andò nei birilli con la sua. Gli avversarii ebbero
quattordici punti dei ventiquattro.
— Si mette male! — disse Aldo, volgendosi con aria contrita alla
signora Camilla.
— Avete paura? — fece ella, col suo solito accento canzonatorio.
— Non ne ho mai avuta; — rispose egli. — Mi rincresce soltanto che
abbiate a formarvi un così gramo concetto di me. —
La signora Camilla fece un gesto che pareva volesse dirgli: è già
formato da un pezzo. Indi, temperando quella espressione beffarda in un
consiglio di benevola autorità, soggiunse:
— Bisogna essere più calmi.
— Potere! — mormorò Aldo De Rossi.
Intanto il contino Anselmi si disponeva a fare il suo colpo. Egli
poteva, mettendoci un po’ di buona volontà, guadagnare la partita,
poichè la posizione in cui Aldo aveva lasciata la sua palla era brutta
parecchio. Ma il contino, da buon cavaliere, non volle approfittare
dell’occasione; fece anzi di più, giuocò male e restò peggio, lasciando
un bel colpo alla signora Camilla, che doveva entrare in giuoco, per lo
sbaglio di Aldo.
La signora Camilla, nuova al giuoco, non s’era avveduta di quel piccolo
artifizio galante.
— E adesso come si fa? — diss’ella, prendendo posto davanti al biliardo.
Il contino Anselmi non aspettava altro. Lesto come uno scoiattolo,
si piantò a fianco della signora, rubando il posto e l’ufficio al De
Rossi, che, essendole compagno, aveva il diritto di consigliarla e di
guidarle la mano.
— Si fa così; — disse il contino, prendendole la punta della stecca e
mettendola in quella direzione che gli parve più conveniente. — Sono
rimasto male e voi dovete approfittare del mio errore. Lasciate andare
il colpo; son punti fatti. —
Vedendosi vogar sul remo a quel modo, Aldo De Rossi aveva fatto un
gesto d’impazienza. La signora Elena se ne accorse e disse prontamente
al contino Anselmi:
— Ma bravo, signorino! È così che stiamo insieme? Voi fate il giuoco
degli avversari.
— Donna Elena, non l’ho fatto apposta. Non tutti i colpi riescono.
— Non parlo del colpo; parlo del consiglio che date.
— Ah, è vero; — rispose l’Anselmi. — Ma, per una volta tanto...
— Per una volta tanto, — replicò la signora Elena, con aria mezzo
stizzita, — lasciate che il consiglio lo dia il signor Aldo. —
Il contino Anselmi capì di aver fatto un passo falso e si tirò indietro
con tutta quella buona grazia che gli era consentita da un così molesto
rimprovero. Intanto la signora Camilla era rimasta con la stecca sul
biliardo, nella medesima posizione in cui l’aveva messa il troppo
volonteroso consigliere. Aldo De Rossi, tirato in ballo dalla signora
Elena, ripigliò tosto i suoi diritti. Diede un’occhiata alla direzione
della stecca, e vide che si trattava appunto di spingere, per mandare
nei birilli la palla avversaria. Ma questo, che era evidentemente
un regalo del contino Anselmi, non gli poteva convenire per nessun
modo. Perciò, sviata leggermente la stecca della sua bella compagna, e
raccomandatole di battere la palla un po’ sotto il centro, perchè non
avesse a correr troppo, le accennò sommessamente di colpire. Camilla,
a dir vero, non sapeva che si facesse; ma il compagno consigliava ed
ella obbedì, spingendo la stecca in quella direzione che egli aveva
indicata. La palla avversaria, scambio di andare nei birilli di primo
tratto, li rasentò, andando a battere verso il mezzo la mattonella
corta, donde ritornata, entrò nella croce dei birilli, abbattendone
quattro.
Aldo, la signora Vezzosi, il cavalier Sestavalle e i due personaggi
politici della compagnia, applaudirono alla franchezza del colpo. La
signora Camilla si fece rossa dalla gioia.
— Ma bene, egregiamente! — disse il contino Anselmi, parlando a denti
stretti, come potete immaginarvi. — Ed io che credevo...
— Già! — interruppe la signora Camilla. — E perciò mi avevate preparato
un colpo facile, non è vero? Ma io, per vostra norma, amo il difficile.
