Aldo rimase taciturno. Forse non udì neanche l’osservazione della
signora Vezzosi. Il nostro povero eroe non avea orecchi che per le
risa della signora Camilla, più vive in quel punto, e più argentine
che mai. Per tutti i settecentomila settecento settantasette diavoli,
che si sogliono invocare in simili occasioni, che cosa diceva di così
spiritoso, a otto passi da lui, il contino Anselmi, che la signora
Camilla dovesse riderne in quel modo?
La signora Elena, usando liberamente dei diritti dell’amicizia, diede
una strappatina al braccio del suo distratto cavaliere.
— Suvvia, rispondete; — gli disse; — che cosa vi affligge?
— Ve l’ho già detto, nulla; — rispose Aldo De Rossi.
— Ah, è vero; — ripigliò la signora Elena, con accento sarcastico. —
Voi dovete esser triste per eccesso d’allegrezza. La gioia fa paura; lo
ha detto anche la signora di Girardin. La splendida Camilla è venuta
a brillare sull’orizzonte del Tettuccio, e voi, povero pianeta, vi
oscurate nella sua luce. Non è così? Bisogna convenire, — soggiunse
la signora Vezzosi, — che è molto bella, e ciò giustifica le vostre
adorazioni. Vi parrà strano, mio bel cavaliere, che una donna si
rassegni a lodarne un’altra. Ma io l’ho guardata molto, poc’anzi; l’ho
guardata più in un’ora, che non abbia fatto in due anni. Sono una donna
sincera ed amo rendere omaggio alla verità. E poi, con vostra licenza,
non ho paura di confronti.
— È giusto; — rispose Aldo. — Siete bellissima.
— Già! — ribattè la signora Vezzosi. — Non sono forse la Venere di
Milo, io? Ma quell’altra statua, che non è stata fatta da Fidia....
— Ha già trovato un Pigmalione, che le dà l’anima; — proruppe Aldo, che
non poteva più contenersi. — Sentite che allegre risate! —
La signora Elena si volse a mezzo, per guardare negli occhi il suo
cavaliere.
— Ah, eccolo, il segreto di quest’anima nera! — diss’ella. — Siete
geloso! —
Aldo scosse la testa e battè le labbra, come un uomo che si vede
scoperto e non vuole ammettere di esserlo.
— Sì, siete geloso; — ripigliò la signora Vezzosi. — Già, un uomo
geloso si riconosce tra mille. È un brutto vizio, la gelosia; peggio
che un vizio, è un errore.
— Credete? — balbettò Aldo De Rossi.
— Certamente; son donna e posso parlarvene con sicurezza. Supponete,
ad esempio, che un uomo mi ami e che io l’ami ugualmente. Una donna,
abbiatelo per massima, ha sempre timore di essere abbandonata. Avvezza
al piedestallo, non ama discenderne, e se in un momento di passione e
d’oblio ne è pure discesa, vuol esserci ricollocata. Era adorata, che
è molto, e non può bastarle d’essere amata, che è meno. Perciò, voi
vedete la conseguenza, signor Aldo... ella ha mestieri di tener l’anima
di un uomo in sospeso. Ho detto l’anima, e bisognerebbe dire il cuore;
il cuore, che non è ben nostro, intieramente nostro, se non quando lo
vediamo soffrire. E perchè il cuore di un uomo non soffre tanto bene,
come quando egli teme di aver dei rivali, la donna sa quel che ha da
fare per custodirlo. E quando non ci sono rivali, la donna si affretta
a cercarli.
— O come? — esclamò Aldo De Rossi.
— È presto fatto; — rispose la signora Elena — Intorno ad una donna
(parlo di una donna bella e piacente) ci sono sempre uomini a dozzine.
— Sciocchi! — brontolò Aldo, a cui pareva di vederli.
— Generalmente sciocchi, ve lo concedo. Ma sono per l’appunto quei che
ci vogliono. Tutti questi sciocchi sono da lei adoperati a due usi;
fanno uffizio di specchio e di leva.
— Entra in scena Archimede; — scappò detto al De Rossi.
— Che c’entra Archimede? — domandò la signora.
— C’entra in questo modo, che egli è celebre nella storia, per avere
inventati gli specchi ustorii e per aver sognata la più gran leva
dell’universo, una leva con cui smuovere il cielo e la terra.
— Vedete che combinazione! — esclamò la signora Vezzosi. — Diciamo
dunque che la donna ha qualche cosa del vostro Archimede. Ella si
specchia ne’ suoi dieci o dodici sciocchi; i quali la salutano bella,
con le loro mute ammirazioni, e le fanno un piacere da non dirsi. State
pur certo che ella non rinunzierebbe agli specchi, per nessuna cosa al
mondo. Vi amasse pure come un Dio, sapesse pure che andate in collera
e che ella risicherà di perdervi, ella non vorrebbe privarsi di questa
consolazione. Del resto, se voi siete un uomo di spirito, non dovete
adombrarvi troppo degli specchi, quando sono al plurale.
— E la leva? — disse Aldo. — Come mai uno specchio può trasmutarsi in
leva?
— Ecco qua, signor Aldo. La donna si serve di tutti questi personaggi,
per tenerne un altro, uno solo, in bilico, tra speranza e timore. Si
ama sempre molto ciò che si teme di perdere. Non siete tutti così, voi
altri uomini? Una donna che si abbandona oggi intieramente, si prepara
un brutto domani. Ella è Didone, e voi siete pronti a seguire l’esempio
di Enea.
— Sarà così, come voi dite; — mormorò Aldo De Rossi. — Ma io mi sento
diverso dagli altri.
— Lo credete, e ciò vi fa onore. Ma anche molti altri dicono così; e
poi nel fondo.... Signori uomini, lasciatevelo dire, presi l’uno per
l’altro, valete pochino.
— Scusate, donna Elena; — balbettò Aldo. — Non vorrei aver l’aria di
offendere il vostro sesso; ma....
— Ma vorreste dire che le donne non valgono di più. Confessatelo; era
questo il vostro pensiero. Orbene — proseguì la signora Elena, vedendo
di essersi apposta, — con vostra buona pace, le donne valgono molto di
più... quando sacrificano molto di più. Perciò riconoscerete in esse il
diritto di prendere le loro precauzioni.
— Sicuro; — rispose Aldo De Rossi, — a danno.... degli specchi. Tutti
quei poveri di spirito, che s’immaginano di piacervi, voi li tirate in
ballo, vi prendete giuoco di loro. È forse ben fatto? Non ne uccidete
qualcheduno? —
La signora Elena rimase un tratto pensosa; ma subito dopo si riebbe.
— È vero, — diss’ella, — la cosa non è troppo caritatevole. Ma
considerate che noi non siamo perfette, e che io, mettendo le donne
tanto al disopra degli uomini, non ho voluto neanche alzarle troppo.
Ci vuol così poco, per essere superiori a voi! Del resto, se il giuoco
è crudele, credete pure, signor Aldo, che non è altrimenti fatale. Gli
uomini non muoiono di queste ferite, e la statistica ci assicura che
ne guariscono tutti. Quando l’uomo che ha fatto da specchio si accorge
di essere stato burlato, va in collera. Ma anche la collera sbollisce;
l’uomo nulla nulla educato si mette con una certa diligenza a passare
in rassegna tutte le piccole cortesie, e diciamo pure tutte le piccole
provocazioni femminili che lo hanno condotto a sperare. S’avvede
allora che non c’era nulla, o quasi nulla; si persuade d’aver torto;
dà una crollatina di spalle e va a ripigliare altrove il suo ufficio
di specchio. Ci sono degli uomini che non sanno, che non potrebbero
far altro. E ci hanno sempre la speranza di trovare un giorno qualche
povera donna, che, travolta dalla sua vanità, s’innamori dello
specchio.
— Ma qualcheduno, ammettetelo, — replicò Aldo, — qualcheduno ci
diventerà cattivo, a questo giuoco, e farà soffrire ad una ciò che
venti altre avranno fatto soffrire a lui.
— Ah, per questo, non me ne importa nulla; — rispose la signora Elena.
— Ci ha da pensare quell’una. Perchè dobbiamo noi darci pensiero di
lei? Ogni donna è centro del suo piccolo mondo, e nel nostro sesso non
troverete mai la più piccola traccia di quello spirito di corporazione,
che si riscontra fra uomini.
— E sia; — disse Aldo; — non disputerò su questo punto con voi. Ma
mettete il caso che l’uomo specchio s’impermalisca per davvero e si
vendichi della donna che s’è fatta zimbello di lui.
— Zimbello è troppo, signor Aldo. Quando una donna prende uno specchio,
lo fa con un certo garbo, che non lascia mai appiglio ad una simile
accusa. Del resto, l’uomo che si vendicasse del giuoco sarebbe un vile.