— E riescite egualmente; riescite in tutto; — rispose il contino
Anselmi, per farla finita senza troppa vergogna. — Ora a voi, Donna
Elena; poichè entrate in giuoco, salvatemi. Abbiamo quattordici
punti; gli avversari ne hanno dieci; bisognerà stare attenti. Del
resto, — soggiunse, — non occorre dirvi altro; la guerra è tra le
Amazzoni. —
La signora Elena giuocava per mera compiacenza. Non fece nulla di
buono, e si contentò di non guastare. A poco a poco fu vinta dal buon
umore di Camilla, che metteva colpo su colpo, senza chieder parere al
compagno, ed ambedue fecero gazzarra per parecchi minuti, senza dar mai
nei birilli, quantunque più volte ci passassero molto vicino, e, quel
che era peggio, con la palla propria, anzi che con la palla avversaria.
Finalmente, avvenne che la signora Elena mandasse la propria in bilia.
Erano due punti perduti e doveva tornare in giuoco l’Anselmi.
— Venite a consigliarmi; — disse allora la signora Camilla al De Rossi.
— La guerra non è più tra Amazzoni. —
Aldo non se lo fece dire due volte e si piantò subito daccanto a lei,
consigliandola e mettendole in posizione la stecca. Ma la signora
Camilla fece come qualche volta Orazio, che vedeva il meglio e si
appigliava al peggio. I consigli e gl’insegnamenti di Aldo non ci
potevano più nulla; essa giuocava sempre alla rovescia. Ma rideva,
mostrava le perle della sua bocca al compagno, e questi si sentiva
correre al cuore una vena d’allegrezza, fino allora ignorata.
L’Anselmi, frattanto, vedendo che l’aria spirava da un’altra banda,
si mise in guardia contro le infreddature. Giuocava con prudente
abbandono, e celiava con la signora Elena, che non aveva ragione per
stare sostenuta con lui, o per ridere dei fatti suoi, come faceva
quell’altra. Il contino Anselmi adoperava in quella occasione come
il buon marinaio in tempo di burrasca; imbrogliava le vele, perchè
il vento non avesse a lacerargliele e, Dio guardi, a spezzargli anche
l’albero.
Tutto ad un tratto la signora Camilla fece steccaccia e andò nei
birilli con la sua.
— Perduti? — chiese ella al De Rossi.
— Perduti; — rispose Aldo, sorridendo.
— Benissimo! — ripigliò Camilla. — Siamo dunque della medesima
forza. —
E lo guardava, così dicendo, con una espressione tanto strana, che egli
ne fu tutto rimescolato.
Che cosa voleva dire quello sguardo? Probabilmente questo: Siamo
due capi ameni, voi con la vostra gelosia scontrosa, io con le mie
leggerezze infantili. Oppure quest’altro: Ci combiniamo in ogni cosa,
perchè in fondo in fondo ci amiamo più che non paia. Infine, poteva
significare anche questo: Siete così scemo, che ho compassione di voi.
Comunque fosse, l’intensità dello sguardo di Camilla aveva un perchè.
Ma fors’anche non ne aveva nessuno, ed era un suo modo di guardare la
gente, per il quale tornava inutile di beccarsi il cervello.
Vi ho detto che si sentì tutto rimescolato. Non si sostiene impunemente
lo sguardo di una donna che si ama, specie quando non si sa ancora se
quella donna vi ami, e perchè vi guardi in tal modo. Ma il turbamento
non è una risposta, e Aldo De Rossi doveva darne una.
— No, — diss’egli tanto per aver l’aria di rispondere qualche cosa,
— mi riconosco più debole di voi. Anch’io, è vero, sono andato nei
birilli con la mia; ma voi, almeno, avete fatti una volta dieci punti
buoni, mentre io non ne ho imbroccato mai una.
— Ed è giusto che si vada così; — ribattè la signora Camilla, col suo
solito accento sarcastico. — Tirate a troppo, signor mio! —
Aldo inarcò le ciglia, come un uomo che non ha capito e sta per
domandare una spiegazione. Ma il contino Anselmi capitò in buon punto a
troncare il duetto.
— Volete la rivincita, signora? — chies’egli a Camilla.