E di questi vili se ne trovano molti, in società, anche senza aver
fatto loro l’onore di adoperarli come specchi.
— Sì; ma quando sono stati adoperati, ci hanno una scusa alla loro
vendetta.
— Non c’è scusa, per una viltà. Ma infine, io non vi dico che tutto ciò
sia ben fatto; vi dico quello che generalmente avviene. Fatene vostro
pro, signor Aldo, e abbiate la bontà di restar tranquillo, davanti ad
un giuoco di specchi, che forse incomincia oggi, e che certamente non
ha nulla di grave. —
Aldo De Rossi sospirò profondamente, pensando alle gaie risate della
signora Camilla, e rispose:
— Signora, bisognerebbe che quel giuoco fosse incominciato davvero per
tener me in sospeso. Ma io, pur troppo, non sono neanche, «tra color
che son sospesi» perchè non sono stato ancora accettato.
— Ma... che dirvi? — rispose la signora Elena, stringendosi nelle
spalle. — Potrebbe essere vero e non essere. Camilla può benissimo aver
paura di voi, prima che a voi sembri di essere diventato pericoloso.
Ma ad ogni modo, fatevi avanti. Perchè vi lasciate rubare il posto?
Siete un uomo curioso, signor Aldo, con la vostra irresolutezza e la
vostra malinconia. Credete a me, vostra amica sincera; le donne non
amano i cavalieri malinconici. Questi eroi non fanno fortuna che nelle
pagine dei romanzi. In società bisogna essere allegri, quantunque senza
esagerazione, e sopra tutto padroni di sè, pronti a mutar registro
secondo l’umore della dama, e desiderosi soltanto di non riescirle
noiosi. Vedete? — soggiunse ella ridendo. — Non c’è spirito di
corporazione, tra le donne, ed io tradisco per voi i segreti delle mie
sorelle in Eva.
— Sarà come voi dite, signora. Ma che fatica ha da essere questa!
E come è poco degna di omaggio una donna per cui sia necessaria
quest’eterna finzione! Io ho intravveduta nei miei sogni una donna più
alta; una donna profondamente buona....
— Con voi, non è vero? E molto cattiva con gli altri, non è vero anche
questo?
— No, semplicemente austera con tutti; — rispose Aldo, punto nel vivo
da quella osservazione maliziosa, che scopriva il lato debole del
suo argomento. — Se si ha da vivere per l’amore, perchè non volerlo a
dirittura profondo, immenso, esclusivo?
— E tragico per giunta; — notò la signora Vezzosi.
— No, piuttosto epico, — ribattè Aldo De Rossi, — con qualche cosa di
sacro, come in tutti i grandi poemi. La Dea s’innamora d’un mortale, ma
è sempre Dea e non esce mai dalla nuvola. Infine, si può amare un uomo,
senza lasciarsi amare da cento. Che gusto ci provano le donne a tanta
varietà, e, diciamolo pure, a tanta volgarità d’incensi?
— La ragione l’avete detta voi; — rispose la signora Vezzosi. — Non
si tratta d’una Dea? Le Dee antiche gradivano ogni sorta d’incensi,
badando poco al valore dell’aroma e molto alla divozione con cui era
offerto. Del resto, signor Aldo, voi siete poeta e andate facilmente
alle esagerazioni, sognate ad occhi aperti, come accade a tutti i
poeti. Ora, io, per debito d’amicizia, vi avverto d’una cosa. La donna
che avete sognata.... non esiste.
— Ah! lo credete? — esclamò il De Rossi.
— O se pure esiste, — proseguì la signora Elena, — voi le siete passato
accanto e non vi siete accorto di nulla. —
Il colpo era forte e andava forse più oltre che la signora Vezzosi non
avesse voluto. Anche lei, senza avvedersene, lavorava contro Camilla.
Eppure, lo ricordate, la signora Elena era andata a Montecatini col
nobile proposito di aiutare il De Rossi. Ma già, abbiate pure un pan di
zucchero al posto del cuore, il fegato, suo vicino, ci rovescerà sempre
addosso qualche cosa d’amaro. È sempre spiacevole di dover lavorare ai
propri danni, quando si sperava di poter fare tutt’altro.
Aldo De Rossi non era uno sciocco, vi prego di crederlo, e lo era
solamente per quella parte in cui lo sono tanti uomini di valore;
cioè a dire quando amano e con la persona che amano. Perciò intese
facilmente il senso riposto delle parole che la signora Elena aveva
buttate là in un impeto di cattivo umore, e, come potete immaginarvi,
rimase un pochino sconcertato. Lì per lì, quasi per debito di cortesia,
avrebbe voluto dirle: — «avete ragione.» — Ma non sarebbe stato un far
torto alla signora Camilla? Ed egli, così raffinato nel suo modo di
pensare, tanto raffinato da dar dei punti ad un teologo della scuola
bisantina, si tenne in corpo la sua cortesia, ottenendo così il bel
risultato di parer sciocco due volte.
— Ma via, — ripigliò la signora Elena, dopo un istante di pausa, —
noi forse giudichiamo male Camilla. Cioè.... — soggiunse, — diciamo le
cose come stanno; siete voi che la giudicate, mentre io non fo altro
che ragionare sui vostri giudizi. Camilla sarà benissimo capace di
amare sul serio, e sotto quell’apparenza di leggerezza ci sarà, c’è di
sicuro, una forza di sentimento che voi ora non sospettate neppure. Ma
bisognerà toccare il suo cuore con qualche impresa maravigliosa, escire
senz’altro dal comune. Quell’aria di malinconia che voi avete presa per
livrea d’amore, non vi basterà, ve lo dico io, non vi basterà. Dio sa
quanti altri avranno tentato di piacerle con quelle forme romantiche!
Se sapeste come fanno ridere, quegli atteggiamenti da poeta moribondo!
La donna vuol esser padrona, ma non vuole passare per tiranna, nè
essere obbligata ogni giorno a scolparsi, o a dare una costituzione. E
quell’uomo che mostra di soffrire per ogni cosa da nulla....
— Vi prego, — interruppe Aldo, — dite quell’uomo che soffre davvero.
— Peggio che mai! — ribattè la signora Vezzosi. — Quell’uomo che soffre
davvero per ogni cosa da nulla, che cosa non soffrirà e che cosa non
farà soffrire tutti i giorni, ad una donna che sarà tanto debole per
concedergli il suo cuore? A questo pensa una donna, ed ha ragione
a pensarci in tempo, perchè il pensarci poi non le gioverebbe più
a nulla. Sappiate, signor Aldo, che le donne non amano le tragedie;
qualche volta ne fanno, ma senza avvedersene, come quel personaggio
di Molière, che faceva della prosa robusta senza saperlo. Dunque,
mi raccomando, non siate malinconico. È un vizio pericoloso, perchè
correrete il rischio di non parerle originale, ma una copia, fors’anche
una brutta copia, di cento e cento altri.
— Sarà benissimo così! — rispose il De Rossi, chinando la testa. —
Proverò ad essere allegro. Ma sarò anche qui poco originale.
— Perchè?
— Perchè sarò una copia di lei. Non sentite com’è gaia? Ci ha sulle
labbra il riso stereotipato, quest’oggi. —
La signora Elena non potè trattenersi dal ridere, a quella osservazione
bizzarra.
— Sì, è vero; — diss’ella. — Ma sarà meglio imitar lei che altri.
Camilla non si accorgerà del plagio, e accoglierà volentieri
quell’umore che sarà più conforme al suo. Vi torna?
— La riflessione è giustissima; — rispose il De Rossi. — Purchè mi
venga fatto di seguire il vostro consiglio!
— Lo potrete, se vorrete. E poi, badate, ci avete obbligo, anche per
un’altra ragione. Stando sempre così imbronciato, fareste torto a me,
che non lo merito.
— A voi? E come?
— Ma sicuro! Si dirà che noi abbiamo portato a Montecatini un orso,
e un orso male addomesticato. Suvvia, state allegro, siate forte, e
combattete da uomo leale.
— Grazie! — esclamò Aldo, allungando la mano per stringer quella della
signora Elena, che posava ancora sul suo braccio.
Erano giunti allora davanti alla succursale dell’albergo della Pace.
La signora Camilla e il contino Anselmi avevano già fatto alto, per
aspettare il resto della comitiva, e frattanto l’Anselmi prendeva
commiato dalla signora, poichè egli doveva tornare indietro, essendo ad
alloggio all’albergo della Torretta. Si avvide la signora Camilla della
stretta di mano che Aldo aveva data alla signora Vezzosi? Forse sì,
forse no; il che significa che non potrei starvene mallevadore.