— No, — rispose ella, — salvo che Elena non voglia continuare...
— Come vuoi tu, mia bella; — disse la signora Vezzosi. — Sai pure che
si ama poco ciò che non si sa fare abbastanza bene.
— Quand’è così, — ripigliò Camilla, — diciamo le cose come stanno.
Signor conte, il vostro giuoco è assai brutto. —
Il contino Anselmi s’inchinò, senza rispondere. Era furbo, il
giovinotto. Rispondere non si poteva che in due modi; o piccato, od
umile. Ora il contino Anselmi non voleva fare nè una cosa nè l’altra.
La signora Camilla proseguì:
— Giuocate voi altri, noi staremo a vedere.
— Non sarebbe bello; — rispose l’Anselmi.
— Perchè? Quando i cavalieri vostri antenati combattevano in giostra,
credevano forse di dare un brutto spettacolo alle dame? Giuocate,
signori, giuocate; noi ammireremo i bei colpi.
— Se si prende una partita a biliardo per una giostra, eccomi a
rompere una lancia; — entrò a dire il commendatore Gerardo. — È l’unica
forma di combattimento che sia permessa ad un cavaliere che tocca i
cinquanta. A voi, conte Anselmi, lancia in resa e prendete campo, io vi
sfido.
— Ed io vi armo il braccio; — disse la signora Camilla, porgendo la sua
stecca al Vezzosi. — Vi sia cara quest’arma; essa ha già fatto dieci
punti. —
Il commendatore Gerardo ringraziò. L’Anselmi, preso tra due fuochi,
dovette rassegnarsi a giuocare senza dame.
Il presidente gran croce, abbandonato dal suo interlocutore assiduo,
andò a sedersi sul divano, presso la signora Elena, a cui si era già
accostato il cavaliere Sestavalle. Aldo De Rossi rimase libero di
sedersi presso la signora Camilla.
— Come siete buona! — le disse, a mezza voce, mentre aveva l’aria di
guardare il ventaglio che essa teneva tra le mani.
— Vi pare? — fece ella. — E perchè?
— Perchè avete posto un termine a questo giuoco, che è tanto noioso.
— Grazie, — rispose Camilla. — Noioso, anche stando con me?
— Oh, che dite mai? Noioso in sè stesso; — replicò il De Rossi. — Del
resto con voi ci si sta meglio a discorrere.
— Ecco un altro complimento; — osservò la signora.
— Ah, è vero; — disse Aldo; — ricordo la vostra definizione;
complimento, bugìa. Ma parliamoci schiettamente, signora: credete
proprio che uno il quale vi dichiari di amare la vostra conversazione
vi snoccioli una bugia?
— No, davvero; — rispose Camilla, ridendo, — non sono così modesta per
crederlo, nè così ipocrita per dirlo.
— Ah, meno male! — esclamò il De Rossi.
La bontà di Camilla era contagiosa; scusate il brutto epiteto,
adoperato a colorire una bella cosa. Voglio dire che Aldo, incuorato
dalla cortesia della dama, fu di ottimo umore e chiacchierò
allegramente, come non aveva fatto mai. Intanto i due combattenti si
riscaldavano al giuoco, e uno di essi, il commendatore Gerardo, non
faceva troppo onore all’arma della signora Camilla.
— Chi guadagna? — chiese ella, ad un certo punto, interrompendo il suo
dialogo con Aldo.
— Guadagna Anselmi, signora; — rispose il Vezzosi. — Ha vent’anni meno
di me, e venti punti di più.
— Coraggio, e rimettetevi in pari! — disse Camilla.
— Signora, — fece l’Anselmi, con finta umiltà, — se debbo perdere...
— Potreste averlo già fatto; — rispose Camilla, che, come sapete, le
sue ragioni non le mandava a dire; — potreste averlo già fatto, poichè
il signor Gerardo è il mio cavaliere, armato da me. Ma non lo fate ora,
ve ne prego; chè non ne avreste più merito. —
La mattinata da Brindelli finì maluccio per il contino Anselmi, che
l’aveva concertata. Nell’uscir di là, Aldo ebbe il coraggio di offrire
il braccio a Camilla, e Camilla ebbe il coraggio di accettarlo. A quei
solleoni!